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Gruppo Giovani-adulti Seminario estivo II 6 - 8 settembre 1996 Serra di Pamparato |
"Perché sono Dio e non un uomo...." Il libro di Osea
Prospettiva di lettura: il desiderio, la vita, il giudizio Alcuni anni fa il percorso dei nostri seminari è iniziato con il libro di Tobia, il viaggio in cui si parte vecchi e si muore giovani, in cui si comincia seppellendo cadaveri e si finisce celebrando una festa. L'esperienza del pellegrino in cammino, come espressione di "una assenza orientata verso una presenza" o se volete di un desiderio, è un po' il riassunto spirituale-scritturistico della nostra storia. Gradualmente in questi anni abbiamo cercato di approfondire il contenuto del desiderio: bella l'idea del viaggio, ma da dove verso dove? Qual è il contenuto del desiderio?Abbiamo così parlato molto della nostra vita come il contenuto del grande desiderio: il desiderio è vivere. Dicevamo al week-end di inizio estate, in cui ci siamo occupati dei salmi su Gerusalemme, che la grande figura del contenuto del desiderio nella scrittura è Gerusalemme. Gerusalemme è sempre desiderata come meta del viaggio, Gerusalemme come nostra madre, il luogo in cui tutti sono nati. Uno dei temi scaturiti da quelle riflessioni è il tema del giudizio. Infatti è molto chiaro nei salmi su Gerusalemme che una vita, per essere una "vita vivente", ha bisogno che si eserciti un giudizio, che si dica che cosa è buono e che cosa non lo è, che cosa nutre la vita e che cosa non la nutre. In quel week-end ci siamo fermati di fronte a domande del tipo: "Chi giudica? Che cosa si giudica? Come si giudica? Qual è il criterio su cui si giudica?" Da queste riflessioni è nata l'idea di dedicare questo seminario alla lettura di un profeta, perché i profeti sono nella scrittura il grande paradigma del giudizio. Tra i libri dei profeti quello nel quale più chiaramente si esercita il giudizio è Amos, ma Amos ha un linguaggio fortemente puntato sull'esterno, sul sociale, sulla giustizia. La mia sensazione è che questo non ci aiuti tanto, anzi in questo momento rischi di deviarci, di farci ancora una volta discutere su altro da noi. Le questioni sull'esterno si possono affrontare se si sa esercitare un giudizio sulla propria vita. E allora la scelta è caduta su Osea perché Osea rappresenta nel suo libro quello che siamo stati noi in questi anni; in termini tecnici si dice che Osea usa la sua vita come ot profetico.Traduzione di questa affermazione esegetica: i profeti manifestano il loro giudizio mediante degli ot, dei segni profetici. Se leggete il libro di Geremia o di Ezechiele troverete situazioni nelle quali il Signore dice: "Uomo di Dio, prendi un libro, vai nella piazza del paese e mangia il rotolo". Quello va, senza sapere esattamente che cosa fa, e mentre tutti lo giudicano pazzo il Signore riappare e fornisce la chiave interpretativa del segno: "Uomo di Dio, spiega: voi dovrete nutrirvi della mia parola...". Il grande gesto profetico di Osea, il grande ot profetico di Osea è la sua vita. Egli racconta che cosa gli è capitato. E gli è capitato che si è sposato una "signorina di liberi costumi" e la grande storia del suo amore tradito, del suo amore assolutamente perso diventa il grande ot profetico. Intervento: "Nel libro non sembra che gli sia accaduto accidentalmente di sposarsi, è Dio che gli dice di farlo." Perché l'ot profetico è sempre detto come un comando di Dio. Questo è il segnale scritturistico del fatto che niente nella nostra vita accade a caso, è il modo un po' primitivo di dire che tutto sta dentro un disegno di amore di Dio nei confronti degli esseri umani. Nulla di ciò che ci capita in realtà è slegato da Lui, è indipendente da Lui, ma per questo Dio può darci la parola, la grande buona notizia su quella cosa. Il fatto che il grande segno profetico di Osea sia la sua vita è molto comprensibile per noi, per il percorso che abbiamo fatto o quello che vorremmo ancora fare insieme. Pensate ai nostri primi discorsi sulla fede non come una conoscenza, ma come un paradigma amoroso e pensate a tutta la nostra fatica di provare ad avere vita abbastanza perché la buona