Gruppo del Venerdì Storia della Chiesa - 2 Nell’incontro precedente avevo proposto di occuparci del periodo che va, per capirci, da Costantino a Vaticano II, cioè la cosiddetta “cristianità”, da noi citata sempre con un giudizio tendenzialmente negativo perché, in genere, dal punto di vista della storia religiosa, conosciamo solo alcuni aspetti, normalmente abbastanza negativi, come ad esempio la collusione con il potere statale, la chiusura della chiesa rispetto alla modernità, e, dal settecento, la questione di Galileo, del rapporto con la scienza ed altri nodi problematici di questo tipo. Poi, in genere, conosciamo il monachesimo, S. Francesco, i santi poverelli del X, XI e XII secolo, che, quasi inconsciamente, vengono interpretati come una specie di rivolta, di marginalità interna rispetto invece ad una chiesa che è “regime di cristianità”. L’idea
è invece quella di guardare dentro questi quindici secoli per cercare di
capire le ragioni interne di certe evoluzioni, non necessariamente, come
già detto la volta scorsa, per giustificarne le forme, ma per capire
intorno a quali nodi la fede cristiana, nel tentativo di diventare
visibile in una storia, di essere riconoscibile attraverso gesti,
pratiche, abitudini, cultura che ha impregnato di sé, ha, in qualche
modo, conformato comunque una storia, a fronte della quale, dopo Vaticano
II, si prendono anche delle distanze ma non senza avere capito che cosa in
quella storia è successo. Affrontiamo
allora una parte abbastanza importante su cui il nostro immaginario
prestorico, quello da libro di Fabiola o “Quo vadis”, da film sui
barbari e simili , ci rovina un po’. Infatti, come rispetto alla
Scrittura abbiamo detto molte volte di Adamo ed Eva e della mela che non
era vero quanto raccontato, impiegando poi molto tempo ad uscire da questa
logica, pur essendo la situazione più facile perché più plateali certe
incongruenze e nessuno riesce più a pensare alla creazione come un atto
magico, rispetto alla storia, (soprattutto quella della fine dell’impero
romano e dell’inizio di quello che si chiama alto medioevo), ci sono
veramente una quantità di enormi semplificazioni. Siccome quello è
esattamente il punto in cui la religione cristiana assume tutta una serie
di forme, comportamenti, stili, modi, organizzazione giuridica di cui
l’ottanta per cento è ancora abbastanza valido oggi, con molti
aggiustamenti e cambiamenti, è particolarmente grave avere una serie di
luoghi comuni e non capire bene come era quel momento perché si rischia
di non comprendere più ciò che era successo. Un
esempio molto banale: la prassi dei sacramenti, cioè il modo di celebrare
i tre sacramenti principali: il battesimo, la riconciliazione e
l’eucarestia, si assesta nella sostanza, perché poi ci sono molti
cambiamenti di forma, tra il IV ed il VI secolo. Il
battesimo nasce e si assesta intorno a quegli anni, poi mano a mano,
rimane quel nucleo, ma si aggiungono cose come in certe chiese romaniche
nelle quali venivano piazzati altari laterali, quadri, finti capitelli
barocchi, per cui, alla fine, scompariva la chiesa primitiva perché
sommersa da tutti gli stucchi aggiunti; così, nell’ottocento, del
battesimo non si percepisce più la struttura di fondo assestata nel IV
secolo, benché rimanesse quella, perché ad esempio vi erano stati
aggiunti dodici esorcismi, cioè una quantità enorme di preghiere contro
il demonio. Vaticano II, rispetto alla prassi dei sacramenti, in genere, fa un’operazione di
ripulitura; riporta non tanto, come siamo abituati a dire noi, alla prassi
apostolica, epoca in cui la prassi sacramentale non era ancora fissata, ma
alla prassi del IV - V secolo, come se riconducesse la chiesa romanica a
vista. Questo per fare solo un esempio di un aspetto non così marginale,
come quello dei sacramenti. Allo stesso modo, un pochino più tardi,
l’organizzazione strutturale, cioè geografica delle chiese, si assesta
dal V al VII secolo ed in quella noi siamo a tutt’oggi con le
parrocchie, le diocesi. Ed anche lì Vaticano II, con la riforma delle
conferenze episcopali, cerca di togliere un po’ di aggiunte. Nella
conoscenza comune questo è un punto in genere molto sottovalutato e poco
conosciuto. Mentre sappiamo ancora qualcosa su Bonifacio VIII o sui papi
più recenti, siamo meno informati su un tempo estremamente fecondo come
quello del V secolo, tempo della consumazione finale dell’organizzazione
dell’impero romano e dell’innervamento con le nuove culture
barbariche. Intervento:
Perché partiamo dal V secolo e non diciamo nulla della primitiva chiesa,
delle dispute tra Paolo e Pietro ad esempio? Un
po’ perché la scelta dell’altra volta era stata di guardare dentro il
discorso “cristianità” da dopo le persecuzioni, da mano a mano che la
chiesa diventa religione di stato; poi perché i primi due secoli sono, di
fatto, un discorso non tanto storico quanto biblico-patristico.
