Gruppo del Venerdì Storia della Chiesa - 1 Ciò
che spesso non riusciamo ad immaginare ed è molto difficile da capire, è
che il cristianesimo non è sempre stato così, nelle forme e nei modi,
come è oggi. Intellettualmente lo sappiamo, ma poi automaticamente
pensiamo che esistano tutta una serie di cose che siano forme sostanziali.
A causa di fattori storici che vedremo, abbiamo la percezione che siano di
più lunga durata esattamente quelle cose che non lo sono. Ad esempio:
tutte la devozione che a noi pare l’aspetto più radicato nella vecchia
forma, è tutta roba di un secolo e mezzo di storia, mentre tutta una
serie di cose che noi consideriamo abbastanza innovative, sono spesso
molto più antiche. Rispetto
alla storia, il cristianesimo ha una strana vicenda: ci sono cinque
secoli, più o meno dal quinto al decimo, che sono stati assolutamente
decisivi nel dare al
cristianesimo la forma attuale. Ad
esempio la suddivisione territoriale in diocesi, parrocchie, basata sulla
geografia e per noi normale, prende forma in quei secoli perché prima era
sostanzialmente “ad personam”: un vescovo era vescovo di persone, non
di un posto. Era assolutamente chiaro che esistevano legami personali e la
lontananza era di ostacolo solo perché impediva di ritrovarsi
frequentemente. La chiesa è vissuta per dieci secoli così, con grandi
difficoltà di comunicazione molto più forti di quelle attuali. Tutto ciò
noi lo sappiamo teoricamente: ad esempio quando leggiamo le epistole di
Paolo, notiamo che egli si prende cura di tutta una serie di comunità
sparse un po' ovunque, però istintivamente non riusciamo proprio ad
immaginare una forma di chiesa non strutturata territorialmente come
quella attuale. Se
ci dicessero che spariscono tutte le parrocchie noi cominceremmo a
chiedere chi fa il catechismo, dove ci si deve rivolgere per il battesimo,
per il matrimonio, perché dai sacramenti alle strutture giuridico
amministrative, tutto, più o meno, si assesta dal decimo al quindicesimo
secolo. E’ chiaro invece che, vedendo da un po’ prima ad un po’
dopo, ci si rende conto di come alcune cose cambiano in fretta, ad esempio
l’ordine di gerarchia, per cui che cosa, una comunità che si dice
cristiana, usa come punto di riferimento primo, secondo e terzo. E quello
che per noi è normale, anche quando non lo accettiamo, e lo contestiamo
pigliandocela con il magistero, solo dopo la riforma protestante è così
chiaro, cioè che l’appartenenza è segnalata in base al legame con la
gerarchia. Quando Lutero afferma che il suo modo di leggere la Bibbia è
di farein un certo modo, si connette ad una confessione di fedeltà ai
principi elettori tedeschi e, per reazione, la riforma cattolica dice che
il proprio modo si connette alla fedeltà al romano pontefice ed ai
vescovi da lui ordinati. Su
questa questione ci siamo persi la prima parte della frase, cioè il modo
di ciascuno di celebrare, di leggere la Scrittura, che era invece
l’aspetto importante perché la confessione di fedeltà l’uno
all’altro era solo il segnale di un modo specifico di essere cristiani.
Attualmente invece è il contrario. Sarebbe come se Lutero avesse detto
che chi era d’accordo con lui avrebbe portato un nastro giallo nei
capelli, mentre per i romani chi era d’accordo con Leone X lo avrebbe
portato rosso. Qui
la cosa fondamentale era chi è d’accordo con chi, quindi con un certo
modo di intendere i comandamenti, il Credo, la Scrittura.... Dopodiché
sono rimasti solo i nastri e noi siamo al punto opposto per cui diciamo
che chi ha il nastro giallo dovrebbe intendere l’eucarestia così, perché
oggi, tra cattolici e protestanti, per la gente comune, il modo di
intendere l’eucarestia è assolutamente identico e di entrambi sbagliato
rispetto alla loro origine. Sono rimasti soltanto i nastri gialli e quelli
rossi. Questo
passaggio è uno di quelli banali sui quali non si riflette mai, ma ha
lasciato un segno per cui oggi si dice prima “sono cattolico” e poi si
deve frequentare un corso per farsi spiegare ad esempio come intende un
cattolico un certo sacramento. Viene chiesto: “Vuoi sposarti nella
chiesa cattolica?. Allora vieni a sentire come funziona”. Invece se ci
si ritrova in un certo modo di intendere, ci si colloca da quella parte.
