Questa è una delle questioni piuttosto dibattute perché,
ovviamente, la caratteristica dell'apostolicità è legata al
problema del ministero, ai vescovi, ed è uno dei punti di discussione
grande.
La questione comincia molto presto, perché comincia con la questione
del significato che si dà al termine "credo la chiesa apostolica",
perché apostolico e apostolo, nel Nuovo Testamento, hanno un'ampia
gamma di significati, vicini, non completamente diversi, ma con sfumature
diverse e quindi, a seconda che si sottolinei l'una o l'altra, cambiano le
conseguenze che poi si traggono. Fin dall'inizio del II secolo si è
dibattuto su questo tema, perché solo Luca usa apostolico nel senso
in cui la chiesa cattolica romana lo usa oggi, vale a dire apostolico uguale
a " i dodici apostoli, uguale alla successione apostolica, uguale ai vescovi
ecc. Tutti gli altri evangelisti usano apostolico in senso molto più
ampio e non identificano automaticamente apostolo con i dodici.
In tutto il primo secolo apostolo vuol dire semplicemente colui che fonda
una chiesa, è un titolo molto generale, non è connesso al senso
che noi oggi diamo di "ordinazione sacerdotale giuridicamente stabilita".
La discussione su questo, cioè se apostolo, e dunque apostolico detto
della chiesa, vada usato in senso stretto o in senso largo, inizia subito
praticamente, perché se va usato in senso largo la chiesa è
apostolica, cioè la chiesa nella sua totalità, nei battezzati,
è una chiesa che si espande, che è missionaria, che coinvolge
altri in questa buona notizia; se si usa in senso stretto, la chiesa è
apostolica nel senso esattamente contrario, cioè la chiesa è
qualificata dal fatto di essere radunata intorno ad un apostolo o ad un suo
successore.
Quindi o in senso largo, che ha per soggetti tutti i credenti, è
globalmente apostolica cioè missionaria, come diremmo oggi, oppure,
al contrario, si ha chiesa solo là dove i credenti si radunano intorno
a un apostolo. Tutto questo si è complicato variamente nei diversi
secoli della storia
Tra il X ed il XII secolo, nel mondo latino è prevalsa l'idea più
stretta e si è sviluppato, ad esempio, il commercio delle reliquie;
infatti, era talmente stretta, materializzata, quest'idea che, per costruire
una chiesa, bisognava costruirla su una reliquia di un apostolo.(questa lettura
materiale era congrua alla lettura di quel tempo in cui tutta la cultura
si esprimeva con una simbologia molto visiva, molto concreta per questo
all'esterno ci sono i capitelli con demoni, mostri, simboli del peccato poi
all'interno i finestroni su cui appaiono i simboli del lavoro, della terra,
della produzione delle attività secolari che sono ai margini.
Noi oggi abbiamo in testa molto chiaramente e sappiamo distinguere se uno
è o non è vescovo; prima del X secolo c'erano una serie di
dati che definivano un vescovo ed erano molti (scambio di lettere sinodali,
ricezione di un anello da un altro vescovo, ecc.) per questo, come in tutte
le cose della chiesa, ma anche della società, c'era un'organizzazione
abbastanza elastica.
Nella fase della materializzazione la discussione comincia a farsi molto
pesante e la questione si radicalizza molto (se tu non stai sulla cattedra
di un apostolo non sei un vescovo) e piglia la configurazione che abbiamo
ancora oggi, anche giuridicamente, con la questione luterana. Questo è
uno dei punti su cui Lutero insiste, perché la sua esigenza di tornare
alle origini, anche a fronte della corruzione che rileva nei vescovi, è
quella della diffusione del sacerdozio e dell'apostolicità, caratteristica
di tutti i battezzati. Su questo, il concilio di Trento s'irrigidisce molto
e dà una strutturazione giuridica che è poi quella che abbiamo
anche oggi in cui, anche come laici, abbiamo un ruolo molto stabilito, molto
stretto.
La chiesa cattolica latina si struttura in senso stretto. La chiesa è
apostolica nel senso che è costruita intorno alla comunione con i
successori degli apostoli e gli apostoli sono i dodici più Paolo,
cioè i testimoni oculari della risurrezione.
Già qui c'è tutta una polemica della teologia femminista la
quale sostiene che le prime testimoni oculari della risurrezione sono le
donne. Esse però non sono tra i dodici.
