Gruppo del Venerdì Storia della Chiesa - 9 Abbiamo considerato fino a qui alcuni grandi elementi della forma che la
cristianità va progressivamente prendendo, di pari passo con la propria
espansione e crescita di una solidità strutturale. In particolare abbiamo
visto la questione della organizzazione per arre territoriali, la
centralizzazione dell’autorità, la formalizzazione della liturgia, ed
altro. Vorremmo ora considerare tre elementi di crisi di tutto ciò, che sono
rappresentati dalla nascita e espansione degli ordini dei predicatori,
dalla repressione della eresia e dalla lotta verso i nemici esterni, in
special modo ebrei e mussulmani. Questi tre elementi, realmente critici rispetto alla forma che si è
conformata dal VII secolo in poi, che si è andata progressivamente
consolidando, sono i tre grandi elementi che creano veramente un problema
reale e, per alcuni versi, un problema che in qualche modo resta
irrisolto. Il Concilio Vaticano II, di fatto, chiuderà con alcune di queste
istanze, la famosa Nostra aetate con la questione degli ebrei, la
scelta del rifiuto delle condanne, con la Gaudium et spes che
riprende delle istanze originarie e anche alcuni discorsi della Lumen
gentium, e con la questione del riposizionamento dei religiosi, della
fine dell’accentramento romano degli ordini religiosi, ecc. Di fatto si
chiudono i conti, ma non si risolve il problema. La forma attuale in cui
il problema si sta riproponendo, è stata evidentissima all’ultimo
sinodo dei vescovi, è una domanda ormai tematizzata sulla stessa
questione che si è posta alla fine del grande periodo di effervescenze di
cui stiamo parlando, con la crisi conciliatorista, tra il 1100 e il 1300,
cioè la questione chiave sulla struttura della chiesa. Questo
periodo di effervescenza, questi tre grandi fattori, e tutti i secoli che
sono seguiti, con oscillazioni di vario tipo, fanno sì che si purifichi
la domanda: si capisce finalmente qual è il problema. Il problema è: la
forma della chiesa. Questo è un periodo fondamentale per capire quali sono le forme della
crisi, anche oggi. Cioè: perché la forma di chiesa, che tuttavia ha
retto per sette secoli, è una forma che pone dei problemi e che li lascia
comunque irrisolti? Per esempio, è una forma dotata di un concetto di
autorità personale inappellabile, centralizzata sul romano pontefice,
fino al dogma dell’infallibilità. Di queste tre questioni è interessante che una, la lotta con ebrei e
mussulmani, è esterna per definizione: è come se intorno al 1200 si
fosse consumata l’operazione di confessionalizzazione, cioè come se la
differenza tra cristianesimo come eresia del giudaismo e cristianesimo
come nuova religione fosse totalmente costruita. Il cristianesimo è
oramai definitivamente un’altra cosa: non ha più il problema di essere
confuso o di autoconfondersi. E dunque ha i giudei come interlocutore. La questione delle eresie è un problema interno, invece, che diventa
esterno, cioè che viene espulso: non si affronta, non si governa e si
definisce come “fuori” ciò che non si può o non si vuole riconoscere
come parte problematica della identità. Gli ordini religiosi sono un problema interno, che, invece, rimane
interno. Che viene metabolizzato all’interno della forma e diventa
costitutivo (e perfino definitorio) dell’identità. Sono i tre punti di attacco, cioè: uno di fronte, uno di dentro che
diventa poi nemico, uno di dentro che rimane dentro. La questione giudaica è una questione abbastanza antica; è
l’antisemitismo di origine religiosa. Fino alla fine del 1200, inizio
1300, si era sempre presentato come un’espressione occasionale, usata
come strumento di controllo sociale (quando non si sapeva più come
governare il malcontento del popolo, si dava la colpa agli ebrei). E’
una forma occasionale, tematicamente percorsa, non ideologizzata, legata
ad alcune situazioni, a fatti specifici, ecc. All’inizio del 1300 c’è
un salto di qualità rispetto alla questione dei giudei, nel senso che i
giudei socialmente, economicamente, politicamente, e anche religiosamente,
non sono più sopportabili: sono un’alterità che per la sua stessa
esistenza discute la forma che il cristianesimo ha preso. Questo non solo perché i nascenti stati nazionali escludono gli ebrei
dal possesso delle terre, ma anche per la questione del sapere. I due
filoni praticabili dai giudei, infatti, che non comportano il possesso di
beni stabili, sono la finanza e il commercio e tutte le professioni
intellettuali e del sapere. Questo comincia a creare un problema nel
momento in cui, per esempio, le università assumono una visibilità, in
cui c’è il problema di controllo della chiesa sull’università
della conoscenza. Quello che era stato inventato come escamotage, per
tagliare fuori gli ebrei da quello che era percepito come il centro del
potere, nel momento in cui la realtà si sposta e il centro del potere si