Questo per dire un punto su cui il rovesciamento della storia è stato a
centottanta gradi. Ad esempio il novanta per cento dei discorsi ecumenici
restano non significativi nel senso che sono discussioni sul nastro,
giallo o rosso, per trovare punti di contatto senza che nessuno discuta
sul fatto che oggi la grande maggioranza dei cristiani, cattolici e
riformati non sa cosa dice quando celebra l’eucarestia o la santa cena e
non ha il minimo senso del ruolo del ministero nella propria confessione. Questo
è un punto abbastanza tipico sul quale nascono poi stili anche molto
spiccioli, quotidiani, ed alla fine fa pensare alle nostre nonne che
recitavano il rosario durante la messa perché, non sapendo il latino, per
non perdere tempo, pregavano. Oppure l’altro assurdo che funziona ancora
oggi nella confessione per cui come penitenza vengono date delle
preghiere. Va detto che anche nelle altre confessioni si manifestano
disagi uguali ai nostri. Occorre
tenere conto che la storia di una comunità di fede è sempre un
meccanismo strano perché non è mai riducibile ai puri fatti e la
comprensione che dei fatti si ha è terribilmente importante perché crea
più conseguenza la comprensione che non i fatti stessi. Studiando il
concilio di Trento si scopre che non è affatto così conservatore come lo
si dipinge, ma, siccome l’utilizzo di Trento è stato conservatore per
costruire una chiesa di tipo accentrato, romano, il fatto che in sé i
documenti non fossero tali, non interessa a nessuno, perché la chiesa che
ne è uscita è stata accentrata sul romano pontefice. Intervento:
così come il Sillabo potrebbe anche non essere così reazionario? Sì,
però il problema è che se oggi ti obbligano a giurarlo bisogna anche
valutare come lo usi. Se ad esempio si prende alla lettera il Sillabo
bisognerebbe aver scomunicato Pinochet. Allora se si usa il Sillabo per
spiegare che i cardinali cileni non sono stati fedeli al Sillabo, si
inizia a farne un uso tutt’altro che conservatore, come Vaticano II cita
Trento in un modo tale da farne un uso opposto a quello che Trento aveva
in mente e lo cita per fondare l’ecumenismo. Vaticano II in questo è
opera dello Spirito in quanto fa un uso rivoluzionario di un testo che era
stato usato in modo reazionario. E questo è un modo di dire la storia
della chiesa. E
quando si dice che la chiesa cattolica si fonda sul concetto di tradizione
si intende questo, cioè non si dice museo, ma che i pezzi precedenti
vengono sempre usati in un contesto che via via si riorienta. Questo
è un po’
il quadro dentro cui si può fare la riflessione storica. Suggerisco
due volumetti molto utili di Jean Combi: “Per leggere la storia della
chiesa”, editrice Borla. Sono testi pensati e scritti per
l’insegnamento nelle scuole superiori francesi, quindi abbastanza
didattici, chiari e semplici, molto seri dal punto di vista storico. In
questi testi vengono citati documenti, piccoli brani antichi, riferiti al
periodo storico, molto utili. C’è, ad esempio, il testo iniziale di
Eusebio di Cesarea, vescovo, il primo a porsi il problema di scrivere una
storia della chiesa. Infatti la Historia
Ecclesiastica è la prima raccolta di dati che noi abbiamo dal
punto di vista della storia della chiesa, in cui Eusebio ha lavorato con
l’intenzione di mettere insieme notizie, ovviamente con gli strumenti
storici e il concetto di storia del suo tempo. Ad
esempio gran parte della storia delle persecuzioni, che ritroviamo
nell’immaginario comune, viene da Eusebio di Cesarea che era un po’
esagerato: quattromila cristiani in pasto ai leoni nel Colosseo mentre
c’erano molti meno cristiani e leoni. Però per moltissimo tempo è
stato preso molto letteralmente. Gli studi attuali sulle persecuzioni
dicono una serie di cose che nulla tolgono alla significatività
dell’esperienza storica, ma certo la ridimensionano. Tranne, forse, la
persecuzione di Diocleziano non ci furono mai persecuzioni generalizzate,
