Gruppo del Venerdì Storia della Chiesa - 3 La conclusione della volta scorsa verteva sulla questione della
penitenza e dell’eucarestia. Questa sera dovremmo incominciare ad
entrare nell’epoca della cristianità per renderci conto da dove si
parte. Abbiamo raccontato alcune cose sui sacramenti per fare vedere come
concretamente ci fossero diversità e uguaglianze rispetto ad oggi. Vorrei
aggiungere ancora qualche osservazione. Gli anni che stanno tra la decadenza dell’impero romano e l’inizio
delle influenze barbariche sono anni in cui la liturgia, contrariamente a
quanto noi normalmente pensiamo, diventa molto fastosa, carica di simboli. Rispetto alla liturgia noi siamo abituati a pensare l’antichità come
la comunità apostolica, gli Atti degli apostoli, quindi il massimo del
semplice, del poco formale, del creativo. In realtà la fase iniziale dura
pochissimo e la liturgia è il primo aspetto che viene regolamentato,
almeno nelle sue forme principali, perché, dato che i cristiani si
definiscono come coloro i quali nel giorno della resurrezione del Signore
si trovano per spezzare il pane, essa è immediatamente l’elemento che
li qualifica. In seguito subirà vari adattamenti ma, dal secondo secolo
in poi, ha un arricchimento notevole perché viene percepita come il
centro della vita cristiana, in particolar modo l’eucarestia. Quasi subito avviene l’operazione sostitutiva con i rituali della
corte imperiale che si sposta a Bisanzio e Roma si sente quasi defraudata
di questi rituali. Immediatamente,
cioè nel giro di due-tre secoli, viene inglobata nella liturgia
eucaristica ed avviene una specie di gara. Ad esempio il Kyrie Eleyson,
che noi traduciamo Signore pietà considerandolo un atto penitenziale, in
realtà è la versione grecobizantina dell’osanna, il grido di
acclamazione all’imperatore quando passava e, poiché egli aveva il
potere di vita e di morte, gli si riconosceva tale potere affidandosi alla
sua misericordia. Quindi originariamente il Kyrie Eleyson era connesso al
Gloria. Noi oggi lo collochiamo tra la richiesta di perdono ed il Gloria,
ma di per sé era il Gloria, forma latina sostitutiva. L’uso dell’incenso, delle luci, della sontuosità, cominciano a
moltiplicarsi ed in pochissimo tempo la cena perde la sua forma di
convito. Già lo stesso Paolo ha una polemica con i Corinti sul fatto che
sia una cena reale e invita a farla diventare una cena simbolica per un
po’ ancora connessa ad una cena reale. L’eucarestia per lungo tempo è il tutto della vita cristiana e questo
per noi è molto difficile da comprendere. Per noi oggi c’è la
parrocchia, perché la nostra idea della vita cristiana è geografica. Per
millecinquecento anni è stato “il posto” a caratterizzare l’essere
cristiani e dunque tutto ciò che lì si faceva. Tra l’altro, dato che
nei secoli della cristianità sempre più cose si erano fatte lì, fino
all’ottocento, dai circoli ricreativi al cinema, era proprio totalmente
una divisione di spazio. Per noi, il dire cosa fa un credente, significa partire dalla coerenza
di vita, ma poi definiamo impegnato uno che va in parrocchia, che è
membro attivo della comunità. Nei primi secoli, invece, è chiarissimo
che ciò che qualifica un credente è l’eucarestia. Noi oggi diciamo che
chi va solo a messa è uno che non si impegna. All’inizio è esattamente
il contrario. Andare a messa è qualificante anche perché la liturgia
contiene tutto: la catechesi nel momento dell’omelia con il commento
della Scrittura, ma anche alla fine, con la condivisione di carità per
dare gli annunci sulle necessità delle famiglie, di altre chiese delle
quali vengono lette le lettere, eccetera. Tutto questo porta ad una
moltiplicazione dei ruoli molto ampia e svariata con il coinvolgimento di
tutta l’assemblea dal presidente a molte altre figure. Dal quinto secolo in poi si va ad imbuto, fino al momento peggiore
nell’ottocento in cui, sia le persone, sia le cose, si unificano: il
prete solo ed un libro solo che è il messale. Non esiste altro. Tutto è
raccolto lì, tutto è unificato ed è strettamente e simbolicamente
connesso al processo di centralizzazione della gestione della chiesa. Vaticano II tenta di spezzare questo, rimoltiplica i libri mettendo in
uso almeno il Lezionario ed il Messale (dovremmo avere Lezionario, Messale
e Orazionale, con le preghiere dei fedeli), si riprende l’uso dei
foglietti sui banchi che è di nuovo una forma di espansione e si
reintroducono figure come il lettore ed il ministro straordinario dell’eucarestia.
