Gruppo del Venerdì
Storia della Chiesa - 6 Vorrei riprendere uno dei
discorsi che la volta scorsa avevamo lasciato in sospeso, cioè la
questione dello scisma con l’oriente perché è interessante vedere due
testi: la sentenza di scomunica del cardinale Umberto contro Michele
Cerulario (1054) e la dichiarazione congiunta di Paolo VI e Atenagora (7
dicembre del 1965). Umberto entrò nel 1015 nel
monastero di Moyenmoutier (Vosgi) e divenne un convinto fautore della
riforma della Chiesa. Il papa Leone IX, che era stato vescovo di Tours, lo
portò a Roma come segretario, lo fece cardinale e gli affidò molti
incarichi, tra cui quello di messo a Costantinopoli. Era un uomo di
carattere, ma rude, senza elasticità e senza misericordia. Michele Cerulario
(1000-1058), nato in una grande famiglia di Costantinopoli, era diventato
monaco dopo la carcerazione per un complotto contro contro l’imperatore.
L’amicizia di un altro imperatore gli valse la dignità patriarcale nel
1043. Si mostrò molto avverso ai Latini. Nel 1058, fu arrestato e
deportato dall’imperatore Isacco Commeno e morì prima di essere
giudicato. Questi personaggi, Umberto per la parte latina, Cerulario per
la parte orientale, si scomunicano vicendevolmente. Documento: “Quanto a
Michele, al quale si attribuisce abusivamente il titolo di patriarca, e ai
sostenitori della sua pazzia, essi seminano un’abbondante zizzania di
eresia, ogni giorno, nella città di Costantinopoli. Come i simoniaci,
vendono il dono di Dio; come i valesi essi fanno dei loro ospiti degli
eunuchi per elevarli in seguito non solamente al sacerdozio ma
all’episcopato (…). Come i nicolaiti, permettono ai ministri del santo
altare di contrarre matrimonio (…). Come gli pneumatomachi, essi hanno
soppresso nel simbolo la processione dello Spirito Santo a filio (…).
Come i manichei dichiarano che il pane fermentato è animato. Inoltre
lasciando crescere barba e capelli, rifiutano la comunione a coloro che,
seguendo il costume della Chiesa romana, si fanno tagliare i capelli e si
radono la barba (…). Per questo motivo, non
potendo sopportare queste ingiurie inaudite e questi oltraggi verso la
sede apostolica, noi firmiamo contro Michele e i suoi discepoli
l’anatema che il nostro reverendissimo papa aveva pronunciato contro di
loro qualora non avessero ritrattato: Che Michele il neofita, che
porta abusivamente il titolo di patriarca (…) e tutti quelli che lo
seguono negli errori suddetti, cadano sotto l’anatema, Maranathà, con i
simoniaci (…) e tutti gli eretici, anzi con il diavolo e i suoi angeli a
meno che non si convertano. Amen,
amen, amen!“. (Citato in JUGIE M., Le scisme byzantin, pp. 205ss.) L’aspetto interessante di
questo testo è, come si vede, che tutto viene mescolato: questioni
dogmatiche, come quella del filioque,
questioni organizzativo-giuridiche, tipo il matrimonio dei preti,
questioni ecclesiastiche piuttosto secondarie, come ad esempio il radersi
la barba che per i latini, soprattutto intorno al mille, era un problema,
perché la tradizione rimandava un’immagine dell’antica Roma con i
romani rasati mentre i barbari portavano barbe e capelli incolti. Mettendo
insieme tutto si giunge ad un tono assolutamente da massacro. Ogni volta
in cui viene nominato Michele si dice che abusivamente si attribuisce il
titolo di patriarca perché il patriarcato gli era stato attribuito
dall’imperatore e non dal vescovo di Roma. E’ veramente l’esito
finale di un paio di secoli di incomprensioni a partire dai quali, ad
esempio, fino al codice del 1917, era proibito ai preti latini di portare
la barba mentre, per contrasto, i pope ancora oggi portano capelli lunghi,
dopo l’ordinazione, e la barba folta. E’ una storia di scorrettezze in
cui tutto è stato mescolato. Con la dichiarazione comune
Di Paolo VI e del patriarca Atenagora, si trova un cambiamento radicale di
clima. Documento: “Tra gli
ostacoli che si trovano sul cammino dello sviluppo di questi rapporti
fraterni (tra la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa ortodossa) di fiducia
e di stima, c’è il ricordo delle decisioni, degli atti e degli
incidenti penosi che hanno portato, nel 1054, alla sentenza di scomunica
lanciata contro il patriarca Michele Cerulario e due altre personalità,
dai legati della sede romana guidati dal cardinale Umberto. Tali legati
furono essi stessi poi colpiti da una sentenza analoga da parte del
patriarca e del Sinodo costantinopolitano. Il papa Paolo VI e il
patriarca Atenagora I con il suo Sinodo, (anche qui si usa la dizione
soggettiva, cioè si dice il titolo di maggior prestigio per il papa
latino dal punto di vista latino ed il titolo di maggior prestigio, per la
Chiesa d’oriente. Ciò sembra banale ma è un passaggio fondamentale
perché per la prima volta la Chiesa latina firma una dichiarazione
costruita con il doppio sistema di gerarchia. La Chiesa latina anche
prima, con gli Uniati, con i Maroniti, ha sempre preteso nel firmare una
cosa in cui il testo fosse scritto secondo la logica latina, senza
contenere alcuna espressione letteraria riportante alla logica degli
altri. Questo documento invece è costruito in parallelo, come se fossero
alla pari), consapevoli di esprimere il sentimento comune di giustizia e
il sentimento unanime dei loro fedeli e ricordando il comando del Signore:
“Se dunque tu, nel fare la tua offerta all’altare” (Mt 5,23-24)
dichiarano di comune accordo: 1.