notizia sulla nostra vita poi in qualche modo funzionasse. Il ragionare sulla vita, il farne un ot profetico, cioè un luogo di manifestazione del grande disegno amoroso di Dio, è esattamente l'esperienza, faticosa in genere, di un amore e un amore cresce nella misura in cui è la mia vita che diventa il luogo di quell'amore. Quattro parole ebraiche fondamentali. NAIB. In Israele il profeta non è un astrologo, non prevede il futuro; il profeta guarda al presente e, alla luce della sua esperienza passata, trae una conclusione sul presente, non sul futuro. Il profeta si comporta un po' come l'insegnante che dice all'allievo: "Se non ti metti a studiare resterai bocciato". E' una frase detta per causare un cambiamento nel presente, perché quanto "profetizzato" non si avveri. Così, per il profeta, la previsione sul futuro è la leva, il punto di appoggio per una svolta. Infatti la radice ebraica di NAIB vuol dire "vedere". Il profeta è uno che vede. Qui occorre una riflessione su che cosa vuol dire essere persone che "vedono" (la propria vita, la vita degli altri). Vedere è una relazione univoca, non biunivoca. Vedere non dipende per niente dall'altro, dipende totalmente da noi. E' la condizione interiore di apertura a una relazione possibile. Colui che giudica deve essere uno "che vede".HESED. E' un termine normalmente tradotto con "misericordia". In ebraico però c'è una famiglia di parole tradotte in italiano con misericordia. HESED ha come radice un termine che indica le viscere femminili, "la pancia della mamma". HESED è sempre riferito a Dio nella scrittura. Dio è "madre", genera la vita, la custodisce nel tempo e si contorce, si preoccupa, partecipa. In questo senso è tradotto con "misericordia", l'accoglienza del cuore. Altra coppia di parole importanti: SEDEQ, giustizia, e MISHPAT, giudizio. Le due parole, che per noi hanno la stessa radice latina, provengono in ebraico da radicali diversi. SEDEQ è la giustizia oggettiva, quella che noi associamo all'immagine della bilancia. Il giudizio, per noi, è l'esercizio della giustizia. Non esiste in ebraico un termine per l'azione dell'esercizio della giustizia oggettiva. Il MISHPAT è l'esercizio di una giustizia compromessa; non si dà nella scrittura l'idea di un giudizio non coinvolto, che è il nostro grande mito, il giudizio "giusto". Scheda:
E' un testo molto sconnesso perché molto danneggiato dal punto di vista dei manoscritti. Proprio per questo è un testo che ha una sua "larghezza di interpretazione" possibile. Il testo può essere diviso in quattro grandi unità:
Capitoli 1-3: il paradigma amoroso o della vita [1:1] Parola del Signore rivolta a Osea figlio di Beerì, al tempo di Ozia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboàmo figlio di Ioas, re d'Israele. [1:2] Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse: "Và, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore". [1:3] Egli andò a prendere Gomer, figlia di Diblàim: essa concepì e gli partorì un figlio. [1:4] E il Signore disse a Osea: "Chiamalo Izreèl, perché tra poco vendicherò il sangue di Izreèl sulla casa di Ieu e porrò fine al regno della casa d'Israele. [1:5] In quel giorno io spezzerò l'arco d'Israele nella valle di Izreèl". [1:6] La donna concepì di nuovo e partorì una figlia e il Signore disse a Osea: "Chiamala Non-amata, perché non amerò più la casa d'Israele, non ne avrò più compassione. [1:7] Invece io amerò la casa di Giuda e saranno salvati dal Signore loro Dio; non li salverò con l'arco, con la spada, con la guerra, né con cavalli o cavalieri". [1:8] Dopo aver divezzato Non-amata, Gomer concepì e partorì un figlio. [1:9] E il Signore disse a Osea: "Chiamalo Non-mio-popolo, perché voi non siete mio popolo e io non esisto per voi". E' una storia molto intrecciata, nella quale è difficile distinguere i testi che si rivolgono al rapporto con Dio da quelli che riportano al rapporto con la donna; un secondo grande intreccio è fra la donna e la terra, fra la terra e il popolo. Non è una novità in ambito religioso che la figura femminile rappresenti la terra-madre, la vigna, la fecondità.C'è poi il racconto di questo matrimonio (uno o due racconti dello stesso matrimonio o di due matrimoni diversi). E' un amore complicato che genera tre figli:
Il nome del primo figlio, Isreèl, ricorda il luogo di una battaglia (etim. Dio semina) e di un massacro. E' una valle di comunicazione tra l'Egitto e la Siria, un luogo nel quale è stato sparso sangue. Isreèl rappresenta per Osea il luogo dei pericoli esterni ed è un luogo che si chiama "Dio semina". In questo senso indica l'ambiguità: Dio semina, ma il luogo è di violenza. Prima questione: siamo in grado di dare un nome ai luoghi della nostra vita che sono i luoghi del pericolo interno, del grande tradimento, e del pericolo esterno, dai quali possiamo essere invasi? Sappiamo che questi luoghi si chiamano "Dio semina"? Che cosa vuol dire che Dio semina proprio nei luoghi del nostro tradimento interiore e del pericolo che ci viene da fuori? Questo è il primo grande elemento del giudizio: sapere di sé questa cosa. I nomi dei tre figli sembrano indicare che, se ci si confonde sul giudizio, il primo figlio è l'ambiguità, il secondo il rancore, il terzo è la perdita di identità, non sappiamo più chi siamo. Forse non sappiamo di aver perso i criteri di giudizio, ma conosciamo bene l'ambiguità, il rancore e i dubbi sulla nostra identità. Se abbiamo generato tali figli, forse abbiamo una tale madre. Poi c'è lo stupendo capitolo II sull'accusa alla madre, ma tale accusa è preceduta da questo piccolo, ma stupendo desiderio di avere dei figli che si chiamano Popolo mio e Amata:
Traduzione: se non stiamo abbastanza male da desiderare di non avere più rancore, ambiguità e mancanza di identità non nasce il giudizio. Secondo la scrittura il giudizio nasce non dal sentimento della propria forza, ma dal proprio desiderio di essere diversi, dal proprio star male. E questo non è un giudizio in termini di SEDEQ, quindi di espressione di una potenza, di una lucidità, di una comprensione. Secondo i profeti il giudizio su di sé e sulla propria vita nasce dalla debolezza, dall'essere così infelici da sperare che qualcuno restituisca a me il mio nome, la mia ambiguità chiarita, la mia identità, il mio "Amato". Questo è uno dei motivi per cui abbiamo difficoltà a giudicare la nostra vita perché in fondo stiamo bene e non abbiamo voglia di cambiare, dunque non c'è alcun giudizio. Se stessimo davvero male faremmo qualcosa per stare in altro modo. Noi abbiamo una grande resistenza al cambiamento e spesso evitiamo di amare per paura di dover pagare un prezzo troppo alto in termini di sofferenza. E allora l'accusa alla madre.
E' un brano molto bello. Se lo si legge con attenzione si nota che ci sono dei continui andirivieni (ritornerò al marito, poi gli amanti) segno di una sostanziale indecisione. Solo in un mito teorico i giudizi sono chiari, stabiliti una volta per tutte; noi siamo sempre dei "lavori in corso" e questa è una cosa che noi tolleriamo con grande fatica. Non sopportiamo di aver preso una decisione e di sentirci poi angosciati, anche se non cambieremmo la decisione. Ci pare sempre di non aver deciso bene perché noi ci pensiamo molto piccoli, ci pensiamo in genere come una casa sola. Fortunatamente Dio sa che siamo "una casa in perenne trasloco" fino al Regno di Dio, che noi siamo gente con molte anime e questa è una delle più belle notizie che possiamo ricevere nella vita. Nessuno di noi è solo la parte di sé che conosce. Lascio a voi il compito di ragionare su quali sono i temi dell'accusa, che cosa possono essere per noi gli amanti, la lana, il lino, l'olio, che nomi hanno. Che cosa è che ci attira altrove? E' molto bello notare che quasi sempre è la donna stessa che racconta il proprio tradimento: noi sappiamo bene quali sono i nostri errori, ma abbiamo bisogno di qualcun altro che esprima il giudizio. Un po' come quando un insegnante dice a un ragazzino: "Tu non sai scrivere". In genere questo il ragazzo lo sa. Quello che l'insegnante dovrebbe fare è dirgli come fare per imparare a scrivere. Dargli questa notizia lo inchioda soltanto nella sua incapacità di scrivere. Come il ragazzino, noi siamo in grado di capire ciò che non funziona. Il problema è la strategia. E qual è la strategia di Dio in questa situazione?
