La volta scorsa avevamo fatto un lungo discorso sul
tema "Mistica e filosofia", cioè sul rapporto che esiste,
nell’epoca moderna, tra il fare esperienza ed il pensare. Detto
così può sembrare banale ma, secondo Salmann, rispetto al
cristianesimo e non solo, è una delle questioni più drammatiche
perché è il problema chiave in cui siamo immersi quasi senza
saperlo, essendosi spezzato il rapporto tra l’esperienza di una cosa
che noi facciamo ed il pensare sia l’esperienza, sia quella cosa,
sia in generale.
Mentre un tempo, fino al medioevo, esisteva tra di
esse un circuito che passava nell’esperienza attraverso le cose,
cioè si imparava nel modo in cui si viveva, nel modo in cui
esistevano rapporti con gli altri ed a tutti risultava abbastanza
chiaro, ora, quel circuito ha incominciato, apparentemente senza
scosse, dapprima ad incrinarsi, poi è andato in pezzi e noi saremmo
al fondo della rottura. Ciò è particolarmente grave per l’esperienza
religiosa perché in essa il legame tra i due aspetti è molto
delicato.
Esattamente come per gli amori: non esiste la
possibilità di vivere un amore se non in prima persona e come
esperienza significativa, non per procura, non per delega o in modi
distaccati. Non esiste un amore tranquillo, equilibrato, sereno;
esistono tempi in un rapporto che possono trovare tranquillità, ma un
amore, per sua definizione, ha comunque una componente di tensione.
Contemporaneamente, un amore, (che senza la componente di
passionalità non c’è), se non è pensato, progettato, elaborato,
detto, costruito, non dura. E’ la distinzione che comunemente si fa
tra una passione ed un amore come una storia.
La religione, le fedi, quella cristiana in
particolare, funzionano allo stesso modo: se non c’è un’esperienza
in qualche modo possibile del mio rapporto con Dio, non succede nulla,
non c’è la sostanza; ma allo stesso tempo, se non esiste un modo
per riflettere, per condividerla con altri, renderla visibile in un’ordinarietà,
darle continuità nel tempo, questa cosa fa una fiammata e poi si
spegne oppure diventa supersentimentale o invasata, ma non resta
cristianesimo. Il problema per il cristianesimo è assolutamente
centrale e vale anche per molti aspetti della vita. Ad esempio, quando
oggi si dice che gli adolescenti sanno tutto sugli amori e sulla
sessualità ma non hanno un’educazione sentimentale e non sanno dove
collocare ciò che sanno, perché queste cognizioni sono ognuna
staccata per proprio conto, si dice la stessa cosa rispetto alla
capacità di relazione, di rapporto affettivo con le persone.
Questo è il nodo su cui Salmann ragiona ed il
perché viene intervistato dal giornalista.
Nella prima risposta egli esprime una definizione
di esperienza mistica ed una definizione di pensare. Quando diciamo
fare esperienza di Dio, ossia l’esperienza mistica, che cosa
dovremmo intendere?
Salmann risponde: "dover e poter definire e
comprendere se stessi come intimità toccata e illuminata da parte del
fondo e dell’orizzonte del proprio pensare, amare ed essere…".
L’esperienza mistica non è tanto definire Dio
(ho avuto una visione, una rivelazione),quanto la capacità di
ridefinire se stessi come un’intimità toccata e illuminata, cioè
come una relazione profonda da parte del fondo e dell’orizzonte del
proprio pensare amare ed essere, ossia come un’intimità con
qualcosa che è insieme il più profondo di noi e l’orizzonte,
quello che sta fuori, verso cui andiamo, l’obiettivo del proprio
pensare, amare ed essere.
