Lectio Biblica 2004/05 2.
VERSO DOVE ANDIAMO...
Apocalisse 3,14-22 Premessa
Il
percorso di quest’anno è un viaggio attraverso la Parola per costruire
l’orizzonte in cui l’Eucaristia ha un posto nella vita di un
cristiano, e non semplicemente un percorso tecnico con l’esame di
aspetti dettagliati. Da
dove veniamo, la prima
riflessione, riguardava l’incontro di Abramo con i tre misteriosi
personaggi e il pasto preparato per questi ospiti. Era il tentativo di
dare una risposta alle domande di fondo: chi sono, cosa faccio, dove
vado… per rispondere all’esigenza di guardare il mondo da cui
provengo. Oggi
riflettiamo su un testo dell’Apocalisse, sviluppando il tema Verso
dove andiamo. Vorrei fare una breve premessa su questi due ‘titoli’,
apparentemente così banali. Nella
nostra esperienza personale raramente le cose hanno solo il peso che
hanno, raramente corrispondono semplicemente al minuto occupato
dall’esperienza in sé. Le cose serie della nostra vita sono quelle che
hanno un luogo di origine, una provenienza ed una direzione verso cui sono
dirette; hanno un orizzonte, un luogo in cui le possiamo sistemare, in cui
prendono il loro rilievo, il loro posto, un orizzonte che ci appartiene,
perché lo vediamo con i nostri occhi. Il racconto di Abramo con i tre
misteriosi ospiti è la cornice dentro cui tutto il resto acquista il suo
significato. Se non c’è quel luogo interiore non c’è niente altro. Verso
dove andiamo riguarda esattamente l’altra faccia di questa questione: le cose
serie della nostra vita hanno sempre dei figli, buoni o cattivi, hanno
sempre una storia, delle conseguenze. Le cose fruttificano, nel bene e nel
male, verso un loro futuro; ed in genere noi non ce ne rendiamo conto
immediatamente. Verso
dove andiamo ci aiuta a capire verso quale futuro fruttifica l’orizzonte
dell’Eucaristia nella vita di un cristiano. Mi
sembra che abbiamo un problema serio rispetto all’Eucaristia: non
sappiamo bene dove metterla. E’ un gesto in cui crediamo, a cui teniamo,
abbiamo forse anche delle spiegazioni spirituali, ma la nostra
comprensione è molto limitata, è spesso legata a quell’atto preciso, a
quella predica, a quella celebrazione, a quei canti, a quelle letture…
Se non riacquistiamo la capacità di mettere l’Eucaristia in un luogo
interiore, di farla fruttificare - non in senso morale -, di lasciare che
abbia una storia e delle conseguenze, non riusciremo mai a capire qual è
il luogo dell’Eucaristia per un cristiano. Apocalisse,
come un film Qualche
istruzione per l’uso sul genere letterario. L’Apocalisse
non è un libro che si possa leggere in termini razionalistici, come si
legge un testo di scuola o un giornale; va letto come un libro fantasy -
tipo ‘Il signore degli anelli’ -, come si leggerebbe un film. In un
film si vedono effetti speciali, immagini particolari; alcune cose non si
distinguono nemmeno, ma generano un effetto singolare e creano un certo
tipo di esperienza, di sensazione. Se c’è una musica cupa, un ambiente
poco illuminato e si sente una porta cigolare, tutti si aspettano il
morto: si ha immediatamente la percezione che si tratti di un giallo. Se
c’è la musichetta tipo Walt Disney, i colori pastello, animaletti in
giro, ci si aspetta un happy end. In un film c’è un percorso per cui
musica, suoni, immagini, producono un effetto speciale e lo spettatore non
si pone altre domande. L’Apocalisse
funziona come un quadro in cui, per ottenere degli effetti, si usano
elementi propri della cultura, che hanno ragioni storiche, si possono
spiegare. L’autore ha costruito il libro come un quadro, con elementi