Che cosa vuol dire attirare noi stessi nel deserto e parlare al nostro cuore sulle cose che viviamo come un giudizio negativo? Che cosa vuol dire fare di noi stessi la nostra sposa per sempre nella giustizia e nel diritto, nell'HESED e nell'amore? Per giudicare su di sé bisogna essersi sposati, fidanzarsi con se stessi nella fedeltà. E allora la conclusione di questa operazione di giudizio non è la condanna, ma...
Ciò che dovrebbe accadere quando esercitiamo il giudizio sulla nostra vita, se seduciamo noi stessi, è che ci fidanziamo con quella parte di noi che stiamo giudicando e che poi veniamo restituiti all'identità di quella parte, diciamo di quella parte "Popolo mio" e quella parte ci riconosce. Domanda: Dalla lettura dei capitoli emerge una spiccata simbologia agreste. Tra questi riferimenti ce n'è uno curioso: Qual è il significato di questo "accanimento" contro le schiacciate d'uva e in generale contro i culti naturalistici? Il grande problema che Osea ha di fronte sono i culti di Baal, vale a dire i culti naturalistici di Canaan. L'offerta delle schiacciate d'uva, pani rituali mescolati con acini d'uva, era caratteristica della religione dei Baal, un segno esteriore che la contraddistingueva. Per fare un paragone a noi comprensibile, potremmo citare la nota distinzione tra la religione islamica e il cristianesimo circa il consumo della carne di maiale. E' un fatto a tutti noto, benché non sia di importanza fondamentale. Dietro la questione delle schiacciate d'uva, però, si nasconde un grosso tema: quello dei culti naturalistici. Osea è profondamente inculturato, capisce che cosa sta succedendo nel suo mondo e la questione seria del periodo in cui vive è lo scontro tra la religione ebraica e i culti naturalistici. In termini moderni potremmo dire che, in una mentalità in cui il mito è l'esodo e il grande peccato è l'installazione, la cultura agricola è sottoposta a un grande rischio perché trasmette il messaggio che, se tu lavori, custodisci, fai e poi intercedi per il bel tempo, ti garantisci il tuo sostentamento da solo. Questa è la religione cananaica che gli ebrei incontrano arrivando dall'esodo. La religione dei Baal è una religione naturalistica e ciclica: tutto muore e rinasce, tutto si distrugge e si ricrea. La presenza di una entità superiore giustifica l'eccezionale, la distruzione di un raccolto, quello che non è garantito dal lavoro. Per questo la religione dei Baal è una religione estatica e un po' dionisiaca, perché nella natura esiste l'impazzimento della primavera. Questo mondo, apparentemente libertario, ma in realtà estremamente vincolante nella logica meccanicistica per cui tu sei tutt'uno con la natura e non hai possibilità di sortita, è per Israele il peggio pensabile. Questa situazione è di una attualità sconcertante, perché anche noi siamo figli di una cultura con il mito della realizzazione di sé, il culto del corpo, della realizzazione spirituale, del sentirsi bene, della "new age". Noi stessi credenti ci lasciamo confondere esattamente come è successo agli israeliti; ti confondi e diventi un cristiano che vive il cristianesimo come se fosse l'omologo di queste ideologie idolatriche. Questa ideologia della realizzazione di sé, del diritto alla felicità, del senso della vita, dell'amore universale, si risolve in un narcisismo senza limiti, in cui l'unico referente sono io e la mia realizzazione. Questo è un punto che ci confonde per cui spesso i migliori tra noi diventano dei pellegrini sognatori, con enormi desideri, ma che diventano inesistenti sul piano della storia poiché non vogliono compromettersi. Capitoli 4-8, delitto e castigo o del giudizio: gli oracoli comminatori I capitoli quattro e cinque sono durissimi, ma bellissimi; ci sono alcune espressioni veramente belle, a tutto tondo, per niente consunte dal linguaggio religioso. Nella prima parte ci sono due figure: i sacerdoti e i notabili (i capi). Se ne può fare una lettura esterna (giudizio di carattere storico), ma la questione della scrittura non è mai questa. Il problema è che ognuno di noi ha una sua struttura di potere interna, ha una sua organizzazione dentro l'anima, ha sacerdoti, re principi, popolo, madri, figli, greggi, armenti. E allora il primo grande elemento del giudizio è sui sacerdoti e i capi, in particolare sul tema della