Bisognerebbe lavorare con lo stesso metodo biblico sui testi dei Padri,
cosa che dopo potremo anche fare, ma è tutto un altro metodo. Non
abbiamo gli elementi per fare una storia, strettamente intesa, dei primi
due secoli dal punto di vista dell’autocoscienza della chiesa. Non a
caso negli studi teologici, quella parte non si chiama storia, ma
patrologia e si studiano gli scritti dei Padri, cioè dalla lettera di
Barnaba, primo scritto cristiano fuori dal Nuovo Testamento, al Pastore di
Erma e alla lettera Diogneto, tre testi addirittura precedenti, come
tempo, ad alcuni scritti del Nuovo Testamento, ma non riconosciuti
canonici; da quelli fino ad Agostino e Girolamo, Origene, Attanasio, tutti
i grandi Padri della chiesa. Da
loro si deducono tutta una serie di notizie su come è organizzata la
Chiesa però non esiste ancora un’organizzazione comune. Le comunità
mantengono ancora praticamente l’organizzazione dei tempi di Paolo,
quella che riscontriamo nelle sue lettere. Sono comunità semiautonome,
legate per famiglie all’apostolo al quale si richiamano e può essere
l’apostolo che le ha fondate realmente o, a volte, leggendariamente. Ad
esempio, Paolo ha fondato un certo numero di chiese le quali ne hanno
fondate alcune altre che si richiamano sempre a Paolo perché l’autorità
rimane quella paolina. Lì
ci sono tutti i modelli di chiesa e questo è anche molto interessante:
abbiamo comunità con l’episcopato monarchico, con un vescovo; comunità
rette da un’assemblea di anziani, tipo le chiese episcopaliane oggi;
comunità sinodali dove le decisioni vengono prese da tutta l’assemblea
dei fedeli con i presbiteri. E questi modelli convivono fino a questo
punto in cui si passa dalla fase nascente, entusiastica e molto
personalizzata, legata ad una tradizione che passa di persona in persona
ad una fase più organizzata. Ad esempio, Paolo scrive una lettera ai
Corinzi con alcune notizie su come organizzarsi e dice: “Le donne nelle
assemblee tacciano”, allora tutte le comunità paoline sono fortemente
segnate da misogenia, mentre le comunità petrine giudaiche no, perché
procedevano in un altro modo. E’
quindi molto difficile condurre un’indagine storica reale e si deve
seguire un altro metodo di lavoro.
Intervento:
Tutto questo lavoro viene a combaciare col momento in cui l’istituzione
dei cristiani già un po’ organizzati entra in contatto con il diritto
romano. Inoltre sarebbe interessante studiare l’aggancio del formalismo
dei sacramenti nella loro formulazione con la riforma del diritto romano. Primo:
adesso ne parliamo nel senso che succede esattamente il contrario. I
cristiani di per sé non sono organizzati e non hanno questo tra i loro
interessi. Secondo:
il problema qui è come per l’Apocalisse. Non tanto trovare le risposte
più o meno aneddotiche ad una serie di questioni, quanto cercare di
capire il film come funziona, esattamente, come dicevamo per
l’Apocalisse, quali sono alcune logiche portanti nell’operazione
fondamentale del dare un corpo alla fede. Questo
è un problema decisivo, non tanto
per un giudizio storico sul passato quanto per delle opzioni anche per il
presente. Ognuno può benissimo dire di aver superato l’idea che dare il
corpo alla fede voglia solo dire, come per molti secoli la chiesa ha
pensato, assumere e governare il corpo che mano a mano gli stati si
davano, quindi la forma monarchica, ecc. Questa cosa si è consumata, se
non altro perché gli stati sono diventati democrazie e la chiesa non ha
alcuna intenzione di diventare democratica né ne ha motivo. Detto
questo però il problema rimane ed è il nostro problema perché, si è
superata la fase più o meno pauperista dell’immediato postconcilio in
cui l’idea era “dato che le forme sono tutte mutuate dal potere,
buttiamo a mare tutto”; quindi grandi assemblee, grandi effervescenze,
non solo nella chiesa, ma anche negli stati, nelle scuole e salutari per
alcuni versi ma non realisticamente gestibili perché non è possibile
dare un corpo a degli insiemi di persone semplicemente sul principio
“chi ha più voce urla”, allora ci si trova di fronte alla domanda sul
come fare. Non a
caso al Sinodo per l’Europa il cardinale Martini è intervenuto sulla
riforma strutturale della chiesa; i teologi si stanno occupando moltissimo
di questo problema, tutti parlano della riforma del papato, del ministero
e della riforma della struttura organizzativa. Ad esempio per la prima
volta da quindici secoli qualcuno incomincia a dire che forse la divisione
geografica delle chiese non è l’unico criterio usabile. Ed i movimenti
dimostrano che nei fatti è superata.