Ho ripreso il discorso dell’ultima volta e
ribadisco che questa è una definizione bellissima. Se coloro che si
ritengono credenti riuscissero a pensare la propria fede in questi
termini, già si sarebbe fatto un passo avanti. Voglio dire che, se
ogni volta in cui uno dice "esperienza di Dio" pensasse che
c’è un Dio, che sta lì, è uno, un signor Dio, pur con tutti i
problemi esistenti di fronte ad ogni alterità, (come lo penso, come
è fatto), allora il rapporto acquisterebbe senso, anche se è diverso
da quello che è con gli altri che frequento, che un po’ conosco e,
almeno approssimativamente, sono in grado di prevedere come
reagiscono, mentre con Dio non sappiamo alcunché, perché nessuno ci
spiega mai che cosa gli piace, se è contento oppure no. Tutti
facciamo finta che questa cosa sia chiara mentre in realtà non lo è
affatto.
Salmann dice che il problema di fare esperienza di
Dio sarebbe:
- "dovere": non poter fare a meno di qualcosa che, in
una certa misura non scelgo perché mi trovo nella condizione di
dire "è così", non posso pensare in altro modo;
- "potere": essere in grado di definire se stessi come
intimità toccata, cioè come un luogo in cui non sono solo e non
sono tutto lì.
Però non è definire Dio, sapere come è fatto,
cosa pensa, ma, cosa ben più complicata, dovere e poter definire se
stessi come un luogo profondo in cui, tutto sommato non sono solo
perché, in qualche modo, il più profondo di me, quello che
abitualmente chiamiamo coscienza e di cui ciascuno, a vari livelli
della propria vita fa esperienza, coincide con l’orizzonte ultimo,
con il desiderio per ciò verso cui siamo orientati.
Biograficamente, quando siamo giovani, è molto
più forte il profondo di noi, il dire "io penso, io voglio, io
so, io credo, io lotto", poi, in genere, più passano gli anni,
più la prendiamo bassa perché abbiamo fatto l’esperienza di
combattere e sperimentare che magari, con le migliori intenzioni, non
siamo arrivati da nessuna parte. A vent’anni pensiamo che tutto sia
possibile, poi, con l’età, cresce la dimensione dell’orizzonte e
ci torna sempre più visibile il pensare che ci sarà comunque un
giorno in cui, al di là della nostra buona volontà, ci dovremo
specchiare in ciò che è stato, che non sarà più cambiabile e ci
piacerebbe esserne contenti senza troppi rimpianti.
Allora l’esperienza di Dio sarebbe "dovere e
potere definire sé", sentire di se stessi, sapere di sé, essere
in grado di dirlo, non necessariamente a parole, ma di agirlo nella
propria vita come un luogo in cui non si è soli nella tensione tra il
proprio fondo ed il proprio orizzonte. Tutto sommato vivere secondo
queste indicazioni sarebbe essere credenti. Poi ci sono tutte le
visibilità, le forme, le norme, la chiesa che, in qualche modo,
aiutano, sostengono questo percorso complicato. Non tutti i giorni
della nostra vita abbiamo coraggio abbastanza per tenere insieme i
pezzi perché in ogni giorno dell’esistenza non abbiamo sempre a
disposizione tutto il fiato che serve, tutta la lucidità per capire
le cose concrete.
Il cristianesimo, sotto l’aspetto della sua
visibilità, sarebbe ciò che normalmente si chiama la pastorale;
dovrebbe essere un luogo in cui, senza bisogno di dover sempre
affrontare ragionamenti intellettuali, siamo aiutati ad avere l’energia
necessaria per vivere in questo modo senza che, necessariamente, il
discorso sia un tema e, come in una famiglia, gli atteggiamenti che
gli uni hanno reciprocamente verso gli altri non hanno bisogno di
essere spiegati perché se emergesse tale bisogno vorrebbe dire che
qualcosa non funziona.
Le chiese dovrebbero essere luoghi dove questo
accade attraverso le cose che si fanno: leggere la Scrittura, vivere i
sacramenti, la carità e dialogare tra di noi. Ma la crisi è così
profonda che noi abbiamo bisogno di una quantità di parole per
spiegare cosa dovrebbe accadere perché ci pare che ciò che facciamo
sia un’altra cosa.
