"HOMO VIATOR"

Amare insieme l'andare e la meta

Corso di cinema
organizzato da "L'Atrio dei Gentili"
con la collaborazione di

Effetto Notte
con il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Fossano

 

Terza serata: recensione de "La via lattea"

LA VIA LATTEA (La vile Lactée) regia: Luis Buñuel; sogg., scenegg. e dial6ghi: Luis Buñuel e Jean-Claude Carrière; fot. (Eastmancolor, panoramico): Christian Matras; scenogr.: Pierre Guffroy; mont.: Louisette Hautecoeur; interpreti: Paul Frankeur, Laurent Terzieff; Alain Cuny, Edith Scob, Bemard Verley, François Maistre, Pierre Clementi, Michel Piccoli, Delphine Seyring; produz.: Greenwich Films Prod./Fraia Film, Fr./It., 1969; dur.: 100'

Dal dubbio lacerante di Nazarin alla finale chiarifi­cazione di La voie lactée (1968): la coerenza dell'artista

Buñuel è veramente esemplare. Il soggetto ricorda quei viaggi meravigliosi e fantastici, e aggiungiamo picareschi, dell'alto e basso medioevo che hanno alimentato una lunga e ricca letteratura in passato: due pellegrini vaga­bondi, Pierre e Jean, vanno lungo la "via lattea" che porta a Santiago de Compostela, in Galizia. Uno strano personaggio (che, accompagnandosi poi con un "figlio" nano da cui si libera una colomba, osservano Gallera e Rollino, rimanda ad una inquietante e misteriosa Trinità, tutta buñueliana e goyesca) comanda loro di aver figli di prostituzione e di chiamarli "Tu non sei più il mio popo­lo» e "Non più misericordia". La situazione è ripresa dal profeta Osea (1,2-8) ed è rivolta al popolo di Dio che ha tradito la sua missione e viene da Dio stesso disco­nosciuto.

Il viaggio geografico dei due picari passa così attra­verso una serie di episodi in posti e tempi diversi dalle origini del Cristianesimo (e la stessa persona fisica di Cristo compare con insistenza) che documentano le ere­sie della storia della Chiesa dalla sua istituzionalizza­zione.

La via lattea si prospetta quindi come una parabola surrealista sull'umanità cristiana colta nello sviluppo del­la sua storia religiosa ed esemplificata nella sua tipologia fondamentale, l'ateo (Pierre) e il credente (Jean) che in un certo senso coesistono in Buñuel stesso. Non è tuttavia una storia della Chiesa, ma piuttosto delle sue aberrazioni e delle eresie. Pierre e Jean costituiscono il pùnto di riferimento e di misura tra l'istituzione religiosa (la Chiesa con i suoi dogmi e le sue eresie) e la perso­na del Cristo storico; e, drammaticamente, costituiscono anche l'elemento coesivo e significante di fatti e persone diverse, apparentemente senza collegamento.

Buñuel passa con estrema libertà nel tempo e nello spazio: la tecnica non è certo arbitraria: il viaggio dei due picari è la visualizzazione del peso delle varie esperienze della nostra cultura secolare così come coesistono nella nostra coscienza e nella quale, in quanto comune patrimonio ereditario, siamo in varia misura coinvolti, sui banchi della scuola come nella vita concreta. Con questo film Buñuel abbandona inoltre i termini del dramma, propri di tanti film precedenti e recupera il tono da "scherzo", tipico del suo humour nero e della sfrena­ta libertà fantastica del surrealismo. Affiorano o si com­pletano molte risposte ai dilemmi precedenti, innanzituttoa quelli centrali di Nazarin e Viridiana, nella para­bola dello scaltro amministratore, parabola raramente ci­tata, spesso mutilata, scarsamente compresa: « I figli di questo mondo sono, nell'agire con i loro simili, più scaltri dei figli della luce » (Luca, 16,1-8). La citazione buñueliana è ben precisa e intenzionale, ed è diretta a sottolineare la necessità del recupero delle dimensioni storica e dialettica assenti nella "folle" purezza del prete Nazarin e nell'ingenuità disarmata e sconfitta della novi­zia Viridiana, onde il loro fallimento operativo.

