Segnalazioni
Rivista: "Ricerche Teologiche 01/2002"
Ho tra le mani il volume n.ro 1/2002 della rivista
"Ricerche Teologiche" edita dalle Ed. Dehoniane di Bologna.
È una grande gioia scorrere l'indice e scoprire che questo numero
contiene due articoli scritti da soci dell'Associazione: Stella Morra (pp.
125-150) e Manuela Terribile (pp. 225-232). Complimenti!
Nasce la speranza di vedere una pubblicazione che raccolga gli interventi
di "tutti" i Soci che possono scrivere di teologia. Un sogno?
Spero di no!
Gli articoli raccolti dalla rivista sono gli atti di un Convegno sulle
Donne in Teologia,
che è ha avuto luogo a Roma durante il giubileo. L'intervento di Manuela
Terribile è centrato sulle "Nuove scuole di teologia", cioè
descrive le origini, lo spirito ispiratore e la presenza concreta degli
ISR e ISSR in Italia. Molto interessante la parte sulle motivazioni che
hanno spinto all'apertura della teologia verso i laici ed i problemi
ancora aperti oggi.
Una frase fra tutte: "Gli ISR (e soprattutto la loro utenza)
rappresentano un'occasione, che ancora una volta potrebbe andare perduta,
di una riflessione seria sulla teologia e su cosa le accade quando essa ha
tra i suoi consumatori e, anche se relativamente poco numerosi, tra i suoi
produttori, laici e laiche. Un piccolo laboratorio non indifferente anche
per la vita delle chiese locali".
Molto bella la citazione del card. Lercaro durante i lavori del concilio
nel 1964, posta in chiusura dell'articolo.
Il contributo di Stella Morra è un poderoso saggio dal titolo: "Una
nuova arte del dire: rilettura teologica del dato storico". È una
splendida introduzione della mistica alle soglie della modernità, quella
del periodo tra '500 e '600. Lo sviluppo della mistica è descritto
partendo dal lavoro di Michael De Certeau ed è utilizzato come chiave per
rileggere il momento presente. Di De Certeau sono 13 delle 16 citazioni
contenute nel testo, l'ultima, splendida, è da "Amo a te" di
Luce Irigaray.
È difficile sintetizzare questo intervento, che cesellato come un ordito
prezioso, illumina la relazione tra la mistica classica ('500 e '600) ed
il 'dire' odierno della teologia e della fede. La mistica è vista come
una frattura instauratrice, cioè una frattura che consente l'instaurarsi
di un "nuovo", di un percorso, di una lingua e di uno spazio di
vita in più.
Il discorso si dipana su alcune tappe, dopo una delimitazione dello spazio
di ricerca,
si entra in una sorta di topografia della mistica classica, cito la frase
di chiusura che sintetizza la prima tappa: "Biografie spezzate [i
mistici], dunque, che incontrano una situazione frammentata e decadente
della civiltà e della cristianità instaurano una dinamica di lutto che
per prima cosa cerca le rovine e l'altro, il socialmente altro."
Molto "moderna" come situazione, molto vicina alla nostra, mi
sembra.
Da questo primo affresco si passa alla seconda tappa dal titolo: "Un
'locus' del discorso mistico: la retorica nuova", dalla parola al
ruolo del linguaggio ("La mistica
classica cerca un discorso e non esiste al di fuori dalla propria
narrazione"). I mistici scrivono molto ad altri e spesso a Dio o a se
stessi. Nascono in questo periodo nuove "maniere" di linguaggio,
una retorica nuova appunto.
Poi ci si sofferma sulla figura, così cara a noi, del traduttore. Nel
'500 si passa
dalla figura copista dei secoli precedenti ad una figura nuova. Cito
nuovamente: "Il problema è tradurre mondi interni e esterni,
tradurre tra loro i frammenti non più comunicabili, tradurre ciò che non
è immediatamente fruibile", e "questa pratica di traduzione
mostra un'interiorità sedotta ... dall'esteriorità straziata". Di
qui alla necessità di produrre "racconti di relazioni" che
"si definiscono a partire dal destinatario (lettere, diari,
insegnamenti spirituali, prediche) dalla figura di questo altro assente e
ricercato, e si configurano, quindi, dentro la categoria del
desiderio". Giungiamo quindi alla dinamica del desiderio, altro tema
trattato insieme
e molto vicino alla nostra sensibilità. Allora "l'elaborazione del
desiderio" diventa
generatrice di "spazi e di pratiche che siano concretamente
organizzati a partire da
quest'assenza".