Intervento:
anche i monaci. E’
diverso perché loro non si sono mai proposti come chiese, ma come
l’anima spirituale delle chiese. Infatti non hanno stravolto la
struttura della chiesa, l’hanno innervata rimanendo autonomi con un
altro modello. Ma la
grande innovazione dei movimenti, dal punto di vista strutturale, è che
essi dicono di essere la riforma della chiesa ed il criterio territoriale
è completamente saltato. Il problema è realistico ed è vero che questa
forma nata tra il III e V secolo, soltanto adesso si è totalmente
consumata al di là delle dichiarazioni, delle ideologie, delle fasi più
o meno rivoluzionarie. Solo che, ad esempio, anche chi non vuole avere una
deriva di tipo movimentista incontra una grande difficoltà a vedere quale
altra forma è possibile.
Fatta
tutta questa premessa il punto di partenza sarebbe capire quando inizia e
perché, la vicenda della compromissione o dell’assunzione delle forme
dello stato. Per
un secolo abbondante i cristiani hanno l’idea della Parusia imminente.
Quindi non c’è niente da organizzare perché arriva il Signore Gesù.
Poi si fa avanti il grande problema del ritardo della Parusia
con il panico di aver sbagliato e soprattutto di cosa bisogna fare.
Poi avvengono le persecuzioni e si abbandonano i problemi intellettuali
perché c’è la questione della sopravvivenza primaria. Man mano che i
cristiani si trovano in questa situazione, la struttura dell’impero
romano si indebolisce progressivamente. Noi
siamo abituati a citare l’Editto di Costantino, 313, per dire l’inizio
della libertà e della tolleranza religiosa per i cristiani. Come tutti
ormai sanno ed ammettono, questo editto è un falso, di epoca medioevale.
Non è al tempo di Costantino che questo accade, incomincia prima, ma
raggiunge il suo compimento quando l’imperatore Teodosio nel 380
proclama il cristianesimo religione di stato. Quindi in realtà l’inizio
di questo movimento non è l’editto di tolleranza nei confronti dei
cristiani ma l’editto di intolleranza rispetto agli altri culti. La
tolleranza rispetto ai cristiani non avrebbe significato granché essendo
l’impero romano normalmente tollerante verso tanti culti che venivano
accettati quasi tutti. In
realtà ad un certo punto la grande commistione procura un’intolleranza
nei confronti degli altri culti che vengono prima declassati a livello di
culti privati e poi proibiti in assoluto. Vediamo
alcune citazioni di decreti attinti dai codici teodosiano e giustiniano.
