Incontri di Studio Una mappa della verità cristiana L'incarnazione (ripresa) All’inizio dello scorso anno (2006-2007) ci siamo posti la domanda: riusciamo a fare una “mappa ragionata” dei pezzi percorsi in questi anni? E cioè a capire come il cristianesimo comprende se stesso nella sua sostanza più essenziale in modo da sapere dove mettere tutti i pezzi che in questi anni ciascuno a modo suo ha recuperato? Questa cosa mi piace molto ma è una cosa impegnativa; non ci interessa scendere in ogni particolare ma cogliere la logica generale. Il capo del filo è ciò che la teologia cristiana dopo il Vaticano II riconosce come il punto di origine di qualsiasi altra cosa e cioè: come possiamo sapere/dire/pensare/riflettere qualcosa su di Dio = come siamo in grado di avere una qualche idea circa il Dio Padre di Gesù Cristo, che è una di quelle domande che il cristiano medio rischia di non farsi mai (ma le motivazioni troppo semplici diventano un po’ problematiche). Per questo motivo il Concilio Vaticano II dice la famosa frase: “la fede nasce dall’ascolto”; questo mette già in crisi il nostro modo normale di pensare la fede = noi diciamo: “la fede è una scelta”; il Vaticano II dice: no, è un altro che dice/fa una cosa e io reagisco ad un’azione cui non sono il soggetto. Noi possiamo dire/ragionare… qualcosa su Dio perché Dio per primo si è rivelato . Questo è l’assioma di partenza, perchè Dio ci ha detto di sé e quindi la prima cosa di cui ci siamo occupati è la questione della rivelazione = Dio non ha detto delle cose, dei contenuti, ma la rivelazione è autocomunicazione = Dio ha detto sé (non è un’illuminazione di sapienza; è la rivelazione di una persona). Il problema è che questo nucleo di partenza che il Concilio Vaticano II mette al centro di tutto è molto problematico perché Dio si autocomunica nella vita di Gesù Cristo cioè in un episodio accaduto nella storia che di per sé è perduto e nella Scrittura (la chiesa non si riferisce in primo luogo alla coscienza del singolo = Dio parla al cuore = ma si riferisce in primo luogo a dei dati oggettivi: Dio ha parlato nella vita di Gesù Cristo e nella Scrittura però tutte e due le cose sono sottoposte alla legge della storia. La vita di Gesù Cristo noi la conosciamo attraverso le prove storiche dei Vangeli e alle testimonianze; la Scrittura ( generi letterari, autori, traduzioni, tradizioni, errori dei manoscritti…) tutte e due le cose sono sottoposte ad una legge di incertezza: Questo è il motivo strutturale per cui il cristianesimo non può essere fondamentalista: non è un problema morale! Il cristianesimo non può essere fondamentalista perché il suo nucleo originario è storico, sottoposto alle leggi dell’incertezza della storia e dell’interpretazione. Questa questione che viene sancita dal Vaticano II di per sé nasce intorno al ‘500 con la nascita della ricerca storica e con le prima ricerche “scientifiche” degli umanisti = studio dell’ebraico e confronto delle traduzioni e dei manoscritti ( ‘500/600/700 comincia la diffidenza , la cd critica scientifica). Il problema immediato successivo è: chi ha un’autorità di certezza su questa questione? Cioè il famoso dibattito tra “sola Scrittura” e “Scrittura e tradizione” (i protestanti riconoscono solo il fondamento originario senza alcuna mediazione e quindi hanno una tentazione di fondamentalismo scritturistico; la fede cattolica dice che l’autorità è duplice: di scrittura e tradizione e del dialogo tra le due) La grande discussione che dal ‘500 va avanti è: cosa vuol dire tradizione? Il Vaticano II da una risposta chiara su questo tema: dice: la tradizione è la vita della Chiesa nella sua interezza, nell’insieme della sua funzione e autorità. Sicuramente un ruolo ce l’ha il Magistero ma anche la vita credente ordinaria, il senso della fede, le scienze culturali che vanno avanti…(anche se noi, ancora oggi, non riusciamo ancora a ragionare come se il Magistero fosse una delle istanze che fa il suo mestiere). Abbiamo ragionato un po’ sul tema: scrittura e tradizione e sul tema connesso e cioè l’idea di verità. (quindi: - rivelazione come principio di tutto, sottoposta alla storia e alla legge dell’ermeneutica - chi ha l’autorità di discernere l’incertezza della storia? ) Dal ‘700 in poi subiamo la questione della verità come verità contenutistica, di idee; per noi “vero o falso” è per lo più un problema di idee, una questione razionalistica. In realtà, la verità per il credente è sempre una verità vitale che non vuol dire di coscienza ( cioè le affermazioni “vere” io devo applicarle nella vita). La verità vitale è un'altra cosa e si capisce molto bene se uno la pensa in riferimento alla verità dei nostri rapporti, amicali o amorosi. E’ una realtà ben complessa e non è né un problema di idee, né di coerenza (anche se queste due cose hanno un loro ruolo): è come un rapporto ha una storia capace di sentire che l’altro c’è e l’altro sente che io ci sono, e questo in genere ha pochissimo a che fare con il fare le cose giuste o sbagliate.. uno scopre che può addirittura essere amato perché fa la cosa sbagliata provocando una tale tenerezza e legame. La verità di un rapporto ha anche una processualità storica: non c’è verità se il rapporto è uguale nel tempo, stando nel rapporto il rapporto mi conforma.
