Incontri di Studio Verità e dialogo - parte II Riepilogo delle puntate precedenti: dalla mappa delle Verità cristiane, messe in ordine, alla questione della Rivelazione che interpella il momento attuale in cui ogni religione di rivelazione suppone di avere la verità sul mondo, la vita e su come le cose dovrebbero essere capite, con la possibile idea che gli altri sbaglino. Lo strumento che il Cristianesimo pensa come unico possibile in questa situazione è il dialogo. Che idea ha il Cristianesimo di Verità? Il Cristianesimo ha un’idea di verità FORTE, non nel senso di contrapposizione tra vero e falso e neanche come jihad, ma nel senso che tutto non è uguale a tutto, non è vero che l’unica cosa possibile è che tutto è relativo e io non ho alcuna passione possibile. Quindi la discussione, che non vincola la libertà in nessun modo se non con la forza delle argomentazioni, è legittima e doverosa. L’altra volta si è seguito lo schema di Ecclesiam sua, riprendiamo alcuni punti… La domanda che Paolo VI si pone, dopo aver detto che la Chiesa si fa dialogo e parola e che come modello ha quello della Rivelazione, come Dio ha preso l’iniziativa così anche noi…, con lo stile della gradualità, è: fino a quale grado la chiesa si deve uniformare alle circostanze storiche locali in cui svolge il suo ministero? Cioè: come ci si incarna in un tempo rimanendo fedeli ad un’intuizione profetica su quel tempo? Il Cristianesimo non è commisurabile a nessuna situazione storica, non c’è mai nessuna situazione storica uguale al Regno di Dio. Quindi il Cristianesimo ha sempre una funzione profetica, non può essere uguale al tempo in cui vive. Contemporaneamente deve avere dei linguaggi in comune con il tempo in cui vive, il criterio è la sua dimensione profetica. Cioè al tempo in cui vive deve additare un orizzonte più ampio. Come premunirsi da un relativismo che intacchi la dottrina? La Chiesa si pone il problema di non essere lei relativa ad un tempo, la sua fedeltà dogmatica è la sua fedeltà all’essere profetica, cioè nessun tempo può esaurire la Rivelazione di Dio. Però non si salva il mondo dal di fuori, occorre immedesimarsi in certa misura con le forme di vita di coloro cui si vuole portare il messaggio di Cristo. Dice quindi il testo: “Dobbiamo cercare le leggi della sua semplicità, della sua limpidezza, della sua forza e della sua autorità per vincere la naturale imperizia nell'impiego di così alto e misterioso strumento spirituale, qual è la parola, e per gareggiare nobilmente con quanti oggi hanno larghissimo influsso con la parola mediante l'accesso alle tribune della pubblica opinione” (n.95) . Cioè: nessuno di noi è all’altezza della propria parola, ognuno di noi nel momento in cui parla usa uno strumento che è più nobile di lui stesso, il rischio di esprimersi male, esprimere aggressività è una naturale imperizia, la parola è più spirituale di noi… è sempre superiore alla nostra capacità di usarla. La chiesa deve assumere una posizione di collocutrice, ossia deve essere pronta a sostenere il dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, “Nessuno è estraneo al suo cuore. Nessuno è indifferente per il suo ministero. Nessuno le è nemico, che non voglia egli stesso esserlo. Non indarno si dice cattolica; non indarno è incaricata di promuovere nel mondo l'unità, l'amore, la pace”(n.98). Il quadro del discorso. Primo cerchio: l’umanità, il mondo. Tutto ciò che è umano ci riguarda. Esiste una natura umana in quanto tale, questo è un dato di partenza per i cristiani, siamo cioè creature differenti dagli altri esseri, con ciò che ci è comune bisogna dialogare. In questo mondo ci sono persone che si professano credenti di altre religioni o che si dichiarano atee. In certe condizioni l’ipotesi di un dialogo si fa difficile, per non dire