di deplorare le parole offensive, i rimproveri senza fondamento e i
gesti condannabili che, da una parte e dall’altra, hanno contrassegnato
o accompagnato i tristi avvenimenti di quell’epoca; 2.
di deplorare, anche, e di cancellare dalla memoria e dal seno della
chiesa, le sentenze di scomunica che vi hanno fatto seguito ed il cui
ricordo è stato, fino ai nostri giorni, un ostacolo al riavvicinamento
nella carità e di condannarle all’oblio; 3.
di deplorare infine, i dolorosi precedenti e gli avvenimenti
ulteriori che, sotto l’influsso di vari fattori, tra i quali
l’incomprensione e la reciproca diffidenza, hanno, alla fine, condotto
alla rottura effettiva della comunione ecclesiastica. Il
papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora I con il suo Sinodo sono
consapevoli che questo gesto di giustizia e di perdono reciproco non può
bastare a mettere fine alle controversie antiche o più recenti che
sussistono tra la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Ortodossa e che,
mediante l’azione dello Spirito Santo, saranno superate grazie alla
purificazione dei cuori, al rammarico dei torti avutisi nel corso della
storia, così come grazie alla volontà efficace di giungere a una
comprensione e ad un’espressione comune della fede apostolica e delle
sue esigenze”. Il
fatto è inaudito. Tra l’altro è la prima volta, in epoca moderna e
contemporanea, in cui la chiesa latina cancella una scomunica; alcune le
ha lasciate volutamente da parte, ma non ha mai detto che non esistano più.
E’ chiaro che l’operazione condotta da Paolo VI è equivalente, sul
piano storico-giuridico, all’operazione di Michele Cerulario. Il
problema con cui noi oggi abbiamo a che fare è che, da quel punto, per
mille anni si è verificato uno sviluppo di chiese, di mentalità, di
teologia, di abitudini, di riti e, anche se riconosciamo l’errore e
cancelliamo la scomunica, resta tutta la storia diversa. Perciò, oggi,
diventa difficilissimo cercare di capire come sarebbe possibile una reale
unione. Le grandi questioni sono date dall’intercomunione (cioè che non
sia più proibito ai cattolici latini di ricevere la comunione durante
l’eucaristia ortodossa e viceversa) e dal primato papale. Gli ultimi
quattrocento anni hanno sviluppato ancora di più la centralizzazione
nella chiesa latina, che non è un patriarcato come lo era, grosso modo,
nel mille. Con l’accentramento, la chiesa latina è diventata
un’organizzazione, non più territorialmente legata al mondo latino. Al
momento della scissione la questione era territoriale: la chiesa latina
era latina, quella orientale era orientale, ma il mondo latino si è
progressivamente autopercepito sempre più come universale. Domanda:
è così importante tutto questo? Dipende.
Da un punto di vista teologico sì, nel senso che il fatto che l’unica
chiesa di Cristo sia divisa in comunità
diverse è un problema: qual è quella vera? Chiaramente ciascuno pensa di
essere un po’ più vero degli altri. Infatti, al di là della
dichiarazione di intenti, molto bella, resta il problema. Da un punto di
vista puramente storico, rispetto alla dichiarazione di Paolo VI, di
fatto, non si è andati avanti con gli ortodossi, mentre ci sono stati
progressi con i luterani e con gli anglicani. Intervento: su questa premessa, raggiunta un’accettazione
reciproca, non vedo perché non si debba andare avanti. Andare
avanti è l’intercomunione. Se io vado in Grecia, devo poter partecipare
alla liturgia greca, ricevere la comunione e sentirmi cristiana a casa
mia. Domanda:
chi è che impedisce alla chiesa cattolica di eliminare la proibizione
della comunione comune? Tutte
e due non la vogliono perché la discussione è sul problema della
successione apostolica. Secondo Roma la successione apostolica è
interrotta nel patriarcato d’oriente. Intervento: dovrebbe essere facile per la chiesa che ci invita ad
essere il più possibile tutti uguali….. Se
si ragiona così, l’esito religioso sono i telepredicatori americani, al
di là di quello che avete in mente, perché il discorso è: se non ci
sono alcuni criteri “oggettivi” su cui bisogna fare la fatica, non di
azzerarli, ma di incontrarsi per crescere, allora il risultato è
veramente il supermercato del sacro. Personalmente, ad un esito con
prospettiva da telepredicatori, preferisco la rigidità della chiesa
cattolica verso la quale occorre esercitare capacità critica, non
lasciare che si irrigidisca nel fondamentalismo, ma che dà un certo tipo
di garanzie su cui non sono disposta a transigere. Ritengo che in una
situazione culturale come la nostra sarebbe un rischio incommensurabile.
