Lectio Biblica 2004/05 1.
DA DOVE VENIAMO…
Genesi 18, 1-15 PremessaQuest’anno
abbiamo scelto di portare avanti una riflessione sull’Eucaristia
attraverso un percorso sulla Parola di Dio. Questo
tema continua a tornare nei nostri incontri, nei seminari, nelle
discussioni e l’abbiamo scelto con il solito criterio: se una cosa ci
interessa, la facciamo per noi, aperta a chi vuole ed
in genere troviamo molte altre persone a cui interessa. Spesso
invece nella scelta si usa il criterio opposto, per cui nelle parrocchie
offriamo delle cose che noi facciamo con sforzo e ci stupiamo se gli altri
non si divertono! Inoltre, per la chiesa universale, questo è l’anno dell’Eucaristia: il Papa ha invitato tutti a riflettere su questo tema. Anche questa coincidenza ci conforta: ciò che continua a tornare nelle nostre discussioni è un nucleo che riguarda tutti e in questo si vede maggiormente, di questi tempi, la sofferenza e la fatica dei cristiani adulti a rimanere tali e ad essere nutriti come cristiani. La
chiesa ci invita a riflettere su ciò che viviamo con più di fatica,. Come
sempre, secondo un’abitudine dell’Atrio, ecco alcune segnalazioni
librarie, per aiutarci a scegliere tra le tante proposte a disposizione. *
“La chiesa dall’Eucaristia”,
documento ufficiale del 2004; *
“Eucaristia - Il pasto e la parola” (Elledici, pp. 168, euro
11,00) scritto dal grande teologo Ghislain Lafont. E’ un testo semplice,
vale la pena leggerlo; funziona come una millefoglie: ad ogni strato trovi
un’altra crema! Non
so interpretare i motivi per cui il Papa abbia indetto l’anno
dell’Eucaristia, ma posso dirvi i motivi per cui questo tema continua a
ripresentarsi nei nostri incontri. Innanzitutto
spesso, per un adulto, l’Eucaristia è l’unico punto di contatto con
un’appartenenza ecclesiale. Negli anni immediatamente post conciliari ci
eravamo abituati a pensare che il cristiano che andava ‘solo’ a messa
era una specie di cristiano minimo, ridotto all’osso, mentre c’erano
cristiani impegnati che facevano tante cose. Era un pensiero da gruppi
giovanili, quando uno sente che cambierà il mondo, per cui fa
l’animatore, sta tutte le sere in parrocchia, fa catechismo,
animazione…. Siamo diventati tutti un po’ più grandi, non abbiamo più
la sensazione di poter cambiare il mondo, siamo più stanchi, non abbiamo
più tutte le sere disponibili per stare in parrocchia e fare un sacco di
cose…. Paradossalmente
questo è diventato per noi un cammino di purificazione: la scoperta che
forse si è cristiani davvero quando, al di là degli impegni in
parrocchia, si poggia il proprio cristianesimo su altre questioni che sono
più grandi, pur sembrando più semplici: sul modo di vivere, di pensare,
di organizzarsi l’esistenza nella testa prima che nelle cose che si
fanno, sulle cose che si considerano importanti e su quelle che si
considerano meno … Alla
fine si ha la sensazione che il proprio essere cristiani sia riportato
tutto all’andare a messa, come se questo fosse il minimo, quasi una cosa
di cui vergognarsi. Ridurre
l’Eucaristia ad essere il minimo, ci pare non funzioni. L’Eucaristia,
almeno per quello che abbiamo studiato al catechismo, è fonte e culmine,
memoria del sacrificio della croce, dove Gesù ogni volta per noi muore e
resuscita… Questo, più che il minimo, dovrebbe essere il massimo! Nella
nostra esperienza quotidiana, però, non è così e spesso si va a messa,
e ci si impegna durante la celebrazione, si canta, si fanno vari
‘servizi’… con il risultato che, alla fine della celebrazione, si ha
la sensazione di aver fatto semplicemente il catechista per un’ora in più.