Nell’antichità, ad esempio, colui che raccoglieva le offerte era
l’economo della comunità e gestiva le offerte in base ai bisogni dei
componenti. Tutte queste erano figure reali, non formali. Da noi c’è
chi raccoglie le offerte che però vengono contate e gestite dal
sacerdote. Contemporaneamente, intorno al quarto secolo, si struttura l’anno
liturgico che, a parte alcuni piccoli particolari, è ancora quello di
oggi: Avvento, Natale, tempo di Natale, ordinario, quaresima, Pasqua e poi
ancora ordinario. Quaresima, Pasqua e Pentecoste, nei tempi e
nell’organizzazione, sono stabilizzate quasi da subito, seppure con
spiegazioni diverse, mentre la più oscillante delle feste è Natale la
cui data, al venticinque dicembre, viene introdotta molto tardi, dopo la
caduta dell’impero romano d’occidente. La festività celebrata era la
meternità di di Maria, non il Natale e così resta ora in oriente dove il
problema era quello della manifestazione di Dio nella storia, per cui
l’oriente festeggiava e festeggia nello stesso giorno l’Epifania ed il
battesimo del Signore, i due momenti considerati l’inizio della vita
pubblica. In seguito a Roma si dà forza alla celebrazione liturgica della
nascita del Signore facendola coincidere con la festa pagana del sole
invicto. Questo tema ha subito un’oscillazione abbastanza lunga e sarà
soltanto con S. Francesco e la sua invenzione del presepio, quindi nel
milleduecento, che il Natale prenderà liturgicamente il peso
e la forma attuale. Ancora nel terzo/quarto secolo nasce ciò che avrà poi uno sviluppo
notevole nel medioevo ed è molto importante per tutto quello che succederà
in seguito: il culto dei martiri e l’uso dei pellegrinaggi. Da subito si inizia ad andare sulle tombe dei martiri. E’ una cosa
immediata che nasce da un uso pagano, dal pasto pagano sulle tombe dei
defunti. I cristiani, quasi subito, cominciano a celebrare l’eucarestia,
il pasto sacro, sulle tombe dei martiri ed ancora oggi ogni chiesa deve
contenere nell’altare una reliquia perché, non potendo celebrare tutti
sulle tombe dei martiri, si portano loro reliquie laddove si celebra. Ma
ciò avrà una crescita esponenziale che nel medioevo diventerà la grande
questione del commercio delle reliquie legata da un lato
all’interruzione delle vie di comunicazione con l’oriente per cui
nascerà una forma di compensazione con i vari miracoli (lo spostamento
delle case, tipo il santuario di Loreto che avviene sulla costa
marchigiana dove arrivavano i pellegrini dal nord Europa per imbarcarsi e
scoprivano di non poter proseguire il viaggio a causa dei saraceni);
dall’altro il fatto che, essendo i viaggi avventurosi, si riportano
delle meraviglie, quindi reliquie sulle quali costruire chiese, sempre a
partire dall’idea che la celebrazione avviene sulla tomba dei martiri. Insieme a tutto questo nasce quasi subito l’idea dei pellegrinaggi con
l’intento di visitare i luoghi biblici, come per noi i viaggi in Terra
Santa, quindi la meta è Gerusalemme. Originariamente sono pellegrinaggi
senza vaghi sentimentalismi spirituali, ma per andare a vedere dove è
stato Gesù. In seguito si fa molta retorica ed inizia a diventare la
strana esperienza spirituale per trovare e provare chissà che cosa. Poi,
con la chiusura delle vie d’oriente, nascono altri percorsi come il
pellegrinaggio a Roma che
diventa fondamentale, ed altri luoghi tipo Santiago di Compostela o altri
che, per una serie di motivi storici, diventano centrali. Allora le vie di
pellegrinaggio diventano popolari, di moda, legati a percorsi
penitenziali. Intervento:
sono monasteri? I monasteri in genere sono
luoghi di appoggio, di passaggio, di riposo ed ospitalità per i
pellegrini ed in genere sono legati o a santuari o a tombe di martiri.
Sono tutti luoghi di posta per i pellegrini. Intervento:
La Sacra di S. Michele? Quella
è la via francigena percorsa dai pellegrini che scendevano verso Roma così
come Altopascio era uno dei passaggi per evitare le paludi, dove c’erano
i cavalieri del Tau che difendevano ed aiutavano i pellegrini. I punti di
arrivo erano Roma con le tombe di Pietro e Paolo o luoghi di martiri o
quei santuari che diventeranno poi santuari mariani. Questo è il quadro in cui si
mettono in gioco alcune questioni importanti: il monachesimo, innanzi
tutto, che inizia in questa fase. Benedetto, il grande regolatore della
vita monastica, la quale però nasce prima e viene dall’oriente, è
collocato nel quinto secolo. Il monachesimo è un grandissimo filone che
sarà importantissimo nella costruzione della cristianità perché, al di
là della sua realtà concreta, di ciò che è stato ed è, resta un
modello mentale, cioè diventerà la città di Dio contro lo sfacelo
avvenuto con la caduta dell’impero romano e le invasioni barbariche.
Esso diventa proprio il modello della convivenza possibile. La relazione
che il mondo monastico sa instaurare tra salute mentale, spirituale ed
economica è un’utopia mai raggiunta, ma sempre operante come modello. E
tutti gli ordini monastici più sono veri spiritualmente, più hanno
successo, più decadono e decadendo danno origine ad una riforma interna
che, poiché è spiritualmente qualitativa, ha grande successo, attira
molto, attirando decade e così via. Intervento:
perché succede questo? Perché
è un equilibrio assolutamente precario, un punto delicato. Nella misura
in cui si ingrandiscono diventano ingestibili. Non a caso si dice che un
monastero non dovrebbe avere più di trenta monaci; oltre questo numero
una struttura così utopica salta per esigenze organizzative, per accumulo
di ricchezze, ecc. Intervento:
chi ha inventato questa forma di vita?
Qumran? Culturalmente
tra il secondo secolo avanti Cristo ed il secondo dopo Cristo è
nell’aria il desiderio di andare nel deserto. Qumran è una forma, ma è
un dato diffuso. Con il cristianesimo l’esperienza dei padri del
deserto, dell’anacoretismo nel deserto èin espansione proprio perché
dato culturale recepito, cristianizzato e ripetuto. Il vero dato
innovativo è l’esperienza cenobitica, cioè il passaggio dalla fuga nel
deserto alla situazione comunitaria, al costruire una piccola città.