Teodosio II nel 438 e Giustiniano nel 529, quindi spostato di un secolo e
mezzo, due secoli rispetto alla data classica del 313. Dal
testo dell’imperatore Costantino: “Noi
vietiamo agli indovini, ai sacerdoti e a coloro che sono abituati a
praticare questo rito (esame delle viscere degli animali) di entrare in
una casa privata o di varcarne la soglia, anche sotto il pretesto
dell’amicizia; quelli che disprezzano questa legge saranno puniti. Ma
voi che ritenete che ciò vi è utile, incontratevi presso gli altari
privati, nei templi e celebrate i riti abituali; noi non vietiamo infatti
di celebrare, in pieno giorno, i riti adottati da molto tempo”. Il
testo di Costantino effettivamente è tollerante, incomincia a restringere
gli altri culti, ma non li proibisce ancora. L’imperatore
Costanzo, nel 356, codice teodosiano dice: “Noi
disponiamo che siano passibili della pena di morte coloro i quali, si è
accertato, hanno partecipato ai sacrifici in onore degli idoli”. Teodosio,
Editto di Tessalonica, nel 380 ordina: “Noi
desideriamo che tutti i popoli soggetti alla dolce autorità della Nostra
Clemenza vivano nella fede che l’apostolo Pietro ha trasmesso ai Romani,
che è predicata sino ai nostri giorni, come egli l’aveva predicata e
che è seguita come tutti sanno dal pontefice Damaso e dal vescovo Pietro
d’Alessandria (....). Decretiamo che avranno diritti di dirsi cristiani
cattolici solo coloro che si sottomettono a questa legge, e che tutti gli
altri siano considerati folli e insensati e su di loro peserà la vergogna
dell’eresia. Essi dovranno attendersi dapprima la vendetta divina e poi
saranno castigati anche da noi secondo la decisione che ci ha ispirato il
cielo”. E’
molto indicativo il modo in cui cambia il linguaggio. Nel primo e nel
secondo, può piacere o no il tipo di editto fatto, però il linguaggio è
legale e noi lo percepiamo come un linguaggio laico. Il terzo incomincia a
diventare un linguaggio parareligioso, sembra un documento della chiesa,
di grande intolleranza. L’ultimo,
degli imperatori Teodosio, Arcadio e Onorio, nel 392. dice: “Se
qualcuno usa incenso per venerare statue costruite dagli uomini (....)
orna di bandiere un albero, innalza un altare di terra al di sopra del
suolo (....) ciò è un attentato vero e proprio alla religione. Colpevole
di aver violato la religione, quest’uomo sarà colpito da una confisca
della casa o della proprietà nella quale si sarà mostrato schiavo di
questa superstizione pagana”. Questo
è il primo documento in cui religione è sinonimo di cristianesimo. Non
esiste più alcuna distinzione. Qui sta cominciando ad entrare una certa
regolamentazione rispetto alla pena di morte perché il cristianesimo
inizia a giocare una doppia influenza man mano che si rafforza: da un lato
pretende una grande difesa, ma dall’altro cerca di far sì che nei
codici la pena di morte venga davvero riservata a delitti molto gravi. In
tutta l’epoca barbarica che noi in genere consideriamo truce, l’uso
reale della pena di morte è molto più basso che non nel pieno periodo
romano laico come la repubblica. Il cristianesimo comincia ad instillare
un’idea di proprietà divina sulla vita e quindi della sacralità
dell’uomo e della sua vita, anche se fino a S. Tommaso c’è ancora
l’idea che la sacralità dell’uomo dipende da chi uomo è. Per esempio
le donne no, perché non avevano un’anima o gli schiavi no.
Intervento:
Circa le pene, la prima riguarda la vendetta divina, poi è secondo la
decisione ispirata dal cielo. Non è da ritenere che ad ogni colpa una
pena, ma secondo come gli gira. Tutto
ciò accade mentre succedono una serie di cose abbastanza significative.
Ad esempio viene fondata Costantinopoli. Per noi Costantino è sempre un
imperatore di Roma, in realtà egli fonda Costantinopoli spostando
l’asse della centralità dell’impero verso oriente e compie ciò con
la precisa intenzione di farne una seconda Roma, un’altra capitale.
Questo ovviamente infragilisce sempre più le strutture statali
dell’area del mediterraneo occidentale e tutto il sistema romano, che già
soffriva del fatto di essersi tanto allargato, comincia a scricchiolare
clamorosamente. La figura del vescovo di Roma, non ancora papa in questo
periodo, inizia a prendere peso in quanto rimane l’unica autorità sulla
sede percepita allora come il centro di tutto. L’operazione
per cui l’imperatore si è spostato ed il vescovo di Roma no, ha
favorito moltissimo la questione del passaggio di ruolo tra l’impero e
la struttura ecclesiale. Peraltro il vescovo di Roma, quindi vescovo della
città, non poteva spostarsi non avendo un ruolo universale, né
l’imperatore poteva tentare di trasferirlo a Costantinopoli. Con le
invasioni barbariche e fino al sacco di Roma, la figura del papa rimane