"Nell’intimo della nostra solitudine non
apparteniamo solo a noi stessi, ma siamo già "posseduti" e
condizionati da tanti presupposti che il mistico realizza
immediatamente e che dovrà poi ri-flettere e mediare in un
lungo cammino di inveramento esistentivo e teorico. E il pensare del
filosofo non inizia da zero, non genera se stesso in modo assoluto;
pensare ci risulta piuttosto un processo di realizzazione di se stessi
e del mondo che implica un rapporto asimmetrico-passivo alle
condizioni fondanti dell’essere, conoscere e amare in mezzo ad una
pur così grande relazione critica e feconda della coscienza a se
stessa e al mondo".
L’altro movimento fondamentale della nostra
esistenza è il processo di realizzazione di noi stessi nel mondo.
Pensare non è un’attività astratta. Pensare è realizzare e
presuppone: progettare, fare, decidere, scegliere tutto quello che
compete a noi come esseri umani. Abbiamo una vita, ci sono gli altri,
un mondo; pensiamo, capiamo, dialoghiamo.
Ma tutto ciò implica un "rapporto
asimmetrico-passivo", senza delirio di onnipotenza, sapendo che
ognuno di noi non è l’inizio, né il solo, sia rispetto a sé, sia
rispetto agli altri, ai problemi o alle cose, sapendo, nei fatti, che
riceve condizioni, culture, possibilità. Ognuno è passivo e ricevere
non significa che possa fare solo ciò che riceve. La libertà
individuale, la capacità di essere soggetto ha una potenza critica e
feconda.
In tre passaggi Salmann dice:
- pensare sarebbe la realizzazione di me stesso nel mondo;
- alle condizioni che mi vengono date: non sono il primo (allora
sono il frutto meccanico di ciò che c’è stato prima di me?);
- in una relazione feconda e critica con la mia coscienza.
Perciò l’esperienza mistica, come esperienza di
Dio, ed il pensare, come l’azione soggettiva di ciò che mi compete
e misuro, di ciò che non sfugge alla mia possibilità, sono gli assi
portanti della nostra esistenza. Questo è assolutamente vero: noi
stiamo sempre fra il dilemma della solitudine (chi mi ama?) ed il
dilemma dell’impotenza (cosa sono, faccio, produco?). Sono le due
grandi questioni che, molto spesso, nell’esistenza degli uomini di
questo secolo, vanno a cozzare l’una contro l’altra: più uno è
potente, più è solo; più uno accudisce la relazione, più ne paga
il prezzo.
Ci sarebbe la docilità allo Spirito in cui
uno ha totalmente la responsabilità di sé, della propria
realizzazione. Ma "totalmente" significa anche
"realisticamente", sapendo di non essere il primo e di non
potersi creare da solo né il proprio fondo né il proprio orizzonte,
la cui tensione fa da arco al ponte su cui cammina. Tra il proprio
fondo ed il proprio orizzonte c’è un’arcata, noi camminiamo e la
realizzazione di noi e del mondo si fa in quanto stiamo su questo
ponte.
Commento
Diventa allucinante!
No, forse ci deve essere solo un modo più facile
per dirlo. Faccio un esempio anatomico. Ciascuno di noi respira e
digerisce senza pensarci, senza sapere, ma se ci mettiamo a studiare
la nostra anatomia, incontriamo grandi difficoltà perché siamo
macchine complicate che, quando funzionano bene paiono semplici, ma
quando non funzionano procurano innumerevoli problemi. Qui è la
stessa cosa. L’organismo del cristianesimo è profondamente malato
dopo la modernità e tutte le sue azioni vitali sono fuori misura,
quindi bisogna pensare di smontare tutto il meccanismo perché fino a
quando funzionava non se ne sentiva la necessità. Però tutto questo,
secondo me, è un kairos, un tempo di grazia, non una
maledizione, ma è pur vero che noi viviamo in un tempo in cui il
problema è dato a noi. Questi due secoli sono molto faticosi ma
possono essere molto fecondi. Ci troviamo in una situazione totalmente
nuova della cristianità in cui mai nessuno si era trovato prima. Ciò
ha i suoi prezzi: una certa complicazione e fatica del vivere, un
prezzo di continua incertezza, ma ha anche i suoi pregi.