che i lettori del suo tempo potessero riconoscere. Oggi questi elementi
non sono riconoscibili, non fanno parte della nostra storia e ci rimane il
problema di ricostruirne l’effetto. Il
problema non è spiegare ogni singolo simbolo, ma occorre cercare una
mediazione, dare poche coordinate che servono per quel pezzo lì, per dare
significato ai simboli in quel tempo, per vedere se da queste coordinate
viene fuori l’effetto e possiamo capire come dirlo noi oggi per avere la
stessa efficacia. Questa è la logica. E’
chiaro che questo testo è costruito, esattamente come un film di
Spielberg il quale forse non ha un’idea di quale effetto possono avere
tutti i particolari che usa, anzi, alcune cose le ha prese dal suo
immaginario. L’immaginario di Spielberg, nostro contemporaneo, è molto
vicino al nostro. L’immaginario di Giovanni, invece, ha altre
caratteristiche, perché siamo troppo distanti nel tempo, e quindi lo
comprendiamo meno. Sette e
quattro: tutto dalla parte di Dio e tutto dalla parte degli uomini
L’Apocalisse
è un libro molto costruito “a tavolino”, proprio perché è un grande
effetto speciale e, rispetto ad altri libri della Bibbia, contiene una
serie di cose, di ricorrenze, di costruzioni che servono allo scopo. L’Apocalisse
è strutturata in quattro grandi settenari, cioè è divisa in quattro
parti, ognuna delle quali è divisa in sette parti o si parla di sette
cose, o si fa un elenco di sette e così via: quattro per sette. Fino
all’ottocento sette, numero dei giorni della creazione, voleva dire ‘tutto’.
Sette:
tutto dalla parte di Dio, perché
sono i sette giorni della creazione: dal buio e caos, al mondo ordinato,
al riposo di Dio. Quattro, altrettanto chiaro, vuol dire acqua,
terra, fuoco, aria: tutto dalla parte degli uomini. Ciò
era talmente chiaro che le chiese gotiche avevano quattro finestroni da un
lato e tre dall’altro; normalmente tre ad oriente e quattro ad occidente
Sui quattro ad occidente, che sono gli elementi della terra, c’erano
disegnati i mestieri del luogo; nei tre, simbolo della Trinità, c’erano
lo spirito, la luce, il figlio, la croce, l’altare… Tre… la Trinità.
Quattro… la terra. Insieme… sette! Quattro e sette funzionano come le
due totalità viste dalla parte di Dio e dalla parte dell’uomo. Il
testo che leggiamo oggi si trova nel primo settenario, quello delle
lettere: sette lettere a sette chiese. Di alcune delle sette chiese
sappiamo qualcosa, per esempio di Efeso, una chiesa fiorente, reale,
storica; di altre non sappiamo nulla perché magari sono citate solo qui.
Il problema di Giovanni, qui, non è tenere l’archivio delle chiese. Storia della
salvezza
Le
lettere alle sette chiese sono costruite tutte con lo stesso schema:
Sono
tutte divise in quattro, essendo sette chiese. Vedete che il testo è
assolutamente costruito: le sette lettere hanno un linguaggio, delle
immagini particolari per cui, al lettore contemporaneo di Giovanni, era
molto chiaro che le sette chiese rappresentavano tutta la storia della
salvezza. La
prima chiesa è quella di Efeso; l’ultima frase dice: “Al vincitore
darò da mangiare dell’albero della vita” . E’ chiaro il
richiamo alla Genesi, al paradiso terrestre. La
seconda, la chiesa di Smirne. “Il vincitore non sarà colpito dalla
seconda morte”. Per noi è un po’ più strano perché non sappiamo
che cos’è la seconda morte, ma dalla tradizione giudaica e dagli altri
elementi del testo sappiamo che la seconda morte è la piaga dei
primogeniti in Egitto. Dunque il richiamo è all’Esodo. Terza,
la chiesa di Pergamo. “Al vincitore darò la manna”.
