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Stella MORRA
POSTFAZIONE L’icona,
finestra aperta fra terra e cielo Nella storia dell'arte, così come nell'uso comune,
la parola icona è riservata ad un preciso tipo di pittura
"sacra", che, in ordine a canoni di plurisecolare tradizione e
particolare tecnica, viene eseguita su tavola lignea. L'Oriente
bizantino ne è la capitale, in quanto è qui che se ne sono conservati e
custoditi numerosi pezzi, esemplari di grandissimo valore artistico e
spirituale. In ambito iconografico non si parla di arte per
l'arte, cioè in modo assoluto, dal momento che in pieno accordo con
l'insegnamento scritto e orale dei cristianesimo, l'icona segue regole ben
precise. Tali prescrizioni sono tanto di ordine artistico quanto di ordine
teologico, da essere una forma di "teoptia" (contemplazione di
Dio). L'icona
non è mediazione individuale d'un artista, ma teologia in immagini. Per
la Chiesa orientale, essa è un linguaggio che esprime i dogmi e
l'insegnamento della Chiesa. E’ una teologia ispirata, presentata sotto
forme visibili attraverso una raffigurazione simbolica. Si colloca in via
di sviluppo per divenire realtà sacramentale, ed in virtù di ciò rende
presente la persona o il mistero che essa raffigura. E’
una delle manifestazioni della Tradizione della Chiesa accanto alla
Scrittura. E’ un vangelo visivo, è commentario dell'evangelo. Al
messaggio di fede e di bellezza trasmessoci da essa, fa eco la nostra
risposta d'adorazione, di preghiera, di gratitudine e d'impegno di vita
alla sequela Christi. Perciò, per il suo essere, solo essa manifesta
l'amore di Dio in un modo che è così mirabile da apportare un notevole
contributo all'educazione alla fede. La
sua finalità è d'orientare tutti i nostri sentimenti, la nostra
intelligenza e tutti gli aspetti della nostra natura verso l'alto, verso
l'Altissimo, verso l'unico necessario, dove l'invisibile sarà visibile.
Essa appunto considera la raffigurazione spirituale dell'uomo che, pur
vivendo sulla terra, è già trasfigurato dalla gloria del cielo. Per
questo scopo, la contemplazione si slancia nella visione oltre ogni forma
sensibile affinché l'uomo possa contemplare Dio nell'immagine e per essa
entrare in unione con Lui. Infatti la parola immagine appartenente al
linguaggio comune significa che tra due cose esiste una relazione che in
qualche modo le rende unite. L'icona è così un organo vivo, un luogo
d'incontro tra il Creatore e gli uomini. L'icona
vive di una propria vita misterica. E’ integrata al mistero liturgico
fino a dire che la vita liturgica e sacramentale della Chiesa orientale è
indispensabile ad essa. Nella sua funzione liturgica, che è simbiosi del
senso e della presenza, l’icona consacra i tempi e i luoghi: di
un'abitazione neutra ne fa una chiesa domestica dove i fedeli sono
chiamati a realizzare nelle esperienze della vita orante come una liturgia
interiorizzata e continuata. Nella
liturgia la parola parlata e la parola visibile si rispondono e si
completano. In essa vivono della stessa vita, nella stessa azione e per la
stessa testimonianza. La parola parlata porta all'ascolto interiore di
quanto l'icona ha già portato alla luce degli occhi. Fra la parola e
l'icona c'è analogia di funzione liturgica per quanto concerne
l'annuncio, mentre permane l'identità del contenuto annunciato. L'icona
ricorda che la parola proclamata non è solo messaggio ma è parte
integrante della Rivelazione, fatta di eventi e parole, di episodi vivi
della salvezza, nei quali è coinvolto il Cristo e nei quali egli stesso
coinvolge a sua volta le persone. L'icona
non è mai fine a se stessa. Ma sempre un mezzo. E’, si dice, una
finestra aperta fra terra e cielo, e si apre nei due sensi manifestando
agli occhi di tutti la natura umana e la natura divina unite senza
mescolanza nella persona del Cristo, Verbo fatto carne, Logos incarnato.
Così, dipingere un'icona è di competenza al sacro in quanto è un culto
reso a Dio. D.
Sayed Kozhaya
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