In questo incontro, a conclusione del percorso di quest'anno, affrontiamo
il tema della carità a cui avevo più volte fatto riferimento
dicendo che la carità cristiana non è aiutare i poveri ma farsi
poveri e questa cosa aveva suscitato richieste di spiegazione.
Il punto di partenza è sempre lo stesso ed in questi anni mi sono
sforzata in più modi di ripeterlo perché, secondo me, questa
questione è centrale e da essa dipendono tutte le questioni particolari.
Il problema fondamentale è sempre il cambiamento che, in termini tecnici,
si chiama "cambiamento di paradigma".
Abbiamo fatto, soprattutto negli ultimi vent'anni, una serie di ragionamenti
sulla fede, anche aperti, progressisti, postconciliari e così via,
ma in fondo mantenendo un impianto di sottofondo, quello mai detto, che
discendeva dal Concilio di Trento e poi veniva mediato con il linguaggio
di Vaticano I.
La vera innovazione di Vaticano II è proprio il cambiamento di paradigma
che, essendo così sostanziale, di quadro, non tanto sui singoli temi
ma sulla sostanza, richiedendo un mutamento di mentalità radicatissime
passate nella tradizione, nell'educazione, negli usi popolari, nel sentito
dire, impiega, ovviamente, molto tempo a passare come cambiamento sostanziale.
L'operazione che attualmente sta accadendo, sempre più evidentemente,
è l'assunzione del linguaggio, delle parole, della vernice di Vaticano
II mantenendo assolutamente fermo il quadro generale, per cui si hanno delle
affermazioni che suonano benissimo, ad es. la centralità del laicato,
del popolo di Dio, dentro ad un'ecclesiologia comunque pensata secondo Trento.
Cosicché per alcuni la centralità del laicato, del popolo di
Dio, ha certe conseguenze e per altri che, a livello di discussione sostengono
la stessa cosa, ha conseguenze opposte. Questa questione è assolutamente
centrale, sostanziale ed è ovvio che richiede una serie di operazioni
abbastanza difficili e non solo mentali.
Anche la carità, che è una delle cose più concrete,
non sta al di fuori di questo dibattito.
Tutti gli aspetti della vita cristiana si rovesciano. L'esempio classico
del cambiamento di paradigma è quello della centralità della
chiesa locale: oggi non c'è nessuno che neghi la centralità
della chiesa locale, del vescovo e della porzione d'anime a lui sottoposte,
con il piccolo problema che un conto è pensare che prima la chiesa
era una "piramidona" universale in cui c'era il Papa, poi i cardinali, poi
i vescovi e alla fine i battezzati e adesso, a causa della centralità
della chiesa locale, la chiesa è un gran numero di "piramidine". La
sostanza non è cambiata per niente, anzi il danno e la beffa nel senso
che la chiesa universale aveva almeno il vantaggio di un referente, il pontefice
con potere universale, a cui il singolo cristiano aveva il potere di appello
se gli capitava un vescovo strano. Attualmente non è più
così, tante "piramidine" fanno sì che il popolo cristiano sia
in balia, anche nel caso di buona fede, degli umori di ogni singolo vescovo,
unico referente.
E nella struttura e nel modo di pensare la chiesa, non è cambiato
niente. A livello parrocchiale poi, questa cosa, si trasforma in una
micropiramidina in cui si può avere al vertice pure un laico, non
necessariamente il parroco, ma il laico che sta sempre in parrocchia, che
ha tutto di sua proprietà e detiene ogni attività, non cambiando
mai la logica sostanziale con cui si pensa la chiesa perché si
sostituiscono unicamente i soggetti. E se si osa dire che questa è
un'idea autoritaria e verticalistica della chiesa ci si sente obiettare che
c'è la responsabilizzazione dei laici.
Intervento: si potrebbe parlare di clericalizzazione dei laici e di
laicizzazione della figura del prete?
Questo è un dato molto vero nella realtà per cui, ad es., i
preti considerano molto importanti tutta una serie di attività da
fare, organizzare, gestire e celebrano la liturgia spesso in modo pessimo,
incastrando la messa tra una cosa e l'altra in modo totalmente disattento
alle necessità della comunità che hanno davanti, soprattutto
nella messa feriale. Allora questo è una sorta di laicizzazione per
cui il criterio di un bravo parroco è di uno che fa un sacco di cose,
organizza un mucchio di attività ma laicizzando il suo potere sacrale.
Questi erano solo degli esempi, per dire cosa vuol dire cambiamento di paradigma
e come diventa un dato molto concreto e, tra l'altro, diventa molto frustrante
soprattutto per chi ha creduto in Vaticano II perché si ritrova dannato
e beffato in quanto le idee di Vaticano II non sono passate; solo apparentemente,
formalmente è avvenuto un cambiamento, ma nella sostanza non è
cambiato per nulla il modo di pensare e di vivere la chiesa, anche se i laici
fanno le letture e la messa è celebrata in italiano.