impossibile, anche se nel nostro animo non c’è preclusione verso queste persone, per chi ama la verità la discussione è sempre possibile. Il documento si riferisce alla guerre fredda, al di là del contesto, si può dire che situazioni obiettive impediscono il dialogo con tutti, se chi mi sta di fronte non ha sufficiente libertà quanto a se stesso non si può dialogare, per questo in certi casi il dialogo tace, la Chiesa nel silenzio parla con la sua sofferenza; silenzio, pazienza e amore diventano la testimonianza che si può dare che nemmeno la morte può soffocare. Il dialogo per la pace e forse oggi il dialogo più possibile con tutti, perché è quello meno strumentalizzabile. Secondo cerchio: i credenti in Dio. Coloro che adorano il Dio unico e Sommo, ma anche i valori spirituali e morali i che ci sono nelle altre confessioni religiose. Terzo cerchio: i cristiani fratelli separati, alla ricerca di unità nell’ecumenismo. Quarto cerchio: il dialogo all’interno della Chiesa Cattolica. Il problema è quando non si sente il dialogo come il luogo di una possibilità interna nella Chiesa. Quando si parla di dialogo per la Chiesa Cattolica non si parla di un tema debole, di una generica tolleranza, si parla di un atteggiamento che è molto di più della tolleranza e che è molto di meno della tolleranza, cioè il dialogo è prendere a cuore il punto di vista dell’altro senza minimamente cedere su ciò che si ritiene vero, senza pensare che tutto è uguale a tutto. Il Cristianesimo è un pensiero gerarchico, cioè è un pensiero intimamente non democratico, la Rivelazione stabilisce che ci sono delle verità che fanno gioco su altre, però non basta questo per dire che è un sistema totalitario, non tutto è uguale a tutto e non deve essere detto in modo pasticciato. Nella Verità cristiana ci sono dei criteri che ci sono abbastanza chiari e delle applicazioni di questi criteri che soprattutto in questi 15 anni non lo sono più. Chi non sa nulla dei criteri rischia di mettere in dubbio le applicazioni. Il Popolo di Dio, consapevole della propria soggettività, dovrebbe stare soggettivamente in questa Chiesa, non da minorenni, cercando di essere il più competente possibile rispetto ad alcuni criteri, per non essere sempre alla ricerca dell’approvazione della gerarchia. Facciamo un esempio: il Diritto Canonico. Esso difende il credente, perché stabilisce alcune norme obiettive per salvaguardare dalla pazzia di qualcuno. Dice, per citare un caso, che ogni credente ha diritto alla buona fama e che se non si è in grado di dimostrare che una persona è un pubblico peccatore si deve dare per buono che è un santo, perché battezzato. Il Diritto Canonico è nato nel IX secolo, è conformato al diritto civile, garantisce il minimo di difesa soprattutto ai più deboli nella Chiesa. È la regolamentazione della vita interna nella Chiesa, il diritto non centra con l’etica, non è una valutazione di tipo etico. La dimensione strutturale della Chiesa è quella di una società, che ha delle leggi. Essa non ha come modello quello di una comunità perche così non avrebbe una dimensione universale e oggettiva, la struttura di una Chiesa non può poggiare solamente sulle relazioni “faccia a faccia”. Come la chiesa capisce l’idea di verità? In questo momento non la capisce tantissimo, nel senso che c’è una discussione molto ampia a livello di teologi e di magistero, non c’è un consenso, per due ordini di motivi: 1. L’idea culturale di Verità sta cambiando, l’idea che la Verità cattolica non sia falsa è troppo poco, si deve cioè dire qualcosa di più, in positivo. 