Quando quest’idea migra dall’oriente in occidente e casca sulla caduta
dell’impero romano, trova in Benedetto il codificatore che ne fa un
modello che ha una grande fortuna. Credo ci siano pochissime altre
esperienze storiche in occidente con simile fortuna, con una struttura
originaria che si mantiene praticamente identica per millecinquecento anni
senza mostrare un filo di vecchiaia. Questo è il primo aspetto: il
monachesimo come idea mentale strutturale. La seconda cosa che succede in
questo tempo è la chiusura del dibattito dottrinale, la formazione del
Credo e la fine dei grandi concili ecumenici. Lì il cristianesimo si
misura con la lingua ed il pensiero greco. Strutturalmente si innerva fino
a sostituirlo nell’impero romano, ma culturalmente ha una schizofrenia
radicale con il mondo greco. Questo è un problema che il
cristianesimo nelle sue forme visibili si porterà dietro fino ad oggi.
E’ una questione irrisolta che nasce meticcia, con un corpo romano ed
una testa greca. E
lì, ed è la terza cosa, c’è il grandissimo sforzo di quelli che
vengono chiamati i Padri della chiesa. Si chiamano Padri della chiesa gli
scrittori dei primi cinque secoli che sono considerati di
un’autorevolezza particolare, non fanno parte della Rivelazione, ma non
sono nemmeno dei teologi normali. Sono un po’ meno degli scrittori della
Bibbia, insieme di libri ispirati, ma molto di più dei teologi normali e
vengono considerati ancora oggi con un certo grado di normatività. Sono
differenziati rispetto al discorso dottrinale (quello fatto dai concili) e
intorno a questioni di contenuto, di misurazione con la cultura greca, ma
con l’occhio molto concreto perché il problema è la regolamentazione
delle comunità. I
Padri della chiesa fanno la stessa operazione dei concili ma come singoli,
spesso sono anche vescovi, ma come singoli provano ad articolare una
cultura ed un linguaggio soprattutto con preoccupazione di catechesi, di
spiegazione. L’operazione da loro condotta è un modello di
inculturazione a tutt’oggi molto interessante. Prendono le parole, le
piegano con un sapientissimo uso comunicativo da un lato, cioè con
capacità di usare ciò che la cultura produce per spiegare, e
dall’altro con uso critico, cioè capacità di spiegare perché la
cultura non funziona così. Esistono testi dei Padri, tipo
le catechesi di Cirillo, che sono assolutamente un capolavoro. E’ come
se noi oggi riuscissimo a produrre un “grande fratello”, così
intelligente e così bello da guardare, da riuscire ad attirare milioni di
spettatori, ma che, facendo ciò, spiegassimo perché è da stupidi
produrre tale programma. Sarebbe un capolavoro comunicativo di livello
sopraffino: usare un meccanismo in modo critico, ma con un grande successo
esplicativo. Ed è vero che uno dei grandi
problemi della chiesa di oggi è lo stesso di quello che avevano i Padri:
dire cose che rischiano di non significare nulla. Essi parlavano ai greci
senza più il carisma di Paolo. Così, ad esempio, dicono che sarebbe
stato bello per voi poter ascoltare gli apostoli, invece vi tocca
ascoltare me che apostolo non sono, non ho avuto tale fortuna; forse non
l’ho meritata, forse c’è un motivo più grande che la provvidenza non
mi ha spiegato. Fatto sta che qui ci sono io, vostro vescovo e voi di
fronte a me. Se Paolo vi dicesse: il Signore è risorto ed io l’ho
visto, voi potreste credergli. Ma io non posso dirvi ciò. Posso soltanto
dirvi: il Signore è risorto ed io lo credo. Ma se voi mi dite: che cosa
significa questo per me…. Ed incomincia ad entrare nella mente e nella
logica dei suoi interlocutori. Questa
è un’operazione che i Padri fanno in modo meraviglioso. Allora: il monachesimo, la
definizione dottrinale dei Concili, i Padri, sono la buona seminagione, ciò
che consentirà, nei tre secoli successivi molto travagliati, che il
cristianesimo non solo non si perda, ma sostituisca e costruisca le
strutture, cioè lo scheletro capace di consentire a questa esperienza di
diventare riferimento nella grande transizione culturale, e, addirittura,
l’ esperienza vitale. Questi tre aspetti sono la base
della cristianità, non il suo contrario come spesso siamo abituati a
pensare: cristianità, il potere, Bonifacio VIII e poi dall’altra parte
i Padri della chiesa. Non è affatto così. Sono questi tre elementi che
consentono alla cristianità di essere. Poi certamente succedono altre
cose. Intervento:
mi pare che ci sia stata una questione sui concili ecumenici. C’è una grande discussione.
Infatti ancora oggi non è ufficiale la lista dei concili ecumenici.
Ecumenici significa convocati dal
papa o dall’imperatore nei primi secoli e con quasi tutti i vescovi
presenti ed è una definizione poco giuridica nel senso che nei primi
secoli questa è stata una delle questioni. Per esempio al concilio di
Efeso in cui si doveva discutere la questione se Maria era o no Madre di
Dio, tutti i vescovi contrari non sono stati invitati. Poi però ci sono
andati lo stesso. L’area era grosso modo
l’impero romano con un maggiore ampliamento della costa africana
rispetto all’impero ed un leggero ampliamento minore a nord. Più verso
l’Africa che verso il nord Europa ed un po’ più allargata ad est. In
sostanza il bacino del Mediterraneo. Ai concili ecumenici di
Calcedonia, Efeso sicuro, partecipano quasi unicamente i vescovi
dell’Asia Minore, di parte dell’Africa del nord ed i legati del
vescovo di Roma. I vescovi delle Gallie sono abbastanza tagliati fuori. Ad
Efeso arrivano anche gli altri, si mettono a bisticciare e gli abitanti li
chiudono dentro una basilica minacciandoli, se non raggiungono un accordo,
di dar fuoco all’edificio con loro dentro. L’accordo non è raggiunto
e la chiesa viene incendiata: la gente aveva un controllo diretto sui
concili. Su
questa questione inizia il tema che ci interessa, cioè l’origine della
cristianità ed in particolar modo l’organizzazione delle chiese. In
questo tempo le chiese sono organizzate in modo molto diverso da oggi.