Ma, soprattutto, nella Via lattea va vista la finale riconciliazione tra l'originaria aspirazione eversiva e li­beratoria del Bunuel surrealista ed anarchico (Un chien andalou) e il cattolicesimo gesuitico, rigoroso e inquisitoriale della sua prima educazione spagnola. La saldatura paradossalmente passa per una scissione netta (ed evi­dente già in Nazarin) tra clericalismo e vangelo, tra Chie­sa e Cristo, tra istituzione temporale e purezza originaria. Il Nuovo Testamento è per Bufiuel il punto di partenza - il Cristo in cammino - di un nuovo umanesimo, di Cristo virile, energico, deciso, senza traccia di cupe per­secuzioni, "terrestre" (si rade, mangia e beve, racconta parabole con la baldanza e l'attrazione mimica di un istrione), proteso in avanti attraverso la storia, ed oltre essa. L'istituzione religiosa è invece in Buñuel l'invasio­ne, la costrizione e la violenza alla coscienza umana (il curato, parlando della Madonna, cerca di forzare la "ca­mera" privata della coscienza tramite l'irrealtà del mi­racolismo agiografico che nasconde la spada sotto la tonaca, alla Venta del lopo: l'accanimento è particolare contro l'amore perché "pericolosa" liberazione delle for­ze di tutta la personalità). A questa oppressione, perpe­trata sin dalla tenera età dal sistema clericale-politico (le ragazzine all'Istituto Lamartine recitano un formulano di colpe su cui si invoca l'anatema, burocrazia dello ster­minio) il surrealista Buñuel reagisce per via onirica con l'ateo Pierre che, assistendo alla recita del Lamartine, con uno scatto di humour nero inscena fantasticamente la fucilazione del papa (gli spari surrealisticamente sono intesi extra-conscientia dal suo vicino: lo humour ridi­mensiona l'evidente provocazione blasfema della rivo­luzione anarchica).>

Tuttavia l'attacco a fondo al clericalismo questa vol­ta viene fatto in maggior misura in direzione della sua distorta spiritualità, e di un certo tipo di raziocinio teologico la cui « mortifera pratica » si è rivelata vio­lentemente negatoria degli autonomi valori creativi del­la persona, fossilizzando nella sua artificiosa codifica­zione burocratica lo slancio naturale della fede delle origini.

Buñuel porta qui a conclusione il suo discorso sul fariseismo metastorico di EI angel exterminador e della carità di Viridiana. La sovrastruttura del dogmatismo ha fatto presto dimenticare la dimensione umana, il formalismo ha rimpiazzato la sostanza più autentica. La grande «auto» della Chiesa che all'inizio dà un pas­saggio ai due viandanti, osserva Montanaro, li lascia poi per strada per la loro non-osservanza formale del­le norme religiose (citazione casuale del nome di Dio). Più i personaggi parlano di teologia, più rifiutano la carità (come il curato e il gendarme nella trattoria del­l'Ile-de-France e soprattutto il dotto maitre nel lus­suoso ristorante): i due termini sembrano escludersi a vicenda.