Il criterio è "i dodici" e l'elenco in tutti i sinottici è
molto preciso; l'eccezione su Paolo è fatta per il duplice motivo
dell'apparizione del risorto e del riconoscimento da parte di Pietro. Le
donne non chiedono di essere riconosciute, dunque il criterio è applicato
in modo molto chiaro. La questione che resta molto forte e che lascia uno
spazio reale di ragionamento è quella poi riproposta da Vaticano II,
e cioè se i vescovi sono successori degli apostoli o se sono successori
agli apostoli. Questo fa differenza, nel senso che se i vescovi sono successori
agli apostoli significa che sono successori in una funzione, ma non in un
ruolo, quindi non sono come gli apostoli ma fanno le cose che gli apostoli
facevano per le chiese; se sono successori degli apostoli invece vuol dire
che succedono nella funzione e anche nel ruolo ed acquistano un valore fondante.
Questa può sembrare una discussione teorica, mentre in realtà
è molto concreta perché, per esempio, sposta il valore del
magistero, dell'insegnamento episcopale. Se sono successori agli apostoli
la loro qualità magisteriale è in ogni modo inferiore a quella
degli apostoli, se sono successori degli apostoli è equivalente. Sono
questioni non da poco.
Vaticano II dà abbastanza un taglio nelle conseguenze, non fa
un'affermazione precisa su questo, però quando afferma che i vescovi
sono servi della parola dice, di fatto, che sono successori agli apostoli,
sono limitati dalla testimonianza fondativa che resta di qualità diversa.
Questo è un tema della distinzione.
Collegato a questo c'è anche da dire che questa questione non è
così importante come sembra, secondo me, nel senso che la vera questione
importante è l'assoluta sopravvalutazione, rispettando la dottrina
tradizionale cattolica, del ruolo del ministero, dell'apostolicità
in senso stretto che va benissimo nella misura in cui è quella insegnata
dalla tradizione della chiesa, Trento compreso che, per esempio dice che
nessun vescovo ha il carisma dell'infallibilità, da solo, e che nessun
vescovo ha un esercizio dell'attività pastorale da solo. Nei fatti
questo viene regolarmente percorso (se un vescovo esprime una sua opinione
personale ed io ne esprimo un'altra, ha lo stesso peso perché
l'infallibilità e l'esercizio pastorale sono da sempre, nell'insegnamento
tradizionale della chiesa cattolica, carismi che spettano solo al collegio
episcopale).
Su questo c'è una grandissima confusione. E' vero che i vescovi
garantiscono l'apostolicità perché sono successori agli apostoli,
ma è altrettanto vero che i vescovi la garantiscono come collegio,
non come singoli; come singoli la garantiscono solo nella presidenza liturgica,
cioè nel fatto che la celebrazione eucaristica che compiono, non
l'insegnamento catechetico, non l'omelia, ma la celebrazione in quanto
consacrazione, è una celebrazione nella tradizione apostolica.
L'altra questione fondamentale è che da sempre il criterio fondamentale
per dare la successione apostolica è quella che si chiama
l'apostolicità di dottrina, cioè l'ortodossia dell'insegnamento,
quindi, ancora una volta è stragarantista perché se un vescovo
insegna diversamente dal collegio è lui che è fuori dalla
tradizione (il collegio è l'insieme dei vescovi in comunione con il
vescovo di Roma, non solo nel concilio formalmente convocato, ma anche nella
prassi ordinaria. I pareri che i vescovi esprimono su tutto e di tutti i
tipi hanno un valore spirituale se uno glielo vuole attribuire, di autorevolezza
se sono autorevoli, ma non esprimono alcuna tradizione apostolica di dottrina
nel senso che sono semplicemente opinioni. Vaticano II dice che i vescovi
devono avere molta prudenza nel parlare perché, per il ruolo che occupano,
al di là delle loro intenzioni, finiscono per esprimere un parere
che può essere interpretato come parere della chiesa).
La questione è quella della cosiddetta successione sulla cattedra;
non a caso la sede del vescovo si chiama cattedra e la chiesa dove celebra
cattedrale; cattedra nel senso d'insegnamento, magistero. La successione
si chiama sulla cattedra nel senso che è successione in continuità
di dottrina; quest'elemento della continuità di dottrina è
decisivo. Continuità di dottrina vuol dire che l'insegnamento, la
mediazione, è garantito da quello che nella chiesa si chiama il consenso,
cioè se la maggioranza, non numerica, ma la buona sostanza del collegio
episcopale, e dunque delle chiese che stanno dietro ai vescovi, sono d'accordo,
in comunione, con il pontefice di Roma, su un certo tipo di cose, allora
queste cose hanno buona probabilità di essere nella tradizione apostolica.