Gli anni del Concilio e del post Concilio si
potevano vivere solo a prezzo di accettare che questa fosse la
situazione e forse è una bella cosa averli vissuti, però secondo me,
come molte delle cose serie della vita, è più difficile dirle che
viverle quando funzionano, ma è molto più difficile curarle quando
non funzionano. Ed è il motivo per cui si fa così fatica a cambiare
gli stili di chiesa: per poterli cambiare radicalmente occorre fare un
discorso talmente difficile che non si comincia nemmeno.
Intervento
Sentendo prima parlare dell’esperienza mistica mi
è venuto spontaneo il collegamento tra il peccato originale ed il
senso del peccato che avevamo affrontato alcuni anni fa. Avevamo visto
il peccato come il vivere al di sotto della soglia della propria
felicità possibile e mi è sembrato che, se vivi al di sotto di
questa coscienza, di un’intimità toccata ed illuminata da parte del
fondo ed orizzonte, non realizzi te stesso e non sei felice.
Sì, il ragionamento è sostanzialmente questo.
Bisognerebbe soltanto intendersi sul "sei felice". Quella
definizione di peccato era data rispetto ad una definizione di
credente di questo genere e poi qui formulata in modo ancora più
completo di quanto io sia riuscita a formularla prima.
Riprendiamo l’intervista.
Parrebbe che né mistica né filosofia riescano ad
essere soddisfatte ciascuna in se stessa e neppure nel loro reciproco
rapporto, e che la realtà essenziale a cui entrambe mirano le
istituisca, ad un tempo, come attingimento e fallimento nei suoi
propri confronti. Quale nome può essere dato a questa realtà che
tanto alla mistica quanto alla filosofia si annuncia, ma a nessuna
completamente si dà? E quali sono, rispetto ad essa, i modo peculiari
dell’attingimento e del fallimento propri della mistica e della
filosofia?
"La coscienza filosofica e la coscienza
mistica presuppongono e riflettono prima di tutto un affetto, un’intuizione
di fondo, un’illuminazione che si impongono loro, conferendo ad esse
un proprio carattere specifico. Senza una tale "ispirazione"
liberante e necessitante, un ché nel quale coincidono per un attimo
orizzonte e realtà, parola e res di una causa con cui il
pensiero dovrà cimentarsi, non nascerà un pensiero grande. Lo
svolgersi delle opere di un Anselmo, Kant o Hegel si deve a una tale
spinta che non dà tregua finche non sia esplicitata e inverata.
Perciò non c’è pensiero che non fallisca nel momento culminante
del suo compimento, che non si ritorca contro se stesso, che non debba
rendersi conto del non-detto, di un indicibile che pare come la molla
di tutto il suo cammino. Mistica e filosofia devono realizzare i loro
presupposti senza poterli mai tematizzare del tutto".
L’intervistatore osserva:"Se prendiamo per
buone queste due definizioni appare evidente che la mistica si pensa
in relazione a qualcosa (fondo ed orizzonte) che però non è interno,
ma esterno a lei; che la filosofia, rispetto alla realizzazione di se
stessi nel mondo, si pensa rispetto a qualcosa che è un suo esterno e
non interno a lei"
Portiamo l’esempio degli amori che funziona
meglio. Uno non può innamorarsi senza l’altro perché l’innamoramento
si definisce in relazione all’oggetto di amore che io non posso
darmi da solo perché o l’altro entra nel gioco ed allora tutto
diventa reale, oppure se l’altro non aderisce, la tensione rimane
solo nel mio pensiero, nel mio desiderio. E il dramma per cui si
vivono molti amori infelici è dato dal fatto che l’amore si
riferisce a qualcosa che non sta dentro a se stesso, mentre invece ad
esempio la conoscenza, lo studio di una materia, si definisce in
rapporto a qualcosa che sta dentro a se stessa, dunque, studiando,
prima o poi, da qualche parte si va. Gli amori, come molte cose serie
della vita, hanno il dramma di ricevere la propria compiutezza da
qualcosa che non sta in loro.
