Storia della Chiesa (X)

Gruppo del venerdì
Gennaio 2002

Abbiamo fino ad ora dedicato gran parte del tempo ad individuare alcuni problemi fondanti, che funzionano come mattoni della figura di chiesa, parole fondanti, come la questione territoriale, la questione della nascita dell’autorità del Romano Pontefice, eccetera; abbiamo cominciato a parlare delle scoperte geografiche, della questione delle eresie, e così via.

Questa sera vorrei parlare dell’individuazione del punto in cui, quando si parla della costruzione della forma strutturale della chiesa, nei suoi aspetti istituzionali, ci si comincia ad occupare della costruzione di una visibilità possibile dell’esperienza credente; questo è esattamente il problema che anche noi oggi abbiamo. Noi oggi, qualsiasi passo facciamo nella direzione di una visibilità dell’esperienza credente, rischiamo di sentirci fondamentalisti, e l’esito finale è che ognuno gestisce la propria esperienza credente con la sua coscienza, sul piano personale e spirituale. Purtroppo però una forma umana di cristianesimo che non abbia un’esperienza visibile non si dà, perché questo negherebbe l’incarnazione, l’essenza stessa del cristianesimo. Da qui in poi, è tutto da discutere, non c’è accordo sulle possibili forme visibili. L’unica cosa chiara è che il cristianesimo non può non averla. Il punto massimo raggiunto da una forma visibile determinata è anche, normalmente, il punto di rottura; nel caso della forma in cui viviamo (o meglio entro cui gli esiti finali viviamo) si arriva alla dissoluzione di questa forma con il Concilio Vaticano II. Questa è una questione molto importante e ci consentirà di capire molte cose.

Dunque questa sera vediamo l’inizio di questa crisi che, per chiarezza di esposizione, possiamo legare sostanzialmente a tre fattori: la repressione delle eresie, la questione che viene convenzionalmente chiamata “la nascita dello spirito laico” o inizio della secolarizzazione, e la crisi conciliatorista.

In genere, di questi tre elementi, si ha una conoscenza tendenzialmente un po’ da fumetto ideologico sulla repressione delle eresie, tendenzialmente da pamphlet ideologico sulla nascita dello spirito laico, e quasi tendente a zero sulla crisi conciliatorista. Dal punto di vista della forma storica della chiesa la questione più importante è invece proprio quella della crisi conciliatorista. E’ uno degli elementi che consentirà anche di capire perché, ad esempio, la nascita dello spirito laico non è stata integrata, come precedente la nascita della strutturazione geografica dei poteri, della ristrutturazione geografica dei poteri all’epoca di Carlo Magno, che sono diventate un volano che dà energia alla chiesa che si organizza; la nascita delle monarchie nazionali e lo spirito laico invece si ritorcono contro e diventeranno l’opposizione costituita dalla secolarizzazione.

L’idea che abbiamo sulla repressione delle eresie è un po’ quella collegata all’inquisizione: questo però è l’ultimo passaggio cui si giungerà, di una storia che dura più o meno 200 anni, in cui il rapporto tra chi si sente depositario dell’ortodossia nella chiesa e chi si vive come eretico, si costruisce progressivamente (e mutuamente!). Tra il 1000 e il 1050, quando comincia la crisi delle eresie, cioè dei movimenti interni della chiesa che interpretano in modi diversi la Scrittura, l’idea di Dio, eccetera, sotto alcune spinte che il tempo pone, non è affatto riconosciuto da tutti che il Papa abbia una funzione universale nella chiesa; non c’è un primato romano nel senso in cui noi lo capiamo oggi. Noi pensiamo all’inquisizione come qualcosa che funzionerebbe a partire da come noi abbiamo oggi il papato, dunque una struttura centralizzata della chiesa, in cui, a torto o a ragione, ognuno risponde al suo superiore in una struttura d’autorità definita; quindi l’inquisizione partirebbe dal “papa cattivo” che la pensa e la organizza.

Quello che noi viviamo è invece il frutto proprio di quella crisi: non esisteva affatto prima. L’inquisizione non nasce come un fenomeno centralizzato. La cosa che i movimenti ereticali mettono in luce è che c’è un tema di autorità: non si sa bene chi comanda chi e in nome di che. Non è ancora definito un modello di autorità.