Occorre fare lo sforzo di abbandonare l’idea che noi abbiamo attualmente
perché, anche quando si usano le stesse parole, il significato è
diverso. Le
chiese mano a mano sostituiscono le strutture imperiali; il che vuol dire
che sostanzialmente le sposano assumendone lo stesso tipo di
organizzazione. Il vescovo in genere è il capo di una comunità
ecclesiale di una città, quindi di un territorio urbano. Corrisponde a
quello che noi oggi diremmo un vicario, come se i cinque parroci della
nostra città ne eleggessero tra di loro uno. Le città si integrano tra
loro in una provincia ed il vescovo della capitale della provincia,
chiamata metropoli, è il vescovo metropolita che ha in genere una sorta
di privilegio molto concreto, non di onore: solo lui può indire i concili
provinciali. Però parliamo di cinque, al massimo sette vescovi; una
conferenza episcopale regionale, anche un po’ meno. Ed era la vecchia
provincia romana. Nessun vescovo poteva essere eletto senza il beneplacito
del vescovo provinciale. I vescovi venivano eletti dal popolo, non
nominati da Roma, però occorreva il placet del vescovo provinciale
garante della tradizione. Intervento:
eletto tra i preti? Non
necessariamente. Ambrogio ad esempio è eletto diacono, poi ordinato prete
e vescovo contemporaneamente. Però succede che ci sono posti migliori di
altri e, dato che gli esseri umani sono sempre stati uguali, ci sono
quelli che maneggiano per diventare provinciali. Su questo tema c’è una
disciplina durissima per cui
un vescovo eletto a capo di un posto non può per tutta la vita andar via
di lì perché il principio è che il vescovo è immagine di Cristo sposo
della sua chiesa ed il matrimonio è indissolubile. Ad esempio si dà il
caso che muoia il vescovo di una certa città ed i fedeli, non trovando
intorno alcuno degno di sostituirlo, ne eleggono uno già vescovo di un
altro posto, come è stato per Girolamo, vescovo di una borgata, eletto
vescovo a Costantinopoli. Egli ci pensa un po’, poi decide di accettare.
Ma il concilio lo rimanda malamente alla sua borgata perché non si può
tradire la propria sposa. Dietro
questa norma c’è un principio organizzativo della chiesa sul quale ora
si sta ricominciando a
discutere molto; ed è l’idea, al di là delle immagini simboliche, che
esiste una soggettività delle chiese e poi ci sono ministeri che servono
a delle chiese, cioè ci sono preti ordinati per servire una comunità e lì
stanno finché sono in vita. Man
mano questa idea si rovescia radicalmente per passare ad una struttura con
un suo apparato (preti e vescovi) e che dispone l’apparato a seconda
delle proprie necessità. Così, se prima il canone antico proibiva
addirittura lo spostamento di un vescovo, oggi canoni e regolamenti
diocesani proibiscono che un prete stia più di un certo tempo in una
parrocchia perché potrebbe, con il tempo, considerarla cosa sua. Quindi
c’è tutta una serie di ragionamenti anche morali, ma, ovviamente,
l’idea che sta dietro è che, essendo il prete un funzionario di una
struttura, è a disposizione di questa. E’ chiaro invece che, per
l’idea originaria, il soggetto è la comunità in cui c’è necessità
di un servizio e la possibilità di controllo. E’ proprio un altro
concetto: non sono i funzionari di un’organizzazione ma il servizio
necessario alla comunità. Tale idea rimane molto forte
nel mondo monastico dove si dice che non è necessario che tutti i monaci
siano preti ed è chiaro che il ministero serve a garantire l’eucarestia,
e basta. Questo è uno spostamento
strutturale avvenuto dopo il sesto secolo ed ha cambiato il volto delle
chiese. Oggi si incomincia a ragionarvi sopra perché, progressivamente,
dal punto di vista giuridico, la questione, nel 1700-1800, si è
strutturata, di fatto, con una doppia azione: dopo l’ordinazione un
sacerdote riceve una ” missio canonica” cioè l’incarico di dove
essere prete o vescovo e per fare che ed i due elementi non sono connessi
per cui, ad esempio, l’ordinazione, come il battesimo, dà un carattere,
non può essere cancellata; la missio canonica è un atto giurisdizionale
che può essere ritirato. Per questo si dice “sospeso a divinis”
quando il prete non può più celebrare e fare altre cose. Il
problema è che, se si struttura in questo modo, ci vuole un’autorità
centrale per dare le missio canoniche mentre nella chiesa originaria
l’ordinazione era contestualmente per la comunità alla quale veniva
riconosciuto molto più potere. La
seconda questione è che nella chiesa, fin dalle origini, ci sono alcune
sedi episcopali che, per motivi di prestigio, di legami a martiri o
apostoli, hanno il privilegio di essere considerate sedi maggiori. Sono in
particolare quelle che diventeranno i cinque patriarcati, tendenzialmente
le sedi di partenza delle grandi evangelizzazioni: Roma, Alessandria,
Antiochia, Cartagine e Bisanzio. I vescovi di queste città
progressivamente acquisiscono un privilegio, di onore, prima, poi anche
giuridico, sulle province sottostanti, per cui si inizia a parlare di
sinodi locali. A partire da Diocleziano le province vengono raccolte in
diocesi con privilegi sulla consacrazione, sui sinodi, su decisioni in
materia di culto. Man mano si verifica, da un lato, una crescente
importanza di Costantinopoli, legata ovviamente al suo ruolo politico e,
dall’altro, di Roma per necessità di bilanciamento e di autonomia
dall’imperatore. Succede
così che, da un lato Gerusalemme incomincia a richiedere un privilegio di importanza e, dall’altro, cambiano via via
gli equilibri politici. Alla fine di tutto ciò emergono Costantinopoli,
Antiochia, Gerusalemme, Alessandria per l’oriente e Roma per
l’occidente. Con lo spostamento dell’asse di potere verso nord e verso
l’occidente (Spagna e Gallie diventano sempre più importanti) Roma
diventa la più importante perché Aquileia, unico controbilanciamento
possibile, verrà sopraffatta. Intervento:
le diocesi praticamente sono create sotto Diocleziano in tempo di
persecuzione? Le diocesi sono nate come
strutture imperiali, quando l’impero stava già sbriciolandosi
Diocleziano istituisce una struttura intermedia tra le singole province e
l’impero perché non riusciva più a controllare tutto. Immediatamente
la chiesa si appoggia su questa mutazione politica ed inizia ad
organizzare la logica dei patriarcati che sono sovraprovinciali perché
