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Padre Cesare Falletti, "Ave Maria", Effatà, pagg. 48, 2003, euro 5,00

Lo sappiamo, a volte le parole sono come pietre. Possono ferire, fare male, in un certo senso uccidere. A volte sono frammenti di gioia, conforto, affetto, attimi donati in un fluire di suoni e voci solitamente strumentali, pragmaticamente emessi per ottenere qualcosa. Troppo spesso sono inutili - urlati o sommessi – tentativi di coprire il vuoto, di fare rumore sul niente che sentiamo – non vogliamo sentire - dentro.

A volte succede anche di dire parole solo perché ci hanno insegnato così. Per esempio nella preghiera. Quando ero piccolina e le messe erano ancora in latino, mi incuriosivano le vecchiette che sgranavano il loro rosario e sommessamente ripetevano senza tregua le stesse parole “Ave Maria, gratia plena…”

Tutti noi ci siamo chiesti almeno una volta che senso abbia quel modo di pregare, ripetere sempre le stesse parole, meccanicamente, senza neanche pensare al loro significato: questione fondamentale quando si è adolescenti ed accuratamente evitata da adulti – senza avervi trovato risposta, ovviamente.

Poi ti capita tra le mani “Ave Maria”, un librino di poche pagine - così non ti spaventi – scritto da padre Cesare Falletti, edito da Effatà (pp.48, euro 5). Cesare Falletti, monaco cistercense, dal 1995 è priore del monastero “Dominus Tecum” di Pra ‘d Mill a Bagnolo Piemonte.

“Ave Maria” è un libro che si legge in fretta – forse non è fine, per un libro spirituale, dire che si “divora” volentieri – e che ti spinge poi a riprenderlo a poco a poco per gustarlo, riga per riga.

E scopri con stupore consolante il peso lieve e infinito di ciascuna di quelle parole, dette e ridette mille volte senza pensarci.

Ti rendi conto improvvisamente che la tua voce stentata e distratta è comunque intrecciata al coro incessante che da più di mille anni dalla terra si eleva verso Maria per far arrivare al cielo il dolore e la gioia delle nostre vite.

Ti accorgi di una cosa banale e profondamente vera: noi siamo poveri, siamo umanamente limitati anche quando preghiamo, spesso non sappiamo restare con la mente legata alla preghiera che balbettiamo, i pensieri volano via – solo un grande dolore sa tenerci ferocemente incatenati al presente.

Ma la cosa davvero importante è che Dio è Dio, lui non si distrae. Non ha bisogno della nostra preghiera, ma da sempre raccoglie ogni nostra voce, ogni nostro piccolo e stentato gesto di stupore, ringraziamento, rabbia, dolore. Nessuna di quelle “Ave Maria” più o meno distrattamente pronunciate è mai andata perduta.

Saperlo è una grande consolazione, soprattutto quando scopri che cosa significano davvero le parole che hai pronunciato e il posto che occupano nel misterioso scambio di vita che è la comunione dei santi.

Maria Paola Longo

28 dicembre 2003

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