Rispetto alla fede il cambiamento di paradigma fondamentale è
sintetizzabile nel passaggio dal paradigma della conoscenza al paradigma
amoroso. Dalla fede come idee, verità a cui si dà un'adesione,
alla fede come ingresso in una relazione con tutto ciò che una relazione
comporta: passi in avanti, passi indietro, lo stare dentro, il decidere dal
di dentro, tutto quello che significa la differenza tra studiare un libro
di matematica o mettersi con uno.
Rispetto alla chiesa il cambiamento di paradigma è tra il pensare
la chiesa in termini d'identità o d'appartenenza o il pensare alla
chiesa in funzione di ciò che chiesa non è, cioè del
regno di Dio.
Tutto questo è stato già detto molte volte nei nostri incontri,
ma qui è come un riassunto.
Per i primi dieci secoli l'identità provocava l'appartenenza ecclesiale,
in altre parole uno era discepolo del Signore, era cristiano e dunque faceva
parte di una chiesa. Allora l'identità, ciò che uno era, era
centrale e quindi grande catecumenato, tempi lunghi per arrivare al battesimo,
decisione di adulti. Poi da lì, una volta che si entrava tra i discepoli
si apparteneva automaticamente ad una chiesa che, fino all'VIII secolo, era
una chiesa leggera, cioè strutturalmente molto poco costruita.
Fino alla fine del 1800, si rovescia la questione, cioè l'appartenenza
significa identità: poiché io appartengo a questa chiesa, allora
mi comporto in un certo modo, voto in un certo modo. Da questo punto di vista
la crisi con i protestanti ha fatto esplodere veramente tutto nel senso che
la confessione di appartenenza, cioè l'appartenere alla chiesa del
papa piuttosto che alla chiesa evangelica, significava un'identità
addirittura politica ed aveva una serie di conseguenze: poiché uno
appartiene alla vera chiesa allora ha le vera fede e ciò è
la cosa in cui, negli ultimi rimasugli di questa idea, noi siamo ancora cresciuti
e che ci ha dato tanto fastidio.
A cavallo di Vaticano II rinasce il grande discorso sull'interiorità,
la fede come scelta personale, la crescita interiore; è come una specie
di nostalgia del tornare verso l'identità che provoca appartenenza
e così uno partecipa alla chiesa quando è veramente convinto,
con tutta quell'esagerazione con cui noi ora ci troviamo a combattere e che
è quella dell'idea di scelta e della totale soggettivizzazione di
questa questione. Ognuno sceglie se essere credente o non credente e poi
se essere praticante o non praticante, con un sovraccarico di decisione del
singolo molto forte e per di più decidendo tutto nell'intimo del proprio
cuore come una cosa privatissima. Questa struttura di decisione ammazza il
cristianesimo perché è di tipo borghese e non c'entra niente
con il cristianesimo.
Vaticano II su questo ha un'intuizione veramente geniale, cioè dice:
il problema non è tornare ai primi secoli dove l'identità genera
appartenenza, anche se in parte bisogna comunque rievangelizzare i paesi
cristiani e non dare più per scontato che tutti siano cristiani e
quindi fare attenzione a che la fede abbia il giusto spazio rispetto
all'appartenenza ecclesiale. Ma il problema non è né
l'identità che genera appartenenza perché il rischio è
la privatizzazione, almeno in epoca moderna, né l'appartenenza che
genera identità perché il rischio è il formalismo.
Il problema è che la chiesa, in quanto tale, è strumento del
regno, cioè strumento della salvezza del mondo. Quindi il problema
non si gioca su identità del singolo ed appartenenza alla chiesa ma
sulla collaborazione di ciascuno alla crescita del mondo verso il regno ed
in questa collaborazione la chiesa ha un ruolo: quello che le è garantito
dall'Eucaristia, non da una più o meno forte appartenenza dei credenti.
Questa riflessione è veramente rivoluzionaria, è un cambiamento
radicale di paradigma, di logica.
Questi sono i due cambiamenti fondamentali: la fede dal paradigma di conoscenza
al discorso amoroso e la chiesa da questione tra identità ed appartenenza
a luogo verso il regno.
Sono la grande intuizione di Vaticano II. Quando Vaticano II con linguaggio
teologico dice: la chiesa è mistero dell'amore della Trinità,
quasi sacramento, parti che noi in genere saltiamo come un po' spirituali,
esprime la vera anima del cambiamento.
In questo, ovviamente, anche il modo di pensare la carità ha subito
vari cambiamenti. In una prima fase, fino all'VIII - IX secolo, l'idea della
carità è molto semplice, la carità è fare delle
cose buone, laddove hai una scelta tra fare una cosa cattiva ed una buona,
non ti chiedi quanto costa e fai la cosa buona. E' un'idea semplice, legata
ad un mondo molto semplice, in cui fare una cosa buona si capisce abbastanza
rapidamente o, comunque, con un minimo numero di variabili.
