Gruppo del Venerdì Il rapporto tra cattolicesimo e modernità Vi
è stato, dapprima, un irrigidimento del cristianesimo rispetto al mutare
dei tempi. La teologia, cercando un’espressione culturalmente
“esatta” della fede cristiana e provocata dalle questioni poste dagli
uomini e dalle donne della modernità, ha avuto il coraggio di mettersi in
gioco, fino in un certo senso a far vacillare lo stesso edificio
istituzionale della chiesa, e condurla così alla riforma di Vaticano II. Il
peso sulla coscienza dell’individuo, segnato solo dal senso del peccato
originale e dall’ossessione del tema della salvezza, aveva determinato
un orizzonte triste. Da questo era nata la rigidità di verità da credere
e di doveri da praticare. Il
cristiano era stato inoltre privato nei secoli della consolazione delle
Scritture che avrebbero mitigato il quadro complessivo” dominato da un
mondo sacerdotale la cui autorità veniva dal fatto che era il solo capace
di perdonare i peccati e garantire così la salvezza, il solo a dire il
vero con autorità. In questa cornice, l’unica sorgente vitale era la
tenerezza dei santi ancora viventi e l’intercessione di quelli che erano
morti. Non
ci si è più chiesto come il cristianesimo potesse ”mutare” per
adeguarsi al mutamento. Infatti non c’è in assoluto una forma giusta e
permanente, le verità eterne di Dio hanno nella storia le forme che
quella storia richiede. La
grande questione che la modernità ha insegnato al cristianesimo è che il
problema della inculturazione della fede in un tempo è questione tutta
interna, altrimenti nella staticità si genera un universo teologico
triste. Un
possibile riassunto di temi per costruire una uscita da questa situazione: a)
riaprire la teologia cristiana al campo del simbolico. In tale dimensione
i due momenti più significanti diventano il nascere ed il morire, momenti
che l’individuo non può controllare. Proprio su questo terreno si
desidera la trasgressione. Il nascere, aspetto del creare; il morire,
aspetto della distruzione: amore e violenza, con il sesso come momento
simbolico privilegiato. Il simbolo valorizza e privilegia la dimensione
evocativa del linguaggio attraverso l’uso dei gesti, rispetto al
linguaggio della definizione. La
liturgia è il campo della relazione simbolica con Dio. Si potrebbe dire
semplicemente “della relazione”, perché, quando si parla di Dio,
l’espressione e, in generale la religione, possono essere altro che
simboliche? C’è prima di tutto una coscienza nuova del soggetto
autentico della liturgia: una comunità (strutturata certamente) in stato
d’invocazione, cioè di slancio simbolico verso Dio, dal quale riceve (o
in vista del quale pratica) uno slancio simbolico fra i suoi membri.
All’interno di questa comunità simbolica fondamentale che è la chiesa,
le parole ed i gesti, che hanno prima di tutto valore verso Dio e verso
gli uomini, hanno anche valore evocativo, cioè suggeriscono, riproducono,
la grande simbolica di Dio con gli uomini in Gesù Cristo, oggetto non
anzitutto di conoscenza dottrinale, ma di racconto, di testimonianza e di
fede; hanno infine valore di impulso etico nella misura in cui celebrano
la morte e la risurrezione del Cristo in favore di tutti gli uomini. b)
riaprire la teologia cristiana alla dimensione storica della fede, ossia
alla dimensione sia della realtà storica, sia della conoscenza del tempo,
ossia ancora rafforzare la riscoperta del simbolo con quella della storia.
Predicare, scoprire l’uomo servendo la verità. “Ciò
vale prima di tutto per la Sacra Scrittura; la grande questione qui è il
riconoscimento di diverse storicità: quella dei cammini umani attraverso
e lungo i quali si è manifestato ed attuato il disegno di salvezza di
Dio; quella della vita autenticamente umana di Gesù di Nazareth, nella
sua relazione con Dio Padre, con se stesso e con gli uomini che veniva a
evangelizzare; quella della chiesa, essenzialmente articolata con la
storia umana, distinta da essa, ma non separata, e alla quale è dato il
tempo senza dubbio per predicare il Vangelo ovunque ci siano degli uomini,
ma anche per scoprire l’uomo e la comunità nella loro verità immanente
e di fronte a Dio e servirli”. c)
ambientare le forme istituzionali, sia a livello di pensiero, sia nella
pratica, entro le forme istituzionali che le comunità umane hanno
elaborato, compreso l’orizzonte democratico che negli ultimi due secoli
ha avuto un’importanza crescente sul palcoscenico della storia. La
questione è quindi quella della piena comprensione del fenomeno storico,
di come si formano le volontà collettive, soprattutto sul terreno delle
organizzazioni sopranazionali in vista di un governo del mondo nella sua
complessità. Rispetto
alla vita interna della chiesa, il rapporto con la democrazia fa rileggere
la storia superando la visione pessimistica che si è avuta da Gregorio
VII in poi. Il pessimismo nei confronti della salvezza non corrisponde più
alla visione dell’uomo moderno. Il Concilio Vaticano II ha dato inizio
al lavoro di revisione; sul piano canonico si registra ancora un ritardo
che potrebbe manifestarsi pericoloso. d)
introdurre nei rapporti tra ragione e fede il rispetto della competenza
dell’una e della trascendenza dell’altra, ristabilire un equilibrio
creativo e reciproco tra le due, uscendo dalla ossessione della
razionalizzazione e guardandosi dal rischio dello spiritualismo, evitare
gi estrinsecismi, ridare misura, luogo e ruolo all’uso di ragione e
all’affidamento al mistero che oggi rischiamo di vivere come
giustapposti.
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