L’intervistatore interloquisce: "Mistica e
filosofia sembrano qui definite come un amore, cioè come cose
riferite ad un oggetto che non sta dentro di loro e che, quindi
contemporaneamente, da un lato attingono a questo oggetto ma dall’altro
sperimentano anche il loro fallimento, cioè di non essere
sufficienti". La domanda perciò è :"Quale nome può essere
dato a questa realtà, cos’è quest’altra cosa che non sta dentro
né alla mistica, né alla filosofia ma a cui entrambe si riferiscono?
Salmann risponde: " Tutto".
Con la risposta Salmann in realtà non risponde ma
dice: "E’ vero, è così", questa cosa può essere
chiamata un’intuizione, un’illuminazione, ed è chiaro che dietro
le parole c’è il pensiero tipicamente cristiano, molto
sottovalutato oggi, della Rivelazione, del fatto che la Bibbia è un
sapere profondo del vivere come esseri umani che ci viene proposto
come dato da altrove, non semplicemente come il frutto della
riflessione, dello studio e quindi non sta sbilanciato, non ha la
forma del saggio sul piano del pensare, ma è, insieme, il pensare e l’esperienza
che si è fatta. E noi, quando la chiesa insegna che la Bibbia è
ispirata dallo Spirito Santo e la Rivelazione è parola di Dio,
diciamo: non c’è soltanto il pensiero degli ebrei che l’hanno
scritta, ma qualcosa che arriva da altrove e ci raggiunge come un
inedito, un nuovo e, paradossalmente, quando ci raggiunge, noi lo
riconosciamo come un nostro e non un estraneo. Come un abito nuovo che
ci dà la sensazione di averlo da sempre indossato. Nell’esperienza
cristiana, la Rivelazione, la parola di Dio, ci vengono proposte come
qualcosa che arriva da altrove, da Dio appunto, ma come qualcosa che,
nel momento in cui ci arriva, ci stiamo dentro come in una cosa
nostra.
Rispetto a questa dinamica, pensiamo a come il
cristianesimo, con il moralismo, il devozionismo dell’ottocento, è
stato trasformato in elenchi di norme che lo hanno portato al massimo
si estraneità, a qualcosa che, con molta chiarezza, veniva da fuori
ma attraverso proibizioni, regole, norme. Il Concilio Vaticano II ha
ribaltato tutto ciò e noi oggi, quando leggiamo la parola di Dio,
abbiamo la sensazione di sentirci un po’ più a casa, di sentire che
questa parola ci piega a noi stessi. Ma il risultato è che andiamo
sempre più verso il versante opposto per cui tutto è talmente nostro
da condurci al rischio di dimenticare che viene da altrove mentre si
diffonde l’idea che Dio sarebbe nel profondo della nostra coscienza.
Certamente è difficile mantenere l’equilibrio tra una cosa che
viene da fuori ma è nostra e non ci è estranea.
Salmann dice:"E’ qualcosa che ci viene da
fuori perché se così non fosse non ci sarebbe nulla di grande, ma
con un nostro riconoscibile, non come un’estraneità. Per questo non
c’è pensiero che non fallisca perché se tu riconosci come tuo ciò
che viene da fuori, hai la misura del tuo limite".
Esempio. Mediamente noi siamo abituati a pensare
che più siamo bravi meno siamo soggetti a fallire. La nostra logica
è quella un po’ mercantilistica della scuola: se faccio giusto mi
danno dieci, se no vuol dire che ho sbagliato. Ma il cristianesimo,
come gli amori, non funziona in questo modo. Gli amori, funzionano, a
volte, che, poiché uno sbaglia, è più amabile, mentre, se è sempre
perfetto, diventa insopportabile. E’ vero che un rapporto può
crescere molto di più attorno ad un errore che ad una mirabilia,
perché un amore è un luogo dove tu sei posto di fronte al tuo
dipendere dall’altro, non sei più tu che governi e dunque sei messo
nella condizione di dover attendere dall’altro il perdono o una
nuova accettazione, ma ti impegni molto di più a convincere l’altro
che vale la pena, nonostante tutto, di riconciliarsi. Quindi sei molto
più creativo, più fecondo. Quando pensi invece di avere solo dei
diritti sei molto più esigente e più rigido.