L’immagine evocata è il Deserto. Quarta,
la chiesa di Tiatira. “Al vincitore darò autorità sopra le
nazioni…”; citazione di un salmo, “con la stessa autorità
che a me fu data dal Padre mio il regno di Giuda”. Qui si parla del
Regno. Quinta,
la chiesa di Sardi: “Il vincitore sarà vestito di bianche vesti, non
cancellerò il suo nome dal libro della vita”. L’essere scritti
nel libro della vita è una pratica tipica dell’esilio in Babilonia. Non
c’era più il tempio, dunque gli ebrei inventano una specie di anagrafe
del popolo ebraico. E’ chiara l’evocazione del periodo dell’Esilio. Sesta,
la chiesa di Filadelfia: “La nuova Gerusalemme che discende dal
cielo, il nuovo tempio”. Ed infine il Ritorno dall’Egitto. E’
la storia di Israele, dunque anche la nostra storia. Problema:
la settima lettera, alla chiesa di Laodicea, quella che abbiamo appena
letto, dice nell’ultima frase: “Il vincitore lo farò sedere
accanto a me sul mio trono come io ho vinto, mi sono assiso accanto al
Padre mio sul suo trono”. Nella storia di Israele non si trova
questo fatto del trono. Questa lettera non ha un corrispondente nella
storia di Israele! Da bravi cristiani pensiamo che questa lettera sia
quella che riguarda Gesù, essendo ormai finita la storia di Israele, ma
nel testo non è così chiaro. Questo è il contesto in cui si colloca il
brano. L’attuale
Apocalisse
3, 14-22 (il testo). “Ecco,
sto alla porta e busso” è il
versetto più conosciuto di questo brano. Di solito tutti lo citiamo
slegato dal contesto e fa un effetto carino. Nel contesto, che è un po’
duro come linguaggio, ha un impatto diverso. C’è
tutta la storia della salvezza. La storia della salvezza è quello che ci
sta dietro le spalle, ma anche il pezzo che ci aspetta nel futuro. Solo il
presente non fa parte della storia, né della storia della salvezza. Ciò
che noi viviamo nell’attuale, in ogni attuale, non è una storia perché
non è un oggetto perduto, è la realtà in cui sono immerso. Ieri già
non mi appartiene più, domani non mi appartiene ancora. Non posso
cambiare quello che ho già fatto e non ho ancora fatto ciò che dovrò
fare domani. C’è solo un punto che non è una storia ed è oggi. La lettera a Laodicea è la lettera su l’attuale, cosa ci succede in ogni oggi. Le sei lettere precedenti raccontano la storia con Dio, che ci porta fino ad un culmine; poi c’è un oggi di fronte a questa storia, che non è una storia; è un po’ diverso dalle altre lettere, perché ogni ‘qui ed ora’, non può essere oggetto di storia. Noi siamo chiamati a fidarci di Dio. Probabilmente molti di noi, ripensando alla loro vita, guardandosi indietro, riconoscono che in alcuni momenti Dio ha avuto cura di loro attraverso una persona amica, un’occasione, una situazione, e forse non se n’erano nemmeno accorti! Guarda caso, te ne accorgi sempre solo dopo. Mentre sei lì, immerso nella tua esperienza, non sai che sarà così, e vivi tutta la paura, la fatica, il dolore di stare lì, di affrontare quella situazione, quel problema, quella solitudine, quella difficoltà. Anni dopo ci ripensi: “Ero così disperato, mi sembrava di non farcela…” ed alla fine è arrivata una soluzione. In realtà non stai mentendo, veramente eri arrivato ad un filo dal mollare!! E’ sempre molto bello raccontarlo, ma viverlo è più complicato!! Questa
è la differenza: la presenza amorosa di Dio nella storia si vede sempre
nel passato e la speriamo per il futuro. In ogni ‘attuale’ ci siamo
sempre solo noi, con la nostra fatica. O meglio, vediamo sempre solo
noi stessi, con la nostra fatica. Dio c’è, ma avendo scelto una via non
autoimponentesi, non appare nel momento del nostro bisogno, è molto
discreto e poi, passata la paura, il dolore, la fatica, verifichiamo che
anche un dolore ha avuto un senso, mi ha portato in una determinata
direzione. La
lettera di Laodicea riguarda il ‘qui ed ora’, tutti i qui ed ora che
non sono, secondo l’Apocalisse, un pezzo fuori dalla storia della