Infatti, per esempio, Häring, consulente conciliare, teologo moralista,
nel suo libro "Il coraggio di una svolta nella chiesa" dice una serie di
cose precise, fondate ed inattaccabili perché di insegnamento
tradizionale, e fa il caso dell'Humanae vitae sostenendo che se questo documento
non ha un consenso del collegio ha buone probabilità di non essere
un'affermazione di tradizione apostolica e bene ha fatto Paolo VI a non dargli
il carattere di infallibilità, è un consiglio anche autorevole,
ma di per sé non ha il consenso del collegio.
Tutto questo per dire come la questione dell'apostolicità è
molto discussa.
Vaticano II riapre il tema dell'apostolicità come caratteristica di
tutta la chiesa, quindi del dovere missionario, in ogni caso un altro bel
tema. Che cosa vuol dire che uno in quanto credente apostolico deve fondare
altre comunità, convincere altri? Vaticano II apre questa questione
in termini di riconciliazione con il mondo luterano. Una possibile lettura
positiva è nel ripensare al concetto di autorità. Noi oggi
pensiamo che poiché uno è vescovo può presiedere
l'eucarestia; se uno è un laico non lo può. Di per sé
bisognerebbe fare un ragionamento contrario: poiché uno presiede
l'eucarestia è un vescovo, cioè è l'eucarestia che definisce
il ministero apostolico e non viceversa; non è una prerogativa,
un'abilitazione.
Concettualmente il problema è che il fatto che viene dall'eucarestia,
cioè dal porsi nella tradizione, nella possibilità e nel dovere
di dare il cibo al popolo credente, è quello che ti definisce in una
funzione che è quella del pastore, del successore agli apostoli e
non viceversa. Non è che, poiché hai avuto uno scatto di carriera
allora hai l'abilitazione di fare una cosa che un altro, non avendo avuto
un avanzamento di carriera, non è abilitato a fare, perché
l'apostolicità deve essere letta secondo il modello eucaristico: è
la struttura liturgica dell'eucarestia che definisce funzioni, compiti,
modalità, peso della successione agli apostoli e non viceversa, non
una figura giuridica che poi ha anche, tra le altre cose, l'abilitazione
a fare queste cose.
Domanda: ma allora che differenza c'è tra un presbitero ed
un vescovo?
Dal punto di vista dell'apostolicità un presbitero non esiste.
Domanda: non c'è la formula che dice che il vescovo ha la pienezza
del sacramento dell'ordine ma allora il presbitero è un po' incompleto?
Rispetto all'apostolicità i vescovi sono successori degli apostoli,
i presbiteri sono partecipi di questo ministero. Per ordinare un vescovo
ci vogliono tre vescovi almeno e poi sono i vescovi che ordinano i presbiteri.
Intervento: ad un povero cristiano viene da pensare che l'eucarestia
celebrata da un vescovo vale di più di quella celebrata da un presbitero
Originariamente celebravano solo i vescovi. Quella cosa strana che fanno
i sacerdoti nella messa quando spezzano l'ostia e ne rompono un angolino
che mettono nel calice, e che nella lettura devozionale dell'800 veniva spiegata
come il segno della nostra partecipazione alla passione di Cristo, di per
sé è l'ultimo ricordo del gesto di quel momento quando il vescovo
consacrava poi spezzava ed affidava ai presbiteri o ai diaconi una parte
di pane consacrato che veniva portato nelle comunità lontane dove
la gente non consacrava ma dove c'era la liturgia della parola e poi la comunione
al pane consacrato dal vescovo. La fratio panis è il ricordo di questa
cosa e ciò avviene fino al VI secolo. I presbiteri c'erano, ma erano
dei sovrintendenti, degli anziani della comunità e non c'era differenza
tra un presbitero ed un diacono. Noi abbiamo in mente la struttura di chiesa
che è quella in cui siamo cresciuti e che ha poco più di 150
anni, quindi è recentissima.
Intervento: con la crisi delle vocazioni cambierà nuovamente?
Non so, comunque è sicuro che questa questione del ministero, non
dell'apostolicità, quindi del presbitero, del rapporto vescovo-presbitero,
del collegio episcopale, è certamente la questione dei prossimi cento
anni su cui si spaccherà e si trasformerà l'immagine di chiesa.
Intervento: in alcune zone di montagna dove non c'è più
il prete suppliscono già le suore portando la comunione, facendo liturgia
della parola e questa è una cosa diversa da quello che avveniva un
tempo.
Certo e questo cambierà il volto delle chiese.
Slitterà sui laici, sui diaconi i quali non sono semplicemente quelli
che non hanno ancora l'ordinazione, Vaticano II ha ristabilito i diaconi
permanenti cioè quelli che diventano diaconi e fanno i diaconi; sposati,
non sposati, ma non possono consacrare e confessare però i funerali,
i matrimoni, i battesimi possono amministrarli.