Che cos'è oggi, rispetto a tutta una serie di situazioni molto quotidiane,
fare una cosa buona, per esempio nella gestione del denaro? Noi ci siamo
confusi, tra l'altro con la questione borghese della centralità del
soggetto di cui parlavo prima, nell'800-900 e la carità è diventata
una cosa un po' più complicata, cioè è diventata
l'atteggiamento del cuore con cui si fanno le cose, l'intenzione, perché,
non riuscendo a districarsi sul reale, e non riuscendo il singolo, da solo,
ogni volta a fare l'esame di quali erano le possibilità, si è
fatto un passo indietro dicendo: il problema è con quale intenzione
fai, non se sono buone le cose ma se è buona l'intenzione, fare da
buoni delle cose.
Questa questione è stata l'inizio del caos perché da una parte
ci si trova, ad esempio, nel dilemma se è buona cosa fare la carità
ad un ubriacone che poi si beve tutto, ragionamento che un po' funziona come
scusa, un po' è vero e quindi non abbiamo risolto il problema della
complessità con questo passo indietro. Dall'altra chi può discutere
dell'animo umano? Ci sono molte delle cose che faccio di cui non so esattamente
con quale intenzione le ho fatte e se mi metto a ragionare sulle intenzioni
non le faccio più perché nella vita quotidiana uno non ha questo
ipercontrollo su ogni singola intenzione che ha su ogni singola azione. E
non è detto, per esempio, che, se uno vive insieme quarant'anni, in
ogni minuto ha perfettamente intenzione di vivere in totale comunione con
l'altro in modo esplicito, pensato, però il fatto è che dopo
tutto questo tempo è ancora insieme anche se forse non aveva tutta
un'intenzione cosciente, scelta. In un rapporto ci sono tempi in cui uno
rimane per fedeltà, ma non come gesto formale, ma perché è
convinto che da qualche parte salterà fuori un nuovo aspetto positivo
che per ora non si vede. Dunque rimane per vedere cosa succede, si dà
del tempo, dà del tempo perché non tutto in un rapporto ha
una totale contemporaneità a se stesso.
Allora questa faccenda ci ha messi in un gran caos anche rispetto alla
carità, soprattutto perché il mondo si è complicato
ed ogni nostro singolo gesto ha una potenza oggi molto più planetaria
di quanto ne avesse cento anni fa, anche gesti molto banali (ad esempio il
tipo di consumi che scelgo).
Molti credenti oggi si chiedono quale portata di carità ha l'attenzione
ad un consumo di un certo genere mentre altri si chiedono quanto ciò
sia ideologico o moda.
In tutto questo occorre chiedersi quali sono i soliti punti fermi della
tradizione e cioè che cosa era una virtù, in particolare una
virtù teologale e tra queste la carità. Abbiamo due sistemi
di virtù nel cristianesimo: le virtù teologali (fede - speranza
- carità) e le virtù cardinali (giustizia - prudenza - fortezza
- temperanza), che attengono a due ambiti diversi della totalità di
un rapporto. Noi diremmo che c'è ciò che io sono di fronte
all'altro perché sono di fronte a quell'altro e che di mio da solo
non sarei, e queste sarebbero le virtù teologali, ciò che l'altro
tira fuori da me in un rapporto che quindi certo che è mio, ma è
mio in qualche modo attivato dalla relazione con l'altro. Se io fossi in
una relazione con un'altra persona da me verrebbe fuori un altro aspetto.
La virtù teologale sarebbe ciò che di me viene in qualche modo
attivato nel rapporto dalla presenza dell'altro e da come quell'altro è
fatto, mentre le virtù cardinali sarebbero ciò che io porto
dentro il rapporto in quanto mio e che sarebbe comunque quello che io sarei
in qualsiasi tipo di rapporto.
Ad esempio, se una persona strutturalmente ansiosa incontra una persona
ansiogena, porta al massimo la sua ansia mentre con altre persone rassicuranti,
pacate, la porta al minimo anche se questa non scompare perché, comunque,
il soggetto in questione è ansioso e un po' si agita sempre.
Le virtù cardinali sarebbero la strutturazione che è data
all'essere umano in qualsiasi rapporto mentre le virtù teologali sarebbero
ciò che nel rapporto noi portiamo in quanto acceso, richiamato in
vita da Dio. Certo Lui non lo potrebbe richiamare in vita se noi non lo avessimo
per niente però magari sono quelle parti di noi più sopite
che non siamo in grado di percorrere per forza nostra e che sono attivate
dall'altro che abbiamo di fronte. I cristiani credono che l'incontro con
Dio attiva in noi fede - speranza - carità, che comunque chiedono
di essere nostre: se io non mi metto di fronte a Lui con la disponibilità
che si muova in me la fede questa in me non si muoverà mai. Sarebbe
la grande questione tra grazia e scelta.
Perché queste sette cose si chiamano virtù? Noi oggi le chiameremmo
strutture di personalità, come siamo in un rapporto (possessivi, gelosi,
oppure non siamo gelosi ma una certa situazione ci fa diventare così
perché l'altro è talmente poco rassicurante, inaffidabile che
provoca in me attacchi di gelosia). Le virtù sono, come le definisce
S. Tommaso, la perfezione della potenza verso l'atto, cioè sono ciò
che potenzialmente è una nostra capacità ma che nella virtù
mano a mano si perfeziona verso il fatto di essere percorsa.