intuisce che tale struttura può essere utile. Il termine diocesi viene
mutuato dal linguaggio politico e quando dico che le diocesi nascono sotto
Diocleziano intendo in termini politici. Intervento:
ma i vescovi quando sono nati? Subito, nel senso che la
lettera di Ignazio, considerata il primo scritto in cui si parla di un
episcopato di tipo monarchico, è del primo secolo. Nei primi due secoli
convivono forme diverse; si chiamano episcopato collegiale ed episcopato
monarchico, cioè il governo di un piccolo gruppo di anziani o quello di
vescovi singoli. Il problema è che l’episcopato nasce subito come
riferimento, ma non c’è ancora la diocesi come noi l’abbiamo in
mente. Intervento:
e invece i preti….. All’inizio
non c’è una netta distinzione tra vescovi e preti, ma una struttura che
noi oggi definiremmo di gruppo che si riunisce nelle case ed in modo quasi
naturale ci sono dei leader. Il celibato ecclesiastico è del sesto
secolo, il che vuol dire che si inizia a sacralizzare questa figura e a
darle un ruolo diverso sei secoli dopo. All’inizio semplicemente c’è
un cristiano stimato che ogni domenica gestisce il gruppo ma non avvengono
elezioni. Le comunità sono piccole, in genere si conoscono tutti
personalmente ed ascoltano più uno di altri perché magari ha conosciuto
gli apostoli, ha autorevolezza, è pio. Per noi è molto difficile
immaginare questi tempi. I vescovi, nel senso di figura giuridica nella
forma di un ruolo riconosciuto, pubblico, con certi compiti e certi
diritti, come noi lo immaginiamo, nascono più o meno tra il quinto e
sesto secolo. Poi, più si
abbandona la dimensione di conoscenza personale, più si comincia ad
organizzarsi per cesure geografiche, più si strutturano le figure perché
non ci si può più basare su rapporti individuali di stima e di
conoscenza, anche se ancora stiamo parlando di numeri molto limitati. Intervento:
ma questi vescovi e preti avevano già una differenza? Questo è l’altro modo nel
senso che, fino a quando il discorso del cristianesimo rimane un discorso
urbano, in genere c’è il vescovo come figura unitaria; poi ci sono
prestigi diversi. Quando, come vedremo adesso, intorno al sesto secolo,
legato poi al settecento-ottocento, avvengono le invasioni barbariche, il
cristianesimo si trasforma da religione urbana in religione agricola e,
altro nodo chiave, nasce tutta la questione dei gradi all’interno
dell’episcopato, nel senso di prete diverso da vescovo. Intervento:
e questo cosa c’entra con la liturgia? Non confondiamo. I primi due
secoli sono una questione a parte perché la strutturazione è
praticamente inesistente, totalmente funzionale. Dal secondo al sesto
secolo, invece, tutti i ruoli legati all’eucarestia diventano ruoli
episcopali, molto chiari e connessi perché l’eucarestia diventa il
luogo di identificazione di tutta la questione. Però stiamo ancora
parlando di comunità molto piccole con un numero molto ridotto di
vescovi. Al concilio ecumenico di Nicea il numero dei vescovi non arrivava
a ottanta. Vaticano II ne aveva tremilacinquecento. Oggi sono
quattromilaseicento. Un conto è pensare ad
un’organizzazione di presenze come ora, un conto è parlare di una realtà
sparsa per tutto il bacino mediterraneo con ottanta vescovi. Intervento:
all’inizio non ci sono ancora particolari ordinazioni se a presiedere la
comunità ci sono quelli più credibili? No
invece, si parla di ordinazioni fin da subito, ma non erano quello che noi
oggi intendiamo. Quando dicevo che necessitava del riconoscimento da parte
del vescovo provinciale egli imponeva le mani in un gesto sacramentale con
altri due vescovi della provincia, era l’episcopato della zona che lo
accoglieva. La nomina era popolare. L’atto sacramentale
dell’ordinazione è antichissimo perché nato dall’idea della
successione apostolica che non può essere interrotta. Ma perché questo
si strutturi come oggi (si dice potere di governare, santificare,
insegnare)…. questo è del millecinquecento. Intervento:
dunque la gente sceglieva poi seguiva l’ordinazione? Non
sempre, la questione era molto dialettica. Noi oggi abbiamo in mente che
esiste un’entità di nome chiesa cattolica, con una sua vita propria e
poi ognuno vi entra o no, se crede certe cose ne fa parte, se non crede può
essere estromesso. Come dire: c’è la FIAT, mi assumono, non mi
assumono, potrei essere licenziato in base ad una serie di criteri in cui
è molto chiaro che posso avere motivi anche ottimi per dire che faccio in
un certo modo, consapevole del rischio di essere mandato via. Però la
FIAT esiste, c’era prima di me e continuerà dopo di me. Nella
testa delle persone non era così. Funzionava come una libera associazione
nella quale ognuno partecipava sapendo che, senza l’apporto personale di
ciascuno, essa non sarebbe sopravvissuta perché non era un’entità
esistente in astratto, al di là di chi ne faceva parte. Ma, se si
impiegano energie, poi si vuol anche poter dire la propria opinione. Per
noi invece la chiesa è una struttura, come la scuola, lo stato,
un’entità quasi metafisica che esiste prima di noi, dopo di noi, senza
di noi. Questo deriva proprio dal rovesciamento di cui dicevo prima: nella
misura in cui il ministero non è più per la comunità ma un
funzionariato, autoreferenziale, si suppone l’esistenza di una struttura
con questo personale. Ciò è dovuto al fatto che la
chiesa, innervatasi sulla caduta dell’impero romano, viene a trovarsi
nella necessità di darsi una struttura visibile che faccia da referente
alla gente sbandata. E, nel sostituire, diventa una struttura sociale come
un impero, un esercito. Quindi la cosa nasce per sollecitudine pastorale,
per mancanza di modelli alternativi ed impossibilità di prevedere che
cosa sarebbe successo millecinquecento anni dopo. L’operazione
è stata fatta, ma con il risultato che noi oggi ci troviamo dall’altra
parte della parabola. E’esattamente come nel discorso della vita fatto
molte volte ed in cui si distinguono due ambiti per poter meglio chiarire
ma, tempo dopo, c’è il problema di unirli perché non stanno più
insieme. Una figura chiave rispetto a
questo passaggio è Leone, detto Magno, vescovo di Roma, nel 172, prima
perché si occuperà di fronteggiare i barbari convincendo Attila ad
andarsene, poi perché è stato un grandissimo vescovo. Le sue omelie sono
di piacevole lettura anche oggi; quelle sul Natale sono una meraviglia.