Ad esempio il criterio della successione apostolica non è un fatto di
potere, ma una cosa molto seria perché la questione è: o io ho un
accesso al Gesù storico nel quale c’è stata la salvezza, un modo di
accedervi legato unicamente al mio cuore, al mio sentimento, oppure ho una
forma di accesso certamente modificabile, ma con un dato di oggettività
(per esempio la Scrittura, il canone, la successione apostolica) che mi
garantisce una continuità storica dentro la comunità di credenti, quindi
fuori dalla mia piccola coscienza, e non è un’altra cosa. Allora
ci si deve decidere. Non si può volere una religione ragionevole,
critica, pacata, non fondamentalista e poi dire: però su tutti questi
criteri passiamo sopra. No, perché passare sopra la successione
apostolica è entrare nell’altro modello, quello che affida unicamente
al sentimento la possibilità dell’accesso storico al Gesù di Nazareth
o ne fa un mito teorico. Intervento: io ammetto che per noi occidentali il criterio è
questo, però dal momento che il documento elimina la causa della frattura
che risale al 1054, come si può evitare di imporre la successione
apostolica? Il
problema è esattamente che noi facciamo fatica con gli ortodossi perché
sono i più simili a noi. Non è che loro non hanno il criterio della
successione apostolica. L’hanno, ma dicono che siamo noi ad esserne
fuori. E noi a loro diciamo la stessa cosa. Per questo ci vuole un
principio critico di contrattazione per ricostruire il senso profondo del
significato della successione apostolica per cui si possa dire, noi di
loro e loro di noi, che siamo all’interno di essa, compresa in modo più
profondo, mantenendo il criterio e non facendone un ostacolo reciproco. Con
le chiese figlie della Riforma, nella sostanza, dopo la dichiarazione di
Ausburg dell’anno scorso, non abbiamo più un problema dogmatico; sono
chiese con le quali abbiamo problemi disciplinari. Con esse non è così
complicato mettersi d’accordo perché le definizioni sostanziali dei
criteri sono uguali. E la chiesa cattolica non ha mai sostenuto che la
chiesa luterana abbia ordinazioni invalide, fuori della successione
apostolica. Ha sempre detto che erano illegittime, non invalide, quindi il
problema è mettersi d’accordo sulle norme “organizzative” della
questione. Paradossalmente è più semplice proprio perché per alcuni
versi siamo più distanti. Con
la chiesa ortodossa invece la discussione è sui criteri e quindi sarebbe
molto fecondo anche per noi per andare avanti. La chiesa latina ha un suo
problema interno di riforma del ministero e del ministero petrino, al di là
dell’ecumenismo; ha il bisogno di capire meglio che cos’è il papa e
chi sono i preti perché non funzionano così come sono. Allora, se noi
riuscissimo ad avere un dialogo efficace con una tradizione che usa gli
stessi criteri, ma li ha usati in un altro modo, saremmo aiutati a capire
meglio che cosa il ministero del papa e dei preti possono essere per noi.
Per questo non si riesce ad andare avanti in quanto è molto chiaro che,
nel caso del dialogo con l’ortodossia, la discussione diventerebbe
interna. Da
qui in poi, quando diciamo chiesa, intendiamo non più la grande chiesa ma
la piccola chiesa latina perché, tutto sommato, si dividono le sorti e
per alcuni secoli sono proprio separate da un’estraneità totale per
problemi di comunicazione e di lingua: fino al
millequattrocento-millecinquecento, con gli umanisti, praticamente non ci
sarà più nessuno del mondo latino che capisca il greco; c’erano poi
problemi oggettivi, come ad esempio l’impraticabilità dei mari per via
dei saraceni che impediva la comunicazione. Non a caso la chiesa latina si
espanderà soprattutto verso occidente. Le puntate verso oriente, intorno
al millecinquecento, saranno tutte episodiche e finiranno molto male, come
quella di Matteo Ricci con la questione dei riti cinesi. Al
tempo di Matteo Ricci, nel circondario di Pechino, esistevano più di
settanta diocesi di rito latino, poi spazzate via dopo la soppressione
della Compagnia di Gesù. E’ indubbiamente vero che non si erano
fortemente radicate perché avevano sempre avuto un problema a sussistere
in rapporto ad una cultura molto diversa. Ben
diverso, e non vuol dire migliore, sarà, dopo la scoperta dell’America,
l’espansione non episodica verso occidente, oltre oceano, che segnerà
la storia di quei paesi nei quali il cattolicesimo giocherà, nel bene e
nel male, un ruolo determinante. Vorrei
soffermarmi ora su due aspetti: -
la questione del papato. Dal 1059 al 1200, tutto lo sforzo, (le lettere
dell’alfabeto con cui si inizia a costruire questo linguaggio totalmente
nuovo che è la cristianità, non il cristianesimo), sarà posto, per
quasi due secoli, sulla questione del papato. Qui nasce l’idea di papato
che noi oggi conosciamo; -
la chiesa monastica, altro grande filone di questi secoli. Dal mille al
milleduecento avviene la grande espansione di questa esperienza nella
chiesa. In
qualche modo questi due aspetti restano due anime mai ben congiunte. Sulla
questione del papato abbiamo visto come, nel periodo immediatamente
precedente, la confusione fosse somma per i rapporti tra i due poteri in
cui vigeva un criterio pragmatico: è re di un luogo colui che esercita il
potere di re. Quindi il papa era re del sud soltanto perché lì si
trovava, e l’imperatore, per la stessa ragione, lo era al nord; il tutto
in un equilibrio abbastanza precario che oscillava regolarmente in base
alle figure che interpretavano questi ruoli. Nicola
II nel 1059 si pone esplicitamente per primo il problema di tale questione
scrivendo che occorre chiarire le regole per l’elezione del papa e
motiva dicendo che esiste una relazione tra l’autorità di cui uno è
investito ed il potere che esercita. Se non si chiarisce chi è che fa il
papa, non si può chiarire quale potere ha. “Inventa” così che il
papa, come attualmente, sia eletto dai cardinali i quali non erano
esattamente quello che sono oggi. Il papa, vescovo di Roma, aveva un ruolo
particolare, ma veniva eletto dal popolo di Roma. I vescovi erano eletti
per acclamazione dal popolo. Poi cambia l’elezione dei vescovi. Nicola
II afferma che, se il papa deve avere un’autorità più universale, non
può essere acclamato soltanto dal popolo di Roma. Inoltre, se già per i
vescovi non è sufficiente un popolo acclamante, figurarsi per il papa che
deve avere un valore più ampio. Il
ragionamento sul potere universale aveva come modello il potere imperiale,
rispetto alla logica dei feudatari: i vescovi erano dei feudatari ed il
papa, come l’imperatore, funzionava in quanto Roma era capitale
dell’impero. I cives romani, secondo uno statuto particolare
all’interno del grande impero, acclamavano il loro vescovo che acquisiva
un prestigio; ma, nella misura in cui Roma non era più tutto questo,
perché mai i cittadini di Roma dovevano conservare tale diritto?. Nicola
II afferma che la nomina avviene dai cardinali: ma chi sono i cardinali?.
