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Articolo tratto da "La Piazza Grande" del 4 dicembre 1998
Bubola. parole e musica Dino Campana e Fedor Dostoevskij. All'uno e all'altro, Massimo Bubola ha dedicato due delle sue (tante) canzoni. Le ha anche cantate, sabato scorso all'Itis, chitarra in mano, armonica a bocca e camicia bianca, in una serata che forse, ad un certo punto, è sfuggita di mano - in senso più che positivo - un po' a tutti, a lui Massimo Bubola per primo: "Non mi era mai successa una cosa così" ha comunicato, con la sua voce forte, calda e gradevole, e quell'espressione candida, un po' stupefatta, difficilmente rinvenibile nel volto di un qualsiasi adulto. E sì che la proposta dell'Atrio dei Gentili e Musica viva doveva essere un qualcosa di spurio, mix di parole, musica, canzoni, racconto autobiografico: ma ad un certo punto, il pubblico, davvero numeroso, oltre che appartenente a tutte le fasce d'età, è entrato a viva forza nel concerto, subissando Bubola di richieste, quasi tutte esaudite, nonchè di domande. Massimo Bubola, dal canto suo, al gioco c'è stato: ha cantato molto, moltissimo. Per poi raccontarsi, tra un "pezzo" e l'altro: quasi un monologo interiore, quello di Massimo Bubola, un flusso di parole guidato più dalle emozioni, dalla memoria, e come tale soggetto a sfilacciamenti, battute d'arresto, ripensamenti, passaggi talvolta "arditi", non sempre logici. Inevitabile, quando si parla di amore, morte, dolore, bene, male, bellezza ("sono un po' socratico: per me la bellezza coincide con la bontà"), Dio, fede, pace, guerra, sogni. Chi è, in fondo, Massimo Bubola? "Sono una persona assolutamente normale. Quando mi trovo con gli amici scherzo, dico sciocchezze". E' uno che non sopporta la banalità, intendendo per banalità "la calunnia, il basso pettegolezzo", che fugge le "solitudini rumorose" del giorno d'oggi, i "supplementi" (tv, cellulari), la celebrità, l'illogica secondo la quale "più vendi, più sei bravo". Portando sempre in cuore l'insegnamento di suo padre che, quando gli mise in mano Mallarmé per la prima volta, gli consigliò vivamente di evitare di voler capirci troppo, rischiando così di ammazzare l'essenza stessa della poesia. Fedele a ciò, Bubola canta la vita, alieno da ogni cerebralismo, riflessione estenuante o qualsivoglia interpretazione. Tra quanto è rimasto inespresso, da parte del pubblico - soprattutto per questioni di tempo -, ci siano concesse due note personali. Al di là delle gabbianelle e gatti Zorba, forse forse bisognerebbe andarci cauti ad etichettare Luis Sepulveda come "New Age". "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore", ad esempio, non mi pare rientri troppo nel genere. E poi, siamo proprio sicuri che, in generale, quando uno non ha niente di meglio da fare compone canzoni d'amore? Viene quasi il dubbio che Bubola non abbia mai ascoltato "E ti vengo a cercare" o "La cura" di Franco Battiato: non sono proprio cose "campate" là. O, forse, molto più semplicemente, certe situazioni (il pubblico, il palco) ti portano a fare certe affermazioni un po' tagliate con l'accetta. Tipiche, comunque, dei caratteri e delle personalità mai banali e travolgenti. Chiara Vergano
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