conoscenza ("non hanno conosciuto, non conoscono..."). Quante volte anche noi abbiamo detto: "Ma noi non capiamo, nessuno ci ha spiegato, noi non sapevamo...". In questo testo si dice che uno ha il dovere di sapere. Il primo giudizio da dare su di sé è se sappiamo abbastanza di noi stessi, della nostra fede, della storia, della vita. Se ci siamo dati tutti gli strumenti necessari, tutti i sacerdoti e i capi, cioè tutta la parte razionale di noi, la parte potente che incontra la realtà, sufficiente per sapere di noi, per sapere dei nostri desideri, della nostra vita. Questa è la prima condizione perché il giudizio sia possibile ed è la prima accusa che il profeta fa. Il nostro sacerdote interiore è quella parte di noi deputata a mettere in contatto la totalità della nostra vita con la realtà di Dio, con la spiritualità più seria della nostra vita. E in genere è il primo che si perde, nel senso che le cose cominciano a separarsi, il popolo perisce, la nostra vita quotidiana (il popolo) periscono per mancanza di conoscenza perché c'è il sacerdote in noi che non fa quello che dovrebbe fare, che non spiega, che non ammonisce, che non corregge. Per esercitare giudizio bisogna avere un sacerdote santo dentro di sé. Se ci nutriamo del nostro peccato continueremo ad avere fame. Se ciò che cerchiamo per rispondere alla nostra domanda di conoscenza è solo la risposta a una delle parti di noi, mangiamo e non ci saziamo, generiamo e non vive prole. E poi il versetto 12, bellissimo: Pensiamo a quanti "pezzi di legno" ci sono nella nostra vita, quante domande facciamo a chi non ci può dare risposta alcuna. Segue allora il giudizio contro il re: C'è l'altra dimensione della nostra vita che è il potere, il potere di noi su noi stessi, ma anche la capacità di esercitare potere sulle cose e sulle persone, il potere di trasformare la realtà di decidere, di prendersi responsabilità. In genere la nostra parte di potere è quella in assoluto più bambina, meno educata, meno ascoltata, meno compresa perché il potere sembra un dato negativo in sé e dunque ne siamo sempre terrorizzati. La nostra preoccupazione spesso è "uscirne con le mani pulite", la nostra massima ambizione è essere corretti. Dio non è corretto, questi versetti lo dimostrano. La correttezza non è il criterio di Dio, la correttezza è il criterio dello stoicismo, la correttezza è il criterio che si può usare nei rapporti economici, mercantili. In amore, se si è corretti, dopo un po' non ci si ama più. Gli amori funzionano sulla verità e la verità non è corretta, ma espone, è compromissione, non ti consente di essere sempre equanime, distaccato, perfettamente obiettivo. Che conti abbiamo fatto dentro di noi con il potere? Quanto abbiamo parlato in questi anni dei confini, dell'esperienza di limiti, di come diventare adulti è la misura di alcuni confini tra noi e la realtà per smettere di dilagare sulla realtà e fare del confine il luogo dove due realtà non si dividono, ma si incontrano. Così la nostra parte di potere finisce sempre per spostare i confini, non permette alla realtà di essere quello che è. Dio come un leone, altro che corretto. Pensiamo a quanto spesso nella scrittura Dio paragona se stesso a un ladro: Dio è un predatore, giunge inatteso, prende e se ne va. Noi abbiamo sempre questa impressione che per giudicare correttamente uno deve essere quieto, distaccato, equilibrato, tener conto di tutto. Qui invece l'immagine che noi abbiamo è che Dio esercita un giudizio predatorio, a frammenti, interviene su una cosa e questo muove il resto. I capitoli 6, 7 e 8 sono la seconda parte di questa raccoltà di oracoli di condanna, capitoli in cui non si parla più dei re e dei sacerdoti, ma della vita del popolo. Torna il tema della conoscenza e c'è tutto il grande tema del rivolgersi agli stranieri, del fidarsi d'altro, del mescolarsi alle genti: A chi gridiamo nel nostro giaciglio? A chi ci rivolgiamo? Dibattito sul tema del potere. Nei rapporti di lavoro, tutto sommato, non è così difficile inquadrarlo, ma per esempio nelle relazioni, nei rapporti educativi extra-professionali, nei rapporti amorosi, nella gestione sulle cose il potere è una delle nostre strutture identificative, non è una dimensione legata ad alcuni ambiti e ad altri no. Noi siamo persone che si esprimono, che esprimono