Casa
di spiritualità "Regina Montis Regalis" Dentro e oltre
il conflitto: Sintesi
dell'intervento di Suor Maria Ancilla
Una premessa è dovuta: non attendetevi meditazioni di alto livello teologico, non sarei in grado di offrirvele. So che avete già incontrato persone molto preparate e competenti, io sono ben lungi dall’esserlo, ma cercherò di condividere con voi quello che posso, sapendo che sarà poco. Il tema che mi è stato proposto è “DENTRO IL CONFLITTO: PERCORSI SPIRITUALI PER VIVERE CON FORZA E PACE”. Non è un tema marginale, accessorio, che può riguardarci e può non riguardarci: Ci ritroviamo tutti qui, nell’esperienza del conflitto e nel desiderio di superarlo in modo maturo, appunto “con forza e pace”. Sul tema conflitto le scienze umane e teologiche ci insegnano tanto, sono state formulate teorie apprezzabilissime, ma le teorie sul conflitto, sulle sue origini e sulle sue dinamiche (e per “conflitto” intendo le piccole guerre che l’uomo vive dentro se stesso e che sempre, in qualche modo, sfociano nelle grandi guerre che sono la cronaca triste di ogni tempo e latitudine), ci conducono sempre ad un punto fermo: che il conflitto fa parte della vita, è una esperienza, un’esperienza che facciamo tutti perché è una dimensione profonda del vivere dell’uomo, così come una dimensione profonda è il suo contrario, la pace. Entrambe queste dimensioni sono prima un’esperienza interiore, qualcosa che nasce e cresce nel cuore dell’uomo, e poi, di conseguenza, un modo di essere e un contesto storico-sociale. Io sono fuori quello che vivo dentro; il mondo, la sua storia e gli avvenimenti, sono la somma di tanti modi di essere dentro e fuori. Noi sappiamo che Dio è il Signore della storia, ma possiamo dire che la storia la fa anche il cuore dell’uomo, nel bene e nel male. Ad un giornalista che le domandava “perché il mondo va male?”, Madre Teresa di Calcutta rispose: “Io non so dirle perché il mondo va male, posso solo dirle perché io vado male, e così lei…”. Il “mondo” non è un’astrazione, sono io, siamo noi. E poi una lettura di fede ci fa intuire che lo psicanalizzare tutto e tutti, come se le scienze umane avessero la risposta ai grandi “perché” che ci portiamo dentro, è oltremodo riduttivo. Dobbiamo avere uno sguardo teologico sulla vita, sulla storia, la capacità di guardare tutto dalla parte di Dio, ed è uno sforzo cui la Parola di Dio ci sollecita ogni giorno più che la presunzione di esserne capaci. Perché è questo sguardo che ci dice che a spiegare il conflitto non intervengono solo i meccanismi della psiche ma anche e soprattutto le nostre scelte quotidiane tra il bene e il male, tra il peccato e la grazia. Ma non intendo perdermi tra i meandri della psicologia – non ne sono in grado e non mi è chiesto questo – né sfoggiare intuizioni teologiche: altri ve le hanno sapientemente offerte nel percorso che in questo anno avete fatto. Dicevamo che il conflitto è un’esperienza dell’uomo, come un’esperienza dell’uomo è la pace, percorso spirituale e risposta forte al conflitto come tentazione e tendenza personale e collettiva. Io vorrei parlarvi dell’esperienza di un uomo in particolare, vorrei ci specchiassimo in essa per trovarvi percorsi vissuti dentro e oltre il conflitto, per trovarvi una risposta credibile alla domanda esistenziale di saper vivere con forza e pace. Quest’uomo
è Francesco d’Assisi. Forse
la scelta vi parrà scontata, perché lui è un simbolo di pace, perché
io sono una clarissa e ne respiro il carisma… Ma quello che vorrei
scoprissimo insieme è che Francesco prima di essere un uomo di pace, è
stato, come tutti i santi, un uomo che come tutti gli uomini del suo tempo
e di sempre ha vissuto e sofferto l’esperienza del conflitto. L’ha
risolto, l’ha superato, ma prima l’ha attraversato, c’è stato
dentro. Francesco
ha fatto la guerra, letteralmente: non credo sia necessaria una
specializzazione in psicologia analitica per intuire che ogni forma di
violenza e ogni sua espressione è segno di un’aggressività latente, di
un conflitto interno non risolto, che con la complicità di altre
dinamiche non proprio trasparenti (ambizioni, desiderio di gloria, ecc.)