Qui c'è un problema: se questo slittamento è solo sulla linea
dei ministeri, dei diaconi per cui non ci sono più preti allora ci
inventiamo un'altra formula che tappi i buchi, esempio le suore, i diaconi
o i laici clericalizzati che alla fine funzionano come dei parroci, ma un
po' peggio perché comunque non hanno il ruolo sociale o se invece
la questione si sposta sui laici nel senso di tornare in qualche modo
all'immagine appunto di episcopato molto più forte e di presbiterato
molto più debole, meno funzionale, meno organizzativo e ci si
ricentralizza intorno alla celebrazione eucaristica, cioè al grande
momento qualificante del ministero uscendo da una mentalità giuridica.
Noi siamo di una mentalità in cui se uno è un pio cristiano
deve andare a messa duemila volte e questo impone una struttura territoriale
di servizio e di messe, di quantità mentre ovviamente questo cambierebbe
di molto. Se l'unica trovata è che invece di far la messa si fa una
paramessa senza consacrazione con un diacono, la mentalità non viene
scalfita perché la gente borbotta un po' e poi invece di andare ad
una messa va ad una paramessa. Non cambia niente.
Subito dopo Vaticano II si era un po' più imboccata questa linea dei
ministeri.
Intervento: quello di andare a messa tutte le domeniche è un
precetto?
Sì, però questo è molto antico; è uno dei pochissimi
precetti molto antichi ed è una delle poche cose che la chiesa ha
insegnato con continuità fin da subito però, per esempio, non
c'è mai stato un insegnamento sulla messa quotidiana o feriale, cosa
che invece, soprattutto nell'800 ed ancora oggi resiste per cui sembra che
uno è più pio se va a messa più spesso; c'è una
correlazione tra quantità e qualità. La chiesa ha sempre insegnato
l'obbligo solo della messa domenicale, il che significa che non ha mai insegnato
l'obbligo di altro.
Dopo Vaticano II c'è stata un po' di enfasi sui ministeri, adesso,
secondo me si è un po' più calmi e penso sia una buona idea
nel senso che il problema non è che se non ci sono più preti
allora bisogna clericalizzare una serie di cose che uno può benissimo
già fare perché è battezzato. C'è stata come
una specie d'ansia di riconoscimento: se uno faceva un gruppo del Vangelo
allora bisognava che qualcuno gli desse il ministero della parola. Nessuno
mi deve autorizzare a niente, io sono un battezzato, se leggo la Parola e
ne parlo con altri non ho bisogno di essere legittimato.
Intervento: adesso pensiamo che un vescovo è tale perché
ha fatto carriera, nei primi secoli non era così?
Nei primi secoli non c'era questa idea "graduata", c'erano funzioni diverse,
diaconato, presbiterato, episcopato ed era chiaro il primato dell'episcopato,
primato teologico, non primato a "scalini", e quindi non c'era proprio il
problema. Si veniva eletti vescovi per lo più dalle comunità,
ma in genere c'era un senso del collegio molto più stretto. I capi
di comunità si conoscevano, si vedevano, si sentivano con scambi di
lettere; tutta l'antichità è strutturata con sinodi regionali
che spiegano la misura in cui riuscivano a tenersi in contatto e di fatto
nelle regioni diverse succedevano cose molto diverse perché c'era
difficoltà a tenersi in contatto. Allora molto spesso il vescovo era
mandato da un'altra comunità, l'insieme del collegio dei vescovi si
preoccupava di una comunità che era senza pastore e gliene mandava
uno.
Questa questione della struttura apostolica storicamente e giuridicamente
è molto complessa, con tanti modelli. Il modello di episcopato così
come noi oggi lo conosciamo è per alcuni aspetti antichissimo, cioè
l'episcopato monarchico nel senso di uno solo, di un vescovo che presiede
l'eucarestia, che ha il dovere di insegnare, questa cosa è molto antica
ed ha una continuità. Invece una serie di altre cose amministrative,
poteri connessi, carriere, questo no.
Allora, secondo me, quello che ha maggiore validità e gli elementi
che vale la pena di tenere in forte centralità, sono quelli che se
hanno diciotto, diciannove secoli di continuità nelle chiese hanno
validità di per sé.
Un'altra cosa che ha una grande continuità è la questione con
il vescovo di Roma. Fin da quasi subito, Roma come sede del martirio di Pietro
e Paolo, diventa il centro dell'occidente e lo scambio di lettere qualificante
è quello con il vescovo di Roma e questa forma particolare di privilegio,
anche nella forma della successione del vescovo di Roma, è molto antica.