Castità

da E. DE LUCA, Pianoterra,
Quodlibet, 51-53

Non desiderare la donna d'altri: un tempo per me questo divieto coincideva con la castità. Tutte le donne mi sembravano già d'altri, ero nei miei trent'anni, un operaio spiantato e selvatico. Partivo sempre per qualche altro posto, vedevo la natura dai finestrini. Mi accompagnava in quegli anni un pensiero di Leonardo Sciascia, dal libro Todo Modo : "la castità è spaventosa: ma soltanto nei primi tempi che la si sceglie e la si affronta. Poi avviene qualcosa di simile a quel che succede nell'arte per chi la fa: i limiti e le preclusioni espressive ne sono la forma, non sono limiti e preclusioni. Allo stesso tempo, la castità è la forma più sublime cui l'amor proprio può accedere: un far diventare arte la vita". Passai gran parte di quegli anni in questa condizione involontaria, non programmata, nè proclamata. Provai lo stato d'animo previsto dallo scrittore, l'amor proprio, l'orgoglio, ma soltanto nei primi tempi. Poi, forse per la esauriente disciplina delle ore operaie, spuntò la pazienza, non una virtù, ma un sentimento sconosciuto prima. L'orgoglio, l'amor proprio, saliti a pareggiare una mancanza, sfebbrarono, vennero gli anni-senza, anni di esperienza.

Sono di una generazione dell'immediato dopoguerra, cui è stata impartita una educazione antica. Per reazione siamo cresciuti considerando la sessualità un territorio oppresso da liberare, una democrazia da conquistare, per dare una specie di diritto di parola al corpo. Perciò ho ignorato la castità finché non la ho attraversata. Molte persone della mia età, molti amici, l'hanno conosciuta nel chiuso delle prigioni, io l'ho imparata all'aperto. Ora che la conosco un po', mi sembra ugualmente difficile promettersela, farne voto, specie in un'età acerba, quando si sa del corpo così poco. Se non si è mai stati maltrattati dalla natura nella salute o nell'aspetto fisico, il voto di castità è un atto di ribellione al mondo, che stacca dall'albero di trasmissione della specie e fa che una persona si senta, nel proprio intimo, un vicolo cieco.

Spesso parliamo di questo voto con rispetto sornione, pensando ai clamorosi casi di violazione dimostrata. Ma resta la verità che una forte porzione di donne e di uomini mantiene questo impegno e rafforza così la propria vocazione.

Approfondiscono il loro servizio rinunciando, ben più che all'esultanza degli abbracci, al vincolo della discendenza. Non sono un uomo di fede, ma ricevo coraggio da quella altrui; non arrivando a stringere le loro certezze, credo però alle loro vite, al poco cui hanno dato valore facendoselo bastare, accogliendolo come un dono anche quando era già molte volte meritato? Credo al loro esempio fornito senza alcuna intenzione, frutto secondo di chi sa vedere nelle minime cose il riverbero immenso del Tuttaltro. Credo anche alla specie minore di castità di chi non desidera il denaro altrui e, pur messo in condizione di poterne approfittare, sa volgere via lo sguardo senza sforzo (....). Credo perciò anche nelle piccole castità laiche, ignare di stare nella scia del decimo: non desiderare la roba d'altri.

Oggi non mi azzardo a pronunciare scelte di astinenza, cerco solo di starmene buono se posso, senza giurare su di me. Mi nego giorno per giorno, perché ho imparato questo: "Finché le parole sono nella tua bocca, sei il loro signore, quando sono uscite sei il loro servo". Se giuri su di te, poi devi mantenere. Sento di persone che rendono di pubblica ragione i loro intenti di castità. Se non si è suore o preti, obbligati a quel vincolo di fronte al mondo, i voti che ognuno fa con se stesso dovrebbero restare soltanto fatti suoi, non per castità, ma per pudore.

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