Stella Morra
"Questioni di potere – Meditazioni bibliche da Mosé all’Agnello"
Editrice Effatà,  2007, pagg.144

Prefazione

Una riflessione sul potere nella sua pluralità di espressioni, soprattutto a partire dalle sollecitazioni che provengono dalla Parola di Dio attraverso la Lectio, non è mai scontata. Propone sempre delle sorprese, dei significati non messi in conto, e questo libro di Stella Morra ne è la prova fruttuosa. Anche perché l’autrice non teme di chiarirci subito che il potere è un “tema duro” della nostra esperienza umana e credente. Ma è nell’essenza della Parola di Dio non toglierci davanti le durezze della nostra condizione bensì di guidarci ad attraversarle con lo sguardo di chi fa affidamento prima di tutto alla promessa di Dio. Nemmeno di fronte alla durezza del potere, come credenti possiamo fuggire. Al contrario dobbiamo affrontarlo senza sottometterci acriticamente ma anche senza restarne abbagliati.

Stella Morra ci propone con competenza e discernimento un itinerario anche tra i volti del potere sui quali, forse, siamo meno portati a riflettere. Come sul rapporto tra il potere e i segni, o sul potere dei desideri e infine sul potere e la paura.

Ciò che mi ha sempre colpito nelle pagine bibliche a proposito del potere, è la grande libertà di fronte ad esso che il credente è chiamato a vivere dentro di sé e a testimoniare nell’esperienza. Il credente, colui che fa affidamento a Dio solo, è un uomo libero di fronte ad ogni forma di potere. Non lo deve né temere né inseguire. Deve affrontarlo con libertà. L’idolo del potere è ciò verso cui la Parola di Dio ci mette costantemente in guardia. La fede è cammino di liberazione, l’idolatria è il ritorno alla schiavitù. E mai come nell’esperienza del potere ciò appare vero.

Ma il potere, come si intuisce anche nelle presenti riflessioni di Stella Morra, comprende sempre il vissuto della relazione. Hannah Arendt ci ha mostrato che il potere si sostiene soltanto sulla comunità d’azione e si alimenta dalla formazione di una volontà comune. Il potere è un’esperienza collettiva che non scaturisce dalla rivalità ma dalla comunicazione. Ogni forma di potere conquistata e monopolizzata dall’individuo, dove lo scambio plurale della comunità viene mortificato, non è più potere ma esercizio di violenza.

Allora puntare lo sguardo sul potere significa nello stesso tempo operare un discernimento sulla qualità delle nostre relazioni umane, della nostra comunicazione e della nostra vita associata. Dalle relazioni più semplici e quotidiane, a quelle più complesse che oggi assumono i contorni stessi della globalizzazione. E’ questo il lato che oserei chiamare drammatico del potere, poiché esso attraversa il cuore delle nostre relazioni e dei nostri legami, e ci spinge ad interrogarci sulla sua stessa capacità di plasmarle nei modi più diversi. E il discernimento della Parola di Dio è qui destabilizzante: il potere va smascherato nella sua pretesa ingiusta di diventare volontà di dominio sull’altro. Smascherato fino in fondo, anche quando le più buone intenzioni vogliono farci credere che il bene può passare attraverso il dominio.

Il potere, come ha notato Simone Weil, può “fare di chiunque ad esso è sottomesso una cosa” o al limite “un cadavere”. Il senso della Parola di Dio dischiude invece un’altra prospettiva: la relazione come riconoscimento dell’altro, che non può mai essere trattato come cosa. E nel gesto del riconoscimento avviene la redenzione anche della relazione incentrata sul potere. Ciò è possibile perché quello che Olivier Clément chiama il “potere crocifisso”, è stato il luogo dello smascheramento e della redenzione del potere. Il significato di questo evento è stato espresso in maniera sintetica e profonda, in questa affermazione dell’omelia della messa per l’inizio del pontificato, da Benedetto XVI: “Non è il potere che redime, ma l’amore!”. Io credo che qui vi sia il cuore di quella “questione di potere” che Stella Morra ci guida ad approfondire in queste pagine.

Nella prospettiva cristiana è la natura stessa del potere ad essere rovesciata. Si tratta di un dato che spiazza le stesse nostre attese. Infatti, continua ancora Benedetto XVI, “quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.

Infine sento che in questa prospettiva, vi è un messaggio forte, esigente ma promettente, anche per la nostra esperienza ecclesiale, per le nostre comunità, affinché siano laboratori di un’altra qualità delle relazioni, di un’altra e differente pratica dello scambio comunitario. Di nuove relazioni redente e per questo capaci di gettare nuovo senso sull’esercizio del potere nella nostra vita collettiva odierna.

Ciò a cui spesso assistiamo nella nostra vita sociale è un fenomeno di puro appiattimento sul potere, su posizioni da mantenere, su privilegi da perpetuare, magari in forme nuove e a vari livelli. Perché dove i valori non generano pratiche relazionali nuove, torna al centro l’idolatria del potere. Noi stessi, come credenti, sentiamo il desiderio di una comunità di cristiani capace di testimoniare anche in una società plurale, che non è il potere che redime ma l’amore. E che l’amore può redimere anche il potere.

Noi dobbiamo anche oggi poter sentire e vedere dallo stile di vita cristiano, una parola di profezia che liberi il potere dalle sue nuove menzogne e nuove sottomissioni.

Ecco, sentiamo il bisogno di una nuova fantasia sociale ma anche politica capace di mettere in circolazione un esercizio redento del potere, cioè orientato al riconoscimento dell’altro soprattutto dei più piccoli e dei più deboli. E’ questa la prospettiva che ci vede impegnati: cercare insieme, non senza inquietudini e contraddizioni, nuove forme per esprimere in atteggiamenti e scelte la verità di un potere che non sta nel dominio ma nel far essere e far crescere l’altro.

E la “visione dell’Agnello”, che chiude queste dense pagine di Stella Morra, ci riporta alla radice di ogni questione di potere, che per noi cristiani si raccoglie nell’imparare a creare una pratica differente del potere, con questo unico criterio: “Sono venuto a servire, e non a essere servito”. La consegna di Gesù ai suoi discepoli di ogni tempo e luogo, è riassunta proprio in questo suo stile di vita. La sua signoria, il suo potere, è nel servizio: è questa la legge permanente della comunità cristiana. Da mettere in atto tanto nei rapporti interni che in quelli verso il mondo. Il vero potere sta nella diaconia! Ogni assunzione di responsabilità interna e pubblica va dunque vissuta dal cristiano come servizio, che significa in concreto prendersi cura degli altri. Come non riconoscere che oggi i campi di questo prendersi cura degli altri, specialmente dei più fragili, si aprono davanti a noi secondo presenze e modalità nuove e inedite?

Sono persuasa che da qui, da questa differenza che la visione dell’Agnello ci dischiude, si apre ancora un futuro per una nuova presenza dei cristiani nel mondo di oggi.

on. Rosy Bindi
Ministro delle Politiche per la Famiglia

 

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