Questa
riflessione ci ha molto inquietato perché al di là del disagio, il
problema è serio e ci domandiamo: che cosa definisce il nostro essere
cristiani? Che cosa vuol dire che l’Eucaristia è fonte e culmine? Seconda
considerazione: per noi che ne abbiamo parlato, le riduzioni che
l’Eucaristia subisce sono fonte di domande che richiedono riflessioni e
risposte. Spesso l’Eucaristia è una specie di esperienza borghese
dell’anima – per dirla con un’espressione un po’ forte - in cui si
viene coinvolti in una vicenda spirituale che si può vivere in modo più
o meno concentrato o distratto a seconda dello stato d’animo con cui vi
si partecipa. Come se la questione dell’Eucaristia fosse semplicemente l’esperienza
spirituale del singolo… Questa riduzione è insopportabile per una
celebrazione che, come sappiamo tutti, è comunitaria - cosa voglia dire
in concreto comunitaria, è tutto da vedere…. Qualche
volta l’Eucaristia subisce una riduzione di ordine sociologico: tutta
l’esperienza è data dalla comunione, per cui se un gruppo ha fatto un
bel percorso insieme, la messa di conclusione coinvolge molto, perché
tutte le persone si conoscono bene, e per esempio il segno della pace
significa tante cose… Ma, allora, se fai una bella cena va bene lo
stesso? Perché se tutte le cose che mettiamo in una celebrazione -
l’esperienza comune, la conoscenza - rischiano di esserci per
motivi che non hanno niente a che fare con l’Eucaristia, la morte
e la resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo…. Qual è il valore
aggiunto della grazia del sacramento rispetto ad un’esperienza puramente
’sociologica’? Tutte
queste cose sono il secondo motivo che ci ha arrovellati in questi anni.
Di solito sono gli adolescenti che esprimono certi disagi, gli adulti si
vergognano. Chi fa l’animatore potrebbe dire "mi annoio a messa"?
… Può dirlo a quattordici anni, poi basta! Io,
per esempio, certe volte a messa mi annoio molto e credo che questa sia
un’esperienza comune anche per adulti credenti. Spesso mi irrito con le
omelie al punto che ormai privilegio le chiese dove la domenica non si fa
omelia - cosa assolutamente antiliturgica, contraria le norme di diritto
canonico. Quando uno ha quattordici anni tutte queste cose le sbraita,
quando ne ha trenta o quaranta non le dice più e se le tiene, ma la
sostanza non cambia. Il problema rischia di sussistere ugualmente. Oppure
si sceglie e si accetta di sopportare un’ora di noia, col pensiero ‘Il
Signore per noi ha fatto tanto!!!’ Una scelta ascetica, cosa
senz’altro nobile, ma l’Eucaristia dovrebbe essere il cibo che ci fa
vivere! Se diventa un’esperienza ascetica, non c’è più nessun luogo
dove ci nutriamo! A
fianco di tutte queste questioni c’è il fatto che l’ Eucaristia -
come tutti i punti centrali dell’esperienza credente - va ad innestarsi
su un nucleo molto duro e severo della nostra esperienza umana, il nucleo
del cibo e della festa. I
due archetipi fondamentali dell’Eucaristia dal punto di vista
antropologico, sono il cibo, il pane, la cena e la festa. Questioni che,
in questo secolo, sono tra le più problematiche nei nostri paesi. Il
nostro è il secolo dei disturbi alimentari, dalla bulimia
all’anoressia. Statisticamente abbiamo mediamente un pessimo rapporto
con il cibo, ed è un tempo in cui è difficilissimo far festa. Tutti
abbiamo un po’ nostalgia delle feste semplici di un tempo, quelle che si
facevano con poco, non consumistiche… ma non riusciamo più a trovare il
motivo per cui dovremmo far festa. I
temi del cibo e della festa sono molto più dell’esperienza
antropologica, sono due delle dimensioni che ci fanno persone, ci fanno
vivere e ci fanno vivere con gli altri. Su
questi due punti di forte
disagio della nostra cultura, della nostra esperienza di uomini e donne di
questo tempo, su questo nucleo severo, non marginale, pretenderemmo di
innestare un’esperienza religiosa che dovrebbe teoricamente
funzionare!!! Cercheremo
di affrontare queste questioni a poco a poco con il solito metodo della
lectio, facendoci guidare dalla Parola di Dio, con un’offerta di
suggestioni che poi ognuno userà come meglio crede, che potranno essere
approfondite con letture e percorsi vari che via via troveremo insieme…
Useremo sempre lo stesso metodo, di un doppio livello di commento: uno che
ci aiuti a riscoprire la nostra struttura antropologica ed uno che ci
aiuti a scoprire il valore aggiunto dell’esperienza cristiana. Siccome
siamo un po’ carenti su tutti e due gli aspetti, e siccome la Bibbia è
sicuramente un’esperienza religiosa ma prima di tutto una grande
esperienza di salute mentale, forse ci può aiutare su tutti e due i
versanti. Temi del
percorso
Vivremo
un percorso che all’inizio propone due grandi orizzonti: Da dove
veniamo… e Verso dove andiamo: Il problema si radica molto
lontano sia dal punto di vista antropologico, che da quello della novità
cristiana. Il problema non è ‘vado alla messa della domenica nella mia
parrocchia’, ma è cercare di ricostruire un luogo dell’anima dove
l’Eucaristia possa trovare il suo posto. Poi ci saranno sempre
Eucaristie più o meno ben celebrate, noi saremo un giorno meglio ed un
giorno peggio disposti, avremo, da parte di preti, presidenze
dell’Eucaristia più o meno efficaci… questo fa parte
dell’esperienza umana e ci sarà comunque. Ma
come sempre, come abbiamo scoperto tante volte in questi anni, occorre
aver un luogo dell’anima dove questa esperienza possa radicarsi; questo
aiuta anche a sopportare le umane carenze con uno sguardo di misericordia.