Molto colto, ha contribuito con il Tomusad Flavianum alla dichiarazione di
Calcedonia sul tema Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, uno dei pilastri
nell’esperienza cristiana, ed è proprio come ci piacerebbe avere oggi,
vescovo preparato, perspicace e con il senso della gente, delle cose da
fare; un Helder Camara che tanto contribuisce alla teologia del concilio
quanto fa l’opzione per i poveri, sapendo dove deve stare. Leone, nei suoi innumerevoli
pregi è, ahimè, l’iniziatore della centralità romana perché grande
cultore dell’impero nella sua forma migliore. Vedeva nell’impero la
mano di Dio che si realizzava per l’ordine e la pace creata
dall’impero stesso, ma si trovava a vivere con i barbari alle porte. Sarà
molto contrastato dall’esperienza monastica che tenta una città
alternativa, l’altra cosa, non il mondo pubblico, politico, ma quello
piccolo, vitale. Egli è, comunque, colui che ha scritto la frase che
ancora ci disturba: “Pietro parla per bocca di Leone”, con la quale
iniziava le sue lettere. Da
qui in poi si incomincia a dire: il vescovo di Roma successore di Pietro
mentre prima si diceva: il vescovo di Roma successore a Pietro, cioè
succeduto sulla cattedra di Pietro, sullo stesso suo luogo. Da
“successore di Pietro”, deriverà poi “vicario di Cristo”. Un
bello slittamento. Pio XII verrà definito “il dolce Cristo in terra”
e storicamente è inevitabile perché chiude la parabola arrivando fino
all’estrema conseguenza di questa costruzione. Anche qui non si può
essere dei puristi, non siamo angeli, non si può giudicare cento anni
dopo quello che è accaduto di cento anni prima. Intervento:
al tempo di Leone forse era necessario avere anche l’idea di impero come
grande ordinatore, ma al tempo del dolce Cristo in terra si poteva evitare
perché c’erano già stati dei richiami alla prudenza Questo mi pare un po’
semplicistico. Non sto sostenendo che sia giusto, sto dicendo che se tu
strutturi una forma di chiesa in un certo modo, nata da motivi
assolutamente comprensibili, non è una cosa banalissima invertire la
tendenza. Leone, che di fronte ad Attila dice di non entrare nella città
e di non violare l’impero, possiede grande carisma, ed è chiaro che poi
dice: “ Pietro parla per bocca di Leone” perché ha bisogno di tutta
l’autorità possibile per gestire la situazione. Ma poi da questa cosa
viene costruita una storia delle conseguenze. Il fatto straordinario è
Vaticano II, la novità della linea di sviluppo, non la definizione di
Cristo in terra su Pio XII. Questo è normale, secondo la logica degli
uomini e secondo una struttura che mano a mano, per la storia delle
conseguenze, rotola come una valanga ed evolve lì. La
botta di Spirito Santo è che, ad un certo punto, venne un uomo chiamato
Giovanni e disseche i flabelli fanno un po’ imperatore egiziano, maglio
lasciar perdere. Noi ora siamo tutti
superabituati ai viaggi del papa, ma chi va a Regina Coeli come prima
uscita ufficiale da quando il papa si era chiuso contro lo stato italiano,
è Giovanni XXIII. Quello è un atto critico e profetico che interrompe la
logica delle cose e che nessuno poteva onestamente prevedere. E’come per
l’89. Ora tutti dicono: “Era chiaro che i regimi comunisti sarebbero
caduti. C’erano molti segnali”. Ma chi li aveva visti?. Nell’88
nessuno si immaginava la caduta del muro di Berlino. Dopo
Vaticano II tutti noi dicevamo: “Potevano svegliarsi prima i papi”. I
segnali c’erano, ma non erano così facilmente decifrabili. Pio XII non
mi stupisce; Giovanni XXIII sì. L’altro giorno ero con dei
ragazzi, tutti più che ventenni, con i quali si stava portando avanti un
lavoro ed ho fatto loro vedere due cassette recuperate dalla RAI con il
discorso di Paolo VI all’ONU in cui dice che bisogna interrompere la
cultura degli armamenti perché le
armi sono pericolose, ma soprattutto perché le armi danno cattivi sogni
ed i cattivi sogni danno cattiva coscienza e la cattiva coscienza rende
infelici, tristi e rancorosi. Il discorso, di alto livello, è tutto sul
perché della pace. Reazione dei ragazzi, non
bambini: “Ma questo non parla come un papa. Sei sicura che lo sia?”.
