Genova 20 gennaio 2005
Presentazione del libro – “Il Regno di Dio è dei violenti? Meditazioni bibliche da Abele al Drago”
 

Alcune riflessioni in margine
ad un buon libro (da gustare lentamente)

di Andrea Grillo

Vorrei cominciare con una domanda: Che cosa ha di bello la scrittura teologica? Che cosa ci lascia così colpiti nella bella forma con cui viene dispiegata e illuminata la pagina della Scrittura?

            Il fascino della teologia io credo stia soprattutto nella forza con cui è capace di spiazzare i pregiudizi che - appunto - pretendono di pre-giudicarla. Ho trovato il bel libro di Stella Morra di una singolare efficacia nell'assumere anzitutto un impegno molto gravoso, ma condotto in porto con brillante scioltezza. Proviamo a parlare di teologia senza tecnicismi, senza involuzioni, senza retorica. E questo non è cosa da poco. Vi è una faticosa ascesi linguistica e esperienziale necessaria per chiunque voglia saper prendere la parola su questi temi senza cadere nella trappola di pregiudicare il testo e quindi di portarlo alla afasia o alla contraddizione.

            Spesso accade che ai libri di teologia difetti una caratteristica elementare: uno stile adeguato. Sono pieni di bellissime cose, ma dette male, o in modo sciatto, oscuro o involuto, difficilissimo o banale. E non vi è nulla come la teologia che di per sé non possa sopportare alcuna distanza tra forma e contenuto: le cose più belle sono letteralmente gettate vie, perdute tra le mani, annacquate o inasprite, senza ragione, se non si sa porgerle con le parole più belle e più efficaci.

            Ha scritto un padre della Chiesa del XX secolo:

"Fra tutte le scienze la teologia è la più bella, quella che tocca più profondamente l'intelligenza e il cuore, quella che si avvicina di più alla realtà umana ed offre la visione più chiara della verità...Ma fra tutte le scienze la teologia è anche la più difficile e la più pericolosa, quella in cui, quando ci si impegna, si può facilmente cadere nella disperazione ovvero - ed è quasi ancor peggio - nell'orgoglio, la scienza che...può diventare la cosa peggiore che si possa immaginare: la caricatura di se stessa".
(K. Barth
, Rivelazione, chiesa, teologia, in Id. Volontà di Dio e desideri umani. L'iniziativa teologica di K. Barth nella Germania hitleriana, Torino, Claudiana, 1986, 89-114, qui 106)

            E noi ci siamo abituati talmente alle caricature, che spesso non sappiamo più riconoscere la vera teologia. La prendiamo per altro, per favole, per romanzi, per introspezioni o per racconti di viaggio.

            Ecco invece che questo libretto, che pure viene dal parlato, dall'eloquio in diretta, risulta assai convincente proprio sul livello del controllo stilistico, della misura con cui formula le sue riletture e ermeneutiche bibliche e esistenziali, personali o ecclesiali. Ti ci leggi dentro e scopri la Scrittura come parola sapiente ma non asfissiante, lucida ma non traumatizzante, esigente ma non minacciosa, edificante ma non ossessionante.

            Con ciò è già detta anche una seconda caratteristica: la libertà del testo dai rigidi criteri di catalogazione e di stile del discorso sulla fede. Se siamo abituati a sentire parlare della fede Mons. Tonini, Gad Lerner o Bruno Vespa, allora resteremo certamente delusi. Se sappiamo già quello che vorremmo ritrovare sulla pagina, allora questo libro non è fatto per noi. No, il catechismo che i grandi pretendono o di salvare o di confutare non ha nessuna udienza su queste pagine. E tuttavia esse suonano quasi classiche, senza fronzoli, essenziali e dirette, vanno al cuore della Parola e ricostruiscono l'esperienza dell'Ascolto come sapienza di vita, profezia di amore, resistenza e pazienza, fatica della assunzione e promessa di cambiamento possibile.

            Ma chiediamoci, allora: A quali condizioni possiamo entrare nel libro che abbiamo sottomano? Mi sono posto questa domanda senza la pretesa pilatesca di attingere al vero senza averne fatto l'esperienza. Ma qui ho dovuto fare una scoperta che già avevo maturato su altri testi della autrice.