Tutti noi abbiamo una dimensione edipica, non tutti la percorriamo o non
tutti la percorriamo nello stesso modo; tutti noi abbiamo nel subconscio
una componente narcisistica ma c'è modo e modo nel percorrerla e se
a tre anni e mezzo fa parte del normale sviluppo dell'età evolutiva
per cui il bimbo che si copre gli occhi pensa di essere nascosto poiché,
lui non vedendo, nessuno lo vede, quando uno a quarantacinque anni continua
a muoversi secondo questa struttura narcisistica, c'è qualcosa che
non funziona.
La virtù è questo fatto: ciascuno di noi ha una struttura
narcisistica; la socializzazione, la crescita, la maturazione non la cancellano
ma ci danno la misura di quanto è o non è percorribile, quanto
serve a noi stessi, alla nostra felicità, al nostro benessere percorrerla
e quanto ci serve invece tenerla a bada. E poi c'è la nostra scelta
etica di quale spazio, quale peso diamo a questa pulsione che comunque abbiamo.
La virtù funziona esattamente come un percorso di psicanalisi, cioè
prende atto delle sette strutture fondamentali nel rapporto con Dio e le
definisce virtù in senso dinamico e cioè di percorso, come
abitus, abitudine nel senso positivo, automatismo buono con cui queste cose
da struttura fondamentale, ma non necessariamente sempre percorse, diventano
non solo percorse, ma costruzione e strutturazione di una vita. Il fatto
di percorrerle come abitudinarie conforma la totalità della vita a
loro.
Facciamo un esempio: un bambino amato, da bambino, percorre in ogni modo
la fase narcisistica, ma impara, senza troppi traumi, in un rapporto amoroso
corretto, non possessivo, che il narcisismo ha un limite e che il limite
non è un vincolo della sua esistenza, ma anzi è la
possibilità di essere amato. Se non esce un po' dal suo narcisismo
nessuno può raggiungerlo per amarlo. Se il bambino fa la sua esperienza
in modo rassicurante e la sua evoluzione psichica funziona tranquillamente,
diventerà un adulto il cui controllo del narcisismo non è qualcosa
di imposto dal di fuori, di nevrotico, ma è semplicemente il modo
ordinario che ha di rapportarsi agli altri perché, volendo poter ricevere
l'amore degli altri, sa che il suo narcisismo deve arrivare fino ad un certo
punto e lo sa per averlo sperimentato nei suoi rapporti primari. E
quest'abitudine all'esperienza del limite del narcisismo non come esperienza
di morte, ma come esperienza di vita gli conforma tutta l'esistenza. E noi
lo sappiamo bene perché quando uno incontra dei ragazzini di
dieci-undici-dodici anni con certe aggressività, con certe
incapacità di concentrazione, se un po' scava si rende conto che ci
sono due o tre dimensioni strutturali della loro esistenza che probabilmente
si sono distorte e che condizionano tutta la loro stessa esistenza e quindi
si strutturano come aggressivi intorno a delle paure di abbandono.
Le virtù funzionano esattamente secondo questa logica, nel pensiero
classico cristiano, sono il percorrere, dentro una relazione, le dimensioni
fondanti di sé per conformare tutta l'esistenza ad un armonico sviluppo
di queste dimensioni strutturali dell'esistenza.
In ultima analisi, per usare le parole di S. Tommaso, la virtù è
la forza mediante la quale un essere è in grado di seguire con la
sua piena capacità la sua spinta al divenire o, per dirla come la
diremmo noi, la virtù è la coincidenza della totalità
di sé con la verità del proprio desiderio.
Lasciamo da parte le virtù cardinali e ragioniamo su quelle teologali
che dipendono dal posto che noi abbiamo in relazione a Dio e dunque dalla
disponibilità che noi abbiamo nel rapporto a Dio a far sì che
Egli tragga da noi alcune cose.
Ognuno di noi ha sperimentato nei rapporti umani che, nella misura in cui
io ho rapporti stretti e consento agli altri di avvicinarsi, ho molti amici,
molti affetti e, nella misura in cui sto perennemente sulla difensiva, ho
meno amici e meno affetti. L'interazione tra me e gli altri dipende, non
esclusivamente ma anche in gran parte, dal luogo in cui mi pongo di fronte
agli altri, cosa che dà la possibilità che gli altri hanno
di raggiungermi per tirare fuori da me cose che io nemmeno sapevo di avere.
Dunque ogni rapporto, non solo amoroso, è un perenne rischio di morte:
uno sta sempre sospeso perché ha perennemente la sensazione che se
si consegna agli altri é finito; gli altri lo invaderanno e non gli
renderanno niente, non attiveranno in lui nulla ma semplicemente, come dei
barbari, passeranno dentro di lui. Tutta la vita stiamo sempre in questo
gioco di difesa e apertura, consegna e ritrazione. Anche di fronte a Dio
funziona così.