salvezza. Noi non possiamo fare storia, ma lo Spirito parla qui ed ora,
dunque ‘qui ed ora’ stanno dentro, all’interno del settenario. Guai ai
tiepidi
Qual
è il grande peccato possibile di ogni ‘qui ed ora’? “Conosco
le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o
caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per
vomitarti dalla mia bocca”. Il
grande pericolo, il grande peccato, la grande idolatria del ‘qui ed
ora’ è non mettersi da nessuna parte, non sporcarsi le mani. Qui non
c’è scritto se sia meglio essere freddi o caldi, il problema è: chi
non si sporca le mani ‘lo vomiterò’… raramente c’è una
parola così dura! Chiaro:
sporcandosi le mani si sbaglia, perché se io devo capire con la mia
intelligenza e scegliere con la mia coscienza, nel qui ed ora, dato che
non sono Dio, posso sbagliare. Qui si dice: meglio sbagliare! Problema
radicale: un cristiano può essere qualsiasi cosa, ma non corretto; un
cristiano corretto è una contraddizione in termini. Un cristiano può
essere un peccatore, può essere santo, generoso, uno che fatica ad essere
generoso, può essere freddo o caldo… misurato è il peggio!! Quando
ci domandiamo “è giusto o sbagliato?” circa i nostri peccati,
sbagliamo. Questa non è una domanda sulla fede. Per capire se una cosa è
giusta o sbagliata abbiamo la nostra intelligenza, la conoscenza della
realtà, i buoni o cattivi consigli, noi stessi… Non ci sarà imputato
come peccato se abbiamo sbagliato a capire se ‘era giusto o sbagliato’.
Questo fa parte della nostra storia. Dio sa bene che solo tra molto tempo
noi sapremo se alcune cose erano giuste o sbagliate. Noi non siamo Dio,
siamo persone, abbiamo un’intelligenza, ci sono gli altri… per tutti
questi motivi l’unica cosa che possiamo fare è usare al meglio tutto ciò
che abbiamo e fare del nostro meglio per responsabilità. La
vera domanda che ci dobbiamo fare, secondo questo testo, è se siamo
tiepidi. Possiamo sbagliare nel capire ciò che è giusto e ciò che è
sbagliato, ma non possiamo non decidere, lavarcene le mani! Guai agli
autosufficienti
“Tu
dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla’, ma
non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”. Questa
parola è durissima. L’altra cosa che un cristiano non può mai fare nel
proprio ‘qui ed ora’ è dire: “Non ho bisogno di nulla! Io mi
basto!”. L’autosalvezza è esclusa dal cristianesimo. Il
grande rischio dei buoni è: ho fatto tutto ciò che dovevo, ho fatto le
mie buone opere, ho sempre scelto giusto, dunque mi devono dare dieci! Sono
ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla… “non sai di
essere un infelice, un miserabile, un povero”… queste sono le tre
cose che negano la frase. Ma c’è di più, c’è qualcosa che non
sappiamo di essere e che va al di là dell’affermazione: “cieco e
nudo”! Nell’antichità
Laodicea era un centro famoso per le cure agli occhi e la fabbricazione di
abiti. Quindi è evidente che Giovanni si fa aiutare dall’immagine che
era chiara per chi leggeva: nel posto dove si curano gli occhi e si
realizzano abiti … siete ciechi e nudi! Pensate a ciò che
la nostra cultura ci dice su nudità e cecità! L’abito:
raccordo tra me e il mondo
“Tu
non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”. Proviamo
a riflettere un attimo: che cosa sono gli abiti per noi? Ci coprono, ci
difendono, ma ci mostrano anche, per cui scegliamo abiti diversi per
situazioni diverse; sono un linguaggio sociale; sono il modo in cui ci
presentiamo al mondo ed attraverso cui entriamo nelle regole del mondo o,
in altre occasioni, provochiamo le regole del mondo! L’abito è tante
cose insieme che riguardano il suo uso materiale, ma è anche legato al
pudore, al coprire la propria intimità… l’abito è una difesa, un
mostrarsi, un entrare o non entrare o provocare le regole del gioco