Allora, se noi siamo nella logica per cui tutto
viene da fuori come un nostro, non come un estraneo, inevitabilmente
ciò che sperimentiamo è il fallimento. Ogni volta in cui tentiamo di
governare totalmente noi stessi ci inguaiamo; ogni volta in cui siamo
docili alla forza che viene da altrove, scopriamo una parte di noi che
non sapevamo di avere.
Per questo, l’ho già detto più volte, la
Salvezza, tradotta in termini moderni, sarebbe essere certi di quella
parola che dice: tu non sei tutto lì. L’esperienza della Salvezza,
la buona notizia è: tu non sei solo ciò che sai di te.
Commento
Allora, dal punto di vista della fede, poiché
viviamo in un rapporto d’amore, sarebbe l’errore ad aver attirato
l’amore di Dio.
Questo l’ha già detto Agostino parlando del
peccato originale :"Felice colpa che ci meritò tanto
Salvatore". E’ un’idea antica del cristianesimo. Ma qui il
problema è ancora più grande, non è solo dire che l’errore
moltiplica l’amore di Dio. Questo per un credente è l’esperienza
quotidiana; basta pensare alle parabole: la pecorella smarrita, l’operaio
dell’ultima ora, il padre misericordioso, il fatto che siano sempre
i secondogeniti a vincere sui primogeniti nonostante tutti i diritti…….
Qui viene detto in un linguaggio non religioso, ma che noi oggi
comprendiamo profondamente ed è quello della vittoria e del
fallimento. Sul detto evangelico:"Se uno ti dà uno schiaffo tu
porgigli l’altra guancia", noi concordiamo in teoria, ma in
pratica diciamo che è una metafora perché in realtà non sarebbe
così. Sosteniamo che il nostro errore attira l’amore di Dio, ma se
poi uno si sente un fallito non va bene. Ne facciamo due questioni
diverse. Salmann invece qui dimostra come le due questioni siano in
realtà la stessa, una sola. Credo che il tema del fallimento vada
approfondito anche perché, per motivi culturali, abbiamo il culto
della vittoria, del vincitore: una delle cose che impariamo in modo
anche non cosciente è che valiamo per quanto vinciamo.
Commento
Se è un amore, non dovresti sentire il fallimento.
E tu senti che non lo è.
In realtà non ci sono amori senza fallimenti ed un
amore non cresce se non ha in parte dei fallimenti. E quando ci sei
dentro, eccome lo senti! Dopo, con molta calma, quando tutto si è
assestato, dici: "Però mi, oppure ci, è servito tanto", ma
solo dopo, perché durante, hai la netta sensazione che tutto stia
andando a catafascio. Poi, se tieni duro e riesci ad entrare nella
logica, ti accorgi che è stato un passaggio fondamentale. Ma solo
dopo. La stessa cosa succede quando stiamo male, quando sperimentiamo
la nostra impotenza a vari livelli: non poter fare le cose, non poter
governare, non poter sapere che cosa accadrà, quindi con tutta la
nostra ansia, la nostra insicurezza che ci fa dire: che cosa farò,
come farò?.
In questo senso è fallimento, è l’esperienza
che nella nostra cultura si vede come fallimentare ed è come uno
spossessamento del governo del proprio presente, del proprio futuro:
non poter sapere, organizzare, garantire, impegnarsi.
"Mi sforzo di far congiungere quel che vi è
di divino in me con quel che vi è di divino nel tutto", si legge
in Plotino. "Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare
di sapere qualche cosa in niente", ha scritto san Giovanni
della Croce. Di là dal significato specifico che queste espressioni
hanno presso i loro autori, verrebbe da osservare – anche solo da un
punto di vista linguistico- che qui un filosofo si esprime in termini
che potremmo attenderci da un santo, e un santo si esprime in termini
che immagineremmo di trovare presso un filosofo. Che cos’è questa
"inversione dei valori del linguaggio?
"Riflettendo su quello sfondo passivo e
passionevole-appassionato della propria esperienza, il filosofo e il
mistico non potranno non confessare la loro umiltà nei confronti dell’evento
che li ha indotti a intraprendere il loro cammino, senza pure
dimenticare o rimuovere la grandezza esaltante del loro compito, l’orgoglio
di dover e poter pensare le condizioni del vivere e conoscere".