Abbiamo fatto un lungo ragionamento e visto anche documenti (“Pacem in
terris”, “Populorum progressio”) su cui anni fa ci eravamo anche
permessi di criticare, ed erano allibiti in quanto c’è una distanza
abissale tra quei tempi e questi. Se questo succede in vent’anni,
figuriamoci nei secoli da Leone a Pio XII. Tutto ciò ha un punto di crisi
più o meno intorno al IV secolo: finiscono le persecuzioni, c’è un
secolo di pace, l’intera società è sistemata ed arrivano i barbari.
E’ un trauma mentale, paragonabile solo al trauma dei cristiani per la
prima guerra mondiale, con la caduta dei grandi imperi, l’uso dei gas e
la prima volta in cui si istituiscono i cappellani militari i quali
stavano sia da una parte che dall’altra. Uno dei punti classici di
questo dramma sono state le grandi conversioni degli anglicani con tutta
la letteratura dei convertiti al cattolicesimo. E’ lo stesso passaggio: si
sposa faticosamente una struttura, si fa del proprio meglio per farsi
accettare, si abbraccia una forma e, quando si pensa di essere riusciti,
la forma si sgretola. E pare la fine del mondo. Questo,
di fatto, porta una nuova geografia: i monaci creano il sogno, l’utopia
della città di Dio. Agostino scrive la città di Dio e muore con i
Vandali alle porte. Leone è alle prese con Attila e poi cade Roma sotto i
barbari. Esaminiamo
i documenti (88-89-90). Il primo è di Girolamo,
l’autore della Vulgata. Il suo ambiente di provenienza è quello di
nobiltà colta romana. Poi egli finisce sul monte Carmelo a tradurre la
Bibbia in latino con un gruppo di donne sue ispiratrici. Scrive molte
lettere, un ricchissimo epistolario. Nel suo monastero di Betlemme
apprende la notizia della presa di Roma e scrive: “Contemporaneamente mi
annunciarono la morte di Pammachio e di Marcella, la presa di Roma e la
morte di un gran numero di nostri fratelli e sorelle. Io ne fui
costernato, sconvolto, stupefatto. Giorno e notte non pensavo ad
altro, mi credevo prigioniero con loro, quei santi. Ero impaziente di
saperne di più su questi avvenimenti, lacerato com’ero tra la speranza
e la disperazione. Mi addossavo la mia parte di croce dei mali del
prossimo. Ma quando la gloriosa luce del mondo si è spenta, quando la
capitale del nostro Impero è stata presa, quando, in questa sola città,
sono periti l’universo intero e la civiltà, allora io mi sono macerato,
mi sono umiliato, non ho potuto più pronunciare una sola parola e il mio
dolore è diventato più vivo; il mio cuore ha bruciato e, mentre medito,
un fuoco mi infiamma. Niente è tanto lungo da non
avere un termine; i secoli scorsi sono per sempre passati e si ha ben
ragione di dire che tutto ciò che comincia deve perire, tutto ciò che
cresce conosce la decrepitezza e la morte. Non c’è alcuna opera creata
che la vecchiaia non attacchi e non faccia sparire. Ma Roma! Chi poteva
pensare che, edificata con le vittorie riportate sul mondo intero, essa
sarebbe crollata divenendo la tomba dei popoli di cui era stata la madre?.
Tutte le coste dell’Oriente, dell’Egitto e dell’Africa sono ora
piene dei suoi figli, schiavi fuggitivi. Chi avrebbe detto che Betlemme,
la santa, avrebbe ricevuto, un giorno, come mendicanti, uomini e donne un
tempo nobili e ricchi?. Ahimè! Noi non possiamo soccorrerli tutti, ma
possiamo piangere con loro, mescolare le nostre lacrime alle loro”. (GIROLAMO, Commento ad
Ezechiele, Prefazione, in M. MESLIN e J. R. PALANQUE, Le
Christianisme antique). Sui
barbari c’è invece Orosio, presbitero di Braga, in Portogallo. Fuggito
davanti ai Vandali si era
rifugiato ad Ippona presso S. Agostino. Nella sua “Storia contro i
pagani”, propone una visione cristiana della storia universale da Adamo
al 417. Scrive così: “Chi può saperlo?. I barbari
sono penetrati nell’Impero quando ovunque, in Oriente ed in Occidente,
le Chiese del Cristo erano piene di Unni, Vandali, Burgundi ed
innumerevoli altri popoli credenti. Non bisogna allora gioire e celebrare
la misericordia divina perché, grazie alla nostra rovina, tanti popoli
hanno conosciuto la verità con la quale non sarebbero mai entrati in
contatto?”. (Orosio, Histoire contre le paiens, VII, 41, citato in SCHNURER, Eglise et civilisation au Moyen Age, t., p 152) A me paiono, scusate il
paragone, i discorsi di trenta anni fa nelle parrocchie e nelle chiese
sulla secolarizzazione che era il grande crollo, la fine di tutto oppure
la grande occasione, la purificazione. Il terzo documento, di Gregorio
di Tours, parla della conversione di Clodoveo. Nei suoi scritti e, in
particolare nella Storia dei Franchi, Gregorio ci informa sulla vita
politica e religiosa della Gallia del V e VI secolo. Egli scrive: “L’armata
di Clodoveo incominciava a essere sconfitta; vedendo ciò Clodoveo levò
le mani al cielo e con il cuore spezzato e in lacrime disse: “Gesù
Cristo, che Clotilde chiama Figlio di Dio vivente (Clotilde, sua moglie,
era cristiana, egli invece pagano) che, si dice, vieni in aiuto di coloro
che sono nei pericoli e accordi la vittoria a coloro
che sperano in te, io chiedo, con devozione, il tuo aiuto. Se tu mi
accorderai la vittoria sui miei nemici e io potrò avere la prova della