Sono i parroci o i vescovi, a seconda della dizione, più importanti di
Roma e dell’immediato suburbio e quindi espandono la base geografica.
Nicola fa in qualche modo la stessa operazione che l’impero degli
antichi romani aveva compiuto quando, a fronte dell’invasione barbarica,
aveva allargato la cittadinanza concedendola, insieme ad una serie di
privilegi, agli abitanti di zone sempre più ampie per coinvolgere nella
responsabilità dell’impero anche chi non stava a Roma. Ma per fare
questo Nicola II considera come rappresentanza del popolo (non in senso
democratico moderno) i cardinali che diventano poi un “antipotere”
nell’elezione del papato. Pertanto, quasi immediatamente, l’imperatore
nomina un proprio papa in alternativa a quello nominato dai cardinali. Va
tenuto conto che dalla fine del millecento in poi, quasi sempre, fino
intorno al milletrecentocinquanta, si avranno due papi, spesso anche tre.
Questa è una fase molto confusa proprio perché, andando a definire il
ruolo del papato, si toccano questioni tali che provocano una parte
reattiva. Tutto ciò non succederà più dopo il millequattrocento. Quando
Lutero pensa alla Riforma con un grande tema contro il papa di Roma, non
nomina un altro papa: pensa ad una chiesa senza papa. Questo dice qualcosa
del cambiamento. Infatti dopo il millecinquecento, viene messo in
discussione il tipo di autorità per cui, se ci si ribella, non si fa un
altro papa, ma un altro tipo di chiesa ed il problema si sposterà proprio
sulla figura di chiesa che emerge. Subito
dopo Nicola II, viene Gregorio VII il cui tema è un po’ analogo a
quello dell’attuale papa: il progetto di una grande riforma morale. E’
un uomo con ampie prospettive spirituali e, come spesso succede quando si
pensano alte riforme morali senza grandi capacità di mediazione, anziché
articolarle in strutture, leggi e ruoli, provoca una notevole confusione
ottenendo effetti opposti a quelli che intendeva perseguire. Ad esempio
Gregorio VII è il primo a dire, con intenzione assolutamente positiva di
moralizzazione della chiesa, che i preti non dovrebbero sposarsi, ma
ottiene un’ estesa alzata di scudi disperdendo e dividendo in questa
fase ancora di più tutta la questione. Domanda:
quindi i cardinali sono parroci a Roma? Sì,
ancora oggi quando un cardinale viene nominato, riceve il titolo di una
chiesa romana perché deve essere formalmente un parroco romano e chi non
lo è non può essere cardinale. Adesso si fa il contrario: si nominano
cardinali di dovunque e poi viene dato il titolo di “parroco”. Domanda:
quando si è aperto al territorio oltre Roma? Progressivamente.
Di per sé per un motivo politico: estendere il potere, originariamente
legato alle famiglie romane, ad altri, per esempio all’influenza dei
francesi. Man mano che si dovevano sistemare figli e cadetti di famiglie
tradizionalmente non romane, si allargava di fatto. La
questione sull’elezione del papa posta da Nicola II dice così:
“Istruiti dall’autorità dei nostri predecessori e degli altri santi
Padri, noi abbiamo deciso e stabilito che dopo la morte del papa della
chiesa universale di Roma, prima di tutto i cardinali vescovi devono
insieme e con la più premurosa attenzione, ricercare il più degno, poi
far venire i cardinali presbiteri ed infine, il resto del clero ed il
popolo si faranno avanti per partecipare alla nuova elezione”. C’è
un sistema di acclamazioni successive: i cardinali vescovi lo scelgono, i
cardinali presbiteri lo acclamano, infine si aggiungono gli altri
presbiteri ed il popolo. Gregorio
VII invece dice: “Chiunque, con simonia, cioè con denaro, è stato
promosso a uno degli ordini sacri, a una carica ecclesiastica, non potrà
d’ora innanzi esercitare alcun ministero nella santa chiesa. Coloro che
ottengono chiese col denaro, le perderanno e nessuno potrà d’ora
innanzi comprare o vendere chiese. Coloro che hanno commesso il crimine di
fornicazione, cioè i preti sposati, non potranno celebrare la messa né
esercitare agli altari gli ordini minori. Noi decidiamo così che il
popolo non possa assistere agli uffici di coloro che hanno disprezzato le
nostre Costituzioni, quelle dei santi Padri stessi affinché coloro che
non possono rettificare né l’amore di Dio né la dignità delle loro
funzioni, siano umiliati dal rispetto umano e dal biasimo del popolo”. Gregorio
VII è un moralizzatore duro di fronte ad una serie di questioni in gioco.