sociale. L’abito è il punto di raccordo tra l’io e tutto il resto del mondo. Sappiamo bene che ci sono tanti modi di non essere adeguati a se stessi: vedere una persona di cinquant’anni che si veste da quindicenne fa un’impressione bestiale; quando vedi certi amici che vestono sempre nello stesso modo ti viene voglia di aiutarli a cambiare: Il nostro modo di vestire è il modo in cui gli altri ci riconoscono, ci vedono, ci ricordano… e noi con i nostri abiti a volte riveliamo, a volte nascondiamo! L’abito è l’ “interfaccia” tra noi e il mondo! La vista:
finestra sull’esterno
La
vista per noi è la finestra sull’esterno, il modo in cui ci appropriamo
di quello che sta fuori. Non solo non ti sei arricchito, ma non hai il
livello di base, non hai la possibilità di presentarti al mondo e la
capacità di imparare, di appropriarti di ciò che nel mondo c’è, altro
che ricco!! Questo
è il secondo grande rischio di ogni attualità: pensare che ci si basta e
non riconoscere la propria nudità e cecità! Non riconoscere cioè il
fatto che essere sé, vivere la propria esistenza, diventare persino
simpatici a se stessi entro una certa età, essere in grado di avere degli
occhi che vedono il mondo, è un’impresa per cui serve una vita… che
ci è data per questo! Per essere se stesso, per avere una faccia che gli
altri possono incontrare, avere degli occhi per poter incontrare gli altri
e alla fine, forse, essere persino un po’ simpatici a se stessi è
un’impresa non da poco! Che altro c’è da fare?! Oro,
vesti bianche, collirio E allora ecco l’ammonizione: “Ti
consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco,
vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e
collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista”. Che
cosa dobbiamo comprare da Cristo? Oro purificato, vesti bianche, collirio
per gli occhi. Cosa vuol dire comprare? Come si compra? Con cosa si paga? Oro,
un bene oggettivo; vesti bianche, una capacità di relazione con il
mondo; collirio, una medicina per i nostri occhi, per la nostra
interiorità. E’
chiaro che sono le tre dimensioni: la ricchezza è il fuori, gli occhi
sono il dentro e il vestito è la relazione tra il dentro e il fuori. Che
cosa ci può dare Cristo? Una realtà che cambia, una storia cambiata, una
storia di ricchezza, un cuore curato, - non sano! -, e una possibilità di
mettere insieme un cuore curato e una realtà salvata. Questa
situazione descrive l’essere cristiani. Oggi abbiamo tutti la percezione
che il cristianesimo sia un cuore curato, cioè che il problema centrale
è l’intenzione, è una questione di coscienza… se ho buona
intenzione…, il problema è convertire il cuore… Diamo molta
importanza all’interiorità, e tutti siamo abbastanza stanchi per sapere
che il nostro problema è essere curati e non sani. Però ci dimentichiamo
di tutto il resto. Il problema non è solo avere buon cuore. Certo, questo
è fondamentale, ma bisogna anche avere vesti bianche e oro purificato nel
fuoco! Resta
aperta la questione: Come si compra? Cosa vuol dire comprare? Con che cosa
potremo mai pagare? I
vari secoli cristiani hanno dato molte e diverse spiegazioni a questa
domanda: l’ottocento ha pensato che si comprava con molte indulgenze,
con il mortificare la propria anima… Per noi non funziona più. I primi
secoli cristiani hanno pensato che si comprava semplicemente fidandosi di
Gesù, dicendo “ci sto”, in un modo molto spirituale, di pura grazia
ricevuta, con allegria. Già questo ci funziona un po’ meglio, ma non si
sa bene se è una forma di new age, ci confondiamo un po’ le idee… E
infine, oggi, come si compra? E’ una bella questione, su cui per ora non
abbiamo una grande risposta. Dunque facciamo tutti un po’ di pie
pratiche, andiamo a messa, facciamo un po’ di carità quando ci riesce,
perché ci pare che c’entri abbastanza, ed è una cosa che comprendiamo
facilmente: fare del bene a qualcuno è una cosa seria! Anche ammesso che
tutta questa storia di Gesù sia falsa, aver aiutato qualcuno è una cosa
dignitosa! Non
sappiamo bene perché, ma ci sentiamo tutti un po’ analfabeti in questo