Non avere un luogo dell’anima rende dei giudici, per cui il problema si
riduce ad essere: “il mio parroco predica male”. Forse è anche vero,
ma non è quello il problema! Se ho un luogo dell’anima
- per una persona a cui io voglia bene - anche
i suoi difetti mi
inteneriscono. Se voglio bene a una persona, certe piccole manie mi fanno
sorridere, perché ho un luogo interno dove entra anche il difetto
dell’altro. Se io non ho quel luogo interno la minima cosa che l’altro
fa diventa colpa sua, è un problema. Se
da adulti nella fede non troviamo un luogo dell’anima dove mettere
l’Eucaristia, non ci sarà mai per noi un modo soddisfacente di
celebrare l’Eucaristia e daremo la colpa a noi stessi o agli altri, a
seconda del nostro carattere, e non usciremo da questa logica della colpa.
Forse se troviamo un luogo interiore, i difetti umani nella loro
quotidiana esperienza storica, ci faranno sorridere e diventeranno motivo
di tenerezza. Dopo
questi due orizzonti - per cercare di ricostruire un luogo dell’anima e
la questione del cibo - Cibo e niente altro? Poi una domanda: Da
dove viene il nostro cibo? In marzo affronteremo la questione dura
della novità del cristianesimo, quella che ci inquietava quando eravamo
piccoli, cioè che per questo cibo serve una morte, un sacrificio. C’è
un sacrificio che ci dà questo cibo; è una cosa che ci irrita, ci
scandalizza: ma che razza di Dio è quello che vuole un sacrificio per
nutrirci? Seguirà il tema Cibo e parole e poi la via di uscita sul
tema del corpo Verso un corpo nuovo - che cosa vuol dire corpo
personale e sociale, cosa vuol dire essere un corpo avere un corpo e
nutrirsi al corpo di Cristo. Il
testo di oggi è l’inizio del capitolo18 della Genesi, 1-15. Sogni e
visioni
Questo
è un episodio estremamente citato, un po’ meno letto. Conosciamo tutti
la vicenda dei tre viandanti di Mamre, il querciolo, il pranzo di Abramo
… Come spesso accade per la Bibbia, però, non leggiamo il testo con le
parole che ha e la struttura sua propria. L’episodio
è misterioso; un po’ onirico quanto al genere letterario. Abramo sta
nel deserto davanti alla tenda nell’ora calda e … ha un’insolazione:
vede una cosa strana, un’apparizione! Per i racconti che riguardano i
patriarchi, questo era un genere letterario molto comune per descrivere la
realtà: sognano, hanno visioni… C’è
una ragione storica: questi testi sono stati scritti in un tempo di
cultura cosiddetta prescientifica, dove la comunicazione tra i mondi era
più facile, senza troppe porte, e si comprendeva di più il rapporto tra
mondo divino e mondo umano. Uno chiudeva gli occhi, dormiva … e vedeva
Dio, gli parlava, discuteva … Oppure appariva un angelo, e il
personaggio di turno non si spaventava, ma gli parlava… e cominciava a
trafficare con l’angelo. Noi
ci sentiamo più furbi, perché pensiamo che non sia possibile avere delle
visioni così, se uno non ha bevuto o fumato qualcosa di strano. In realtà
abbiamo trasferito questo tema della comunicazione tra mondi diversi
nell’interiorità: facciamo lo stesso ragionamento, ma lo facciamo
dentro anziché fuori. Tutti
noi abbiamo, dentro, un piano terra, quello ragionevole, razionale che non
fa domande idiote da quattordicenne, che non spera troppo nei miracoli, ma
agisce, si organizza per campare. Poi c’è un primo livello
‘seminterrato’ in cui stanno un po’ di senso di magia, il nostro
