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"LA CHIESA, NOSTRA MADRE E SORELLA"

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UNA CHIESA MADRE E SORELLA

“Da molti mesi, una volta al mese, parte da Finale Emilia un piccolo convoglio. Gli amici della carovana pregano il loro rosario ogni giorno, ascoltano messa in croato, salgono sulla collina delle apparizioni. Calcano cose sacre nei passi e nella voce. Sento la differenza da loro in questo strano spessore che i miei gesti non hanno. Il mio scaricare casse è solo quello, non porta altro, il loro scaricare casse è invece come un coccio di vetro che da terra rifrange luce in tutte le direzioni, ma soprattutto in cielo.

Perciò intendo a mio modo, poco, che i loro gesti durano e i miei no. Sono solo uno che legge la Bibbia, loro sono quelli che la reggono. Non sono dei loro, sono di passaggio, anche se forse ritornerò in queste regioni: loro sono i residenti in terra. Conservo il mio pezzo sgualcito d’identità come un palloncino nel vento, perché loro hanno a volte una piena che può denudare un uomo adulto e incallito di sé, quale io sono diventato. Resisto al loro trascinarmi, seguo però, seguo zitto i loro passi e scrivo”.

(Erri De Luca, Pianoterra, p. 91-94)

 

Mi sono spesso chiesta, leggendo questo bel testo di Erri De Luca, se chi incontra me possa riconoscere nei gesti e nelle parole “come un coccio di vetro che da terra rifrange luce in tutte le direzioni, ma soprattutto in cielo”… E il desiderio non riguarda solo le nostre singole persone, ma la comunità ecclesiale tutta: chi incontra le nostre chiese, anche se decide di “resistere” al trascinarlo, è portato a riconoscere ciò che dura?

Infatti siamo noi, i credenti (coloro che esercitano il participio presente del verbo credere!) che abbiamo in primo luogo bisogno per noi che le nostre chiese siano il segno di ciò che dura, dei residenti in terra, e cocci di vetro che rifrangano luce. Di queste domande si nutre il percorso di riflessione degli ultimi anni dell’Atrio dei Gentili, e ancora una volta abbiamo voluto condividere questi pensieri nel dicembre scorso con un panel di discussione dal titolo: “La Chiesa nostra madre e nostra sorella”, con interventi a più voci. Ed è stato il nostro modo di ricordare anche don Mario Picco, a 15 anni dalla sua morte: da lui molti di noi hanno imparato ad amare la propria e l’altrui vita e la Chiesa, con lo stesso amore.

Il vescovo Giuseppe ha voluto passare a salutarci e ci ha offerto due sottolineature, a partire dal titolo, che ci piacerebbe offrire alla riflessione di tutti. Dall’idea di Chiesa madre, con la risonanza dell’uso che ne hanno fatto i Padri della Chiesa nei primi secoli emerge il tema del nutrimento, dell’accudimento, del generare per rendere autonomi, della delicatezza tutta speciale verso i figli più deboli, malati o fragili. Di uno sguardo di cura, dunque, che diventa stile dominante, di ogni credente verso tutti e in special modo di chi ha responsabilità, pastorali e ministeriali, verso chi gli è affidato.

Dall’idea di Chiesa sorella emerge il tema della sinodalità, dell’avere ognuno e tutti insieme il diritto/dovere ad aver voce, a dare e ricevere ascolto, a dare e ricevere valorizzazione per ciò che si fa e si è. In una relazione schietta, libera, fraterna, appunto. E questo in primo luogo all’interno della vita delle chiese, a tutti i livelli.

E ci chiediamo dunque: perché tutto ciò non resti solo una bella intuizione, perché non sia solo un volontaristico e personalistico desiderio, quale forme e percorsi possiamo darci? Come “far funzionare” questo metodo e questo stile non “senza” la buona volontà e l’impegno dei singoli, ma, partendo da questo, “con” forme stabili e sovrapersonali, che diano luoghi, tempi e modalità al desiderio di un volto di Chiesa così?

È la domanda su cui vorremmo continuare a riflettere, per essere anche noi gente che “segue, zitta e scrive”.

Stella Morra

 

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