l’unico punto di riferimento, di protezione nello sbando generale. Questo
è il punto di passaggio. Tuttavia in tale situazione la cristianizzazione
reale non è un granché. Paradossalmente, dopo tre secoli di forte
impianto cristiano, il momento del successo, della crescita, della
visibilità e della libertà, corrisponde ad un grande calo
dell’intensità religiosa perché, diventando non solo legittimo, ma
onorevole essere cristiani, lo diventano tutti, soprattutto perché la
difficoltà della trasmissione dell’esperienza cristiana diventa molto
forte. Infatti un conto è se in una situazione di oppressione e minoranza
fortemente motivata ognuno trasmette in modo quasi carbonaro ad altri,
pochi e molto motivati e ben seguiti, un’esperienza impegnativa in grado
di dare una globalità di conformazione della persona; un altro è se ci
si trova in una situazione fragile dal punto di vista
dell’organizzazione sociale con molte persone al mese da battezzare
senza aver formalizzato dei modi standard per trasmettere l’esperienza. Così
tutti insegnavano, venivano fuori strane storie, non si sapeva bene che
cosa fosse fondamentale trasmettere, come insegnare e spiegare. Perciò,
in questo momento, si formalizzano i sacramenti come dei punti fissi e
chiari per tutti. La stessa operazione fatta dai parroci dopo Vaticano II
per riorganizzare un minimo alcune cose fondamentali, ad esempio almeno
tre anni di catechismo prima di ricevere la prima comunione o il corso
prematrimoniale. Noi
abbiamo circa milleseicento anni di prassi sacramentale alle spalle e
quindi, bene o male, poco o tanto, ognuno sa cosa aspettarsi; a quel tempo
non avevano nulla, quindi utilizzano molto Ireneo e Cirillo, le catechesi
sacramentali di questi due grandi padri ed il modo in cui a Roma si
celebrava e che comincia a diventare dominante almeno nel bacino del
mediterraneo. Gli
antichi libri liturgici si dividono grosso modo in grandi famiglie:
romano-gallicana, spagnola, aquileiese e quello cosiddetto inglese o
irlandese. L’ultima è la più tarda, relegato alla liturgia monastica.
Alla fine del V secolo i monaci Bonifacio, Patrizio e Colimano vanno nel
nord Europa ad evangelizzare e stabiliscono prassi sacramentali di area
monastica; poi, dal X secolo, tornano giù a evangelizzare il mondo
latino, diventano i sapienti alla corte di Carlo Magno e reimportano i
libri liturgici ed insegnano a scrivere. Questo
movimento è privilegiatamente di area monastica, quindi porta con sé un
modo di celebrare i sacramenti che ha le sue radici più antiche nel
monachesimo palestinese, quello dei padri del deserto, cioè del II
secolo, mediato attraverso le fondazioni della Francia monastica e
stabilisce una specie di famiglia liturgica. L’area
romana incomincia a consolidarsi in questo momento. Per l’eucarestia il
nucleo, cioè la memoria dell’ultima cena del Signore, è chiaro fin
dall’inizio, però, solo intorno a questi secoli, incomincia ad avere
una forma rituale.
Intervento:
E’ interessante capire come si è potuto arrivare, da una prassi
abbastanza libera, a recepire la necessità di formule. Per
la questione della trasmissione. Se si deve spiegare ad altri, occorre
avere degli standard, conoscere qual è il criterio spiegabile e
comunicabile. Non si può contare sempre sul fatto che ci sia qualcuno così
carismatico da essere in grado di far capire. Occorrono garanzie sulla
univocità di ciò che viene trasmesso.
Intervento:
Non avrà influito su questo una mentalità giuridica del diritto romano
che aveva formalizzato all’estremo anche i contratti e tutti gli aspetti
della vita? Sì,
però non bisogna fare delle sovrapposizioni. Il giuridismo è una cosa.
Di esso nei sacramenti si può parlare dal 1600 in poi. La formalizzazione
non è formalismo; essa vuol dire stabilire delle forme comuni in modo
formale. Tu non puoi mettere l’effervescenza, la partecipazione da un
lato e dire che dall’altro qualsiasi forma di fissazione è giuridismo.
Per 1100/1200 anni, la fissazione è stata estremamente sensata, vissuta
in modo molto positivo come un dato di realtà. Poi, dal 1500, e
soprattutto DAL 1600 - 1700, diventa veramente giuridismo e lo diventa
abbastanza in connessione con la perdita del latino come lingua
universale. Così dalla metà dell’800 in poi ci sono tutta una serie di
formalismi, come la recita del rosario durante la messa perché non si
capisce, o dei sette primi venerdì ed altre pratiche. L’effervescenza,
per esempio, nella celebrazione liturgica, è stata considerata,
giustamente, un pericolo per molti secoli. A noi pare una cosa positiva,
ma nei primi secoli sono tutti molto preoccupati dall’eccessiva
carismaticità della liturgia perché dava il via a esperienze non
attinenti con l’esperienza cristiana.