animo bambino, l’animo che quand’è innamorato riesce a divertirsi
anche con piccole cose e che ci farebbe piacere che ogni tanto qualcuno lo
chiamasse fuori, a farsi vedere. C’è un secondo seminterrato dove
stanno i nostri desideri più profondi, per esempio il desiderio che la
vita funzioni, che qualcuno ci spieghi, che ci sia sempre una casa dove
tornare. Il luogo dei desideri seri e profondi che in genere abbiamo
confinato nel secondo seminterrato e che siamo sostanzialmente certi che
nessuno potrà chiamare fino al piano terra - al massimo arrivano al primo
seminterrato. La
nostra comunicazione tra cielo e terra è diventata una comunicazione tra
terra e sotto terra. Non ho usato a caso queste immagini! L’averlo
spostato dentro ha due controindicazioni: innanzitutto ci siamo giocati
una sorta di oggettività, una realtà, una storicità: è tutto
soggettivo. Per esempio ci siamo giocati la grande comunicazione,
perché non potendo raccontare di visioni d’angeli, non sappiamo mai
come raccontare le cose serie che ci animano e in genere diciamo:
“non te lo so spiegare, non si può capire”. Ci siamo giocati una
comunicabilità. In
secondo luogo aver spostato dentro i sogni, i desideri, fa sì che invece
di guardare verso l’alto, guardiamo l’ombelico, cioè siamo diventati
tutti un po’ più narcisisti. E le visioni che abbiamo sono commisurate
solo su noi stessi. Alzare
gli occhi …
“Abramo
alzò gli occhi”. Sarebbe
divertente cercare da Genesi1-1 fino ad Apocalisse 21 tutte le volte che
nella Bibbia c’è questa espressione frequentissima centrale e
decisiva: alzare gli occhi, o
il suo omologo, volgere lo sguardo… In tutta la Bibbia quando succede
qualcosa, quando c’è un incontro con Dio, c’è sempre uno che alza
gli occhi o che volge lo sguardo. E’
chiaro che se noi abbiamo un problema di seminterrati non alzeremo mai gli
occhi! Sarebbe
bellissimo leggere il vangelo di Giovanni, in cui continuamente si alzano
gli occhi e tutte le volte che si alzano gli occhi succede una cosa. La
mia domanda è: forse non succedono più delle cose perché non alziamo
gli occhi!?! “Egli
sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”. L’immagine
è assolutamente sonnolenta. Abramo è seduto, non fa niente, fa caldo. Ha
già ricevuto la promessa. Dio, che gli ha detto: “I tuoi discendenti
saranno più numerosi delle stelle del cielo, della sabbia del mare..”…
nel frattempo, dalla promessa in poi, lui è invecchiato! Di
Abramo non diciamo mai questo piccolo particolare che è anche nostro: nel
frattempo siamo invecchiati! Per esempio, dalla promessa ricevuta di una
chiesa diversa - nel Concilio Vaticano 2° - ad oggi… nel frattempo
siamo invecchiati. Abramo
è invecchiato, e non è successo niente. Lui ci ha provato, si è dato da
fare e, secondo la legge antica dei popoli della zona, ha preso la schiava
Agar per avere una discendenza, perché Sara non gli dava un figlio. E’
nato Ismaele, che secondo la tradizione è il capostipite del mondo
islamico, diciamo noi oggi, con tutti i problemi dei rapporti tra fratelli
e fratellastri tipici della scrittura, ovviamente, perché da Abramo
nascerà Isacco, capostipite di Israele, ma è nato anche Ismaele! In ogni
caso Abramo si è dato da fare: c’è stata una promessa, sembrava che la
promessa non si concretizzasse, lui stava invecchiando ed ha trovato una
soluzione. Ha fatto del suo meglio, ha messo in moto ciò che dipendeva da
lui. ...