strano mondo religioso, dove ci sono gli addetti ai lavori, i preti, che
hanno le mani in pasta in tutta l’organizzazione. Quando ci chiedono di
fare qualche servizio, rispondiamo di sì: è un nostro modo umile di
tentare di comprare, pur con un vago senso di insoddisfazione, perché è
come se comprassimo con una moneta svalutata, non sapendo bene cosa stiamo
comprando e a cosa ci serva! Alla fine, il più delle volte, non siamo
soddisfatti dell’acquisto, non sapendo esattamente cosa volevamo
comprare. Mi pare che su questo punto servirebbe un grande lavoro ecclesiale, un lavoro comune sulle nostre esperienze di fede semplici, quotidiane per cercare di capire veramente che cosa vuol dire comprare oro, vesti bianche e collirio per gli occhi. Questo lavoro meriterebbe un seminario dell’Atrio, totalmente di ricerca, in cui partire dalla realtà concreta così com’è, senza avere dei pregiudizi troppo grossi, e provare a vedere che cosa funziona o non funziona. "Mostrati dunque zelante e ravvediti”. Sto
alla porta “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. E’
un versetto che apparentemente ha tutto un altro tono. In realtà dice una
radicale esigenza di Dio su di noi. Lui sta alla porta e bussa.
Come al pozzo della samaritana dice: “Dammi da bere”. Accampa
una richiesta con un tono ben deciso. Dopo
aver detto: “Sei povero, nudo, cieco”, aggiunge: “Sto alla
porta e busso”. Noi,
a me di sicuro succede, abbiamo spesso un retropensiero: ci pare che Dio ci
inviti a cena. E’ il contrario: Dio si invita a cena, sta alla
porta e bussa, se qualcuno gli apre lui entra e si invita. L’Eucaristia
funziona così: è un luogo, un modo in cui apriamo la porta e c’è una
cena in cui non si sa più chi è l’invitato o l’invitante, chi
compra, chi paga. Tutti sono senza soldi, perché c’è una cena
assolutamente fuori portata, è un ristorante troppo caro. Siamo invitati
e invitiamo. Gesù sta alla porta e bussa perché siamo poveri, nudi e
ciechi e non sappiamo bene come comprare oro, vesti e collirio. Se non abbiamo questa esperienza da quando finisce la messa della domenica, fino alla messa della domenica successiva, l’Eucaristia non ha un posto. L’Eucaristia rimane sospesa per aria, non può andare da nessuna parte, è una delle tante pie pratiche che noi possiamo vivere con gran cuore, sentirci molto arricchiti spiritualmente… ma questa non ha un posto reale se noi, nella nostra attualità, in tutto quello che succede fuori dalla porta della chiesa, non abbiamo l’esperienza di Gesù nella vita, che sta alla porta e bussa! Al massimo ci possiamo sforzare di applicare nella vita ciò che abbiamo sentito la domenica, ma un po’ lo ricordiamo, un po’ no, la vita è complicata, non sappiamo bene come fare e… arriviamo alla fine della settimana sempre insoddisfatti. Il
problema è che noi non abbiamo un luogo così! Non abbiamo coscienza del
nostro rischio di tiepidezza e della nostra povertà, nudità e cecità,
del nostro bisogno di comprare oro, vesti e collirio. Non abbiamo
coscienza di avere un’interiorità, un rapporto con il mondo e non
abbiamo questa fede in una ‘presenza di Gesù sulla soglia’, fuori
dalla porta della nostra vita, che bussa per invitarsi a cena. Senza tutto
questo l’Eucaristia non ha un luogo, rimane una pia pratica. La
croce “Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono”. Qui
Giovanni richiama il tema e le parole dell’Ascensione. Il Cristo morto e
risuscitato è asceso al cielo ed è seduto nella gloria del Padre. Che
cosa ci succederà? Primo, di morire in croce! E poi di risuscitare e di
essere seduti nella gloria del Padre! Ma non senza morire in croce! Amen,
mi fido “Così parla l’Amen, il Testimone
fedele e verace, il Principio della creazione di Dio…”. Noi abbiamo sempre tradotto Amen con l’espressione Così sia! E nel linguaggio comune aveva preso un po’ l’idea di augurio. Amen
ha la stessa radice di Emunà, la fede: “Abramo per fede partì”.