Dall'"arte del fare" (quando sarà tradotto in italiano questo
libro di De Certeau, da porre accanto alla "Fabula Mistica" ed
al "Parlare Angelico"?), agli "esercizi spirituali" di
Sant'Ignazio fino ad una organizzazione in protocolli e manuali (Foucault!?).
"La successione è di tutto ciò che va lasciato per creare un vuoto;
da questo vuoto si dovrebbe creare un senso. Ma se si leggono i testi in
questa chiave si scopre che il senso non si crea da un risultato, ma dal
procedimento, dalla traiettoria che viene percorsa e disegnata nella
misura in cui si è interiormente spostati da un luogo ad un altro,
sedotti dal reale, dall'altro che non c'è".
Giungiamo quindi all'ultima tappa, "Transito", che tenta un
aggancio alla nostra situazione e si apre con la domanda: "Cosa
vorrebbe dire pensare un linguaggio sul
religioso, del religioso e a partire dal religioso come movimento di
traduzione,
capace di evocare uno scenario, quello storico-salvifico della Parola che
ci è dato,
ma di evocarlo all'interno di una esperienza che non può essere
semplicemente la riproposizione di pretese origini più o meno mitologiche
...".
Si toccano i temi delle pratiche, della devotio moderna, per dire la
situazione di difficoltà raddoppiata in cui viviamo: "abbiamo un
orizzonte di ciò che la modernità
e i mistici hanno messo in movimento, ma totalmente senza un corpo, cioè
senza una capacità di procedure che sono state sfruttate e rigettate già
un secolo fa'";
fino alla ricerca di regole, di pratiche dal sapore esotico che riempiano
uno spazio lasciato vuoto da pratiche desuete.
Il passaggio successivo è di esaminare le questioni legate alla struttura
eucaristica,
litugico-sacramentale, della presenza reale ed approdare infine a dire che
il non aver preso sul serio il passaggio alla modernità ha provocato una
separazione in cui ci troviamo anche noi. Questa dislocazione che è
oggettiva per noi ha creato una contrapposizione, una frattura difficile
da sanare. La mistica ci indica che "questa frattura è forse una
ferita che non deve guarire: frattura creata dal '500, la dislocazione,
l'aver posto il cristianesimo di fronte alla tematica del lutto, è forse
la presa in carico sul serio di una tomba vuota, del fatto che
l'esperienza della resurrezione nella storia non è il primo luogo, se non
per i testimoni fondanti, la visione del risorto. Per tutti gli altri è
la scoperta di un cadavere che non c'è, di un lutto che non si può
celebrare ed elaborare, ...".
Siamo giunti alla conclusione che recupera il tema del convegno sulla
figura della donna in teologia, ma più in generale, come una "non
debole omologia" con la vicenda delle donne che si sono occupate di
teologia. CIto: "La parabola teologica
della esperienza mistica e del suo rapporto con la modernità, dovrebbe
insegnarci alcune cose; la direzione dell'elaborazione delle pratiche
dunque, per esempio la ricostruzione di storie minute, tutte al femminile
... rischia di portarci a fare la stessa fine che le pratiche della
mistica hanno fatto della devozione. C'è da chiedersi che cosa possiamo o
vogliamo riuscire a fare di un linguaggio, di una teologia, di un pensiero
... possa diventare significativo e significante ... per la teologia che
si fa."
E infine viene offerta la bellissima citazione da "Amo a te" di
Luce Irigaray di un brano sull'aria ("L'aria, questo luogo in cui
abitare, in cui coltivare fiori e angeli").
Così si conclude questo saggio denso, complesso, ma bellissimo!
Una chicca, alla fine di ogni contributo è presente un "SUMMARY"
("ABSTRACT"?) scritto in inglese. Solleva il cuore poter leggere
il riassunto di un esperienza, di parole a noi care in inglese,
soprattutto per chi come me è costretto a leggere "Abstract" e
sommari sempre e solo di "fredde" questioni
tecnico-scientifiche.
Un grazie a Stella Morra e Manuela Terribile e il via alle fotocopiatrici
se qualcuno è interessato agli originali! È una bella avventura lo posso
garantire.
Paolo Baggia
13 dicembre 2002
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