Ciò che rischierà di ottenere sarà una maggiore confusione nella
chiesa. Egli pensa che in fondo tutto il male venga dalle componenti
laiche dell’investitura. Nasce qui simbolicamente il grande fenomeno,
nel senso che viene teorizzato, di cui noi siamo all’altro capo, cioè
la clericalizzazione: da qui in poi, tutto ciò che è laico, poiché
attinente all’imperatore, ai poteri temporali, comincia ad essere
oggetto di diffidenza, come se ci fosse un’unica garanzia, quella che
viene dall’essere dipendenti diretti, dallo stare dentro la struttura.
Anche qui sono quei sassolini messi in movimento senza rendersi conto che
otto secoli dopo diventeranno una valanga. Tutto
questo porterà ad una progressiva creazione dello stato sacrale del
presbiterato che, come nel caso della benedizione delle puerpere, nasce
non contro i laici, ma a difesa dei presbiteri. Poi questa cosa si perde
per strada ed alla fine viene fuori che il prete merita rispetto, ha
sempre ragione, tutte cose che non hanno a che fare con l’inizio. Quello
che vorrei far capire è che, intorno al mille, nascono dei movimenti che
troveranno una forma teorica dopo la Riforma protestante; saranno
teorizzati e sistematizzati da Trento. Ma nascono sempre, e fino a Trento
è molto chiaro che sono in funzione della riduzione degli abusi del
clero, mentre, da Trento in poi, una volta teorizzati, diventano invece il
modo in cui si bacchettano i laici. Allora
bisogna fare molta attenzione perché, essendo il nostro modello quello
clericale, spesso e volentieri, valorizzare i laici significa
clericalizzarli: nella chiesa un laico responsabile ed impegnato sovente
è solo un prete mal riuscito. Occorre fare attenzione perché abbiamo
mille anni di storia su cui, se ci si sbilancia da una parte, si ha un
effetto-globalizzazione che provoca una serie di altre realtà non
previste. Gregorio
VII dunque afferma che il problema nasce dall’investitura laica e nel
’75 proibisce a qualsiasi vescovo di riceverla da un laico ed a
qualsiasi metropolita di consacrare chi ha accettato tale investitura che,
invece, precedentemente era un metodo normale. Ma è molto chiaro che
egli, personalmente, non ha un interesse sulle questioni dei beni
ecclesiastici, cioè del possedimento dei feudi; è molto onesto in questo
perché ha realmente un problema di cura di anime ed è convinto che tutti
i mali provengano dalla presenza dei laici i quali nominano i vescovi per
motivi di potere. Tutto questo aprirà le porte ai peggiori abusi in fatto
di potere legato al mondo dei vescovi perché a quel punto ogni
investitura episcopale, che è interna, diventerà anche un’investitura
dal punto di vista dei beni introducendo quindi maggiormente la
corruzione. Gregorio
VII inoltre teorizza il suo diritto di agire sulla chiesa universale e sui
prìncipi con i ”dictatus pape ”,
i dettami del papa, che ancora oggi sono citati come fonte base del
diritto ecclesiastico. Egli è il primo a dire il nucleo di quello che
diventerà il magistero, per cui il papato che noi riconosciamo come tale,
inizia qui a prendere forma. Prima nessuno aveva pensato a questo: il papa
scriveva lettere ad una chiesa, ad un altro vescovo, su una questione o un
problema, come un singolo, come ciascuno di noi farebbe in un ruolo
pubblico che esercita. Gregorio VII invece teorizza che il papa può
prendere carta e penna, scrivere un dictatus
che vale per la chiesa universale e per i prìncipi vincolando tutti. Ed
essendo un grande uomo spirituale, stimato, riscuote il consenso di tutti
perché nella grande corruzione dei prìncipi che pensano solo al potere,
nella rozzezza dei feudatari, porta un’autorità superiore con sano
senso morale e pone una regola contro l’arbitrio. Documento:
“I Dictatus (decreti) del papa Gregorio VII (1073-1085) ·
Solo il
romano pontefice è, a giusto titolo, detto universale. ·
Egli solo può
deporre o assolvere i vescovi. ·
Il papa è il
solo uomo di cui i prìncipi baciano i piedi. ·
Solo lui è
autorizzato a deporre gli imperatori”. Questo
è importantissimo in quanto il papa tende ad assicurarsi l’arbitrato,
un potere superiore, non perché volesse personalmente essere un uomo di
potere, ma per affermare che non tutto è arbitrio come ad esempio il caso
di capi che si dicono imperatori e si fanno guerra perché non c’è
nessuno in grado di arbitrare. Tutto il tema, da noi oggi molto sentito,
dell’autorità morale del papato, del mettersi su un altro livello,
nasce da qui. Domanda:
come passava la comunicazione se non esistevano molti mezzi?. Era
certamente lenta. Occorre però dire che spesso questi scritti erano pii
desideri di Gregorio VII e non sono stati applicati fino in fondo.
L’episodio di Canossa spiega bene questa questione: Enrico non tiene
conto di quanto gli viene detto, però dopo, siccome il caos è totale,
gli altri imperatori riconoscono l’autorità del papa dando inizio ad un
sistema nel quale l’autorità viene riconosciuta ed Enrico deve andare a
Canossa. Intervento: tutti i perdenti andavano dal papa. Occorre
essere molto attenti nei tempi di confusione a fidarsi di qualcuno,
chiunque sia, non solo il papa, che si dichiari arbitro, perché non si sa
mai bene come va a finire. Bisognerebbe invece, come per il dialogo con
l’ortodossia, fare la fatica di provare testardamente a mettersi
d’accordo per evitare rischi pesanti. ·
“Nessun
sinodo (concilio) generale può essere convocato senza suo ordine.” Questo
provocherà dal 1215 in poi, dal concilio di Basilea, un disastro nella
chiesa cattolica e sarà una delle cause indirette, ma non secondarie
della Riforma protestante. Il
rapporto tra papa e concilio è un dato non ancora risolto nel senso che
Vaticano II lo dribbla con la famosa nota previa alla Lumen Gentium ed è
la questione che il cardinale Martini ha riproposto al Sinodo d’Europa
dei vescovi dicendo che da settecento anni abbiamo questo problema e
bisogna risolverlo. Vista la possibilità che un concilio si autoconvochi,
egli ha chiesto se nel caso in cui la maggioranza dei vescovi ritenesse
necessario un concilio ed il romano pontefice no, che cosa si farebbe?.