Fede-speranza-carità configurano proprio il pericoloso equilibrio
della totalità di una vita consegnata o no dentro la relazione con
Dio: la fede riguarda l'atteggiamento fiduciale, la possibilità di
credere in un altro, il desiderio che abbiamo di darci per ricevere, per
essere chiamati in vita dallo sguardo amoroso dell'altro insieme al terrore
di essere invasi.
La speranza riguarda la dimensione del tempo, la classica nostra domanda:
ma mi amerà sempre, un giorno si stancherà, lo deluderò,
mi stancherò, m'innamorerò di qualcun altro? Non è un
caso che nei rapporti importanti della nostra vita ci facciamo sempre questo
problema sul tempo. La speranza è ciò che Dio chiama a vita
in noi della possibilità di un tempo che duri, di un futuro possibile.
A questo punto arriviamo al nostro dunque: la carità che è
particolare anche all'interno delle virtù teologali. S. Paolo dice
che in cielo non ci saranno più né fede, né speranza:
in cielo vedremo, dunque non avremo più il rischio tra fidarci e morire
perché sapremo che non moriremo più; non ci sarà più
bisogno di speranza perché non avremo più il tempo; ma
resterà la carità che è la forma stessa di Dio, il modo
in cui Dio si relaziona a se stesso. Ciò che Dio chiama in vita in
noi nel rapporto con Lui, attraverso la virtù della carità,
è la conformazione alla vita stessa di Dio, l'essere come Dio è.
Questo è un problema perché ci sono due modi di essere come
Dio è: secondo carità o secondo il peccato originale, (sarete
come Dio).
Essendo il cuore del cuore è esattamente il dritto ed il rovescio,
cioè è la possibilità del più grande peccato
possibile come la possibilità del più grande amore possibile
con Dio. E' la massimizzazione del bene come del male.
Se noi prendiamo come modello la Trinità, perché la carità
è conformazione alla vita di Dio, abbiamo per tradizione la riflessione
teologica pensata rispetto alla Trinità immanente e alla Trinità
economica. Cioè: la Trinità in sé quanto sé nei
rapporti tra le tre persone e il suo esistere al di là del mondo e
la Trinità in quanto esiste per il mondo, nel suo manifestarsi. E'
esattamente lo stesso dramma che poi c'è in un rapporto amoroso: io
che sono persona, che devo esistere ed avere una mia autonomia ed io che
sono in totale relazione con l'altro; cosa significa che io sono io anche
senza l'altro però poi non posso vivere senza ed allora sono dipendente
ma non lo voglio? A Dio questo viene benissimo: la Trinità immanente
e la Trinità economica stanno in equilibrio perfetto.
Il problema è il rapporto tra essere e dare. Ci sono due modi di trovare
un rapporto conformato a Dio tra il nostro essere e il nostro dare, proprio
il darci agli altri.
Una cosa è alzare il livello del dare sperando che l'essere segua:
do moltissimo sperando che il mio essere segua. In genere il risultato è
un alto livello di nervosismo in cui uno ha sempre l'ululato che non ha tempo
perché questo atteggiamento sta, tendenzialmente, dalla parte della
generosità ma anche tendenzialmente dalla parte del peccato originale.
E' la modalità della carità che ci distrugge e la dimostrazione
è che, in genere, non siamo contenti e che, anzi, cominciamo a costruire
delle strutture di sensi di colpa micidiali per cui se non tengo alto il
livello del mio dare mi pare di non aver fatto abbastanza (non ho detto di
si, non sono capace di dire di no...).
Il problema è che la carità funziona al contrario, ammesso
che ci siano fede e speranza; cioè bisogna ritrarre il livello di
essere, come ha fatto Dio che si è fatto uomo, ha abbassato il livello
del suo essere. Il massimo del suo dare, cioè suo Figlio in croce,
è stato la ritrazione del suo essere: il farsi impotente, povero,
umano e questo ha coinciso esattamente con il massimo del suo dare perché,
e ce l'hanno insegnato al catechismo, su Gesù c'è stato lo
Spirito Santo che poi Lui ha lasciato agli apostoli. Cioè la potenza
di Dio conforma a sé fino a far risorgere il Figlio colmando con la
sua potenza, non con la nostra se noi lasciamo uno spazio, se noi ritraiamo
il nostro essere.
Per questo la carità cristiana non è aiutare i poveri ma farsi
poveri.
Intervento: la vera generosità è l'umiltà, non
sentirsi Dio.
Non è nemmeno l'umiltà, è qualcosa di ben più
serio perché l'umiltà può diventare un compitino. E'
proprio la ritrazione del proprio essere che non è solo non sentirsi
Dio, ma qualcosa di più. Per esempio è il riconoscimento dei
propri bisogni: ogni volta che io spendo del tempo per me e per la mia possibile
serenità e per essere contento, disinnesco la mia possibile nevrosi,
dunque divento più caritatevole.
Intervento: potrebbe sembrare un discorso egoistico.