Dobbiamo uscire da un doppio luogo comune:

 a) che il discorso laico sia un discorso ovviamente "indifferente"

 b) che il discorso credente sia un discorso "equilibrato e per benino"

             Mi pare che questo piccolo libro smonti, in un sol colpo, due forme di identità così borghese, che già di per sé sono abbastanza spaventose, ma che oggi non è impossibile vedere addirittura assommate e sovrapposte nelle stesse persone (i neo-con che si travestono da teo-con!) che di questo doppio strafalcione sono addirittura orgogliose e pensano per questo di poter salvare il mondo (ma forse si preoccupano soltanto delle loro tasche). Vorrei procedere con ordine - più di quanto non abbia cominciato a fare fin qui - è mi rivolgerei anzitutto alla provocazione del titolo. Non sarà forse che questo libro, in qualche modo, voglia difendere i diritti della "violenza"? Che in qualche modo, rispetto alla "buona educazione - tutta così perbenino - dei cristiani e dei laici, voglia riproporre una sorta di "malaeducacion" basata sulla violenza?

            La finezza del libro mi pare stia anzitutto nel rifiutare questa troppo facile opposizione. No. La violenza non si sceglie, in essa ci si trova immersi e così va abitata, assunta, guardata in faccia (anche e soprattutto sulla propria faccia) per non essere buttata via o scaricata addosso all'altro.

            Ma questa tesi centrale, che regge a dovere le tante pagine del commento, è solo il terreno dal quale sbocciano con regolarità quasi impressionante, tanti fiori tra i quali vorrei fare quasi una corsetta a raccoglierne alcuni e presentarveli così come io li ho visti, come li ho annusati e come li ho ammirati. Vorrei farlo sulla falsariga di una seconda bella affermazione dello stesso padre della Chiesa di cui ho parlato poco fa: K. Barth dice infatti che nella sua visione la teologia è una scienza "modesta, libera, critica e gaia". Forse Barth non sarebbe d'accordo sul fatto che un cattolico dica di una teologa cattolica queste stesse cose. Ma per fortuna siamo nella Settimana per l'Unità dei cristiani e perciò vorrete perdonarmi voi (e forse vorrà farlo anche Lui da lassù) se mi permetto di insistere su questa piccola similitudine. Ecco dunque i quattro fiori che ho raccolto nel testo:

           

Il fiore della modestia: ovvero la serietà antropologica della teologia

             Non è facile, lo dicevo già all'inizio, trovare una forma di espressione e di esperienza teologica veramente adeguata. Soprattutto, noi siamo troppo abituati ad una teologia talmente superba e senza modestia, che ci siamo quasi rassegnati a perdere ogni contesto umano, ogni sensibilità, ogni corporeità della fede. E così, volendo essere "puramente teologici" finiamo col produrre moralismi, astrazioni, disincarnazioni. In questo libro, il metodo è di una modestia davvero sorprendente: non ci si vergogna dell'uomo e perciò non ci si vergogna del vangelo. Prendiamo ad es. la riflessione su Caino e Abele come scoperta della differenza originaria, come rifiuto del terzo, e come invocazione di uno spazio della preghiera proprio come attesa e promessa del terzo! Oppure il capovolgimento tra domanda di senso ed evento di salvezza, che la Bibbia realizza sorprendentemente contro le nostre più normali attitudini di catechesi e di annuncio. Ed è questo capovolgimento a insinuare quel metodo, fatto proprio dalla autrice, che guida con sicurezza il lettore allo scrupolo iniziale più importante. La teologia non è fatta anzitutto per dare risposte, ma per coltivare l'arte difficile di porre la domanda giusta, contro l'ideologia dell'intervista. Allora non è più il soggetto che legge l'oggetto Scrittura, che interroga il testo, ma è il soggetto che si lascia leggere dal Soggetto Scrittura/Cristo, che si lascia interrogare dal testo autorevole, che lascia riscrivere su di sé la storia della salvezza. In questo vi è la modestia di un metodo che lascia il segno nel lettore, inevitabilmente.

