"HOMO VIATOR"

Amare insieme l'andare e la meta

Corso di cinema
organizzato da "L'Atrio dei Gentili"
con la collaborazione di

Effetto Notte
con il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Fossano

 

Seconda serata: recensione de "Il settimo sigillo"

IL SETTIMO SIGILLO /Det sjunde inseglet/ scritto e diretto da Ingmar Bergman, dal proprio dramma Pittura su legno; fot.: Gunnar Fischer; mus.: E.Nordgren; mont.:L.Wallén; interpreti: Max Von Sydow (il cavaliere Antonius Block), Gunnar Bjornstrand (Jons lo scudiero), Bengt Ekerot (la Morte), Nils Poppe (Jof il saltimbanco), Bibi Anderson (Mia, la moglie di Jof); produz.: Svensk Filmindustri, Svezia, 1956; prima proiez.:16.2.57; dur.: 93'

La presenza del cinema nordico in Europa era quasi nulla negli anni'50, circoscritta a pochi nomi da leggenda sin dal muto, poi trapiantati ad Hollywood, come Mauritz Stiller, Greta Garbo e Victor Sjöström. C'era soprattutto la figura di Carl Theodor Dreyer, il grande maestro danese, autore di alcuni tra i massimi capolavori del cinema, come La passione di Giovanna d'Arco (1928), Dies Irae (1943) e Ordet (1955). Quest'ultimo precede di poco la realizzazione di Il settimo sigillo: l'accostamento non è casuale perchè molti hanno visto in Ingmar Bergman il continuatore dell'opera di Dreyer, almeno in quel consistente numero di film del regista di Upsala più drammaticamente caratterizzati da tematiche religiose. Queste non esauriscono certamente gli interessi del prestigioso e prolifico regista svedese, spesso e volentieri attratto dai problemi della coppia, dell'amore, della donna o di analisi critiche della società (da Un'estate d'amore a Scene da un matrimonio, quasi agli estremi della sua carriera, passando per i problemi della famiglia, come in Sussurri e grida (1973) e Fanny e Alexander (1983) per citare i più noti. I temi religiosi tuttavia, imbevuti di pessimismo protestante cui era assuefatto dalla quotidiana pratica del padre, ministro del culto, sono quelli che lo resero più noto. Il settimo sigillo (1956) apre questa serie di film angosciati da una ricerca che non sembra giungere ad una risposta, anzi pare concludersi nel "lutto del cielo" e nel silenzio di Dio (Luci d'inverno, 1962, e Il silenzio, 1963).

Il film segue un percorso teologico-filosofico in forma di ballata medievale, che Bergman ricavò innanzitutto da un suo testo per il teatro, Pittura su legno, riferito alle raffigurazioni medievali della morte per pestilenza, la Danza Macabra, a cui il film dedica la bella sequenza del pittore di chiesa, ma molte altre connotazioni contribuiscono all'atmosfera evocatrice di quest'opera unica : musicali, come i Carmina Burana di Carl Orff e il canto medievale del Dies irae, o pittoriche, come il quadro di Dürer Il cavaliere, la morte, il diavolo, o quello di Picasso con un ragazzo, due acrobati e due buffoni. La suggestione maggiore tuttavia è dall'Apocalisse, cap. 8,1-10, il momento finale, definitivo della Rivelazione e del terribile redde rationem, apice conclusivo e tremendo della Storia e di ogni vicenda umana .

Nell'Europa della metà del XIV secolo, devastata dalla peste e pervasa da un'ossessiva atmosfera apocalittica e religiosamente persecutoria (i flagellanti, il rogo della strega, il fanatismo dei predicatori) il cavaliere Antonius Block con il suo scudiero Jons, di ritorno dalle crociate, stanco e disilluso, ingaggia una partita a scacchi con la Morte nell'ultimo tentativo di prender tempo e trovare una risposta alle domande che lo tormentano: il senso dell'esistenza, il terrore del vuoto e dell'ignoto, la realtà ineliminabile di un Dio che non si rivela, ma che continua ad essere uno struggente richiamo nel profondo di noi stessi. "Perchè aver fede nella fede degli altri?". Lo atterrisce l'idea che la vita sia un vuoto senza fine e che morire significhi cadere in un nulla senza speranza, ma neanche accetta di fare come coloro che vivono senza domande e che sull'orlo dell'abisso ritagliano nella loro paura un'immagine a cui dare il nome di Dio.

A Block, Bergman accosta il personaggio complementare di Jons, lo scudiero, laico inesorabile e voce della ragione inquieta, quasi l'altro aspetto di se stesso (come i due viandanti di La via lattea di Buñuel, uno ateo, l'altro credente). Jons non accetta la problematica di una ricerca che sembra senza sbocco, scettico sdegnato che, in fine, di fronte alla morte e all'oscurità in cui si è avvolti, accetta il silenzio, ma si ribella. L'intensissima inquadratura in cui tutti si dichiarano nel momento finale, ci rivela invece un cavaliere che prega il Dio che in qualche luogo deve certamente esistere, rivelazione di "una fede che, secondo la parola di S.Agostino, continua a cercare poichè ha già trovato" (Ayfre).

Se Jons non è dunque l'alternativa a Block, con cui semmai è l'espressione di un'unica personalità bifronte, Bergman, che non nega nè afferma, ma si interroga, sembra additare la via della salvezza nella fede immaginifica, visionaria, ma semplice e spontanea del giocoliere e della sua famiglia, gli unici sopravvissuti, grazie al gesto cosciente di Block sulla scacchiera per distrarre la Morte. Lo spettatore trova così tre vie ben tracciate sul problema religioso più importante e che riassumono gli atteggiamenti essenziali dell'uomo di fronte al mistero di Dio. Non solo, ma il film gli presenta motivi di attualizzazione a temi senza tempo: il terrore della peste era negli anni '50 quello dell'atomica, ora resta quello delle guerre che ci circondano, dei virus letali dalla distruttività inaudita a cui non c'è scampo, la sensazione di una civiltà che sembra precipitosamente declinare.

La fotografia in un bianco e nero a forti contrasti introduce con suggestione profonda quei momenti estremi delle attese ultime, evoca la visione dolente di un medioevo cupo e da tregenda millenaristica. Gli attori, di magistrale bravura, sono un tramite perfetto tra le cadenze della ballata antica e le inquietudini contemporanee, sui cui volti l'inquadratura ricerca i caratteri comuni di una umanità in un cammino allegorico come in una "moralità" medioevale, là dove il divino e l'umano sembravano esistere sullo stesso piano del quotidiano.

Pier Mario Mignone

(da Parlare il cinema, a cura di E. Girlanda, P. M. Mignone, V. Ranzato, ed. Ave, Roma, 1997)


Bibliografìa minima

Tino Ranieri, INGMAR BERGMAN, Castoro Cinema, Nuova Italia, 1974

Alfonso Moscato, INGMAR BERGMAN, ediz. Paoline, 1981

Amédée Ayfre, CONTRIBUTI AD UNA TEOLOGIA DELL'IMMAGINE, ediz. Paoline, 1966

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