Avere fame
Nell’ora
più calda del giorno Abramo stava seduto davanti alla tenda, tra la
promessa e il sospetto che la promessa fosse una fregatura - perché poi
aveva dovuto darsi da fare lui. E non c’era altro da fare se non stare
seduto fuori al caldo, davanti alla tenda, perché nel frattempo è
invecchiato! Proprio
lì “alzò gli occhi”.
Traduco con una frase che penso sia sufficientemente chiara.
Per
apprezzare il cibo dell’Eucaristia bisogna avere fame.
Per avere le visioni bisogna alzare gli occhi. Per desiderare il
compimento della promessa bisogna essere delusi dal suo non compimento. Forse
noi non abbiamo abbastanza fame per l’Eucaristia, forse non alziamo gli
occhi per vedere angeli; forse non abbiamo preso così sul serio una
promessa da essere delusi dal fatto che non si è compiuta. Se
l’esperienza del cristianesimo è per noi l’esercizio di un ‘felice
compito’, che cosa c’è da aspettare? Il problema è ridotto a quello
che faccio io, ma così generiamo solo sempre figli di una schiava! Il
problema è che l’esperienza del cristianesimo è il cibo per una fame,
per un desiderio, per lo sforzo di alzare ancora una volta gli occhi nella
delusione. Forse
la domanda da farsi sarebbe. “Qual era la promessa su cui abbiamo
creduto? Qual è la delusione che abbiamo lasciato entrare
sottilmente senza scaldarci troppo? E poi, dopo questa promessa e
questa delusione, sedersi nell’ora calda del giorno sapendo che non c’è
più niente da fare. Singolare
e plurale
Altra annotazione. Abramo vide tre uomini. “Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso
della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: ‘Mio Signore…”. Tutto il testo nell’originale e nella traduzione, è molto incerto tra il singolare e il plurale. Questi sono tre, sono uno, chissà. Noi diciamo: è la Trinità, abbiamo una risposta perfetta, peccato che viviamo venti secoli dopo e la applichiamo ad un testo che non funzionava così. In
tutta la storia dei patriarchi, prima dell’alleanza esplicita tra Dio e
il popolo di Israele, l’incertezza linguistica tra il singolare e il
plurale sul nome di Dio è costante. Uno dei nomi con cui Dio è chiamato
è Eloim, che è un plurale - il cui singolare peraltro è Elia. Questa
incertezza tra singolare e plurale ha radici storiche, con cui non vi
annoio. A me sembra, tuttavia, che debba esserci un motivo serio se
questa, come molte altre espressioni, sono rimaste nella scrittura per
venti secoli, perché gli agiografi non si sono fatti scrupolo di cambiare
quello che non tornava se e quando non serviva. Se questo è il testo che
noi possiamo leggere dopo tanti anni di riflessione credente, è perché lì
c’è anche un segnale! A
me piace pensare che questo singolare e plurale rende Abramo veramente
nostro fratello! Ma questa è una riflessione mia, collocata dentro questa
cultura, questo tempo, queste vite che sono le nostre. Noi siamo molto
incerti tra un drammatico narcisismo e un drammatico sovraffollamento
dell’anima. Di fronte al mondo io sono al singolare, ma di fronte a me
di solito sono un condominio, senza avere quasi mai chiaro chi sia
l’amministratore, cioè chi sia che sta governando tutti i condòmini.