Non ha posto la questione in termini teorici; ciò che stava dicendo era
che la maggioranza dei vescovi europei ritiene necessario un concilio. Era
chiaro questo. Ha fatto pure l’elenco dei lavori: ha suggerito i temi da
trattare, in quale ordine, stilando un vero “programma” per Vaticano
III ed esponendolo nel luogo giusto, non nei corridoi, sui giornali, alla
televisione, ma al Sinodo Europeo, luogo dove i vescovi hanno il
diritto-dovere di partecipare al governo della chiesa. La
questione che nascerà dalla affermazione “Nessun sinodo generale può
essere convocato senza il suo ordine”, è nota nella storia della chiesa
con il nome di “conciliatorismo” che vedrà disastri, maree di
antipapi. ·
“Il suo
giudizio non deve essere riformato da nessuno e solo lui può riformare il
giudizio di tutti”. Questo
è il principio che poi il Codice di diritto canonico sancirà ancora a
tutt’oggi: il giudizio del romano pontefice è personale e
inappellabile. Non c’è istanza più alta, non esiste tribunale
d’appello ed è uno dei motivi per cui sono state create le
congregazioni romane che per noi sono il tempio del conservatorismo. Esse
invece sono nate esattamente per correggere questo principio, cioè per
creare un’istanza centrale che desse un giudizio che non fosse personale
ed inappellabile: siccome sopra stava ancora il papa, c’era ancora
possibilità di appello. Quindi perché, ad esempio, le questioni di
dottrina sono discusse dalla congregazione per la dottrina della fede e
non dal papa?. Per poter essere appellabili in quanto, se ne discute
direttamente il papa, la questione è chiusa. Se condanna è finito.
Quindi nascono come forma di garanzia della struttura. Ad esempio un papa
come l’attuale che, ponendosi come Gregorio VII, quando è salito al
soglio pontificio ha fatto un grande programma di spiritualizzazione, di
snellimento, ha praticamente svuotato gran parte del lavoro delle
congregazioni definendole vecchie ed ha avocato tutto a sé. Ma, dato che
il suo giudizio è personale ed inappellabile, in funzione del suo ruolo,
se egli scrive lettere apostoliche senza consultare le congregazioni,
sempre firmate da sé, può provocare dei guai. Questo è un pontificato
che ha prodotto molti documenti pontifici e pochissimi documenti delle
congregazioni. Allora, mentre se la congregazione per l’educazione
cattolica dice che bisogna insegnare questo piuttosto che quell’altro,
il professore può ricorrere, se il papa dice come va fatta l’università
da lì in poi così si deve fare. ·
“Egli non
deve essere giudicato da nessuno. ·
La chiesa
romana non ha mai sbagliato; e secondo la testimonianza della Scrittura
non sbaglierà mai. ·
Il papa può
sciogliere i soggetti dal giuramento di fedeltà fatto agli ingiusti”. Sullo
sbagliare dice la chiesa, non il papa. Mentre delle prime affermazioni il
soggetto è sempre il papa, nel penultimo punto dice la chiesa romana. Nel
1870, per la dichiarazione del dogma dell’infallibilità, è stato preso
questo principio per dire che il papa non sbaglia mai ed è l’altro capo
della questione. Noi
abbiamo una reazione refrattaria su alcune questioni per cui, quando una
persona qualsiasi afferma di non sbagliare mai, già ci indispone; qui
stiamo parlando del 1073-1085, quando il soggettivismo non esisteva.