Questo è l’orizzonte in cui il cristianesimo si fonda ed è più o meno quello che è stato detto l’anno scorso: - possiamo dire alcune cose di Dio perché Dio ha parlato di Lui in Gesù Cristo e nella Scrittura, con tutti i problemi di essere sottoposti alla legge della storia - l’autorità è la stessa scrittura e la tradizione ( è incerta perché non è matematica) - il problema della verità Il passo successivo a cui eravamo arrivati: è evidente che il cristianesimo si chiama così perché il luogo principe dove Dio dice di sé è Gesù Cristo perché lì non ci dice solo parole ma, come dicevano i Medioevali : “res et gestas”: è una vita, è la narrazione di una vita e ogni volta che noi leggiamo il Vangelo chiedendoci cosa ci insegna, riduciamo il Vangelo perché il problema del Vangelo non è di insegnare ma mettere in scena la vita di Dio con noi perché noi possiamo continuamente-dinamicamente trovare il noi tra me e Dio e tra noi tutti e Dio. Per questo viene detto che il Vangelo va sempre riletto perché non è che quando l’ho letto una volta io l’ho imparato. La Chiesa suppone che io sto davanti all’evangelo ogni volta essendo in un’altra storia e dovendo trovare di nuovo il noi tra me e Dio, attraverso Gesù e la sua storia. Perciò, dato l’orizzonte di cui abbiamo parlato, la cosa che dovremo domandarci quest’anno è l’affermazione centrale sulla fede cristologia: che cosa la Chiesa ci insegna di credere circa Gesù. L’affermazione è questa: “noi crediamo che Dio si è fatto uomo e che Gesù è vero uomo e vero Dio; che la sua morte e resurrezione ci hanno redenti e hanno compiuto l’immagine e somiglianza posta in noi e in tutti dalla creazione”
Sono 5 affermazioni che rappresentano il nucleo della fede cristologica. Vediamole in dettaglio:
1. “noi crediamo che Dio si è fatto uomo…” e cioè che c’è un movimento che non è il nostro, che non è una mia scelta ma di un altro che si avvicina a me, che si offre, che mette in moto la faccenda. Questo ci fa superare l’atteggiamento della sapienza ( es: quella greca o orientale) che è l’atteggiamento di ragionare su trascendenza e immanenza ( = la particolarità, il qui e ora messo di fronte da ciò che è radicalmente diverso da lei e che è immateriale). Il cristianesimo che crede che Dio si è fatto uomo spezza esattamente questa questione e dice: il problema non è trascendenza/immanenza, ma è storia/comunità e cioè che il mutevole, l’emozionale, il passionale, il peso delle cose e l’incertezza della storia diventi un possibile noi, e tutto ciò non come limite ma come la potenzialità della comunione tra noi e Dio . Noi crediamo che Dio si è fatto uomo significa dire che noi pensiamo che il punto di arrivo non è diventare tutti Dio e cioè che ci sarebbe un posto perfetto ( l’Uno assoluto) e noi creature mortali con un filino di invidia che ti prende sempre e ti fa dire: “cavolo, ma se invece di nascere da questa parte fossi nato dalla parte di Dio, non era meglio? Il cristianesimo spezza questa contrapposizione che anzi, secondo l’esperienza giudaico-cristiana, è il peccato originale: la pretesa di diventare uguali o pensare che non essere come Dio sia una sfiga, una cosa bruttissima, per cui sarebbe un vantaggio essere come Dio. Questo è il peccato originale perché, di per sé, l’essere diversi da Dio è una cosa talmente bella che, per salvarci, Dio si fa uomo e ci dice che il problema per cui ci è dato il tempo è passare da una storia ad una comunità, ad una comunione trinitaria.