Vorrei
velocemente fare un piccolo esempio sul battesimo e la penitenza. Dopo
la fine delle persecuzioni, dopo il 350, la richiesta di diventare
cristiani, non comportando più il rischio di martirio ed offrendo la
possibilità di vantaggi sociali, diventa molto allargata. Il primo
impatto viene dato da una questione che noi pensiamo sempre miticamente
positiva ed invece all’inizio è un grande problema. Le persone chiedono
una prima istruzione, hanno il primo rito, cioè l’iscrizione del nome
nei registri del catecumenato con l’imposizione del sale benedetto
posato come sale della sapienza sulle labbra del catecumeno e da lì in
poi cominciano a dilazionare perché, essendo solo il battesimo a
perdonare i peccati, succedeva che chi si battezzava, doveva fare il bravo
ed allora rinviava. Così diventa prassi normale, nel IV secolo, che la
gente, raggiunta l’età in cui si deve occupare delle questioni serie
della vita, si iscriveva come catecumeno e poi, sul letto di morte, veniva
battezzata. Naturalmente questo era un escamotage. La
chiesa, abbastanza preoccupata da questa situazione, prima dice che è
possibile un’altra penitenza oltre il battesimo, una sola volta nella
vita, poi si rende conto che nemmeno questo risolve il problema ed allora
praticamente crea due ordini di catecumeni: il primo è una specie di
catecumenato permanente, il secondo, dei catecumeni reali, con una durata
molto breve. Di fatto si istituisce, e prenderà grande forza, l’uso
della quaresima in cui, quaranta giorni prima di Pasqua, l’aspirante si
scrive nel registro dei catecumeni e nella notte di Pasqua viene
battezzato. Noi
siamo abituati a pensare al catecumenato lungo come ad una cosa seria,
invece no, perché esso è nato come forma di escamotage. Il catecumenato
breve invece stabiliva che, se si era decisi, occorreva assumersi la
propria responsabilità. Le catechesi per i catecumeni erano in genere
tenute direttamente dal vescovo e saranno la base di quello che poi
diventerà, nel devozionismo molto più tardo, le stazioni quaresimali. A
Roma è ancora comune, il mercoledì di quaresima, tenere, nelle basiliche
patriarcali, una predica che era la forma in cui il vescovo impartiva la
catechesi a coloro i quali dovevano essere battezzati nella notte di
Pasqua. Poi,
nella prassi successivo, soprattutto dopo il 1600 e 1700, quando i vescovi
diventano ignoranti e disinteressati alle chiese, chiamano gente da fuori
perché non erano più in grado di predicare; nascono così le missioni
popolari, i quaresimali e poi, ultimo esito devozionale, sono le
“quarantore” nelle quali si abolisce la predica, perché non si sapeva
più fare catechesi, e si instaura l’adorazione eucaristica. La
cosa interessante di questa prassi del IV-V secolo della predicazione
quaresimale è che i catecumeni erano impegnati al segreto su ciò che
veniva loro insegnato. A noi può sembrare stranissimo, ma la questione
era proprio quella di unificare l’insegnamento per evitare che ognuno,
capite alcune cose, sull’onda dell’entusiasmo, si mettesse ad
insegnare. Il problema iniziale della chiesa, da questo punto di vista, è
fortissimo. Noi lo ricostruiamo dal fatto che nei primi secoli ci sono
stati molti concili contro le eresie; in realtà il problema dell’eresia
non è così formale, ma sta nel fatto che, definendo la dottrina e
dovendo inventare forme di insegnamento, di idee, parole, gesti e prassi,
chiaramente la difficoltà è grande ed il rischio di confusione enorme.