sposta altrove, diventa il luogo di una nuova e rischiosa centralità e
quelli che si trovavano alla periferia si ritrovano centrali. Nel mondo
feudale essere senza terra voleva dire non essere nessuno; in un mondo
effervescente, cittadino, attivo nelle università, il commercio, il
denaro e il sapere diventano le nuove chiavi del potere. Cominciano così una serie di provvedimenti, tra cui l’istituzione del
ghetto che, paradossalmente, nasce a Roma per proteggere gli ebrei
dall’ira popolare, ecc. Infatti era diventato uno specie di “sport
nazionale” il dare la caccia all’ebreo. Ma rimangono presenti voci
contrastanti rispetto a questa nuova ideologia: San Bernardo, ad esempio,
conduce una violentissima campagna contro l’antisemitismo. Il III e il IV concilio lateranense,
che da questo punto di vista sono veramente pesanti, per la prima volta
prendono misure che, teoricamente vengono imposte a tutti i cattolici,
come misure di difesa. Si comincia ad espellere gli ebrei da alcuni paesi e i procedimenti di
espulsione si moltiplicheranno fino al 1492, nascita dell’Evo Moderno
per il mondo ebraico, non per la scoperta dell’America, ma per il rogo
dei Talmud e l’espulsione dalla Spagna. Dal XIII secolo in poi si aggravano le misure contro gli ebrei. Si può
citare una varia aneddotica. Per esempio: il Lateranense obbliga la
comunità degli ebrei romani a sottoporsi, ogni venerdì, ad una predica
obbligatoria, nelle chiese delle predicazioni obbligatorie che stavano ai
quattro angoli del ghetto; tutti i maschi ebrei dovevano andare a sentire
questa predica denigratoria contro gli ebrei. Pare che molti di loro
avessero preso l’abitudine di andarvi con le orecchie piene di cera, per
non sentire, per cui fu istituito un corpo di nobili romani che dovevano
andare ad ispezionare le orecchie degli ebrei alle predicazioni. I vicari
di Colonia instaurano l’abitudine per la quale il Venerdì Santo il
rabbino capo della comunità ebraica della città doveva andare nella
cattedrale a farsi schiaffeggiare pubblicamente durante la funzione, e così
via. Questi sono i primi esperimenti di una tattica che sarà molto percorsa,
cioè quella di oggettivare, su un oggetto esterno, il disagio di una
struttura che non riesce ad equilibrarsi all’interno. L’ebraismo è,
per il mondo cristiano di quel momento, il soggetto ideale, perché è il
fratello, cioè l’ombra: è tutto ciò che noi siamo, ma non esattamente
tutto ciò che noi siamo. Soprattutto il mondo ebraico ha una grande colpa
agli occhi della cristianità che si sta strutturando, ed è quella di
essere sopravissuto apparentemente senza una struttura. La dispersione,
senza una struttura centralizzata, la non territorialità, la mancanza di
una forma di chiesa: questa è esattamente la memoria che la cristianità
che si organizza tenta di cancellare. Questo è il segno del peccato:
poiché sono deicidi, agli ebrei non è data nemmeno una chiesa. Il secondo filone problematico è quello della cosiddetta protesta
evangelica, quello cioè degli eretici. Dal punto di vista storico questa
è una questione molto delicata, per una serie di motivi: di tutti costoro
è stata operata una specie di damnatio memoriae, per cui tutti i
documenti sono stati bruciati e noi ne abbiamo notizia dagli scritti di
coloro che li hanno condannati. Con il privilegio che diamo al fatto che
questi sicuramente ne parlavano troppo male il risultato è che spesso
storicamente li abbiamo idealizzati. E’ molto difficile capire come sono
andate esattamente alcune cose. I più grandi di questi movimenti hanno
una memoria storica più assodata, come i Valdesi, o Albigesi, come
venivano chiamati dai cattolici. Questo è un periodo di grande
effervescenza, di cui non abbiamo notizie molto ampie: un’effervescenza
che, come tutte le effervescenze, ha probabilmente raccolto anche una
serie di questioni strampalate, di nevrotici o mattarelloni: piuttosto
ingovernabile, anche dal punto di vista della lettura storica. Ci sono almeno tre grossi filoni che possono essere individuati, seppure
con forme molto disperse. Uno è quello di Valdo e dei poveri di Lione, che ha una forma analoga
alla questione francescana, ma accade in Francia, anziché nella Marca
Pontificia, a cavallo del periodo che segna anche la questione di
Avignone, la cosiddetta cattività avignonese. Qui si ha anche
l’innescarsi di una serie di questioni, intrecci politici, geografici,
di antipatie verso i cardinali francesi, ecc. che fanno fare a questa
vicenda un percorso molto diverso da quello che sarà quella del
francescanesimo. Ma dal punto di vista simbolico, strutturale, l’idea
era analoga: un ritorno alla povertà evangelica, una responsabilità
diretta rispetto all’Evangelo, il superamento dell’idea di
appartenenza. Non il rifiuto all’obbedienza al romano pontefice, (che
all’inizio non fa problema né a Valdo, né a Francesco), ma uno
