Il Credo:
introduzione generale

Gruppo del venerdì
Novembre – Dicembre 1995

* Entriamo, per la prima volta in questi anni, in un tema ed un metodo propriamente teologici: diverso è interrogarsi, su temi o testi, con un accento sul soggetto che si interroga, o invece l’attività di astrazione di fronte al dato oggettivo della riflessione teologica elaborata, con un accento sul cristianesimo come sistema riflesso.

* Il primo problema da affrontare rispetto al credo è “cosa vuol dire credere”. Per anni abbiamo abbattuto definizioni preconcette, appartenenze rigide, ecc.; e ora? Credere è un dono, una grazia, una decisione, una scelta, c’è un dato oggettivo, quali criteri si usano, come gioca la dimensione soggettiva? Da un lato la fede è presentata come una virtù (con il connesso concetto di impegno morale), dall’altra esiste un tema di responsabilità e soggettività. Tutto questo fa un corto circuito tale che per noi il credo è un elenco di verità intellettuali che funziona solo come criterio finale di appartenenza/non appartenenza. E il rischio è che le uniche possibilità ragionevoli siano un giudizio sospensivo o un affidamento irraccontabile.

* Anche qui, come per il tema del peccato, ci sono due temi che fanno interferenza, come temi esterni, delle culture, e che sono quello della responsabilità e della conoscenza; cioè: ancora una volta il primo tema legato al soggetto, in cui si eguagliano in genere decisione e responsabilità (come decido, su cosa decido di decidere, cosa accade rispetto a me circa ciò su cui non decido,….). Ma per i credenti, la fede non è (solo) un atto di decisione. Il secondo legato all’arco tematico della verità e della sua accessibilità, specie da quando verità è, più o meno consciamente, eguagliato a verità scientifica.

Occorre progressivamente purificare l’oggetto di cui stiamo parlando da queste interferenze, per quanto ci è possibile.

* In questo quadro, ciò che è accaduto al credo, come a tutte le verità prescientifiche, è che è stato “musealizzato”. E’ divenuto oggetto da museo: sulla scansia c’è qualcosa anche di prezioso, ma fuori dalla sua funzione comune. Una serie di oggetti da museo, per la precisione, nella forma di affermazioni concettuali. Il risultato finale è che questi oggetti hanno ormai solo più una funzione identificativa, di appartenenza.

Nel museo, noi vediamo un oggetto in sè, e le spiegazioni ci sono necessarie per immaginarne un uso; nel caso di oggetti vitali, l’operazione è opposta: noi abbiamo un problema vitale e cerchiamo un oggetto che non ci riguarda in sè, ma invece in quanto risponde al nostro problema. L’opera di produzione è nell’adattare l’oggetto al problema.

* Il credo funziona come un oggetto vitale: dall’esperienza di una appartenenza già vissuta, di fronte ai problemi del reale, attraverso la mediazione dell’intelligenza, che è una delle componenti della vita, quindi quanto a questa parte, si produce una verità. Essa funziona non come un dato di appartenenza, perché l’appartenenza è un dato a priori; funziona invece come un percorso vitale (nasce in contesto battesimale e si sviluppa nella traditio/redditio symboli ). E’ il patrimonio mediativo della comunità.

* In teologia questi temi si chiamano “l’atto di fede”; ma il credo non è un elenco di concetti che stabilisce il confine della appartenenza (e, spesso, della intelligenza). Il credo, come i dogmi, funziona come una regula fidei , come un sistema, come un programma della lavatrice: dipende da quali panni hai da lavare e da quale scelta di programma si fa rispetto al problema. Se non sappiamo del nostro problema, allora il credere del credo è inutile. Il credo mette in raccordo il problema che ho con i dati della fede oggettiva e consente che questa “giri” verso la soluzione del mio problema.

* In questo contesto, il significato di “verità” per il cristianesimo è decisivo. Per i moderni, verità è il rapporto che una cosa ha con la realtà (adeguazione della mente alla res , alla realtà); ma per i credenti l’unica “realtà reale” è quella di Dio e della eternità. Dunque, ovviamente, cambia l’operatività del concetto della verità: cosa significa l’adeguazione della mente alla eternità? La realtà risulta, per il credente, sempre maggiore dello spicchio di comprensione del soggetto. Si possono dunque fare delle affermazioni vere, ma non “dire il vero”. Nel cristianesimo la verità è un concetto dinamico, perché è maggiore di me, soggetto che lo pronuncio.

Non a caso il credo nasce in ambito liturgico: la liturgia è il luogo dove i credenti fanno l’esperienza del punto di vista di Dio, della storia già riassunta e restituita al Padre in Cristo, è la realtà reale, il luogo di ogni possibile verità. Non nasce in ambito dottrinale, catechetico (il che avrebbe senso se fosse un elenco di verità concettuali); invece nasce nella vita già redenta; e solo in questo ambito si usa.

Il credo funziona come intersezione tra una vita e una appartenenza credente ed una elaborazione di verità su questo. E’ la fatica di una comunicabilità, di pensare la fede come spiegabile. Ma il credo non è recitabile senza una vita dentro, altrimenti non funziona nulla: l’unico problema, dunque, è che succede alla mia vita, alla mia esistenza che sta nella storia e non nell’eterno, di fronte a questo. Che ci faccio con questo strumento?