Invece la logica non è sbagliata: Gregorio espone tutta una serie di
attributi personali del papa, poi aggiunge che la chiesa non sbaglia mai,
non il papa. E non è una distinzione da poco. Tra l’altro il problema
della storia della chiesa non storicista, ma dal punto di vista teologico,
come stiamo tentando di fare, è che, siccome un credente presuppone
l’esistenza dello Spirito Santo sulla chiesa, noi supponiamo che, quando
Gregorio diceva chiesa, forse intendeva “io”, ma cosa intendeva lui è
irrilevante. Poi, siccome Vaticano II ha detto che la chiesa è il popolo
di Dio, possiamo legittimamente mettere insieme le due cose in quanto
crediamo che, tanto quello da lui scritto quanto il Vaticano II, sono
guidati dallo Spirito Santo. Quindi, ciò che forse allora non era
pensabile, comprensibile culturalmente, trova lì le premesse per essere
esprimibile dopo. A
questo punto c’è la questione di cui tutti noi abbiamo studiato il
titolo a scuola, cioè la lotta per l’investitura. L’opposizione di
Gregorio all’investitura laica dei vescovi non passa tanto
semplicemente, sia all’interno della chiesa che fuori, in quanto,
giustamente, erano pochi gli imperatori, i prìncipi ed i feudatari
disponibili a non aver controllo sulla nomina dei vescovi, mentre è molto
chiaro che per Gregorio la nomina romana, papale, era un modo di
salvaguardare la libertà di azione dei vescovi: per poter essere libero
di agire anche contro il feudatario, un vescovo non deve essere stato
investito dal feudatario, altrimenti come farebbe a difendere i poveri, a
prendere posizione? L’imperatore
Enrico IV si oppone alla decisione delle investiture papali romane e
raccoglie intorno a sé un certo numero di feudatari, poi dichiara che
Gregorio VII è un antipapa, e come tale decaduto. Il papa depone
l’imperatore e per un certo tempo c’è un reciproco scambio di
“gentilezze”. Si arriva comunque a Canossa quando Enrico va ad
umiliarsi di fronte a Gregorio perché tutti coloro che si erano schierati
con lui passano dalla parte del papa, che però muore e alla fine
l’imperatore è in esilio. La
lotta per l’investitura andrà avanti in modo violento fino al
Concordato di Worms, 1122, in cui si afferma che l’imperatore rinuncia
alla consegna del pastorale e dell’anello ai vescovi, cioè
all’investitura spirituale, ma il papa accetta che sia l’imperatore a
consegnare lo scettro ai vescovi scelti dal papa, che conferisce la
“missio spirituale”, mentre l’imperatore ne riconosce il potere di
governo. I
tre poteri, santificare, insegnare, governare, vengono spartiti, ma in un
equilibrio molto fragile; però, di fatto, i papi, per la prima volta,
iniziano ad agire come capi della cristianità (ciò è favorito anche
dall’indebolimento degli altri poteri) e a dire che i documenti papali,
nel loro insieme, hanno la stessa importanza delle Sacre Scritture. E’
la teologia attuale. Noi studiamo che tre sono gli elementi a costituire
l’unica fonte della Rivelazione: Scrittura-Tradizione-Magistero. In
questo periodo nascono molti falsi “decretalia”: si incomincia a
retrodatare e ad inventare testi confondendo la lista dei papi, anche per
la mancanza di mezzi comunicativi, e producendo cose assolutamente
incredibili ed improponibili. Però viene così favorito un aspetto: il
creare archivi per capire chi erano i papi, che cosa avevano detto e fatto
per davvero. Quindi comincia a nascere la raccolta delle fonti, anche
all’indietro, con il recupero di manoscritti attraverso i monasteri dove
il lavoro rimarrà sommerso nelle biblioteche fino al
millequattrocento-millecinquecento e sarà il grande territorio di lavoro
degli umanisti, i primi a tentare di ordinare, leggere, capire, per
sistematizzare il tutto. Addirittura, per timore di perdere qualcosa, si
archiviava tutto ciò che veniva trovato per cui si trovano codici cuciti
insieme, nei quali c’è di tutto: scritti in latino, siriano, greco,
copto. Però, in questo modo, effettivamente sono state salvate
documentazioni di sinodi minori dell’Asia ed altri. In
questo tempo comincia a crescere la figura di S. Bernardo che diventa il
primo grande fustigatore di papi e da lui in poi avremo sempre
ricorrentemente un santo, cioè un uomo carismatico, spirituale, che se la
prende con i papi. Ad esempio S. Bernardo si lamenta con Eugenio III
dicendo: “ Ma quando preghiamo, quando insegniamo ai popoli, quando
edifichiamo la chiesa? Il palazzo pontificio risuona ogni giorno delle
leggi di Giustiniano e non di quelle del Signore”. Bernardo è molto
preoccupato dal fatto che si incominci a dare più spazio al diritto ed ai
documenti che alla Scrittura. In
questo tempo ci sono i vari concili lateranensi che, con l’accentramento
pontificio, si svolgono tutti in Laterano; sono Sinodi abbastanza
parziali, ma molto importanti dal punto di vista dell’organizzazione.
Noi, in quanto all’organizzazione, siamo figli della sistematizzazione
di Trento nata sul materiale disorganizzato di questo periodo. La
crisi è sempre più generalizzata, inizia il periodo conciliatorista e
alla fine del XIII secolo verrà pronunciata la famosa frase che tutti
ripeteranno fino a Lutero e alla riforma: “in
capite et membris”, nel capo e nelle membra. Il dire questa frase
significa riconoscere che il romano pontefice è un capo, che nella chiesa
esiste un doppio livello fino ad allora non considerato. Documenti: Le
due spade (commento a Luca 22,35-38): “L’una
e l’altra spada appartengono alla chiesa, cioè sia la spada spirituale
che quella materiale. Questa deve essere usata per la Chiesa, quella dalla
Chiesa; la prima dal presbitero, la seconda dal cavaliere, ma sicuramente
su ordine del presbitero e il comando dell’imperatore”. (S.BERNARDO
(1090-1153) Lettera 256, in
PACAUT M, La Théocratie,
p.251.) La
coscienza pontificale del papa Innocenzo III (1198-1216): (Nel
giro di secolo questo papa è il primo ad avere un senso di sé come
pontefice universale segnando già il passaggio, da lui dato per scontato,
che essere papa significa una serie di cose). “La
Chiesa mi ha dato una dote preziosa, cioè la pienezza del potere
spirituale e un gran numero di possessi temporali, con molte ricchezze.
Gli altri apostoli sono stati chiamati a partecipare al potere, ma solo
Pietro è stato chiamato a godere della pienezza. Io ho ricevuto da lui la
mitra per il sacerdozio e la corona per la regalità; egli mi ha stabilito
vicario di colui sul manto del quale è scritto: “Re dei re e Signore
dei signori, Sacerdote per l’eternità secondo l’ordine di
Melchisedech”. (…). Come
la luna riceve la luce dal sole, così il potere regale riceve
dall’autorità pontificia lo splendore della sua dignità. La pienezza
del potere che noi abbiamo ricevuto da colui che è il Padre delle
Misericordie, dobbiamo usarla prima di tutto in favore di coloro con i
quali bisogna agire con misericordia”. (Testo citato in
PACAUT M., La Théocratie, pp.