non ci fu mai un editto dell’imperatore su tutto il territorio e il
motivo per cui per un certo tempo i cristiani furono perseguitati nei
primissimi secoli, era che venivano assimilati agli ebrei. L’impero
romano non distingueva tra cristiani ed ebrei all’inizio e, siccome gli
ebrei fin da subito furono il popolo da combattere o contro i quali
avvenivano quelli che oggi in termine storico-tecnico si chiamano pogrom,
perché gli ebrei erano ritenuti colpevoli di ogni disgrazia, allora la
folla si sollevava e si finiva in persecuzioni. Intervento:
già allora i cristiani cercavano di esagerare come adesso con i martiri! Anche
Giulio Cesare nel De
bello gallico in quanto ad esagerazioni non era da meno! E’
l’idea di storia di quel tempo che esagera. I
martirologi, invece, nascono nel medioevo sulla base dei più antichi Acta
martirum e sono assolutamente propagandistici per sorreggere la
cristianità che si sta strutturando. Qui
è un po’ diversa la questione: è che sta finendo il tempo iniziale del
grande entusiasmo, sta scomparendo la testimonianza apostolica diretta,
c’è un periodo di dispersione e di difficoltà di identificazione; c’è
il problema del rapporto con il mondo istituzionale, con il potere
politico non solo nel senso di potente ma proprio con la vita quotidiana
per così come è, con i ricchi ed i poveri ed alle spalle ci sono questi
martiri, figli del momento iniziale. C’è
un passaggio in cui la necessità di fare la storia è il bisogno di
radicare in quell’esperienza iniziale ciò che sta succedendo e che è
una strutturazione più ordinaria, meno innovativa. Naturalmente tutto
viene fatto con i criteri della storia di allora che non sono quelli
odierni. Per
esempio il grande problema di Eusebio è di presentare tutta la questione
del battesimo come forma di martirio mentre a noi hanno sempre spiegato
che il martirio era un battesimo di sangue perché siamo figli di una
chiesa giuridica in cui viene prima il battesimo e poi, caso mai, bisogna
spiegare com’è che uno che non era ancora stato battezzato perché
catecumeno ha la forza di essere martire. Ed allora il martirio è una
forma di battesimo di sangue. Il
problema di Eusebio è esattamente opposto perché da un tempo in cui
aderire al cristianesimo significava comunque non un premio ma una dura
vita, si passa ad un periodo di normalità quando il battesimo sempre più
diventa una routine ed egli deve mettere in connessione queste cose. Eusebio
dice: “Ciò che mi sono assunto di tramandare nel mio scritto rispecchia
le successioni dei santi apostoli; i tempi trascorsi dal Salvatore nostro
sino a noi, tutti i grandi fatti accaduti di cui si parla nella Storia
Ecclesiastica, i personaggi di essa che con lode tennero il governo e la
presidenza particolarmente delle chiese più illustri; coloro che in
ciascuna generazione, a voce e con gli scritti, furono i messaggeri della
divina parola, i nomi, la qualità, l’età di quelli che, per cupidigia
di innovazione precipitati a estrema rovina, si proclamarono autori di una
scelta bugiarda e che, senza pietà, come lupi furenti, infestarono
l’ovile di Cristo”. Innanzitutto
il contenuto della storia ecclesiastica di Eusebio sono solo persone:
personaggi che hanno ottenuto il governo, i messaggeri e poi i lupi
furenti, cioè gli eretici. E’ esattamente a cavallo della cosiddetta
donazione di Costantino, verso il 350, nel cuore di un passaggio epocale. E
continua: “Rispecchia inoltre le sciagure abbattutesi sulla nazione
giudaica subito dopo l’attentato contro il Salvatore; quando ed in
quanti e quali modi la dottrina divina sostenne la lotta contro i pagani;
i gloriosi che per essa nei tempi addietro affrontarono la battaglia sino
all’effusione del sangue e al supplizio; ed i martiri dei nostri giorni;
infine, il giocondo e amico soccorso venutoci dal Salvatore nostro. Però,
non da altro argomento comincio se non dall’inizio della economia
(incarnazione) del nostro Salvatore e Signore Gesù, l’Unto di Dio. Oh!