Per niente. Ribadisco: premesse le fede e la speranza, cioè premesso
un rapporto con Dio, non fuori, perché funziona diversamente, ma
all'interno di un rapporto con Dio in cui uno sta affidato alla vita di Dio
e affidato nel tempo alla vita di Dio. Personalmente le volte in cui mi è
capitato di fare più del bene ad un altro e di averne un riscontro,
sono state quelle in cui non stavo affatto pensando di fare questa cosa,
sono state quelle volte in cui avevo tale spazio interiore, tale mancanza
di nervosismo, tale fiato dentro, da rispondere semplicemente al bisogno
dell'altro. Poi Dio ti riempie la strada di queste occasioni, non te le fa
mancare.
Se dentro ad un rapporto con Dio, dentro ad una sostanziale opzione per Dio,
tu ritrai il tuo essere, cioè rimani presso te stesso conformando
la tua vita alla verità del tuo desiderio, Dio cresce perché
ha più spazio.
Intervento: si potrebbe tradurre dicendo che allora la carità
è quel famoso punto di equilibrio tra vita contemplativa e vita attiva?
Praticamente quando tu non fai benzina nella preghiera, nello star con Dio,
ti diventa molto difficile la carità.
Si e no: il problema non è solo il rapporto con Dio rispetto al tema
specifico della carità, ma è proprio la qualità del
proprio essere. Questo ti dà sì la parte contemplativa di te
ma non solo per la preghiera o per la lettura della parola di Dio ma anche,
per esempio, per una cura della propria vita.
La prima carità e' cercare di essere contenti. Il mondo è pieno
di scontenti ed i cristiani sono i primi; sono isterici, noiosi, sempre
indaffarati. Già questo mondo ha dei livelli di stress altissimi,
nel senso che la casa, i figli, la professione, già senza alcuna
implicanza trascendentale, creano difficoltà di organizzazione vitale,
ma i cristiani in questo, siccome hanno di più, in più il super-ego
di essere buoni, oltre alla stress ordinario ne hanno uno aggiuntivo che
è quello di impegnarsi, andare in parrocchia, occuparsi dei poveri,
far volontariato.
Il risultato che hanno livelli di isteria terrificanti. Il che non vuol dire
che uno nel tempo della sua vita non possa decidere di impegnarsi nel
volontariato perché sente di avere uno spazio dentro di sé
ed è giusto dedicarlo a ciò e che dunque nel quotidiano ci
sono giorni in cui corre in quanto incastra gli impegni, però il problema
è su quale criterio uno decide questa cosa.
Intervento: ci vuole allora l'atteggiamento di una spontaneità
del tuo essere nel senso che non vai a cercarti dei modi di far valere il
tuo essere, ma prendi coscienza e vivi il tuo essere nel modo più
spontaneo.
Infatti, non è una spontaneità ma la ritrazione dell'essere:
il paradigma fondamentale è il Figlio di Dio incarnato; è un
arretramento.
Intervento: vedrei questo arretramento anche nella disponibilità a
vivere, da un lato un tuo limite, la tua umanità che si avvicina e
si apre all'umanità dell'altro.
Queste cose fanno sicuramente parte della questione. Ci sono vari aspetti
ed ognuno sottolinea di più quelli che gli stanno più a cuore
però il tema centrale è l'arretramento del proprio essere.
Noi, con Dio, siamo di un narcisismo da bambini di tre anni, siamo in fondo
ancora e sempre lì a fare i conti; ne abbiamo cambiato i contenuti
per cui non sono più le benedizioni, i rosari, non facciamo più
i conti su quelle cose però rischiamo di farli sugli extracomunitari,
il volontariato, ecc. Cambiamo il contenuto senza cambiare la struttura con
cui in realtà facciamo sempre i conti.
C'è chi dice di non essere capace di dire no. In fondo questo è
un peccato di cui non ci pentiamo mai perché in fondo in fondo non
pensiamo che sia un peccato ma pensiamo che sia una virtù.
Non sapere mai dire di no è un peccato perché ci si sente
onnipotenti, capaci di dire sempre di sì e questo non è vero.
Noi non siamo capaci di dire sempre di sì e quindi non dobbiamo mentire
dicendo sempre di sì.
Intervento: se dico di no io mi sento egoista, ho sensi colpa.
Questo si chiama residuo del peccato originale e ci va una virtù per
superarlo. E' vero, stiamo parlando di virtù cioè di esercizio
di conformazione progressiva a Dio combattendo alcune tentazioni negative.
Questo è assolutamente vero perché per la nostra struttura
è molto più rassicurante avere le mani piene che le mani vuote,
avere la coscienza tranquilla. Nell'800 era tipico il tema del merito, nel
'900 è quello della correttezza. Noi cerchiamo sempre di essere corretti,
cioè non presi in fallo, perché questo ci rassicura da morire.
Questo è un problema nostro. Tra l'altro non esiste un rapporto che
sia corretto: un amore corretto non dura due giorni. Il tema dell'amore non
è la correttezza. Certo è il rispetto, è la sincerità;
ci sono una serie di temi affini alla correttezza, ma un amore non campa
sulla correttezza, vi campa un rapporto mercantile. Il rapporto amoroso è
strascorretto in alcuni momenti perché funziona al 90% sui ricatti.