* Ora: che tipo di sistema/strumento è questo? La struttura del credo (vedi schema grafico) è dunque una (sbilanciata) struttura relazionale, due parti (soggettiva, del soggetto che professa il credo, e oggettiva, del dato in sè offerto da Dio) in dialogo [anche se più propriamente si dovrebbe dire “soggettiva-soggettiva”, perché la relazione soggetto/oggetto è tipica di un tema di conoscenza, mentre di un tema vitale è tipica la relazione intersoggettiva]. C’è il movimento (dal punto di vista di Dio) che io che professo il credo faccio, e il movimento (sempre dal punto di vista di Dio) che Dio fa verso di me; attenzione: entrambi dal punto di vista dell’eterno! La parte soggettiva è nei verbi, che sono al singolare (unico caso, insieme al Confesso, nella liturgia), che sono la messa in gioco, dietro a questi verbi c’è la parte soggettivamente importante, il luogo da cui io dico credo, professo, aspetto (ed è già una bella progressione, perché dopo credo e professo non c’è “faccio”, ma “aspetto”!). Ed è chiaro che questo non c’è nel credo, nel testo: questa è la parte che riguarda noi, che scriviamo nella nostra vita. L’oggettività è costituita Dalle tre persone, ognuna caratterizzata da chi sono, quale è il loro luogo e che fanno (natura, relazione e funzione), che sono perfettamente coincidenti tra loro; si noti che dalla parte di Dio il movimento sono dei sostantivi, non dei verbi: per i cristiani è molto chiaro che la distanza che c’è, per gli umani, tra identità e azione, per Dio non esiste. Da lì in poi c’è un cambiamento: Chiesa, ecc.

* I verbi: dopo credere, c’è “professo”, che è parzialmente un sinonimo. Infatti, il Battesimo per il perdono non ce la si fa neppure a crederlo, si fa come un atto di fiducia in qualcosa che ci viene dall’esterno, che è la cosa più difficile da credere che ci sia (come ben dimostrano le nostre discussioni degli ultimi due anni). E poi c’è ‘aspetto’: contro ogni pulsione volontaristica dell’Occidente. Dal punto di vista dell’eterno, non c’è nessun verbo fattivo!

* Credere “in” o credere “a” è, in italiano molto diverso; credo in te è credere nella totalità della persona che ci sta di fronte, e lo diciamo, in genere, come riconoscimento della debolezza dell’altro che ha bisogno di un sovrappiù di fiducia; credo a te significa molto di meno, significa credere alla verità delle affermazioni che il nostro interlocutore fa, e significa riconoscere la sua forza, il suo potere, la sua autorità. Nel credo Dio è creduto nella sua debolezza, non nella sua autorevolezza. Basta pensare al “vengo a voi solo con Cristo, e con Cristo crocifisso” di Paolo.

Il credo si dice in piedi: è una connotazione di forza, significativa, perché il credo nasce e vive in ambito liturgico.

* Dunque: credo la Chiesa, non qualsiasi, ma una, santa, cattolica e apostolica; si discute se significa “quando è una, ecc.” oppure “che è una, ecc.”. Comunque è su una posizione diversa rispetto alle tre persone.

In fondo, poi, ci sono le concretizzazioni: cosa c’è da fare? Professare il Battesimo per il perdono e aspettare la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà, una personale e una collettiva, sul mondo c’è una attesa. Anche qui: è la vita che verrà o è il mondo che verrà? E’ la vita, la vita nuova che per il mondo viene, ma l’oscillazione tra le due sottolineature è costante nella storia della Chiesa, rispondendo mano a mano a problematiche ricorrenti nella vita credente.

Queste cose (la Chiesa, il Battesimo per il perdono e la vita del mondo che verrà) sono le condizioni di realtà poste da Dio per consentirmi di stare nella relazione, cioè dal punto di vista del desiderio di Dio le condizioni dentro la storia.

* I testi storici acclusi al dossier mostrano come si arriva al sistema: non la costruzione di una lista concettuale, progressivamente aggiustate, ma invece la costruzione di una struttura vitale; i testi sono molto diversi, nei contenuti e nella struttura, perché nascono nell’interazione con la vita concreta delle comunità. Si aggiusta progressivamente il sistema perché risponda al massimo di problemi vitali possibili.

Nasce in ambito liturgico, non dottrinale, ma vitale, della vita già trasfigurata, nasce come il sistema del Regno per affrontare la vita. Poi c’è la leggenda dei dodici apostoli: non prosegue per principio di autorità, ma come passaggio alla diversità delle comunità con origine apostolica comune; poi si struttura nei Concili, di Nicea e Costantinopoli.

(Esperienza delle litterae comunionis ).
(Definizione e uso del termine ‘simbolo’ ).

* Si tratta dunque di lavorare su queste verità come un sistema, cosa accade a me, a cosa sono appellato, a quali miei temi problematici risponde l’insieme di questi testi.

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