Noi siamo molto incerti nel capire noi stessi tra un singolare e un
plurale, perché ci piacerebbe essere unici, unitari, avere una sola idea,
avere un solo comportamento - come dice la scrittura, avere una sola
parola - però non è così. Abbiamo tante emozioni, tanti desideri, tanti
pensieri spesso contrastanti. Siamo di fronte ad un Dio che ben capisce
che cosa vuol dire essere singolari e plurali insieme; siamo di fronte ad
un Dio che si presenta a noi parlando il linguaggio della nostra vita, un
Dio che non si offre a noi con una vita che noi non riconosciamo, o una
vita mutilata, in cui uno per forza deve diventare a tutti i costi
singolare. Siamo di fronte ad un Dio che imbandisce un banchetto dove si
può essere singolari e plurali, e anche essere incerti sul fatto se si è
singolari o plurali. L’Eucaristia,
da questo punto di vista è una grande scuola, perché nell’Eucaristia
non si può mai dire una cosa sola, bisogna sempre dirne due insieme, per
esempio è un’esperienza partecipativa, non si fa un’Eucaristia senza
che la comunità presente in qualche modo partecipi, ma è anche
un’esperienza di passività, di un dono ricevuto dal Signore e nessuna
delle due cose può essere esclusa. E’ un’esperienza di santi -
l’Eucaristia è il cibo dei santi - ma è un’esperienza di peccatori,
l’Eucaristia serve a chi è in strada, a chi ha le mani sporche. Il
banchetto imbandito da Dio è un banchetto singolare e plurale. Direi in
modo provocatorio, per andare a colpire una delle cose su cui di solito ci
incartiamo: non è obbligatorio fare una scelta. Di
promessa in promessa
Una
promessa che sembra non essere stata mantenuta diventa, noi diremmo, un
risultato. Dio funziona così: promette, fa un po’ penare, poi, quando
meno lo si aspetta… una promessa che sembra non essere mantenuta diventa
un’altra promessa: “Tornerò
da te fra un anno a questa data e
allora Sara, tua moglie, avrà
un figlio” . Quando
i tre se ne vanno, non si vede niente: Isacco, non c’è ancora. Ma la
logica è: una promessa sembra perdersi nelle tortuose vie della storia;
Abramo cerca di rimanere fedele; arriva il momento buono, lui è
ospitale… e qual è il risultato? Un’altra promessa! E dopo la nascita
di Isacco? “Prendi tuo figlio Isacco, portalo sul monte di Moria e
offrimelo in sacrificio!…” Ogni promessa, se esaudita, diventa
un’altra promessa. Anche qui ci sarebbe un po’ da ragionare: se Dio
compisse le sue promesse domani, sarebbe la fine del mondo!!! E forse
sarebbe anche una buona idea, ci riposeremmo. Fino a che il mondo non
finirà, le promesse avranno in sé una parte di compimento e una parte
che, in modi strani e misteriosi, diventerà un’altra promessa. Noi
diciamo che l’Eucaristia è pane, ma se guardiamo l’ostia, tutto ci
viene in mente tranne il pane. Lo diciamo con convinzione, pane…
ma quale pane? Diciamo che rappresenta il corpo di Cristo… ma quale
corpo? Nell’Eucaristia noi facciamo l’esercizio bambino e automatico
di raddoppiare le promesse. Dal cibo
condiviso e dal sorriso
Poi
c’è tutta una bella storia sul riso. “
‘Perché Sara ha riso…..?’… Allora Sara negò: ‘Non ho riso!’… ‘Sì, hai
proprio riso’ ”. Sembra
che questi tre angeli siano un po’ permalosi. Ma il tema del riso
attraversa tutta la storia di Abramo. Nella pagina precedente, al capitolo
17, al versetto 17 si dice: “Allora Abramo si prostrò con la faccia
a terra e rise e pensò: ‘Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E
Sara all’età di novanta anni potrà
partorire?’ ”. E al capitolo 21,versetto 6, alla nascita di Isacco: “Allora Sara disse: ‘Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me!’. Secondo
la tradizione, il nome Isacco significa “figlio del sorriso”, proprio
per connetterlo a questo tema del riso che attraversa tutta la sua storia.
Isacco,
figlio del sorriso, è l’innocente destinato al sacrificio, proprio come
Gesù, che è il grande sorriso di Dio sulla storia, finirà in croce! In
Dio c’è uno strano rapporto tra il riso, il sorriso e la morte, il
dolore! E l’Eucaristia, luogo della nostra festa è anche il luogo in
cui facciamo memoria del sacrificio di Cristo. Come
si dimostra in questo testo, Dio ama coloro che sorridono. Ma cosa avremo
mai da ridere? Oltre che sorridere, ci sono altre cose e forse bisogna
ricevere dalla stessa mano il sorriso e l’ordine del sacrificio? Forse
fanno parte del condominio i tempi di riso e i tempi di lacrime? Cosa
vuol dire che in qualche modo noi veniamo dal cibo, da questo banchetto
preparato da Abramo per i suoi ospiti e dal riso?