2. Dall’altra parte abbiamo un’idea di Verità sempre più legata alle scienze naturali, quelle esatte, verità come ciò che descrive esattamente un fenomeno, anche questo è troppo poco ( si veda il problema del rapporto tra osservatore ed osservato…). L’idea più diffusa oggi, che usa per es. il Papa, è l’idea di Verità come uno spazio tensionale, non come un elenco di contenuti o una serie di affermazioni, ma come una comunità comunicativa intorno ad un’idea, ciò che si capisce intorno a quell’idea in quel tempo. Un senso comune intorno ad alcuni nuclei di idee, la comprensione oggi di Gesù che è risorto è diversa da ciò che avevano compreso 100 anni fa, non si dice oggi il contrario di ciò che era creduto 100 anni fa, ma ci sono nuclei di verità che sono organizzati in gerarchie e che sono di volta in volta compresi secondo la comunità comunicativa che li comprende. Cos’è la comunità comunicativa? Tre aspetti per dirla: il polo narrativo rituale, il polo caritativo-etico, il polo speculativo-pratico. Dio continua a parlare nella storia, e dunque nella storia la Chiesa capisce ciò che non aveva ancora capito in passato. Questo ha una serie di controindicazioni molto forti: la Chiesa ha dei tempi lunghissimi, perché ha i tempi di una cultura, ci possono volere 100 anni per trovare un accordo su una questione, quindi è un processo per niente pratico di definizione della verità, non è efficace, efficiente, veloce, non ha i tempi televisivi, però ha una caratteristica fondamentale: non costituisce un dentro o un fuori, perché ci si può non ritrovare in uno dei poli (quello speculativo, ad es.), ma poi si vive la carità o si celebra nella liturgia. Magari un giorno si riuscirà a condividere l’affermazione speculativa. Questa è l’idea di Verità del Cristianesimo, si fa parte della Verità, non si crede o meno nella Verità, si crede solo in Dio. La Chiesa è un luogo dove si rimane in relazione con questo spazio tensionale, per via positiva (si condivide il rito, la carità, le verità), per via negativa (non si accetta qualcosa di tutto ciò) o nello sforzo di cambiarla (per dire che si tradendo il Vangelo). Questi tre poli non costituiscono uno spazio piatto, sono i tre vertici di una piramide, che è tenuta insieme dal Principio Eucaristico, dal sacrificio di Cristo. Il suo abbandonarsi al Padre, il suo sacrificio e la risurrezione diventano modello per la Chiesa. Cristo, sottomettendosi a questa legge di verità, fiorisce in una vita risuscitata. Quanto a questo il Magistero nei suoi diversi gradi (Concili, dichiarazione di infallibilità… Dal 1870 ci sono state 3 dichiarazioni infallibili + l’Humane Vitae, su cui si discute, e 2 concili, Vaticano I e II) , ha una funzione, e deve anche parlare, non è detto che si deve essere d’accordo, quello che è richiesto è di fare tutto ciò che in coscienza è lecito per essere d’accordo, è l’impegno a fare fino all’ultimo tutto quello che si è capaci per tentare di essere d’accordo. Le opinioni del card. Ruini, ad esempio, richiedono intima e onesta riflessione intellettuale e, in ultima analisi, devoto ascolto, ma non hanno il peso di documenti magisteriali. Il Magistero ha una funzione pesante rispetto alla Verità, ma non è l’unica funzione quanto alla Verità della Chiesa. Per es. le vite dei credenti, e la loro capacità di formulare speculativamente, di dire delle cose, è un po’ altrettanto rilevante quanto il Magistero. Non è che ognuno fa la sua strada, ma in una logica della Verità, cosi come stiamo dicendo, di dice e si continua a dire. La chiesa ha tempi lunghi. Quello che spaventa è il silenzio di tanti cristiani di fronte a catechesi scandalose, a parroci inadeguati… E’ uno spazio tensionale, questo, quindi molto instabile e in questo tempo storico i credenti sono molto carenti rispetto alla funzione del senso fidelium, il senso che i fedeli hanno della Verità. Questo concetto di Verità porta ad alcune conseguenze fondamentali: 1. Sradicamento dell’idea di appartenenza: per positivo o per negativo tutti appartengono a questa Verità, tutti