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Owe Wikstrom, “La dolce indifferenza dell’attimo – elogio della lentezza”,  Longanesi & C., pp. 222. 14,50 euro

Ci manca il tempo di vivere i drammi reali dell’esistenza che ci è stata assegnata. Tutto ciò ci fa invecchiare. Le rughe e le pieghe del volto sono la firma della profonda sofferenza, dei fardelli, della conoscenza che sono venuti a farci visita – ma noi, i signori, non eravamo in casa” (W. Benjamin).

Una frase come questa è un motivo sufficiente per comprare un libro? Probabilmente sì: campeggia all’inizio di un capitolo, e sfogliando le pagine alla ricerca di un indice - non si sa mai se stia all’inizio o alla fine, accidenti – ti può sedurre. Una sfida, una promessa, un rigurgito di inquietudine: troppo per non comprarlo, se già ti aveva solleticato il titolo “La dolce indifferenza dell’attimo – elogio della lentezza” (ed. Longanesi & C., pp. 222. € 14,50)

Facile cominciare a leggerlo in vacanza, spaparanzati al sole o nell’ombra pigra di un cortile assordato dalle cicale che friniscono nel vento. Un po’ più complicato – in ogni caso salutare – affrontarlo quando la lentezza dell’estate si è già trasformata in fugace nostalgia o in uno sguardo inquieto al calendario per occhieggiare la sempre smisurata distanza dalle prossime ferie.

Di concreto rimangono le mille cose da fare, il tempo che non basta mai, i problemi quotidiani, l’illusione di riuscire a fare tutto almeno una volta e – diciamolo pure – l’abitudine di cercare il riposo in attività ed inattività che non nutrono l’interiorità, anzi, ce la rendono di giorno in giorno più estranea.

L’”Homo Freneticus” che siamo diventati cura ed alimenta il mito della mancanza di tempo, “creato da un’infinità di pseudo occupazioni che si combinano con la pressione dei mass media e uno scarso autocontrollo” per difendersi da sé stesso. Non a caso lo dicono da sempre i  padri spirituali, i monaci.

Per chi sente su di sé il peso di questo correre un po’ insensato, questo libro - scritto con il linguaggio semplice dei pensieri quotidiani dallo svedese Owe Wikstrom, professore di Psicologia della religione presso la Facoltà di Teologia dell’Università svedese di Uppsala – è un caleidoscopio di frammenti di tempo, di anima, di parole di senso compiuto.

Sono riflessioni e pensieri sparsi, sono consigli vissuti che possono aiutare a trovare spazi per sé nelle giornate affollate che ci corrono incontro.

E’ un libro in cui si può rimanere gradevolmente impigliati, se ci si lascia guidare dalle indicazioni dell’autore, che fin dall’inizio dà al lettore l’esplicito “permesso” a saltarne alcune parti, rileggerne altre più volte, tornando indietro per annotare su taccuini e post-it le frasi che sfiorano con sapiente leggerezza i nervi scoperti della nostra personale esistenza.

Il carattere della persona è come l’invecchiamento del vino, si acquista con lo star quieti e il lasciar passare il tempo”. Sarà perché la quiete è un vocabolo – ed uno “stato” – ormai inusuale  che finiamo per essere tutti ogni giorno un po’ più acidi?

Eppure il ritmo che ci frastorna non dipende solo da noi e, per chi lo vuole, il libro offre anche pagine spassionate di analisi sociologica sul per-ché e il per-come di tanta fretta.

Certo che ci sentiremmo tutti meglio – noi e di riflesso chi ci vive intorno – se fossimo un po’ più consapevoli di ciò che attraversa noi e il tempo che ci è dato da vivere. “Forse persino la democrazia è in pericolo, quando nessuno ha più tempo di prendere parte ad una assemblea politica o per concedersi un momento per approfondire un interrogativo”.

Se così stanno le cose, quali contromisure possiamo adottare? Niente di nuovo, un elenco di consigli di buon senso tranquillamente ereditati dalla nostra migliore tradizione: stare nel presente, cercare attimi più o meno lunghi di solitudine, tornare a parlare davvero con gli amici, leggere… in poche  parole “coltivare lo spirito”

Che cosa vuol dire? Semplice: cercare la bellezza, perché – come scriveva Dostoevskij -“La bellezza salverà il mondo”.

La seconda parte del libro è la narrazione di viaggi reali, non più solo interiori: Budapest a novembre, per incontrare un amico gravemente malato – pensieri sulla morte; San Pietroburgo a marzo, in compagnia di Dostoevskij e dei suoi scritti su Dio e sul sacro; Assisi a maggio, in pellegrinaggio sulle orme di Francesco.

Un viaggio interiore e non solo che termina sul lago di Garda, con un lieve sguardo sull’abitudine – tutta mediterranea – di passeggiare senza meta. “Non c’è posto per attività pianificate, nessun divertimento e nessuna caccia al tesoro. Lentamente si cammina lungo la sponda”.

Un rito che ci è usuale un’abitudinaria lentezza che troppo spesso sottovalutiamo, un pezzo di strada che è già dentro di noi.

Maria Paola Longo


Alcuni brani dal libro

“Più importante di ogni altra cosa è il concedersi qualche ora di libertà, difendere il diritto a non essere necessari, a non realizzare nulla, a guardare i boschi, a osservare dalla finestra la gente che passa oppure a indugiare in una conversazione con un amico senza arrivare a niente”.

“Mettiamo il caso che una persona si stia occupando di una cosa di fondamentale importanza. Questa persona è convinta che, se non facesse la tal cosa, il mondo crollerebbe. Allora, proprio in quel momento, dovrebbe dire a se stessa e poi metterlo effettivamente in pratica: «Io smetto, non faccio più niente per un minuto».

La prima cosa che nota quella persona è che il mondo non crolla. La vita può aspettare un attimo mentre non si è occupati con essa. Questa è una scoperta importante”.

“Qual è la più intima essenza dello starsene seduti in un caffé? Il caffé è una concezione del mondo, il cui fulcro consiste nel non comprendere il mondo. Se si vuole evitare la banale evidenza delle cose, allora ci si può immergere in ragionamenti sofisticati; per essere esatti, illudersi di sapere. Ma con lo sguardo fisso sulla tazza di caffé e sulla bustina di zucchero, il mondo si dipana davanti ai nostri occhi. L'ambizione di comprendere si affievolisce”.

“L'arte della cultura è, quindi, essenzialmente, l'arte di oziare. Dal punto di vista cinese l'uomo più saggio è quello che meglio comprende l'arte di oziare. Esiste una contraddizione tra la frenesia e la saggezza. I saggi non sono troppo occupati e i troppo occupati non sono saggi. L'uomo più saggio è, perciò, quello che ozia con maggiore grazia”.

“La lettura di brutti libri indebolisce e, poiché la maggior parte dei libri brutti è divertente, il divertimento, per così dire, è l'arma del cattivo scrittore”.

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