Intervento:
nascono in questo periodo le mistagogie che sono rivolte ai catecumeni? Sì,
ai catecumeni veri. La mistagogia è ciò che viene dopo il
battesimo. E’ l’introduzione ai misteri nel senso che, siccome il
catecumenato è breve e nella notte di Pasqua si impartiscono il battesimo
e l’eucarestia, allora occorre pensare ad una forma di catechesi
permanente per introdurre tutti i passaggi che in quaranta giorni non era
possibile esporre. Nascono così le mistagogie, vere e proprie forme di
catechesi permanente. I
catecumeni vengono normalmente istruiti il mercoledì di quaresima, fanno
dei passaggi liturgici con la consegna del Credo, del Padre Nostro, del
Vangelo, l’iscrizione del nome e la restituzione del Credo. L’idea è
che, scritto il nome, essi ricevono il Padre nostro, cioè la preghiera,
il Vangelo, la storia di Gesù, poi il Credo che restituiscono alla chiesa
dopo averlo ricevuto. Nella
liturgia ambrosiana alcuni di questi segni sono rimasti: al mercoledì
santo c’è la “traditio simboli” e al sabato santo la ”redditio
simboli” per cui il mercoledì santo il vescovo di Milano nella
cattedrale consegna alla chiesa milanese il Credo, con la recita solenne,
ed il sabato santo tutta la comunità lo restituisce come segno di
comunione nella stessa fede della chiesa. Poi
inizia la catechesi mistagogica per introdurre l’eucarestia che viene
prima data e poi spiegata. Nella notte di Pasqua con il battesimo,
contestualmente si partecipa all’eucarestia distribuita come nutrimento,
non come premio. In
tutto questo resta sospeso il problema, che travaglierà la chiesa del
V-VI secolo, del peccato, del perdono e della grazia. Conclusi i concili
cristologici e trinitari, incomincia tutto il dibattito sulla salvezza,
sul peccato dopo il battesimo, questione all’inizio molto dura perché
quando si viene battezzati, dopo il battesimo non si dovrebbe più peccare. Però, se ciò accade, si è apostati e quindi
dannati. L’idea
di peccato era molto ristretta originariamente: il rifiuto della fede,
l’omicidio, l’infanticidio, tutta una serie di comportamementi
relativamente diffusi nella società dell’epoca, come ad esempio
l’esposizione dei bambini. Tra essi c’era l’apostasia e la
discussione nasce perché, finite le persecuzioni, molti di coloro che
avevano abiurato, i cosiddetti lapsi, chiedono di rientrare nelle comunità
e la questione esplode tragicamente. L’altra
questione che si pone in quei secoli è dunque la prassi della penitenza
che ha subito una delle maggiori trasformazioni di sostanza, non solo di
forma. La prassi attuale della confessione come atto devozionale, cioè
frequente, privato, auricolare, si assesta solo dopo il 1500. Fino al
Concilio di Trento da molti non era considerata un sacramento. E’ una
prassi strana perché, essendo così labile nella sua forma, è invece
spesso uno dei pochi luoghi attuali, insieme alla messa domenicale, di
contatto dei credenti con l’esperienza cristiana in senso stretto. Il
problema della penitenza inizia a porsi, dicevamo, con la questione dei
lapsi, ma anche per il fatto che, essendo meno motivati, meno ferventi, i
nuovi cristiani peccano di più: l’espansione del cristianesimo segna
dei mutamenti meno radicali ed inizia l’idea che ci sono condizioni
personali le quali giustificano o giustificherebbero comportamenti al
limite. La
penitenza nella prassi antica si mostra in due forme: penitenza ufficiale
o canonica, prassi molto rara, con la fondamentale caratteristica di
essere pubblica; forme di penitenza privata, in genere autoinflitte, che
diventano percorsi devozionali, spirituali, molto incoraggiati
dall’esempio monastico. Queste, poco alla volta saranno dominanti
rispetto alla prassi canonica che per la sua durezza cadrà in disuso. La
prassi canonica funzionava in questo modo: chi aveva commesso un peccato
grave che teoricamente poteva essere perdonato solo con il battesimo, se
già battezzato, andava dal vescovo che poteva decidere se perdonarlo o se
iscriverlo nell’ordine dei penitenti. La
chiesa di quel periodo, prima della strutturazione geografica, era
organizzata per ordini, cioè per livelli: presbiteri, catecumeni, fideles,
vergini, penitenti e si passava dall’uno all’altro a seconda delle
condizioni di vita. Il venire iscritto nell’assemblea dei penitenti
comportava una serie di cose, ad esempio un posto ed un modo particolare
di partecipare all’assemblea liturgica, momenti liturgici particolari in
cui veniva consegnato il cilicio, un panciotto di pelle di capra che
doveva essere portato sulla pelle al contrario, quindi fastidioso, e
l’esclusione, non gravissima ma media, dall’offerta della messa. Solo
nei casi più gravi si veniva esclusi dal ricevere l’eucarestia. Allora,
in base alla gravità delle colpe, il periodo poteva essere più o meno
lungo e, normalmente il giovedì santo, durante la messa del mattino,
prima della memoria dell’eucarestia dell’ultima cena, il vescovo
accoglieva i penitenti riammettendoli all’ordine dei fedeli. Poi, man
mano che la chiesa assume un ruolo pubblico, visibile, le penitenze
imposte sono sempre più gravose ed estremamente visibili. Ad esempio
esisteva tutta una regolamentazione, scritta nell’ordine dei penitenti,
che stabiliva come vestire, solo in alcuni modi e non in altri, e come
nutrirsi di determinati cibi o di astenersi da essi per tutta la vita. Le
restrizioni riguardavano la totalità della vita del penitente attraverso
una serie di atti mirati a sconvolgere il ritmo dell’esistenza al fine
di fargli prendere atto, per uno o due anni, che la sua vita non era più
la stessa di prima, il suo tempo veniva impiegato in altro modo. Era
l’esperienza della conversione, del cambiamento. Per questo le penitenze
erano così lunghe e destrutturanti. Noi
tutti sappiamo che per interiorizzare dei cambiamenti attraverso i gesti
quotidiani, non solo a delle parole, occorre molto tempo. I
penitenti venivano anche sottoposti ad interdizioni professionali, nel
senso che non potevano svolgere alcune professioni, e ciò rimarrà, ad
esempio, nella proibizione di alcune professioni agli ebrei che, essendo
considerati penitenti a vita perché deicidi, venivano interdetti da tutta
una serie di possibilità professionali. Essendo colpevole, il popolo
ebraico era perennemente in stato di penitenza, tutto e globalmente.