Di fronte alla negazione « ortodossa » della carità, Buñuel ha se non proprio una simpatia, comunque non un disprezzo da crociato per le eresie, viste come tenta­tivi irrazionali, sia pur sbagliati, di rivolta anarchica con­tro un ordine costruttivo, asfittico e intimamente con­traddittorio: «riconosce che l'altro ha sempre qualcosa da insegnarci poiché ha sempre qualcosa da rimproverar­ci». La rassegna delle eresie, significativa per Buñuel, dopo rarefatte e oziose discussioni sulla transustanziazio­ne, gli Albigesi e i Patéliers, rappresenta l'orgia liturgica dei Priscilliani (sesso e misticismo), la dissolutezza atea di De Sade (mai dimenticato da Bunuel nello scherzo sull'eros e le più remote manifestazioni), i drammi di condannati e giudici dell'Inquisizione (l'argomento è più spagnolo che mai) e la rivolta anarchica (e surrealista con la fucilazione del Papa), i Giansenisti convulsionari che si fanno crocifiggere (cristianesimo persecutorio e « imi­tativo »), la casistica dottrinale gesuitica, affilatissima co­me una lama nel duello con il Giansenista (prima edu­cazione del giovane Bunuel), il fanatismo antitrinitario e l'irriverenza verso la morte nell'episodio del disseppel­limento del vescovo eretico: « La catena dei delitti strin­ge vittime e carnefici: esplodono le eresie, che al sor­gere sembrano conservare qualcosa del generoso moto di liberazione dai vincoli del potere, ma poi subito ac­cettano di combattere ad armi pari con esso opponendo alla mostruosa ratio degli ortodossi una propria ratio al­trettanto demenziale e crudele ».

Il contesto è decisamente nazionale e bunueliano (e la guerra civile del '36 lo ha confermato). I due vian­danti sono gli unici che passano indenni tra tanto furore, e proprio in nome della terrestrità umanistica, addirittura antintellettuale (mangiano e bevono allegramente men­tre il gesuita e il giansenista duellano con la spada e più ancora con la lingua). La vita e la concretezza è ciò che li àncora alla sana quotidiana materialità dell'esi­stenza; ateo e credente finiscono per perdere i loro ca­ratteri diversificanti: ciò che li unisce - una umanità originale e libera verso valori naturali autentici – è più profondo di ciò che li potrebbe separare. L'incontro con le forze demoniache si neutralizza con il pensiero materiale dell'utilizzazione delle scarpe del morto; la stessa liberazione delle forze occulte della persona (il fulmine auspicato da Pierre o l'incidente che augura) non è tanto un fatto eccezionale, quanto un «meraviglioso» naturale anche se inspiegabile, proprio di una umanità libera e felice in cui materialità e spiritualità, naturale e soprannaturale, ragione e fantasia coesistono in una impareggiabile armonia, come nelle popolazioni primi­tive.

Questa umanità « terrestre » non raggiunge la sua terra promessa - Santiago - e cede di buon grado agli inviti della prostituta che realizza l'iniziale predi­zione, perché si è rivelata falsa la meta prefissata: pare infatti che il corpo di San Giacomo sia stato sostituito da quello dell'eretico Priscilliano; la città di Santiago è ormai deserta, senza pellegrini. Fanatismo dogmatico e furore eretico si sono scontrati e confusi: « Due orrori uguali e contrari si scontrano in un apocalittico sabba, finché diventano complementari. Allora è possibile lo scambio delle parti, e delle "verità"». Se il curato contrario ai Patéliers poi ne fa propria la tesi scoprendosi subito dopo che è pazzo, il gesuita e il giansenista, « savi », duellano con le affilate armi della loro dialettica per poi andarsene cerimoniosi a braccetto; la finale so­stituzione o confusione dei resti del venerato San Giacomo con quelli dell'eretico vescovo di Avila non la­scia dubbi su questa babelica degenerazione di fronte alla quale Buñuel auspica il ritorno alla chiarezza ori­ginaria. Il Cristo in cammino ridà la vista ai due ciechi ma ammonisce: « Non crediate che io sia venuto a por­tare pace sulla terra. Non son venuto a portare la pace, ma la spada. Perché son venuto a dividere il figlio dal padre; la figlia dalla madre... » (Matteo, 10, 34-39). Si ricomincia dall'inizio; ma niente è gratuito o casuale, occorre volere, bisogna operare delle scelte, maturare un impegno. Giunti ad un fosso, un cieco passa, l'altro tentenna e rimane.

Pier Mario Mignone

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