  

Il fiore della libertà: ovvero come nell'obbedire troviamo noi stessi

             Il secondo fiore che vorrei cogliere sta nella particolare esperienza di libertà che la fede ci offre e che il libro di Stella riesce a ravvivare con poche mosse strategiche. Anzitutto uscendo da quella piccola e grande maledizione che oggi attanaglia l'accesso alla fede, distorcendone strutturalmente il senso. Ossia il "moralismo" che sostituisce la "relazione di cura". Obbedire non è - né biblicamente né ecclesialmente né spiritualmente - eseguire un comando. No, la chiesa non è anzitutto né una caserma né un riformatorio. Potremmo quasi dire che la esigenza minimale è recuperare una visione della obbedienza che rimetta in gioco una identità di autorità e libertà, dalla quale discende poi quella ricca forma di relazioni etiche e politiche che autorità e libertà assumono nella nostra vita. Ma anche qui, non è dalla libertà politica che possiamo comprendere quella etica e religiosa, ma è dalla autorevole obbedienza del figlio al Padre che possiamo trovare una inviolabile dignità "libera" sul volto di ogni uomo. Non come principio di tolleranza indifferente, ma come interesse comune alla non-indifferenza verso le differenze, unica via per assumere e superare il conflitto.

  

Il fiore della critica: ovvero la smentita di ogni fondamentalismo

             La trama del testo del nostro libro è assai ricca: vi si trovano parecchie trame bibliche, teologico sistematiche, mistiche, di senso comune...ma è certo che la sua radicalità senza rigidità, ma sciolta perché sempre di una intelligenza sensibile e di una sensibilità intelligente, procura quella presa di distanza salutare da ogni fondamentalismo che rappresenta una della benedizioni più desiderabili, soprattutto oggi.

Sappiamo infatti che il fondamentalismo non è fenomeno né antico né islamico, ma nasce negli USA a partire dalla metà del 1800, ed è una reazione scomposta alla secolarizzazione. Con esso si pretende di irrigidire il testo in un solo significato.

La teologia di Stella Morra è "critica" poiché riconosce alla Parola una sovrabbondanza che nessuna lettera, nessun sistema, nessuna evidenza prima o ultima riesce ad imbrigliare e imbavagliare. Si sente ripetere, nello spirito che regge le pagine del commento, quella bella espressione con cui E. Jüngel diceva che "il teologo deve fare due cose: offrire chiarimenti e salvare i fenomeni". Ecco, Stella Morra riesce con efficacia a mostrare la funzione costruttiva, educativa, istruttiva ed edificante di una "critica teologica" che sappia rivelare il senso nascosto di testi, con strumenti ermeneutici raffinati. E come non ricordare quelle belle pagine che introducono una sapiente distinzione tra sequela e ospitalità negando la quale oggi facilmente si ricade in un fondamentalismo ecclesiale privo di veri fondamenti? Non dovremmo restare estremamente critici e vigilanti, grazie alla teologia, rispetto a questa ipotesi. E se non vi riusciamo non è forse proprio perché non frequentiamo abbastanza una tale teologia?

 

Il fiore della gioia: ovvero l'orizzonte di una "grazia originale" accogliente e nutriente

             L'ultimo fiore che voglio raccogliere sta proprio all'inizio e alla fine del libro. Non nelle prime e nelle ultime pagine, ma nel suo punto di avvio e nel suo esito più vero (che troviamo questa volt sì, proprio alla fine). La teologia può essere una gaia scienza solo quando sa ritrovare, nella trama dei conflitti della storia, il bandolo di una origine e di una fine, già attingibili qui ed ora, proprio in questa trama confusa, come in un rifugio e in un ricovero, non per sfuggire, ma per portare e assumere la storia.

Ecco allora l'idea, bella e lucente, di una "grazia originale" che può essere l'unico orizzonte del "peccato originale". L'uomo non è una cosa senza l'altra, ma se vi è qualcosa di originale è la grazia. E questo è il disegno del Puzzle che Gesù è venuto a restaurare, con la sua immagine di Nuovo Adamo, stampata sul coperchio della scatola.

Ecco allora che questo "inizio" più originale sta continuamente al centro della esperienza ecclesiale e anticipa la fine, la comunione riconciliata del mistero pasquale, e lo fa nella forma di una ospitalità nutriente: l'eucaristia, come pasto e come parola, è la forma teologicamente e antropologicamente più ricca e più densa di questa "grazia originale". Da essa dipende e ad essa tende tutta la vita di quella comunione anticipata tra gli uomini che chiamiamo chiesa, e che è esperienza di rendimento di grazie, di lode e di gioia. Ecco dunque raccolto l'ultimo fiore.

             Ora, questi 4 fiori, che ho piacevolmente estratto dal libro, vorrei alla fine ravvolgerli bene in una bella carta colorata e offrirli in omaggio alla loro autrice, con amicizia e con stima, non senza aver ringraziato Lei e Voi.

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