Questo era il motivo della stella, originaria nei ghetti papalini, poi
riesumata nel ‘900, perché gli ebrei venivano, da un certo punto in
poi, considerati appartenenti all’ordine dei penitenti in modo stabile. Alcune
proibizioni permanevano anche dopo la riammissione nella comunità e, nel
caso di peccato grave, erano protratte fino alla morte. Sui peccati
particolarmente gravi poteva verificarsi la non
riammissione nella comunità, però non si ha memoria che fosse
negato il viatico anche a chi era stato escluso. L’eucarestia in punto
di morte veniva data a tutti. Questa
era la prassi penitenziale pubblica, ma sono sorti dei problemi:
l’espansione della chiesa rendeva
difficile il controllo; la rigorosità delle pene aumentava il rifiuto del
battesimo nell’età giovanile. Così, intorno al V secolo, diminuì
molto l’ordine dei peccatori, non perché le persone peccassero meno, ma
perché non venivano comminate le penitenze, e comincia a crescere la
prassi spirituale legata ai mondi monastici e quella del pellegrinaggio
come forma di penitenza.
Intervento:
di fronte alle lettere di S. Paolo sulla misericordia di Dio che aveva già
perdonato tutto, tutta questa prassi cade? Non
si possono leggere le lettere di S. Paolo con l’occhio del ‘900
interrogandosi su una prassi del ‘400. Avevano le lettere di Paolo, ma
il problema non era quello della misericordia divina; non era che Dio
perdonasse, ma che gli uomini perdonassero. E’ diverso. Nessuno aveva
dubbi sul fatto che Dio perdonava, ma avevano ad esempio un senso di realtà,
che secondo me in parte noi dovremmo recuperare, per cui se tu fai delle
cose, queste costituiscono una storia e dunque la conversione è una
controstoria. Noi, con molta fatica, riusciamo a pensare che se uno
confessa di aver rubato, dovrebbe restituire; dovrebbe, perché poi pare
una grande innovazione questa in quanto, nella prassi pastorale, non è
così normale, così consolidata, l’idea che si debba riparare il danno. Noi
abbiamo spesso un’idea di peccato più come moto dell’anima, come
un’intenzione, che non come un dato di realtà; questo per i cristiani
antichi non era affatto peccato perché erano più sani di mente di noi. Il
peccato ha sempre un dato di materialità. L’idea è: la colpa è
perdonata dalla morte di Gesù, la pena no perché è il dato di realtà
creato da te, dentro la storia, con il tuo comportamento. Gesù perdona e
ti riammette alla comunione con Dio, ma tu ti devi occupare della realtà,
il campo dove gli esseri umani vivono la loro vita. Allora
se ho rubato devo restituire, se ho parlato male, riparare. Ma ci sono
mille ed un caso, e lo sappiamo benissimo, in cui dalla realtà creata non
c’è più possibilità di tornare indietro. Allora il gesto rituale
segnala la fiducia nel fatto che Dio creerà una realtà anche dove è
impossibile. Per questo l’indulgenza è legata ad opere di carità che
non cambiano il danno, ma dimostrano il cambiamento della mia esistenza.
Questo non ha niente a che fare con la misericordia di Dio; riguarda la
realtà della storia ed è un pensiero sano secondo me.
Intervento:
in pratica riguarda solo i
maschi? Nella
sostanza sì, con poche eccezioni. Le donne attingono quasi subito molto
più fortemente alla prassi penitenziale privata, più spirituale, anche
perché le donne avevano meno occasione di peccare e di riparare
pubblicamente. |
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