Lectio Divina 2006/07
7.
DALLA FESTA NASCE LA PAURA?
Marco 16,1-8 PremessaEccoci all’ultima puntata di questo percorso sulla paura. Desidero condividere con voi una riflessione espressa ieri alla presentazione del libro: più continuiamo ad affrontare temi inerenti le questioni proprie della nostra vita, le questioni antropologiche – abbiamo fatto un percorso di riflessione sul conflitto, sul potere, ora sulla paura – più le percorriamo sulla parola di Dio, più io, personalmente, ho l’esperienza di una specie di ‘impotenza’ della parola di Dio rispetto ai problemi umani. E’ come se, alla fine, le cose da dire rispetto alle questioni della nostra vita fossero molto semplici; la parola di Dio, nella sua essenzialità, ci pone di fronte a due o tre aspetti; il nostro problema, però, è che per capire le due o tre cose molto semplici, dobbiamo ripeterle all’infinito, perché ci sembrano complesse. Abbiamo mille domande, e l’apporto della parola di Dio non è quello di aggiungerci dei contenuti, di darci l’ennesima lezione, quanto piuttosto quello di “sfogliare la cipolla”: a mano a mano togli tutte le cose che sembrano importantissime e non lo sono; alla fine rimane la questione nuda e, vista senza tutti gli aggrovigliamenti, paradossalmente è molto semplice, chiara. Riflettevo ieri, e in questi ultimi giorni preparando la lectio, come in fondo le questioni davvero serie dell’esistenza siano poche e chiare – il brano di cui ci occuperemo oggi è chiaro, da questo punto di vista. I criteri per cui uno si mette da una parte o dall’altra sono molto evidenti. Sono poi le nostre biografie che complicano il tutto, i nostri ma…. E alla fine questo incrosta tutto e, forse, una delle funzioni della parola di Dio non è tanto di darci degli altri contenuti, quanto quella di costringerci a essenzializzare tanto la domanda quanto la risposta, e a sapere che poi c’è lo spazio di misericordia. Le cose sono molto chiare: stare dalla parte dei poveri e della vita, o non starci … tutto lì. Poi c’è un grande spazio di misericordia. Perché ci vuole un’esistenza intera per imparare a stare dalla parte dei poveri! Riflettevo, e il brano di oggi mi sembra in questa logica: la parola di Dio ti dà molte parole, poi te le toglie tutte. Alla fine si capisce perché, nella tradizione cristiana, il silenzio ha questo grande spazio di rapporto con la parola di Dio. Il silenzio non è una condizione per poter leggere la parola, forse è il risultato. Cioè, dopo che uno ha scavato, non c’è più molto da dire, come per tutte le cose serie della vita.
Parole e silenzio Quanto detto nella premessa si lega bene al brano che leggiamo oggi, dal capitolo sedici versetti uno-otto. Dentro al vangelo di Marco che ha uno stile secco, asciutto, ridotto al minimo, questo testo è considerato un brano strampalato al punto che, probabilmente, nella prima stesura era qui, al versetto otto, la conclusione del vangelo di Marco. Poi, già nel secondo secolo, la sensazione era che il versetto otto lasciasse un po’ di amaro e c’è stata un’aggiunta, scopiazzando dagli altri evangeli. Persino a loro, immediatamente, sembrava un po’ troppo secco! Tutto il racconto del vangelo di Marco si concludeva su questa frase: “E non dissero niente a nessuno, perchè avevano paura”. Era così forte la sensazione che non ci fosse un happy end, che già alla fine del secondo secolo sono state aggiunte le apparizioni, e vediamo la traccia degli altri vangeli: la prima apparizione è a Maria di Màgdala, raccontata anche nel capitolo 20 di Giovanni. Poi si legge: “Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna”. E a tutti viene in mente l’episodio di Emmaus raccontato da Luca. “Alla fine apparve agli undici, mentre erano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore”. Ed è il finale di Matteo. Quindi Marco ha preso l’episodio di un’apparizione da ognuno degli altri tre vangeli; alla fine c’è una conclusione solenne, quella a cui siamo più abituati. “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”. E’ come se Marco, il vangelo più essenziale, che riporta pochissimi discorsi di Gesù, cominciasse con l’annuncio da parte di Gesù ridotto tutto in una frase: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” e finisce con “E non dissero niente a nessuno perché avevano paura”. Mi sembra un tema da tenere di sfondo: forse un buon risultato è il silenzio. Forse la parola di Dio ci conduce a non avere più tante storie da raccontare, a non avere più desiderio di troppe parole, se non quelle semplici della vita, quotidiane. Riflessione a margine: nelle nostre attività parrocchiali, negli incontri, nella catechesi, quasi tutta l’attività, i contenuti degli incontri sono, in varie forme, parole; si parla, si discute, ci si confronta e, paradossalmente, molto spesso sono parole sincere, ma non vere; sono parole che diciamo di buon cuore, ma che non riescono a dire lo spessore di ciò che viviamo; sono parole convenzionali, con cui diciamo ciò che pensiamo sia giusto dire, ma che in fondo risultano avere una distanza dai motivi per cui piangeremmo e da quelli per cui rideremmo. E’ buffo: siamo presi tra inflazione di parole e silenzi, cioè il silenzio delle cose vere e l’inflazione delle parole sincere, ma spesso non vere. Forse la parola di Dio dovrebbe aiutarci a rovesciare la logica: un po’ più di parole vere e un po’ meno di parole convenzionali. E non è un problema di impegnarsi, è che le parole vere non le sappiamo più; non sappiamo più come si dicono le cose profonde; sembra che crescendo, con l’età, dimentichiamo