Questi due aspetti, secondo me, sono fondamentali.
Ciascuno di noi non potrà mai dire fino in fondo perché è ciò che
è. Possiamo fare un lungo elenco: dall’educazione alla famiglia in
cui siamo nati, alle persone che abbiamo incontrato, alle scelte
fatte, però ognuno di noi sa benissimo che nella sua vita ci sono
stati innumerevoli bivi in cui in realtà non c’è un motivo
identificabile che possa attribuire totalmente a noi il fatto di
essere andati da una parte piuttosto che da un’altra. Naturalmente
poi diciamo che nella vita ci vuole anche un po’ di fortuna e, se
siamo contenti di noi, aggiungiamo che ci è andata anche abbastanza
bene nonostante guai e fatica.
Salmann dice:"Non potranno non confessare la
loro umiltà nei confronti dell’evento…..". Nessuno di noi
che sia onesto è in grado di dire che si è fatto da solo, anzi
ognuno deve riconoscere il lungo elenco di fatti e persone alle quali
dovrebbe andare il suo ringraziamento. Nella mia esperienza penso alle
persone cui non riuscirò mai a dire il mio grazie in quanto il
rapporto non è stato così esplicito, ma casuale, con intrecci
strani; però nel mio cuore penserò a loro come a persone cui devo
molto anche se loro non lo sapranno mai e forse non avevano alcuna
intenzione di orientarmi.
"senza pure dimenticare [….] l’orgoglio di
dover e poter pensare le condizioni del vivere e conoscere".
Noi siamo queste due cose insieme: l’umiltà di
non possedere l’evento che ci ha messi in movimento (nessuno di noi
è nato per propria volontà né morirà governando se stesso), ma,
contemporaneamente, tra i due misteri che sonno l’inizio e la fine
della nostra vita, ci siamo noi con l’orgoglio di dover e poter
pensare le condizioni del vivere e del conoscere. E non è poco, e non
abbiamo altro.
"Commoventi le prefazioni di Wittgenstein alle
sue opere, il modo come Kant deve sempre più tener conto di temi che
di per sé esulerebbero dall’ambito del suo pensare (e del suo
gusto), la malinconia che a volte infesta un pensatore assoluto come
Hegel. E non è casual e che ci sono tanti incroci e rapporti di
saluto, tante strutture parallele nella fecondità e nel fervore
autocritico tra illuminismo e mistica: pensiamo a nomu come
Malabranche e Fénelon, al procedere "Kantiano"della "Salita
al monte Carmelo" di Giovanni della Croce e al retroterra
pietistico di Kant………"
Salmann porta tre esempi classici per dire come
persone, gente che ha fatto il filosofo di professione, nelle
prefazioni o nella scelta dei temi o nella malinconia, mostrano il
pezzo che loro manca, cioè l’evento che non possono possedere. E
non è assolutamente un caso quello dei legami e rapporti di strutture
parallele tra il massimo del pensiero e il massimo della mistica.
Attualmente sto leggendo pagine di Giovanni della Croce e constato
come sia assolutamente vero che il suo modo di ragionare me lo farebbe
pensare come discepolo di Kant. Queste due strade indagano talmente lo
stesso tema che entrambe fanno la stessa operazione: riconoscono un
evento che li ha fondati nonostante loro stessi e riconoscono che la
loro responsabilità è grandissima in quanto spetta a loro fare
quello che spetta loro.
Le due operazioni dell’esperienza e del pensiero
hanno alla loro radice un evento che ci sfugge ed una realtà che è
totalmente nostra. Il problema sta nel tenere insieme le due cose:
- rimanere abbastanza umili da sapere che non ci siamo messi in
moto da soli e dunque c’è un fallimento inevitabile che non è
un fallimento, ma l’esperienza del limite del nostro mistero;
- rimanere abbastanza orgogliosi da sapere che ciò che ci spetta,
spetta a noi e non c’è alternativa.
Trovo tutto questo veramente notevole.