la propria identità attraverso un tipo di struttura di potere. Non si dà che uno NON abbia una struttura di potere, anche se spesso non se ne ha coscienza. Per molti di noi una sottile grande forma di potere può essere il potere educativo. Alcuni esercitano il potere con un modello immolativo ("ho fatto tanti sacrifici per te...", "Fai pure, sapendo che mi fai dispiacere") che è assai pericoloso ad esempio nell'educazione dei bambini, perché è un esercizio di potere ricattatorio. Per il fatto di esistere creiamo strutture di potere, non si può scegliere di non farlo. Si tratta di prenderne coscienza ed esprimerlo in modo sano. Ognuno di noi ha una tipologia prevalente di potere; conoscere i propri meccanismi di potere che si mettono in opera ci permette di vederli ed eventualmente modificarli. Capitoli 9-11, l'idolatria e l'amore o dell'essere di Dio: il peso della storia Anche la nostra idolatria non funziona più. E' la crisi della "mezza età". E' possibile continuare a raccontarsi una serie di bugie fino ad una certa età, poi c'è un punto in cui non ce la fai più, i conti non tornano, ma si sono perse talmente le parole, i punti di riferimento, le domande, che si sta di solito in un guaio infinito e che molto difficilmente, se non si è continuato a esercitare parole e giudizio, si riesce a riprendere le fila. C'è proprio questo crescendo: i primi tre capitoli sono l'adolescenza, i capitoli da quattro a otto sono un po' la storia dell'adultità, il capitolo dieci pare proprio la crisi dei trentacinque-quarant'anni, quando ci si sperde, ci si confonde. Adesso cosa faccio? Non ho più i sogni di quando ero adolescente, non ho ancora una matura e serena saggezza, mi sono disperso su mille fronti, ho seminato empietà e mietuto ingiustizia ed è tempo di cercare il Signore. Ma è come se questa cosa non si facesse, se Israele, e noi quando siamo in questa situazione, non avessimo più il coraggio, come spesso succede quando uno ha quarant'anni, è un po' in crisi, si è perso per strada i motivi per cui si era sposato quella donna, non riesce tanto a parlare ai propri figli, non sa più perché amava così tanto la professione che oggi gli pesa molto. Ma che cosa fai? Cambi vita a quarant'anni? Che devo fare? E' buffo perché nella scrittura la notte è sempre un tempo pericoloso, di nascita, di fecondità, rischioso, di confine tra la vita e la morte, tra il bene e il male. La notte è sempre un tempo di grande veglia, di discernimento, di attenzione, ma è sempre un tempo positivo, il tempo delle grandi semine; invece l'alba, tranne che nel caso della Resurrezione, è in genere il segno della battaglia perduta, del disastro (pensate alla lotta di Giacobbe con l'angelo: "All'alba lo lasciò..."). E la Resurrezione che succede all'alba del nuovo giorno è proprio la grande parola: sulla storia Dio dice che c'è una nuova alba di un giorno che non ha più tramonto. Questa osservazione forse ci può far riflettere su come funzionano le notti e i giorni, non tanto quelle cronologiche, ma le notti e i giorni delle nostre stagioni di vita. Come noi scalpitiamo nei tempi di oscurità, cioè come noi non vediamo affatto nei tempi di oscurità dei tempi di fecondità e in genere preferiamo la battaglia campale, cioè preferiamo aver deciso e non doverci tornare su, anche se la decisione è una sconfitta. Segue il capitolo 11. Fino a questo punto c'è stato un crescendo: l'adolescenza, l'adultità, la crisi della mezza età. A questo punto arriva il giudizio. Il capitolo 11 è il giudizio di Dio, il giudizio con HESED, il paradigma di tutti i giudizi con HESED possibili. Nel leggerlo teniamo a mente questa collocazione del capitolo. I versetti 1-6 sono bellissimi, di una poesia incredibile: Dio madre, assolutamente madre. C'è il racconto di questa genitorialità di Dio e poi c'è il dato oggettivo, l'esame della realtà: "Ritornerà al paese di Egitto ... perché non ha voluto convertirsi. ... Chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo.". Il giudizio con HESED non è la negazione della realtà. Dio sa che ha potere, sa quali strutture di potere mette in atto e quando arriva al cuore del problema fa tutta l'analisi per arrivare alla verità, non solo ai sintomi. La verità è che "chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo". Questo non è un sintomo, non