Ma sin da ora il mio soggetto si raccomanda all’indulgenza dei benevoli
lettori, tanto più che io confesso che riuscire a mantenere in modo
perfetto e completo la promessa, è al di sopra delle mie forze. Sono io
che ora, per il primo, mi metto a trattare una tale materia e mi accingo
ad avventurarmi per una via deserta, non battuta da piede umano”. Qui
c’è una perfetta autocoscienza del fatto che dopo tre secoli e mezzo
bisogna incominciare a scrivere qualcosa, ma che ciò è un’operazione
delicata, mai fatta da alcuno ed è una storia soprattutto di persone, a
partire dall’incarnazione. Domanda:
quando parla di coloro che presiedono a chi allude? Sono
i presbiteri. Dice “le chiese più illustri” dimostrando che sono una
pluralità, non una sola, altrimenti l’avrebbe citata. Domanda:
ma allora mi chiedo del dogma dell’infallibilità del papa… Non
a caso è del 1870, nel senso che, evidentemente, c’è un motivo per cui
è così tardo e tutto quello che segue, tra l’altro, è molto poco.
E’ uno dei dogmi con la minore ricaduta di effetti sulla storia della
chiesa. E’ stato applicato due sole volte: per l’Immacolata Concezione
e per l’Assunzione. Intervento:
quindi tutti prima potevano essere fallibili perché non c’era ancora il
dogma? Intervento:
ma sui dogmi di Maria i protestanti si sono staccati! Si
erano già tutti staccati prima, questa è la questione. La contestazione
è venuta da tutti quelli che già prima si erano staccati. Una sola
fazione cristiana si è divisa in occasione del dogma dell’infallibilità
ed è costituita da coloro che si chiamano i vecchi cattolici,
venti-trentamila, oggi presenti in Austria ed in Germania. Un gruppo si
trova anche nella Cina popolare perché si è persa i passaggi successivi
al dogma. Questo
dogma storicamente è stato una pietra d’inciampo, una di quelle cose
che fa dire, come ai bambini: “Ti sei messo a fare i capricci, hai
pestato i piedi, hai fatto piangere tutti senza ottenere alcunché”, nel
senso che è vero che ha irritato tutti quelli che erano già separati, ma
non ha facilitato il dialogo con il mondo moderno, ha creato
un sacco di problemi di immagine, tra l’altro pur non essendo mai
usato. Ma il problema molto banale è che quel dogma è stato fatto nella
sensazione, con i piemontesi alle porte, che non sarebbe mai più stato
possibile convocare un concilio. Questa era la convinzione del Concilio
Vaticano I. L’idea
era: “Adesso ritorniamo tutti nella persecuzione, nelle catacombe perché
arrivano i piemontesi, massoni, e non potremo mai più indire un concilio.
Allora occorre darsi uno strumento legislativo per cui il papa, da solo,
anche se non riesce a convocare nessuno, possa salvaguardare la
tradizione”. Il
problema è che avevano sbagliato l’analisi storica nel senso che non è
successo nulla di quanto paventato. Intervento:
non capisco perché hanno sempre paura E’
facile dirlo visto da dopo. C’erano gli zuavi piemontesi che sparavano.
Adesso la nazione italiana non ha più necessità di essere così
anticlericale, antipapalina, però allora non erano mica anticlericali per
scherzo. Nel 1870 se avessero preso il papa, Pio IX, lo avrebbero
eliminato seduta stante. Tutto quello che noi ora pensiamo sul libero
stato tollerante, non c’era per niente. Certamente
l’analisi storica è stata sbagliata, ma non so se era così semplice
per i principi della chiesa, molto isolati dalla realtà, in un contesto
che non li aiutava minimamente a capire cosa stava succedendo nel caos di
quei giorni, con i rumoreggiamenti di guerra a pochi metri, con
l’aristocrazia romana preoccupatissima che soffiava sul fuoco. Ciò non
necessariamente è paura dell’innovazione, ma è cecità
nell’interpretazione della storia. Con un minimo di libertà maggiore
avrebbero capito meglio che non era la fine del mondo. Intervento:
non erano illuminati dallo Spirito Santo? Invece
sì. Il dogma resta valido nella sua intuizione, cioè nel dire che, se si
creasse la condizione per cui non è possibile convocare un concilio ed il
rischio è di interruzione della tradizione apostolica, il papa ha diritto
ad un esercizio di primato assoluto in quanto personalmente garante.