tua potenza, già sperimentata dal popolo consacrato al tuo nome, io
crederò in Te e mi farò battezzare nel tuo nome perché io ho invocato i
miei dèi ed essi non mi hanno aiutato. Ciò mi fa credere che essi non
hanno alcun potere perché non soccorrono coloro che li servono. Io ti
invoco, dunque, desidero credere in te; fa’ che io scampi ai miei
nemici”. Appena disse queste parole i Germani, volgendo le spalle, si
diedero alla fuga”. (GREGORIO DI TOURS, Histoire des Francs, Ed
10/18, p58) Questo tipo di cose può farci
sorridere però dovremmo riflettere, nel senso che noi abbiamo una
concezione della fede come scelta personale ed è una solenne storia,
figlia dell’ottocento, del novecento, del romanticismo, della
razionalizzazione. Questo, di Clodoveo, era un senso molto più
storico-salvifico e molto più vicino all’Esodo. Il popolo, schiavo,
grida dall’Egitto ed allora Dio fa cadere le città, spalanca il mare
poi lo chiude agli egiziani. Voglio
dire, attenzione prima di avere una reazione immediatamente a partire
dalla nostra sensibilità considerata, per altro, l’unico modo corretto
e spirituale di vivere la fede. La fede ha tante storie, dunque
nell’ottocento e novecento non potrebbe essere altro che misurata sulla
soggettività, sull’individualismo borghese, ma, ad esempio, c’è
tutta una componente storica, collettiva, di percezione di intervento di
Dio nella storia che questi autori raccontano così come Giulio Cesare
racconta il De bello gallico. Ma al di là delle parole è la percezione
che Dio sta da una parte o dall’altra, non è neutrale. Quando
noi oggi diciamo che Dio sta dalla parte dei poveri, non diciamo tanto di
diverso. A noi pare più intelligente perché sembra brutto dire: “Io
sono il re, sto dalla parte di Dio, ho ragione”; ci pare
antidemocratico. Però non c’erano alternative ai tempi di Clodoveo. Ho scelto questi tre testi
perché , da una parte, c’è Girolamo disperato, “non c’è più
religione”; dall’altra il prete del Portogallo periferico, già un
po’ meticcio, un po’ barbaro di suo e bisogna essere nati ai confini
dell’impero per poter pensare
che, in fondo, se crolla Roma si può sopravvivere ugualmente. Orosio,
prete di Braga, non contava neanche con Roma in piedi. Infine c’è Clodoveo,
barbaro, ma franco, quindi un po’ diverso da Ostrogoti ed Unni visti
come la rovina. Ma i Franchi saranno il tramite verso la inculturazione
cristiana dell’Europa. La stirpe dei Franchi, con Carlo Magno, sarà poi
il veicolo con cui l’asse si sposta verso nord e cambia la storia. Allora,
tra la sensazione che sia la fine del mondo e la sensazione che fosse
un’opportunità, tutto ciò che succede in questo sconvolgimento che ha
rotto una serie di strutture, per la chiesa ha una svolta fondamentale con
la presenza dei Franchi di cui i longobardi, grandi mediatori culturali,
sono il tramite. I barbari convertiti al cristianesimo sono quasi tutti
ariani, seguaci di Ario, il quale, contro Nicea, non accettando Gesù vero
Dio e vero uomo, sosteneva che in Lui c’era una sola natura, quella
divina. Era Dio e basta. Il ruolo dei Franchi sarà
fondamentale in quanto innesterà la questione di deculturalizzare il
cristianesimo dei Padri, misuratosi con la cultura greca, ma strutturerà
il cristianesimo. Ed i Franchi saranno il grande veicolo con cui l’asse
si sposterà verso nord e verrà fatta una grande opera di semplificazione
e di riorganizzazione che contribuirà ulteriormente ad incanalare la
visione unitaria. Nel frattempo succedono due
fatti abbastanza importanti che vedremo: nasce l’Islam e in Oriente
Giustiniano elabora il primo codice di legge che sarà la base su cui è
costruito il codice di diritto canonico e nasce la codificazione. Stiamo
parlando del VII-VIII secolo quando inizia a formarsi la chiesa così come
noi la conosciamo perché si cominciano a stabilire le cose per scritto:
bisogna fare una regola e si scrive in un codice con tutti i casi previsti
attuando l’idea di semplificazione dei Franchi con l’eliminazione
delle infinite discussioni. Esempio: qual è la soluzione migliore per
eleggere un vescovo? Lo nomini il vescovo di Roma. Il vescovo di Roma
nomina tutti i vescovi. Intervento:
in quali anni? L’operazione
va dal settecentocinquanta al novecento, grosso modo fino intorno
all’anno mille. I Franchi, essendo grandi organizzatori, codificatori e semplificatori, sono assolutamente negati per la dottrina. Lasciano l’aspetto dottrinario alle università ed alle scuole delle cattedrali e ci saranno, dal mille al millequattro, i quattro secoli d’oro della teologia in cui tutto il materiale copiato nei monasteri e poi tutti i greci, attraverso traduzioni fatte dagli arabi, arriveranno in Europa. Nessuno leggeva più il greco, così dal greco all’arabo, dall’arabo al latino, S. Tommaso riuscirà a leggere Aristotile. Qualcuno potrebbe pensare, essendo noi in una situazione abbastanza simile: forse per i prossimi quattro secoli bisognerà copiare. Da chi, e che cosa? Per esempio per me un’opzione è spiegare la tradizione, lavoro di copiatura non particolarmente originale, ma resta chiaro che è un modo per mantenere “i manoscritti”.
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