è un comportamento (hanno bruciato gli idoli, si sono prostituiti ...) è il cuore, è IL problema. Il problema è che costoro non sanno sollevare lo sguardo. Voltarsi, alzare lo sguardo è il segno di ciò che in termini moderni diremmo decentrarsi, il contrario del narcisismo. Guardare altrove è "buttare lo zaino oltre lo steccato", essere catturati da un punto che è altrove rispetto al luogo in cui lui è adesso: questo è il meccanismo della salvezza. Abbiamo detto tante volte che la salvezza è l'esperienza che noi non siamo tutti lì e solo lì dove siamo: per salvarsi bisogna guardare altrove. Per questo Gesù dice "Guardate a me e sarete raggianti" o nel colloquio con Nicodemo: "Sarò innalzato sulla croce... guarderanno a me...". Guardare è questo movimento di decentramento, sei catturato da un centro di gravità che è fuori di te e che in qualche modo ti sposta. Non saper guardare in alto è il problema per cui si diventa idolatri, perché c'è la prostituzione, ci si fida di cavalli, carri e cavalieri. Ciascuno di noi in fondo ha sulla propria vita un unico giudizio, fermo alla prima parte, il giudizio oggettivo che condanna se stesso a rimanere esattamente lì dov'è. Il giudizio di SEDEQ, il giudizio oggettivo è il giudizio narcisistico, che dice di una cosa che essa è tutta lì ("Tu non sai scrivere", tu sei il tuo non saper scrivere). L'esperienza della salvezza è guardare in alto, rivolgersi a un centro di gravità per cui confido che esiste una parte di me che ancora non ho trovato. La buona notizia è che tu puoi guardare a Lui e che guardando a Lui ti viene restituito il tuo nome, come nell'apparizione di Gv 20 ("Maria"). Quello di te che ancora non sapevi ti viene dato come novità dal di fuori, ma è la tua vera identità, che tu scopri come tua. E allora su questo, su questa constatazione di qual è l'origine del male di Israele, l'ESED può funzionare ("Il mio cuore si commuove dentro di me"). E allora dice "Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim perché sono Dio e non un uomo". Questo versetto è bellissimo ed è la chiave di tutto il libro. Viene da pensare quante volte quando io esercito un giudizio su di me o sugli altri, mi ricordo di concluderlo dicendo "perché sono un uomo e non Dio". Dunque per esempio il mio giudizio di HESED è rovesciato rispetto a quello di Dio, perché il mio giudizio di HESED è "Dove posso guardare?" poiché sono un uomo e non sono Dio, e non "Guardate a me" perché sono Dio e non sono uomo.
Capitoli 12-14, chi è saggio comprenda o del finale: liturgia e sapienza E poi allora il capitolo 14, il capitolo liturgico.Perché dicendo di te che tu eri tutto lì dove sapevi di essere ti sei inciampato nei tuoi stessi piedi, ti sei condannato da solo a rimanere lì. Le parole, il frutto delle nostre labbra sono la grande offerta da fare a Dio. E non si parla solo di orfani. Ciò che è in me è orfano di me stesso, ciò di cui io non sono padre e madre a me stesso trova misericordia in Dio. Se il grande tema è la genitorialità (inizio cap.11) è l'orfano che trova misericordia. Dio nella figura di una grande quercia e tutti all'ombra che discorrono. E' uno dei tipici esempi di falso parallelismo, quelle frasi che sembrano un parallelo, ma sono costruite in modo asimmetrico. Ti aspetteresti "i giusti camminano in esse, mentre i malvagi camminano per vie di perdizione" invece "i giusti camminano in esse, mentre i malvagi vi inciampano", ma non c'è nessuno fuori dalle vie del Signore, non ci sono altre strade. La scelta è fra camminare speditamente e inciampare nei propri piedi: perdersi è impossibile! Non c'è una via di perdizione. La vita è una via del Signore, tutta la realtà è sotto il segno di una benedizione, tutto è via del Signore e i giusti la trovano una stupenda passeggiata e i malvagi ci si inciampano, rotolano, cascano, vanno indietro, si stancano, ma non c'è un altro luogo dove andare. * J. SCHARBERT, La Bibbia. Storia autori messaggio , EDB, Bologna, 1980, (introduzione). * L. BONO, La Parola di Dio. Salvezza del credente, voll. 1 e 3: "Guida alla lettura dell'Antico Testamento"; "Ci sono ancora i profeti oggi?", Esperienze, Fossano, 1972, (introduzione). * H. GUNKEL, I profeti , Sansoni, Firenze, 1967, (esegesi). * Dispense di Bose - Qiqajon |
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