La fiducia, la fede fiduciale, il fidarsi di, l’appoggiare il proprio
investimento su… Dunque
Amen ha una serie di altre radici; significa: mi fido, è così, ci credo,
ne sono certo, con tutta la forza e la potenza con cui noi diciamo a
qualcuno cui vogliamo bene quando si dispera: sono sicuro che cambierà! E
lo diciamo in un modo che vorremmo trasmettergli non solo le nostre
parole, ma la forza per evitargli la disperazione! Paolo
ci dice: “In Gesù Cristo tutte le promesse di Dio sono diventate
Amen”. Tutte le promesse di Dio in Gesù Cristo sono diventate sì.
Tutto ciò che è stato desiderato, in Gesù Cristo è diventato, per il
mondo, in modo definitivo Amen. Dio, in Gesù Cristo, ha detto Amen
sul mondo. Qui
non è l’Amen che pronunciamo noi: è il Cristo che dice: “Così
parla l’Amen”, l’Amen di Dio. Spesso quando le persone mi chiedono come faccio a sapere se credo o non credo, se ho fede o non ho fede, un po’ ironicamente mi capita di rispondere che io non so se credo o non credo, ma che di una cosa sono piuttosto certa: Dio crede in me e questo basta. Fino a 15 anni uno si chiede: credo o non credo, devo credere, che scelta faccio…; poi ad un certo punto scopre che certi giorni crede e certi giorni no, certi giorni ha abbastanza fiducia, altri giorni molto meno, certi giorni ha molta energia, altri meno, ma che Dio crede in lui e questo gli basta. “Così
parla l’Amen”. Dio dice Amen su ogni attuale, su ogni ‘oggi qui’. Non sulla storia
della salvezza, che già si capiva. Dice Amen su quei pezzi che non sono
ancora una storia. “Il
testimone fedele e verace …”
nell’oggi, qui il volto di Dio è una testimonianza fedele e vera. Dio
non si smuoverà per un po’ di stupidaggini, per un po’ di fesserie,
perché non ci siamo accorti, perché ci siamo distratti… Il testimone
fedele e verace sta lì, è un innamorato ostinato, preoccupato,
appassionato, ma non così disponibile a mutare la sua testimonianza! “…Il
principio della creazione di Dio”. Il
linguaggio qui è legato al tempo in cui Giovanni scrive, il principio è
la potenza iniziale, non il principio cronologico, non pagina 1. Il
principio sta alla creazione proprio come oggi pensiamo il DNA rispetto a
noi “…e da lì tutto si mette in moto!”, stessa logica. Noi non lo
chiamiamo più principio. Questo è un linguaggio filosofico greco. Il
principio è la potenza originaria, il punto da cui tutto comincia e che
contiene in sé tutte le informazioni, il patrimonio che origina il tutto.
Cristo
è il principio della creazione di Dio. La sua croce, la sua risurrezione,
la sua ascensione, la sua perfetta obbedienza al Padre, il suo non essere
tiepido, il suo essere vestito, ricco e vedente, tutto questo è il DNA
della creazione. Dunque, come ci dice il prologo di Giovanni, niente è
fuori, tutto è stato creato in Lui e niente è fuori da Lui. Questo testo duro sta sotto una carezza
morbida: in Gesù Cristo tutte le promesse di Dio sono diventate Amen.
Egli è il testimone fedele e verace, è il principio, la potenza genetica
di tutta la creazione! Non
ci resta che sporcarci le mani e avere occhi che vedono, vesti bianche e
oro.
Fossano, 18 dicembre 2004
|
Copyright (c) 2005 L'Atrio dei Gentili - E-mail: atrio@atriodeigentili.it |