spostamento del ruolo del romano pontefice. La fede è una questione delle
vite delle persone, dunque: la povertà, la questione del Vangelo senza
mediazione, il rifiuto della necessità di autorizzazione per predicare,
la centralizzazione del sacerdozio universale, ecc. Nella questione valdese i rapporti si guastano quasi subito, per via
della questione francese, del peso dei cardinali francesi nella corte
romana, che volendo strafare nella difesa creano una serie di reazioni: la
polemica si inasprisce, vengono richieste condizioni inaccettabili da una
parte e dall’altra, per cui la cosa slitta sull’esterno. Il secondo filone è quello “apocalittico”, non molto diffuso, ma
l’unico documentato in modo preciso: l’idea di un mondo migliore,
concreto (la rivolta di T.Munzer, le città che vengono prese e
riorganizzate secondo la legge evangelica,ecc. Interessante, da questo
punto di vista, è il romanzo di L. Blisset che si intitola Q ); riformare
i rapporti, l’uso del denaro, il lavoro, le leggi, ecc. C’è una
nettissima tendenza a ripensare una forma di chiesa molto diretta: quello
che noi oggi chiameremmo messianismo storico, con una forma più o meno
ingenua, più o meno fondamentalista, non tanto sui temi
dell’organizzazione ecclesiale, quanto sulle cose. L’idea è che i
tempi sono compiuti, il cristianesimo è instaurato dovunque, è stato
predicato fino ai confini del mondo: questo è il Regno di Dio, non c’è
altro da aspettare. Tutto questo, in un tempo di passaggio e di crisi come
quello che stanno vivendo, nel quale la società feudale è finita, non
sono ancora del tutto conformati gli stati nazionali, con confusione e
incertezza nell’orientamento delle cose, diventa una miccia. Molti hanno
la sensazione che si è trovata la risposta a tutti i problemi: Questo
filone è forse quello numericamente più forte, ma più disperso, che non
trova una coordinazione, molto legato a esperienze locali. Il fenomeno è
molto diffuso nella marca tedesca. Il terzo filone viene normalmente identificato come quello dei Catari.
E’ l’unico filone veramente ereticale, dal punto di vista dei
contenuti e delle dottrine, mentre i filoni valdese e apocalittico
mantengono un impianto strutturalmente cristiano e diventano scismatici
nelle forme. L’eresia catara nasce sulla questione della
“perfezione”. E’ un filone che, periodicamente, nell’esperienza
del cristianesimo, si ripropone. E’ la questione dei “migliori”, dei
“puri”. Per di più, la grande questione tipica del cristianesimo,
molto delicata, del rapporto tra impegno e grazia, tra salvezza come dono
e salvezza raggiunta, si continua a porre. Su questo tema i catari hanno
una posizione sostanzialmente ereticale, una concezione dualistica di bene
e di male e si schierano dalla parte del bene condannando una serie di
cose, come il matrimonio e il corpo. E’ l’eterna tentazione del
cristianesimo: quello della chiesa dei puri, della perfezione. Ci sono poi gli ordini religiosi, gli ordini mendicanti. Quelli che
datano questo periodo sono sostanzialmente due: i Francescani e i
Domenicani. Nascono da due istanze diverse, entrambi molto forti in quel
momento. Quella di Francesco si rifà al Vangelo come esperienza liberante
di pace, di gioia, di perdono; un cristianesimo lieve, puro, semplice,
povero. I domenicani, in qualche modo, sono l’altra faccia della ricerca
della riforma: l’idea dell’insegnamento, della predicazione (pensare,
capire, studiare e spiegare). L’incontro con la questione dell’eresia
albigese fa sì che diventino poi l’inquisizione. San Domenico, prima di
fondare l’Ordine dei Domenicani, era un canonico regolare, mentre
Francesco era, e rimane, un laico. Le due istanze rappresentano già i due
modi di vedere il problema: da parte di uno che è dentro la struttura (la
parte migliore, in quel momento, della struttura) e un battezzato,
scapestrato convertito all’evangelo, che vede il problema di alleggerire
la coscienza dei poveri. Questa è un’altra questione molto forte della
forma della cristianità, verissima fino ad oggi. La questione è che gli
addetti ai lavori vedono dei problemi che non sono falsi, ma non sono gli
stessi problemi che vedono i battezzati normali, anche rispetto
all’eventuale fedeltà all’Evangelo. Questa è la situazione come si comincia a conformare: questi tre filoni
pongono un problema rispetto alla forma della cristianità e lo pongono in
modo radicale. Il tentativo della cristianità di autodifendersi sarà la
repressione dell’eresia da una parte e la grande crisi conciliatorista
dall’altra, cioè la crisi di quella parte dei vescovi che riconoscono
l’istanza più positiva di queste ricerche di riforma, richieste che
nascono dalla vita; si arriva alla grande domanda se ha maggiore autorità
nella chiesa un concilio o un papa. E questa è una domanda che rimarrà
aperta per molti secoli.
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