2.”…e che Gesù è vero Dio e vero uomo” In questa affermazione c’è il dogma di Calcedonia; che cosa c’è in gioco qui? Il fatto che Dio si fa uomo può essere capito in tanti modi diversi: ha recitato una parte… ha preso le sembianze… ha fatto finta… ma cosa vuol dire che Dio si è fatto uomo nell’esperienza storica di quel Gesù di Nazareth che è vissuto 2000 anni fa, che è nato da una donna e che fin da bambino giocava con gli altri bambini, apparentemente destinato a fare il falegname secondo i racconti biblici… uno che i discepoli hanno incontrato e ci hanno raccontato e, soprattutto, uno che noi non abbiamo mai visto perché quel Gesù di Nazareth da 2000 anni non è più a disposizione in quell’esperienza storica e noi possiamo avere una relazione con il Cristo e non con Gesù di Nazareth. Calcedonia si sforza di spiegare bene questa cosa e la spiega con la formula “vero Dio e vero uomo”, con le due nature senza confusione e distinzione, usando le categorie del pensiero greco, che per noi sono abbastanza incomprensibili e che noi oggi diremmo con altre parole: che problema c’è tra la cristologia e l’antropologia, cioè tra ciò che succede a noi come persone e Gesù. Gesù ha anche vissuto così? Era stanco, depresso, contento? Cosa pensava e cosa sentiva? E poi la tipica domanda: Gesù sapeva che risorgeva, o no? Perché noi pensiamo che se fossimo stati lì, sapendo che poi saremmo risorti, avremmo sofferto un po’ meno… E cioè: che rapporto c’è tra noi oggi qui, così come noi capiamo oggi l’essere “essere umani” e la vita di Dio in Gesù. Questa è la 2^ grande questione.
3. “… che la sua morte e resurrezione ci hanno redenti” La terza questione, ben più tosta, è che noi crediamo che la sua morte e resurrezione ci hanno redenti ed essendo una questione tremenda e centrale nel cristianesimo, negli ultimi 50 anni si evita accuratamente di parlarne. Se ne è obbligati solo il venerdì santo, in un contesto liturgico. Perché nella nostra mentalità moderna, l’idea di un sacrificio cruento come la croce, con queste strane idee: “voluta dal Padre, che paga per i nostri peccati…” ci fa ribrezzo. Questo linguaggio giuridico, compensativo, ci fa ribrezzo. E, dato che da 300 anni siamo tutti figli della cultura della responsabilità individuale, l’idea che uno paghi per me ci è estranea. Questa idea non ci torna da nessuna parte, eppure, insieme a: unità e trinità di Dio, incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, è una delle tre cose più fondamentali, ma non riusciamo ad immaginarla. Qui c’è tutta la questione del grande tema che oggi viene chiarito un po’ parlando della rappresentanza che a noi funziona in termini politici e democratici ma non useremmo mai questa categoria in altri ambiti, che invece sarebbe molto utile.
4. “…hanno compiuto l’immagine e somiglianza” la questione è: noi abbiamo ricevuto un dono, ma al momento in cui lo riceviamo nella creazione e nel battesimo, a noi cosa è chiesto? In termini teologici: libertà, responsabilità e grazia come si mettono insieme e in questo senso, la morte e risurrezione di Gesù, come compiono l’immagine e somiglianza, perché se la compiono senza di me…
5. “… posta in noi e in tutti, alla creazione” E’ la grande questione dell’universalismo. La creazione comprende anche Caino, non riguarda solo i giusti. Quella immagine e somiglianza è posta in tutti, giusti e ingiusti, fin dalla creazione. In questo, che è comune a tutti gli esseri umani, c’è un qualcosa in più, di diverso, specifico che Cristo apporta, o compie semplicemente questa premessa che in altri rimane non tanto compiuta? Inoltre: c’è qualcosa che il dire di sì = la libertà e la responsabilità con cui io accolgo questa somiglianza, mi fa diverso da chi dice di no, da chi non sa neanche di averla, oppure no? Cioè: fare la parte di Abele o Caino, fa differenza o no? Queste cinque affermazioni sono il nucleo della fede cristologica e non a caso sono un catalogo di eresie possibili. Su queste affermazioni si sono giocate nel corso della storia, tutte le grandi eresie storiche, mentre lo scisma moderno col mondo protestante è giocato su una premessa ( tipico della mentalità moderna che ci scontriamo sulle premesse).
Ottobre 2007
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