255ss.) La
prossima volta incominceremo con il discorso sul mondo monastico perché
è quello che conserva in qualche modo l’ideale della Cavalleria: i
monaci sono i cavalieri con un atteggiamento di aristocratica sufficienza
rispetto alla spendersi negli aspetti giuridici della chiesa, ma anche con
una capacità di costruzione molto concreta di realtà operative,
economiche e strutturali. Domanda:
per espansione universale che cosa si intende? E’
la stessa idea dell’impero, cioè Italia, centro Europa, Francia. Verso
est un po’ si era andati perché stavano salendo gli ortodossi, ma
Romania, Ungheria… erano ancora terre incerte. E’ in quel periodo che
tutte quelle terre cadono in qualche modo sotto l’influenza di quello
che noi oggi chiamiamo Europa dell’est. Lì erano ancora molto
compattamente legate al nucleo che noi oggi definiamo tedesco perché si
era in una fase complicata di cerniera; invece, dopo il
milleduecento-milletrecento, saranno nella sfera totalmente bizantina e
quindi cambierà. Inoltre non dimentichiamo che due secoli dopo
inizieranno le grandi esplorazioni: appena si assesta un po’ tutto il
caos europeo e si stabiliscono le grandi monarchie nazionali, si parte per
vedere che cosa c’è oltre le colonne di Ercole. Intervento: se ci fosse stato un sinodo da mitigare un po’ la
tentazione del capo, forse….. E’ un po’ come è stato per la chiesa
orientale. Mica
tanto. Tu oggi pensi ad un sinodo alla luce di una mentalità che sta
dentro ad una cultura delle democrazie. C’erano i Consigli, ma erano dei
feudatari che non mitigavano perché la loro autorità veniva dal capo.
Quando la chiesa romana, in questo specifico periodo, fa un’operazione
di accentramento, in realtà, rispetto al tempo che vive, fa
un’operazione assolutamente progressista, di difesa dei più poveri, in
quanto ha chiaro che deve garantire la propria autorità come non
proveniente dai poteri, se vuole essere in grado di difendere rispetto ai
poteri. Quindi, in quel momento, dato che non esiste proprio l’idea che
l’autorità salga dal basso per delega o rappresentanza, ma solo che
l’autorità scenda, ogni Consiglio riceve la propria autorità dal capo,
quindi non è un Consiglio in senso moderno. Un
sinodo, in quel momento, avrebbe voluto semplicemente dire una funzione di
rafforzamento dell’autorità personale del papa. Per questo hanno avuto
un grosso problema con i Concili. Chiaramente, vista oggi, questa
questione ha mostrato una serie di limiti enormi: andava mitigata non
allora, ma nel cinquecento, andava in qualche modo accolta l’istanza
posta da Lutero sulla superiorità della Scrittura rispetto al magistero,
cioè andava raccolto in positivo il problema posto da Lutero che metteva
in luce i reali limiti di quella struttura nata pure con rette intenzioni.
Se questo fosse stato fatto dopo tre secoli, visti i ritmi di allora, ci
sarebbe stata la possibilità di favorire una mutazione dolorosa e
faticosa, ma reale. Il
problema è che, a fronte della questione luterana, si ha invece una
confessionalizzazione, un irrigidimento che fa perdere di vista il motivo
per cui alcune cose erano nate e per agire esclusivamente contro Lutero.
Da lì in poi si tenta, con grandissima cecità, di tenere la struttura
assolutamente immobile il più a lungo possibile, con l’unico criterio
di non cambiare perché si entra nella spirale della paura. Il risultato
è che l’hanno portata non solo fino al limite di tollerabilità, ma
molto oltre. E
noi siamo dopo tutto ciò. Ma questo ha significato che, nel bene come nel
male, quella struttura si è radicata per mille anni e, come dice a
ragione il papa, si è intessuta con la vita culturale di questa Europa
per cui non è più possibile distinguere e quindi è un problema
smontarla: occorrerebbero sette o otto concili per farlo. Intervento: c’è una certa istanza legata alle varie democrazie
che reclamano un loro coinvolgimento ed anche autonomia di decisione, ma
non riescono a farsi ascoltare. Smontare
mille anni di storia non è uno scherzo. Non so come farei se avessi il
potere di decidere, ma capisco che chi ha tale potere, anche in assoluta
buona fede e non solo per biechi motivi di conservazione, abbia grandi
preoccupazioni su questa questione. Personalmente, in questo momento,
avrei molti problemi circa l’assunzione acritica di un concetto di
democrazia nella chiesa e spero che essa riesca a continuare a non essere
democratica perché mi pare che la democrazia sia il migliore sistema
politico che abbiamo, per adesso non esiste altro di meglio quindi va
benissimo così per la convivenza civile, ma ritengo che la chiesa
dovrebbe riuscire a giocare su un altro livello, maggiore, e non
abbassarsi in qualche modo. Intervento: però c’è stata l’esperienza di Giovanni XXIII che
ha visto il bisogno di un rinnovamento, ha accettato il coinvolgimento
dell’episcopato… Mi
sembra una lettura un po’ semplicistica. Giovanni XXIII era un uomo di
curia, perfettamente dentro a questo sistema e direi che gli uomini
migliori di curia sono molto meglio degli uomini non di curia perché
esiste un problema di governo che bisogna saper gestire, come del resto
nel mondo della politica. |
Copyright (c) 2001 L'Atrio dei Gentili - E-mail: atrio@atriodeigentili.it |