Come si fa a sedurre uno se non lo si ricatta affettivamente ed è
così anche con i figli. Però questo non è una garanzia
sull'esito mentre a noi sembra che la correttezza ci dia una garanzia sull'esito.
Il paradigma è Gesù Cristo morto e risorto. Gesù non
è stato corretto, è stato scorretto, arretrato, depotenziato.
Infatti ha avuto una tale garanzia sugli esiti che è morto. E il Padre
lo ha resuscitato. La sovrabbondanza dello Spirito ha mostrato la grandezza
della carità.
Per questo, con uno slogan, la carità è farsi povero, è
arretrare il proprio essere perché Dio possa dare.
Intervento: è una maschera quella di dire sempre di sì,
ci piace tanto in fin dei conti apparire così.
Su questo, giustamente, non c'è un modo unico. Questo si articola
solo con una verità della nostra vita, cioè ognuno di noi ha
un suo sé il quale ha una serie di temi che magari, pur con le stesse
parole, sono profondamente diversi. Non saper dire di no non è la
stessa cosa per tutti, nasce da problemi completamente diversi. Però
il problema della carità è comunque percorrere queste cose,
imparare a smontare tutti gli inghippi perché ciascuno ha i suoi e
sono pochissimo generalizzabili. Solo in grandi amicizie, in grandi confidenze
durate una vita si riesce ad avere una comunicazione perché qui si
parla della più profonda profondità di noi stessi, di percorsi
interiori che hanno radici in tutta un'esistenza.
L'attitudine alla carità, l'arretramento, è l'esercizio di
smontare questi meccanismi, di liberarsi dalla schiavitù che la propria
storia impone a noi stessi. Tutte le storie dei santi parlano di questo tema
dell'annullamento di sé, del lasciare, del separarsi. Il passaggio
necessario nel rapporto con Dio è a poco a poco svuotarsi
Intervento: visto così diventa un'operazione molto complicata.
E' più complicata a spiegarla che a farla nel senso che per spiegarla
bisogna usare parole complicate. Per farla, si devono affrontare le svolte
che ad ognuno, per modi diversi, capitano nella vita, che ci fanno diventare
adulti (morte di un genitore, problema grave di salute, problemi di soldi)
che capitano in tutte le case e intorno alle quali si svolta. Su queste cose
uno annusa se stesso e magari non lo saprebbe spiegare ma ad esempio scopre
di sé un modo di prendere, di mordere certe questioni della sua vita
o di non morderle che improvvisamente gli è chiaro. In genere, ha
la sensazione di scegliere, di vivere tempi di mutazione che possono aiutarlo
a fare dei ragionamenti su banali situazioni quotidiane per avere la gioia
ed il piacere di fare la carità ma anche la libertà di non
farla.
Intervento: tu hai detto che il primo stadio della carità è
essere contenti e lo penso anch'io. Penso al mondo del lavoro, alla
quantità di persone scontente, che dice banalità demotivanti
per chi vive intorno (tutto va male, i giovani, ai nostri tempi) però
penso che non è cosa da poco essere contenti e di conseguenza espandere
a pioggia questa contentezza, ma è anche una cosa che o c'è
o non c'è: Penso a persone che conosco, che sono naturalmente contente,
che non hanno alcun merito perché sono così. Altre persone
che dicono di aver scoperto Dio, dato un senso alla loro esistenza, sono
felici, ma non è vero affatto.
Non sono d'accordo con la teoria che la contentezza c'è o non c'è.
Trovo grande sapienza del cristianesimo aver definito questa cosa sempre
una virtù o il frutto di un processo. Se penso a me non sono totalmente
felice di me oggi ma sono molto più contenta di dieci anni fa, ma
so anche che ho lavorato per questo e trovo che è complicatissimo
raccontare le cose della vita perché sono piccoli gesti, sensazioni.
Noi troviamo una grande difficoltà ad ascoltare la nostra contentezza,
abbiamo bisogno di un certo esercizio per capire le nostre reazioni a certe
situazioni quotidiane che ci irritano per affrontare ed elaborare ciò
che ci fa problema perché la vita passa attraverso a cose molto banali
e l'elaborazione delle cose serie non finisce mai ma passa attraverso le
cose.
La logica delle virtù secondo il cristianesimo ci mostra che le cose
non sono solo il luogo di visibilità, come se ci fosse un altro luogo
interiore o mentale in cui accadono le cose vere, ma sono anche il luogo
che conforma l'interiorità, cioè nella misura in cui riesco
a conquistare una libertà su una piccola cosa (preparare o no il
caffè ad un familiare) conquisto una libertà su un piano più
profondo perché finché non avrò quella libertà
più profonda non riesco nemmeno a fare quel gesto. La relazione non
è solo che le cose che avvengono dentro sono più profonde e
più grosse e poi tu le vedi o le noti e poi le misuri sulle cose,
ma anche viceversa.