Questo testo ci viene offerto come orizzonte di partenza:
noi siamo tutti figli di Abramo. Veniamo da un cibo condiviso e da
un sorriso nascosto, ma smascherato. Per avere un luogo dentro di noi per
l’Eucaristia, forse bisogna riconoscere il banchetto da cui veniamo e il
sorriso da cui nasciamo. Banchetto
per tutti
Vi
faccio notare che non è un caso che al versetto 8 si dica: “Prese
latte acido e latte fresco insieme con il vitello”. Questa
è una delle cose più gravi che si possano fare, secondo la legge
ebraica: mescolare carne e latte. E’ proibito ancora oggi dalle
regole di purezza. Gli ebrei osservanti hanno due frigoriferi e due
completi da cucina per non rischiare di usare lo stesso coltello sul
formaggio e sulla carne, perché è una delle cose più gravi che
potrebbero succedere. E Abramo, il padre al quale tutti si richiamano,
compie un gesto chiaramente impuro. Questo
è un altro bellissimo elemento: il banchetto per i tre ospiti viene
preparato in modo impuro: Abramo mescola le cose che non dovrebbe
mescolate. Il banchetto a cui siamo invitati non è un banchetto per i
puri. Ho
trovato su internet e stampato sullo stesso foglio due immagini che
riguardano questo testo: il primo dipinto da Marc Chagall, ebreo, del
‘900 e l’icona della Trinità di Rubliev. E’ inquietante guardarle
insieme perché è molto evidente che tra l’una e l’altra c’è la
venuta di Gesù Cristo. L’immagine di Chagall è una lettura
dell’episodio dal punto di vista dell’antico testamento; l’icona di
Rubliev legge l’episodio a partire dal nuovo testamento. Si vede dai
tavoli, che sono girati in maniera opposta. Nel primo caso, la lettura
ebraica della vicenda, gli angeli danno la schiena a chi guarda. Quel
banchetto per noi è chiuso! Non c’è posto, siamo osservatori che
sbirciano di nascosto dietro alle spalle degli ospiti. Nella
Trinità di Rubliev è
esattamente il contrario: i tre sono seduti dai tre lati esterni, il lato
vuoto è dalla parte di chi guarda il quadro, non solo, ma addirittura la
prospettiva è rovesciata. In
tutti e due i quadri ricorre il tema del sacrificio: in uno è
rappresentato il sacrificio di Isacco, nell’altro il sacrificio
dell’agnello pasquale nella coppa che sta sul tavolo. Noi togliamo
sempre dal banchetto l’aspetto duro, doloroso, il prezzo che è stato
pagato per questo invito a pranzo. Ma non si può togliere, neppure in
un’immagine armoniosa, bella, non sanguinolenta. Nella
nostra cultura, è ben comprensibile una logica, fatta di cibo, di festa a
cui si è invitati. Ci pare normale che Dio, che sa fare le feste, ci
inviti. In realtà tutti e due i quadri ci dicono che questa non è una
festa qualsiasi, è una festa il cui padrone di casa è Dio e segue una
logica particolare: l’innovazione evangelica è qualcosa di più della
nostra semplice esperienza umana,! Il posto
dell’Eucaristia
Questo
testo - spero di essere riuscita a mostrarvelo - ha un grande fascino,
molto forte per noi oggi, perché amiamo questi testi un po’ magici, non
troppo razionali, dove c’è un suono che ci fa aspettare con il fiato in
gola un finale che speriamo diverso tutte le volte che lo leggiamo. E’
un testo poetico, ma nello stesso tempo va a toccare quei nodi - il cibo,
il riso, la discendenza - che sono tra i più delicati, che sono i luoghi
più potenti della nostra vita. E’ in mezzo a questi nodi che bisogna
trovare un posto per l’Eucaristia. Non si può trovare altrove,
semplicemente come una pia pratica, come un esercizio di dovere rispetto
ad una regola. Non si può semplicemente sperare che sia una delle cose
che come adulto responsabile devo fare. In mezzo a questo luogo duro e
delicato, questo luogo discriminante della nostra vita, laddove si giocano
poi gli atteggiamenti fondamentali che “ci fanno”, è lì che troviamo
il posto per l’Eucaristia! E’
un punto delicato, molto profondo, nel secondo, anche terzo scantinato, ma
ha una visibilità evidente. Forse in questo spazio dovremmo imparare a
trovare un posto per l’Eucaristia, se vogliamo davvero che sia fonte,
culmine, radicamento della vita cristiana. Ci vorrà un po’ di esercizio
per trovare lì il suo posto, però non possiamo pretendere che
l’Eucaristia sia ciò che deve essere se sta nella nostra vita come un
soprammobile! Fossano, 20 novembre 2004 (Testo non rivisto dall’autore)
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