Stella MORRA
Maria, icona del credente
Ed. Esperienze, Fossano, 2001

 

POSTFAZIONE

L’icona, finestra aperta fra terra e cielo

Nella storia dell'arte, così come nell'uso comune, la parola icona è riservata ad un preciso tipo di pittura "sacra", che, in ordine a canoni di plurisecolare tradizione e particolare tecnica, viene eseguita su tavola lignea.

L'Oriente bizantino ne è la capitale, in quanto è qui che se ne sono conservati e custoditi numerosi pezzi, esemplari di grandissimo valore artistico e spirituale.

In ambito iconografico non si parla di arte per l'arte, cioè in modo assoluto, dal momento che in pieno accordo con l'insegnamento scritto e orale dei cristianesimo, l'icona segue regole ben precise. Tali prescrizioni sono tanto di ordine artistico quanto di ordine teologico, da essere una forma di "teoptia" (contemplazione di Dio).

L'icona non è mediazione individuale d'un artista, ma teologia in immagini. Per la Chiesa orientale, essa è un linguaggio che esprime i dogmi e l'insegnamento della Chiesa. E’ una teologia ispirata, presentata sotto forme visibili attraverso una raffigurazione simbolica. Si colloca in via di sviluppo per divenire realtà sacramentale, ed in virtù di ciò rende presente la persona o il mistero che essa raffigura.

E’ una delle manifestazioni della Tradizione della Chiesa accanto alla Scrittura. E’ un vangelo visivo, è commentario dell'evangelo. Al messaggio di fede e di bellezza trasmessoci da essa, fa eco la nostra risposta d'adorazione, di preghiera, di gratitudine e d'impegno di vita alla sequela Christi. Perciò, per il suo essere, solo essa manifesta l'amore di Dio in un modo che è così mirabile da apportare un notevole contributo all'educazione alla fede.

La sua finalità è d'orientare tutti i nostri sentimenti, la nostra intelligenza e tutti gli aspetti della nostra natura verso l'alto, verso l'Altissimo, verso l'unico necessario, dove l'invisibile sarà visibile. Essa appunto considera la raffigurazione spirituale dell'uomo che, pur vivendo sulla terra, è già trasfigurato dalla gloria del cielo. Per questo scopo, la contemplazione si slancia nella visione oltre ogni forma sensibile affinché l'uomo possa contemplare Dio nell'immagine e per essa entrare in unione con Lui. Infatti la parola immagine appartenente al linguaggio comune significa che tra due cose esiste una relazione che in qualche modo le rende unite. L'icona è così un organo vivo, un luogo d'incontro tra il Creatore e gli uomini.

L'icona vive di una propria vita misterica. E’ integrata al mistero liturgico fino a dire che la vita liturgica e sacramentale della Chiesa orientale è indispensabile ad essa. Nella sua funzione liturgica, che è simbiosi del senso e della presenza, l’icona consacra i tempi e i luoghi: di un'abitazione neutra ne fa una chiesa domestica dove i fedeli sono chiamati a realizzare nelle esperienze della vita orante come una liturgia interiorizzata e continuata.

Nella liturgia la parola parlata e la parola visibile si rispondono e si completano. In essa vivono della stessa vita, nella stessa azione e per la stessa testimonianza. La parola parlata porta all'ascolto interiore di quanto l'icona ha già portato alla luce degli occhi. Fra la parola e l'icona c'è analogia di funzione liturgica per quanto concerne l'annuncio, mentre permane l'identità del contenuto annunciato. L'icona ricorda che la parola proclamata non è solo messaggio ma è parte integrante della Rivelazione, fatta di eventi e parole, di episodi vivi della salvezza, nei quali è coinvolto il Cristo e nei quali egli stesso coinvolge a sua volta le persone.

L'icona non è mai fine a se stessa. Ma sempre un mezzo. E’, si dice, una finestra aperta fra terra e cielo, e si apre nei due sensi manifestando agli occhi di tutti la natura umana e la natura divina unite senza mescolanza nella persona del Cristo, Verbo fatto carne, Logos incarnato. Così, dipingere un'icona è di competenza al sacro in quanto è un culto reso a Dio.

D. Sayed Kozhaya

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