genera un modo di vivere “contro”, e tanti uomini che vivono
“contro” altri uomini fanno le guerre. Frate
Francesco, a venti, ventuno, ventidue anni non andava in giro per i boschi
dell’Umbria ad ammansire i lupi cattivi. Lo farà, a Gubbio, solo dopo
aver “ammansito” se stesso, o meglio… dopo aver lasciato al Signore
il modo e il tempo di ammansirlo, di farlo diventare un uomo di pace. Ma
prima ha dovuto prendere coscienza del conflitto che si portava dentro, e
amo pensare che due fatti lo hanno particolarmente aiutato nella sua
sofferta scoperta di quello che aveva nel cuore, di quello che lui stesso
chiamerà “le tenebre de lo core mio” (Preghiera al Crocifisso, FF
276). Due fatti che lo hanno segnato in modo indelebile, che lo hanno
visto scontrarsi – o incontrarsi – con ciò che lo avrebbe guarito e
salvato da se stesso: la debolezza. La debolezza dell’uomo,
nell’incontro con il lebbroso, e la debolezza di Dio, nel folgorante
dialogo con il Crocifisso di S. Damiano. “Fra tutti gli orrori della miseria umana,
Francesco sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma, ecco, un giorno
ne incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne
provò grande fastidio e ribrezzo; ma per non venire meno alla fedeltà
promessa, come trasgredendo un ordine ricevuto, balzò da cavallo e corse
a baciarlo. E il lebbroso, che gli aveva steso la mano, come per ricevere
qualcosa, ne ebbe contemporaneamente denaro e un bacio. Subito risalì a
cavallo, guardò qua e là - la campagna era aperta e libera tutt'attorno
da ostacoli -, ma non vide più il lebbroso. Pieno di gioia e di
ammirazione, poco tempo dopo volle ripetere quel gesto: andò al
lebbrosario e, dopo aver dato a ciascun malato del denaro, ne baciò la
mano e la bocca…” (Celano,
Vita seconda) Francesco si
specchia e si riconosce nel volto di un lebbroso, leggiamo al di là del
racconto i risvolti profondi dell’anima di Francesco, il frantumarsi dei
suoi sogni di grandezza contro lo scoglio della debolezza dell’altro. Ma
questa maturazione interiore è stata possibile perché un altro fatto,
ancora più sconvolgente e radicalmente incisivo, l’ha condotto in
quell’abisso del cuore dove
tutto ciò che viviamo acquista il suo significato più vero… “Era
già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo,
quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in
rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si
prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo
straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre
egli è così profondamente commosso, all'improvviso--cosa da sempre
inaudita! - l'immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla,
movendo le labbra, « Francesco,--gli dice chiamandolo per nome - va',
ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina ». Francesco è
tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma
subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a
dir vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile
trasformazione che percepì in se stesso, conviene anche a noi coprirla
con un velo di silenzio. Da quel momento si fissò nella sua anima santa la
compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande
stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si
impressero profondamente nel cuore…” (ib.) L’ambizioso
cavaliere figlio di un ricco mercante di Assisi si è incontrato con la
debolezza di Dio: il Cristo crocifisso. Un incontro che lo segnerà
nell’anima per poi segnarlo, al termine della vita, anche nel corpo (le
stimmate). Sono convinta che
Dio lo aspettava proprio lì, davanti al fratello lebbroso, davanti
all’Uomo della Croce, per illuminare le “tenebre” del suo cuore, per
convincerlo che esiste un’altra forza capace di conquistare il mondo, di
risolvere i conflitti: la debolezza. E la debolezza di
un uomo confinato ai margini della storia dei ricchi e dei forti, la
debolezza di un Dio crocifisso, conquistarono il cuore di Francesco, e a
quella debolezza lui farà riferimento per tutta la vita, vivendo e
predicando quella pace di cui fu araldo e di cui è diventato nei secoli
icona e simbolo. “La pace che annunziate con la bocca, abbiatela
ancor più copiosa nei vostri cuori. Non provocate nessuno all'ira o allo
scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia
dalla vostra mitezza. Questa è la nostra vocazione…” (Leggenda
dei Tre Compagni): così amava ripetere ai suoi frati il Santo di Assisi,
e questa ci pare una lezione valida anche per noi. La storia è da