Questo rimane un criterio metodologico valido. Per
esempio, visto dalla parte dell’Italia ha un suo significato, ma se lo
si gira attualmente sulla questione della nomina dei vescovi nazionalisti
cinesi, allora lì l’unico criterio usato ed applicato, è quello del
dogma dell’infallibilità, in quanto l’autorità papale, nella nomina
dei vescovi, è la sola garanzia della continuità con Roma e tutte le
altre nomine non vengono considerate valide. Per
esempio l’universalità della chiesa cattolica a noi appare spesso un
peso (come si fa a capire da Roma cosa succede in Chiapas, e questo è
vero), ma se si pensa all’esperienza delle chiese nazionali evangeliche
durante il nazismo, si capisce che, forse, l’universalità di una chiesa
è un valore. Il
discorso che Eusebio fa sulla storia della chiesa è un po’ la dirittura
su cui muoversi. Nella storia della chiesa esiste un criterio fondamentale
che si chiama della ”recezione”, cioè tutto ciò che è stabilito di
per sé non ha ancora un valore reale se non nella misura in cui viene
recepito nella vita della chiesa. Ad
esempio, quando Paolo VI fece il famoso ed allora molto contestato indulto
sulla messa lefevriana, cioè la possibilità di celebrare la messa
secondo il messale san Pio V anche dopo Vaticano II, i vescovi di diverse
nazioni intere, come quelli inglesi, chiesero alle loro chiese di non
accettare questo indulto, di non applicarlo I
vescovi inglesi hanno detto: “Per tot anni nessuno ci chieda di
applicare questo indulto in modo che noi, trascorso tale tempo, possiamo
dire che la chiesa inglese non ha recepito questo documento”. E così
hanno fatto. Questo
è uno di quei criteri, ormai con forma legale, che sono di ordine
generale anche laddove non hanno forma legale. Il dogma
dell’infallibilità, così poco usato, in realtà così poco recepito,
se non su due temi largamente diffusi e condivisi nella mentalità comune,
dice di un senso della questione ed in questo senso la storia, secondo me,
è interessante per non focalizzarsi solo su aspetti contestati. Intervento:
questa è la classica grande affermazione per un errore storico con il
quale hanno individuato in un pugno di piemontesi la fine del mondo ed
hanno coinvolto tante persone. Però
anche gli Asburgo, che pure non pensavano di essere direttamente
rappresentanti di Dio, quando gli è crollato l’impero austroungarico,
non si sentivano meglio; anche lì, lo ribadisco e credo sarà una
battaglia di tutto quest’anno sulla questione storica, c’è un modo
ideologico molto pesante di essere antiideologici. Un
mio professore di storia diceva sempre che la polemica contro un
interlocutore che noi consideriamo in errore, finisce per farci entrare
nella stessa sua costellazione di pensiero: dandogli torto alla fine gli
si dà ragione perché si entra nel suo territorio. E sosteneva che la
storia della chiesa lo insegna: le eresie condannate sono tutte
proliferate. Le altre hanno finito per essere ignorate. Ed è vero, anche
in senso positivo. Il
fatto di essere entrati, in un dialogo estremamente polemico e
conflittuale con la Riforma, alla lunga, dopo cinque secoli, ha
trasformato la chiesa di Roma così come ha trasformato la Riforma perché
ha portato noi nel loro orizzonte e loro nel nostro. Il
fatto che non abbiamo mai condotto polemica con l’oriente, fino a tempi
recentissimi li abbiamo semplicemente ignorati, concretamente fino a Paolo
VI, ha fatto sì che noi ci siamo giocati tutto il mondo della liturgia,
della simbologia, della sensibilità all’azione dello Spirito Santo che
era proprio della loro storia. Dire
che questo è stato un errore a me pare un giudizio troppo pesante. E’
stato un atto dettato probabilmente da un errore di valutazione ma, detto
ciò, funziona come criterio metodologico che può essere usato in vari
modi perché dipende molto dal contesto in cui viene usato. Rispetto alla
Cina popolare, personalmente sono contenta che ci sia un rapporto di
privilegio con il papato e con qualsiasi papato, in quanto penso che i
poveri cattolici cinesi devono poter tirare un po’ il fiato. Intervento:
Sì, però ogni volta che c’è un giudizio su una fase storica c’è
sempre chi sostiene che occorre tener conto del contesto, quindi
storicizzare e alla fine si vede quali erano le difficoltà in cui i
protagonisti si sono dovuti muovere. Ma una volta storicizzato lo si vede
comunque come proiezione nostra. Qui
il problema non è storicizzare, che certamente è il minimo di uno
storico decente ed è un problema storico. Ma la storia della chiesa ha
una caratteristica in più: non si può mai vedere come una storia museale