In questo la tradizione monastica è molto sapiente. C'è tanto
spazio per l'interiorità ed altrettanto spazio per una regolamentazione
di cose molto spicciole e concrete: orario, atteggiamento, abito, parlare
sottovoce. Quanto più tu hai un'interiorità più profonda
tanto più sono le cose che la conformano e viceversa; più hai
spazio dentro più puoi fare le cose più banali con un cuore
tale che quelle cose diventano trasparenti e viceversa. Noi siamo veramente
un miscuglio da questo punto di vista; non bisogna presupporre, è
molto rischioso, che ci sia un'interiorità più profonda dove
le cose accadono, sono vere, sviluppano, crescono, si elaborano e poi delle
cose che mostrano semplicemente quello che accade dentro. Invece il legame
è in tutte e due le direzioni. La verificazione, quindi, sta proprio
nelle piccole cose.
Allora mi ritraggo, per tornare al discorso della carità, dal mio
essere perché in piccole cose sperimento la non totalità di
governo della mia vita, la docilità alla realtà.
Intervento: mi sembra che tutta la fase dell'ascesi è opposta, è
la forzatura della realtà. Si è presentata la virtù
come uno sforzo continuo di rinuncia, qualcosa da cui distaccarsi.
E' lo stesso discorso di prima. L'ascesi diceva: se tu sei uno caritatevole
di cuore allora "devi". Le cose devono mostrare la tua carità. L'ascesi
era l'esasperazione di quel concetto: la verità viene nel profondo
e la realtà viene forzata a mostrare il profondo. L'aspetto mistico
è esattamente l'opposto: tu arretri dentro e ti fai servo delle cose
per come accadono. Il cristianesimo ha sempre tenuto strettamente insieme
queste cose cioè ha sempre detto nella sua tradizione più sana
che il rapporto è biunivoco: il cuore cambia la realtà ma la
realtà cambia il cuore. Allora bisogna essere tanto docili quanto
capaci di trasformare tutte e due le cose. E ogni volta che si è esagerato
uno dei due aspetti a sfavore di quell'altro si sono provocati tanti guai.
La ritrazione è proprio in questa capacità: cambiare il proprio
cuore perché cambi le cose e imparare dalle cose a cambiare il proprio
cuore, mantenersi dentro questa circolazione. Ed è chiaro che questo
è l'opera di una vita. Per questo non credo che esistano quelli contenti
per carattere, personalmente non ne ho conosciuto nessuno. Ho conosciuto
tanta gente che si atteggiava a superficiale, che raccontava storie, anche
in buona fede, ma non ho conosciuto gente contenta senza una fatica dietro,
cioè uno che di mestiere facesse se stesso e tu lo incontravi e pensavi:
questo qua nella vita fa sé ed ha tutta la fatica e la gioia di essere
sé.
Questo è sempre frutto di un percorso e di una volontà, non
necessariamente ed intellettualmente spiegata e motivata, ma che è
sempre una volontà precisa che ha messo da alcune parti piuttosto
che da altre, che ha fatto alcune cose piuttosto che altre.
Intervento: io sono convinto che è molto difficile entrare
nel nuovo nel senso che a livello intellettuale capisco cosa significa
dopodiché se cerco di sostanziarlo in modo più chiaro ho una
difficoltà enorme perché, ad esempio, se penso a questo ritrarsi
alla fine mi vengono in mente tremila cose che in genere connoto come negative
e mi torna difficilissimo prendere questa strada e farla mia. Per questo
è un cambiamento di paradigma perché mi viene prospettato un
modo di inquadrare la realtà che è completamente fuori da tutti
i pilastri, per quanto traballanti, sui quali ho costruito la mia vita fino
ad ora. Non è una cosa da niente. Se ci penso ricordo alcuni casi
in cui effettivamente ho sperimentato queste cose e devo dire che in effetti
funziona, però sono dei pezzetti.
Un mio amico psichiatra rigorosamente ateo, quando parliamo di queste cose,
dice sempre che del cristianesimo lui non ha una grande competenza per dire
se è vero o no rispetto alla tradizione cristiana, se è ortodosso
o eterodosso, ma ha, comunque, la sensazione che abbasserebbe notevolmente
il livello dello stress.
Interventi:
* ci sono gruppi che nel desiderio di rapportarsi con Dio dimostrano un eccesso
di preoccupazione, di sforzo, di annichilimento per raggiungere la perfezione
forzando la realtà anche con chi sta intorno.
* ho l'impressione che questo atteggiamento sia particolarmente difficile
oggi perché è in antitesi con l'atteggiamento comune del mondo
di fronte alle cose nel senso che a tutto quello che accade siamo portati
a rispondere in termini operativi per cui la gente si mette a discutere per
vedere cosa fare o non fare che poi porta al delirio della perfezione. Alla
fine, con un po' di masochismo, si passa mezza vita a sbagliare e l'altra
mezza a contare gli sbagli fatti.
C'è un analista americano che lavora su questo tema, sulla convivenza
e l'elaborazione dell'imperfezione e sostiene che questa è la nevrosi
del nostro secolo ed è vero perché se tutto è in termini
operativi ogni errore ha un costo. E questa è una buona riflessione
per le vacanze estive.