sempre storia di conflitti, perché è storia di uomini che vivono in sé
il conflitto e credono di risolverlo affermando la propria forza e
generando nuovi conflitti. Francesco d’Assisi ha risolto i suoi
conflitti (e ha impiegato in questa impresa tutta la vita) dopo aver
scoperto l’arma potente della debolezza. La Parola della
liturgia di oggi, domenica XIV per annum, ci ha detto proprio questo: “… la mia potenza (di Dio) si manifesta
pienamente nella debolezza… Quando sono debole (e ora è Paolo che
parla) è allora che sono forte…”
(2Cor 9-10). “Quando sono
debole è allora che sono forte…”, e Francesco ha scoperto che non
c’è forza più grande del perdono. Ciò che noi confondiamo con
debolezza, il perdonare, è invece espressione limpida di fortezza
interiore, di grandezza d’animo. Solo chi impara ad essere debole “così”,
cioè chi impara a perdonare, sa stare dentro il conflitto, sa andare
oltre il conflitto, vivendo con forza e pace. Così scriveva
frate Francesco ad un Ministro, un superiore tra i frati: “E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli”. “Non potete impedirci di amarvi”: così scriveva invece Martin Luther King. Allora comprendiamo che l’amore non è un’emozione, ma una scelta, un modo di essere e di vivere, un modo di porsi accanto all’altro e nella storia, con quella pace che ti fa vadere il fratello per quello che è e non per l’immagine che la paura che hai di lui suscita in te. Ma per vivere così bisogna essere “deboli”, deboli come Gesù Cristo crocifisso, deboli come frate Francesco, che questa debolezza di Dio l’ha assunta e fatta sua, nel corpo stimmatizzato, nel cuore pacificato e capace di perdono. Francesco ha attraversato la Croce, e solo al di là di essa ha compreso cosa significa vivere dentro e oltre il conflitto. Dentro perché si è conformato al Cristo che ha preso su di sé il peccato dell’uomo pagandone il prezzo, oltre perché da questa compassione ha imparato la fratellanza e la vera pace, e nell’armonia che si andava creando dentro di lui contemplava la bellezza e l’armonia del creato, quella che cantò con la vita e nel Cantico delle Creature. Anche il senso e l’attesa della morte, che nell’uomo è sempre in qualche modo fonte di conflitto, Francesco lo ha vissuto con forza e pace, e questo perché – diciamolo con semplicità – non aveva più nulla da perdere, non aveva più “cose” da lasciare. Anche la povertà, il non abbarbicarsi alle cose che passano, il non fare dell’avere la misura del proprio essere più degli altri, del proprio potere, è un scegliere la debolezza come percorso per vivere con forza e pace dentro e oltre il conflitto. Davvero Francesco d’Assisi ha attraversato la Croce di Cristo, ha fatto sua la debolezza di Cristo, ha modellato il suo cuore sul cuore di Cristo, per poter dire con verità parole di perdono e di pace. E’ il perdono la vera novità della storia, e noi possiamo cambiare la storia dal di dentro se diventiamo uomini e donne capaci di perdono, lì dove viviamo, lì dove il conflitto ci riguarda più da vicino, ma sapendo che ogni perdono dato lambisce le sponde dei conflitti lontani, quelli della cronaca che conta, e vi entra dentro come un seme di pace. Quanto abbiamo detto riguardava Francesco d’Assisi, e vorremmo non sia stata una lettura troppo forzata della sua esperienza. Ma tutto questo riguarda anche noi, perché riguarda l’uomo: il conflitto – lo dicevamo all’inizio – è un’esperienza inscritta nel nostro essere uomini, come è inscritta la capacità di viverlo e superarlo (e voi capite che non posso prescindere da un discorso di fede). Francesco in una sua Ammonizione ci insegna che “Sono veri pacifici coloro che in tutte le contrarietà che sopportano in questo mondo, per l'amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nell'anima e nel corpo…” e questa è una meta altissima, possibile solo scegliendo come percorso spirituale quello che abbiamo visto essere stato di Francesco e ancor prima di Cristo: la debolezza della Croce come unica possibilità di vittoria sul Male, sul male che è in noi e sul male che è attorno a noi. La storia sembra si stia avvitando su se stessa come prigioniera di una spirale di odio che essa stessa crea. Quello che ci insegna Francesco d’Assisi è che il perdono è quella debolezza forte per spezzare questa catena che ci lega tutti ma senza unirci, anzi allontanandoci gli uni dagli altri. Ognuno di noi, per la sua parte, può subirla o spezzarla. Dipende da noi.
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