il vocabolario della nostra vita. I bambini non hanno mediazione e dicono esattamente quello che sentono, per cui a volte sono maleducati e inopportuni; gli adolescenti non sanno esattamente cosa sentono e dicono di tutto, contrappongono maree di parole tra pari, con l’amico del cuore - spesso non con gli adulti ma nel gruppo di fiducia - cercano di combattere con le parole la confusione di ciò che li abita. Hanno troppe cose dentro e parlano, parlano, si salutano, si telefonano due minuti dopo essersi salutati…E poi, improvvisamente, man mano che diventiamo adulti, diventiamo sempre più taciturni sulle cose vere, diventiamo opportuni, cioè capaci di dire quelle frasi che non mettono in difficoltà - va bene, è una buona abitudine, un po’ di educazione non fa male alla salute - ma è come se questo seppellisse la capacità di dire delle parole vere, con il risultato che alla fine ci sentiamo tutti soli e incompresi, non sappiamo mai come si fa a parlare davvero. Da questo punto di vista il vangelo di Marco è una buona scuola, perché è molto essenziale, dice solo le cose vere. E infatti ogni tanto è abbastanza inopportuno, dice delle cose sgradevoli. Mi sembra che i versetti dal nove al venti, siano un’aggiunta un po’ religiosa, da parrocchia per bene - “non vuoi mica far finire questa storia epocale con la figura da pesci lessi dei discepoli e delle donne che hanno paura e stanno zitti?!”. Come se non fosse spaventosamente vero e umano, come se non fosse esattamente così, che taciamo per paura! E come se non fosse molto consolante scoprire che, immediatamente dopo la risurrezione, anche quelli che hanno visto l’angelo, avevano vissuto con Gesù, hanno visto la tomba vuota, non avevano parole per dire la loro verità, avevano troppa paura e sono stati zitti. E non è caduto un fulmine dal cielo, non sono stati inceneriti… C’è un posto anche per loro nella memoria eterna del vangelo; il che è una bella consolazione! A me personalmente, pensandoci di questi tempi, sembrava un bellissimo finale, poco glorioso ma molto adatto alle nostre vite che spesso non hanno finali particolarmente gloriosi, e perché potessimo anche noi sentirci a casa nostra dentro questo racconto. Parole e silenzio hanno una stretta relazione con la paura. La paura ammutolisce.
Vita e desideri All’inizio di questo percorso abbiamo visto tre brani più antropologici, poi i successivi, di cui questo è l’ultimo, più cristologici con il rapporto tra fede e paura - il testo di Atti sull’episodio di Anania e Saffira; poi il tema della salvezza e paura – la tempesta sedata e, la volta scorsa, la questione della presenza-assenza e paura – l’episodio della trasfigurazione. Qui tiriamo un po’ le fila, arriviamo alla questione delle questioni, mi sembra che qui la questione posta di fronte alla paura sia la vita stessa, la totalità della vita così com’è, la vita di Gesù, che è il vivente, e la nostra. Qui non c’è paura di qualcosa. C’è quella paura che non ha nome e che sta di fronte al mistero della vita così com’è. Possiamo chiamarla come ci pare, ma non esiste nessuno che non sia più un ragazzino, che non abbia sentito dentro di sé lo sgomento della propria vita, e ancora di più della vita di coloro che ama. Con o senza motivo. Poi, in genere, siamo abbastanza bravi a spiegarci che un motivo c’è, a dire: sono impaurito per questo o quell’altro, perché se ci diamo un motivo, poi possiamo cominciare ad occuparcene e diventare sufficientemente ansiosi sul motivo, concentrare lì tutta la nostra paura e fare quei discorsi… che solo gli adulti fanno : ‘quando avrò più denaro, se avessi più tempo…se avessi… quando avrò cambiato casa…’! Diamo questo nome allo sgomento e alla paura che abbiamo rispetto alla totalità della nostra vita, al fatto che la vita è davvero un mistero profondo, perché è abitato da due desideri contrastanti, radicali e che non possono essere tutti e due esauditi, Da una parte il desiderio di sapere quali sono le difficoltà che avrò davanti per potermi attrezzare; e dall’altra il desiderio che la vita mi sorprenda, che mi regali qualcosa che non mi sono dovuto meritare, che qualcosa di nuovo mi raggiunga e sia un dono bello, un’occasione festiva. Perché se dovessimo immaginare che la nostra vita sarà tutta uguale a quella che oggi ci siamo data e a ciò che abbiamo saputo conquistarci, ci verrebbe una tristezza assolutamente incredibile. E tutti speriamo che la nostra vita vada bene, che ci siano le cose buone che ci siamo preoccupati di costruire, ma anche che a un certo punto ci sia una botta di vita, un amore, una festa, una vincita, un lavoro nuovo, una vacanza… Poi, progressivamente, andando avanti, abbassiamo le nostre aspettative, ci accontentiamo e alla fine, al massimo, speriamo in una vacanza ben riuscita, che è il massimo dell’aspettativa in tutto il ciclo dell’anno. Questi due desideri: che tutto sia prevedibile e che possiamo anche vantarci un po’ delle fatiche che affrontiamo, e che la vita ci sorprenda, sono normalmente, per gli esseri umani, due desideri assolutamente coestensivi e sopportabili ed è per questo che abbiamo paura della nostra vita, perché abbiamo nello stesso tempo paura che ci sorprenda e che non ci sorprenda. Credo che sia un’esperienza abbastanza diffusa; a diciotto anni abbiamo una gran voglia di diventare grandi, di decidere, di essere autonomi, autosufficienti, e appena abbiamo smesso di desiderare di diventare adulti, cominciamo a temere di invecchiare. Fossano, 5
maggio 2007 |
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