coloro che hanno voglia di interloquire con questa Verità, anche solo per dire che non sono d’accordo, hanno un’appartenenza a questa Verità. Questo è positivo, la fede cristiana dovrebbe sganciarsi da un’idea di appartenenza, del dire chi sta dentro e chi sta fuori, e sempre più proporsi come un luogo di interlocuzione possibile con molte appartenenze diverse, tra chi sta più intensamente dentro e chi sta in periferia, questa differenza va rispettata perché è la possibilità delle persone di porsi in luoghi diversi. Per molti questa idea è molto inquietante perché il pericolo è quello di perdersi nella differenza, di non avere più un minimodi appartenenza, di non riconosce la differenza reale delle cose (che non è lo stesso essere buddista ed essere cristiano, ad es.). 2. Difficoltà a parlare ancora di Cristianesimo e di Chiesa. Se si azzerano le differenze, la Chiesa non ha più una forma di visibilità. Queste obiezioni sono serie. La prima conseguenza sulla questione della Verità va a picchiare sulla questione dell’appartenenza, diminuisce il livello di appartenenza; la seconda conseguenza di questa idea di Verità è che si rovescia la direzione del dialogo, cioè mentre l’idea classica del dialogo è, tra due soggetti, “Io parlo a te, tu parli a me”, e suppone una distanza e un possesso, “Io ho qualcosa da dire a te”; a partire da questa idea di Verità la questione diventerebbe “Io cosa capisco di me guardando te, cioè che problema su di me tu mi poni”. Nel primo caso l’idea di dialogo è l’idea scolastica, non democratica, perché l’insegnante ha un sapere superiore, nel secondo è la logica del dialogo amoroso, in cui non si hanno informazioni da scambiarsi, ma si parla per parlarsi, l’altro che ascolta dice qualcosa di sé, l’esistenza dell’altro interpella l’esistenza di chi gli sta di fronte. Questo modello attiene ad una logica di Verità come struttura relazionale, non come comunicazione di idee, di verità formulate. La Verità è sempre uguale, non c’è un aumento di Verità, è totalmente vero in un tempo ed è totalmente vero in un altro tempo e, in tutto il percorso, c’è sempre pienezza della Verità. La Verità relazionale non è una verità di accumulo, quando si dice che la Chiesa Cattolica possiede la pienezza della Verità della Rivelazione si dice che la pienezza di questo tempo è una pienezza, non si aggiunge niente alla Rivelazione ( la Rivelazione è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo). Dal dibattito: riguardo alla questione della verità gerarchica, un esempio: verso il VI secolo si sono scelti definitivamente i quattro Vangeli e si sono scartati gli altri che sono rimasti libri devoti. E’ dal IV secolo che si leggono solo i quattro vangeli nella liturgia, gli altri non venivano più letti, erano considerati libri di meditazione; quelli sono stati scartati non perché pericolosi, ma perché l’idea è quella di una verità gerarchica, cioè ci sono alcune cose serie ed importanti e vincolanti, le altre cose non sono male, ma non sono di per sé la prima cosa. L’esperienza cristiana deve essere pluralista e plenaria. Cioè: bisogna essere più di uno, ma avere delle caratteristiche plenarie (nella pienezza dell’esercizio di tutti i soggetti). Oggi c’è una sovraesposizione del soggetto magisteriale e una sottoesposizione del soggetto popolo di dio. Occorre ritrovare una comunanza di linguaggio. Anche nell’Atrio dei gentili c’è il polo rituale-narrativo, le lectio, il polo speculativo, i seminari e lo studio, questi due poli hanno avuto una ricaduta sul polo caritativo in ognuno di noi. Noi abbiamo sperimentato una verità dialogica e salvifica, quella di Dio. Sul macro sistema è difficile riequilibrare sovraesposizioni e sottoesposizioni, sul micro è più possibile.
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