in quanto è sempre una storia che implica i credenti i quali si vivono
all’interno della stessa tradizione, il che non significa che siano
d’accordo con tutta la storia della chiesa. Infatti vivendosi
all’interno della stessa tradizione, oltre al discorso di storicizzare
usando tutti i normali criteri della comunità degli storici, percepiscono
questa storia come una vicenda di famiglia. La
storia delle famiglie non è mai solo una storia “storica” perché, ad
esempio che il bisnonno sia emigrato in America oppure no, non è solo un
elemento che va storicizzato, ma è qualcosa che ha conseguentemente
segnato la vita di tutti quelli che sono venuti dopo e che ognuno poi,
nella propria storia biografica personale, può raccogliere come oggetto
di continuo rimpianto o di compiacimento, oppure farne il nuovo proprio
interiore da cui partire per vedere che cosa succede alla propria vita nel
momento in cui il bisnonno è partito. Da
questo punto di vista la storia della chiesa non è solo la storia degli
storici, pur comprendendo una parte storica su cui, eventualmente, si può
dare un giudizio storico. Se
io oggi fossi papa e dovessi scegliere se proclamare il dogma
dell’infallibilità, credo che non lo farei, ma poiché non sono il
papa, poiché il dogma è già stato fatto e le condizioni oggi non sono
quelle, allora il mio problema è, di questa storia, quale occasione mi dà
il dogma dell’infallibilità rispetto alla tradizione della vita
credente pubblica, visibile, non solo della vita credente del mio cuore,
perché questa è la questione della storia della chiesa: l’essere
pubblicamente visibile, storicamente rilevante, l’ assumersi nel bene e
nel male la “responsabilità di”. Allora
dico sempre che mi stanno molto simpatici i gesuiti ed i vari ordini
esistenti perché i gesuiti hanno sbagliato tanto ma perché hanno fatto
tanto giocandosi su dei versanti molto innovativi: si sono fatti
sciogliere, si sono ricostituiti, hanno fatto l’esercito del papa, le
reduziones, i riti cinesi, ma anche gli inquisitori, i bellarministi, gli
antimodernisti e la loro è un pezzo di storia reale di vita credente, di
chi si gioca su una conseguenza pubblica in quello che fa e sceglie e di
chi, tutto sommato, tenta di mantenere dei riferimenti in questo. Allora
un percorso di riflessione sulla storia della chiesa è qualitativamente
diverso rispetto ad uno sulla lettura della Bibbia perché non è più
sulle dinamiche interiori, ma sulla visibilità che può essere sempre
criticata se è vero quanto abbiamo detto sull’interiore perché lo
Spirito è più grande di noi e di qualsiasi epoca storica. Però
noi siamo visibili perché non siamo angeli e dunque dobbiamo in qualche
modo trarre, da questa visibilità, da queste figure e modelli della
cristianità vissuta, tutto ciò che ci serve oggi per tentare di essere
il più correttamente possibile visibili nella nostra storia di credenti. Intervento:
va benissimo, però i due atteggiamenti opposti sono: l’uno quello di
vedere tutte le pecche per dire che è una storia umana, ma più fortunata
perché dura da duemila anni, ma come tutte le cose terminerà, e questo
è un atteggiamento ideologico; l’altro è dire, nonostante tutte queste
cose il mio senso di appartenenza mi fa dire che, malgrado gli errori,
vale il discorso della sua natura non solamente umana. Secondo me entrambe
le posizioni sono sbagliate. Il
mio problema non è né dimostrare che la chiesa ha una natura sovrumana,
né che ha una natura solo storica. Ribadisco il concetto: è una lettura
interna, dove interno vuol dire questione sulla visibilità e sulle
visibilità possibili e collettive. Abbiamo
fatto un grande percorso sull’interiorità della fede e sulle esperienze
singole; sulla visibilità storica della chiesa procederemo con lo stesso
atteggiamento tenuto rispetto
alle questioni interne sulle quali non si è trattato né di dire: “Va
tutto bene, basta che si sia in buona coscienza”, né di affermare:
“Queste sono le norme, questo è peccato, si fa, non si fa”. Abbiamo
evitato di cadere in tale tranello per condurre un discorso in cui non ci
fosse un moralismo rigido ma nemmeno il dire che tutto è uguale, perché
non lo è e bisogna stabilire intorno alla fede alcuni crinali di
emergenza, di stili e di pensieri. Così, allo stesso modo, ci si comporta
sull’esterno applicando lo stesso metodo. Credo
che mi sgolerò tutto l’anno su questa questione nel senso che sul
pubblico, storico e politico, i nostri slittamenti saranno peggiori di
quelli personali.
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