Comandava chi comandava: in ogni situazione locale chi aveva l’energia e le idee, il potere, la capacità, la lungimiranza di darsi un’organizzazione, la dava. Il risultato è, per esempio, la lunga lotta per le investiture. La prima definizione di autorità è quella dei vescovi. Il braccio di ferro sulla nomina dei vescovi, sul fatto che i vescovi siano nominati dal papa o siano nominati dall’imperatore o addirittura eletti dai canonici della cattedrale, è una questione che per tre secoli strazia la cristianità, ma strazia nel senso che ognuno faceva ciò che gli pareva. Questo significa che c’è una grande difficoltà a immaginare se l’autorità nella chiesa va da giù a su, o da su a giù. Cioè se è il popolo, la comunità, i grandi elettori, cioè se è la base che, in qualche modo, riconosce e giustifica un’autorità o se c’è un’autorità che comanda su una base: questo verrà deciso in modo radicale, nella chiesa cattolica, solo dopo la crisi conciliatorista. La teorizzazione sarà che “l’autorità viene da Dio”, in senso storico, e quindi viene dall’alto. Con tutta la potenza organizzativa reale che un’affermazione del genere comporta, sarà chiara ed accettata, o imposta alla cristianità, di fatto, soltanto dopo la crisi luterana, sul modello delle monarchie assolute. Prima l’idea era: l’imperatore è un semidio, e dunque di un’altra razza, poi ci sono i tribuni, i consoli, eccetera. C’era un’autorità simbolica e un’autorità di governo.

L’autorità di governo non era democratica nel senso moderno, ma certo non aveva una giustificazione dall’alto, ma dal basso, dal fatto che c’era, dal fatto che era riconosciuta. Il diritto di ratifica è un’istituzione antica del Diritto Romano che funziona fino al 1000 in modo più o meno tranquillo. E nella chiesa era sostanzialmente normale, anche perché stiamo parlando di persone, di numeri, molto ridotti, per le quali lo scettro dell’autorità era sempre locale in quanto era rarissimo avere contatti con ciò che era più alto del locale; sul locale ci si conosceva tutti e c’era un meccanismo di autoregolazione di un’autorità.

Quando, intorno al 1000-1200, si cominciano a porre anche delle questioni teoriche sull’autorità (se viene da Dio, e così via) avviene la prima teorizzazione della questione dell’autorità. Il modello che si assume è quello delle nascenti monarchie assolute, cioè dei sovrani che sono al di sopra della legge.

In particolare, nella repressione dell’eresia, si fa l’esperienza che non si sa chi decide se uno è eretico o non lo è e che cosa bisogna fare contro gli eretici. Per cui, in tutta Europa, ad esempio, cominciano a vagare persone inquiete o problematiche rispetto a certi temi religiosi che, presso un principe erano condannati, presso un altro erano utilizzati come sapienti di corte.

Allora, in una società, che era stata fortemente stanziale, comincia un movimento che diffonde idee e l’inquietudine diventa sempre più grande. Questo, insieme alla questione della nomina dei vescovi, comincia a provocare un certo sfaldamento, scontentezze varie e così via e si comincia (da San Bernardo in poi) a invocare la necessità di riforma della chiesa. Il che non vuol dire tanto riforma degli abusi, ma significa piuttosto “dare una forma”: occorre decidere chi comanda, chi ha autorità per comandare e sulla base di quali criteri. Si tratta di darsi una legge unificata.

Ad esempio, a causa di questa ricerca di forma si espande moltissimo l’esperienza monastica, che si dà una regola, e la regola vale nei monasteri, e ha una visibilità di vita chiara. Per ogni monastero c’è un abate; l’abate ha come criterio di giudizio la regola, in tutti i monasteri, dovunque essi siano, c’è quella regola. Da questo punto di vista diventa un principio ordinato e rassicurante.

Nella repressione dell’eresia succede di tutto: alcuni sono considerati eretici in un luogo e non eretici in un altro, sono perseguiti in un luogo e onorati in un altro; movimenti religiosi ereticali prendono possesso delle città e le governano secondo le leggi religiose, e così via.

Convenzionalmente dal 1140, con i Decreti di Graziano, si individua l’inizio di una legislazione sull’eresia, ci si rende conto che tutta questa effervescenza fa male a tutti: alla struttura feudale che si sta sgretolando come alla chiesa e si mettono in gioco troppe cose. C’è una grande unione tra potere temporale e potere religioso, che cresce fino a che il Concilio Lateranense III dà una serie di criteri su come affrontare la questione dell’eresia.

Avendo come modello l’esperienza delle crociate, si cerca di dare visibilità a queste decisioni con la “crociata contro gli Albigesi”, passata alla storia come particolarmente sanguinosa, proprio perché è stato fatto di tutto per renderla visibile, dura e significativa. L’idea era quella di accomunare simbolicamente gli infedeli fuori e gli eretici dentro, come un pericolo omologo: si fa una crociata contro gli infedeli e quindi anche contro gli eretici. Di per sé, questo, con l’immagine che noi abbiamo dell’inquisizione, delle torture, dei roghi delle streghe, ha ancora poco a che fare, è ancora nella logica, un po’ brutale, dei tempi.

L’inquisizione (che nasce intorno al 1200) invece segna un salto di qualità, perché è l’elaborazione di una forma possibile di autorità non solo interna, ma di collaborazione fra autorità religiosa e autorità cosiddetta politica. Dal punto di vista simbolico non è una crociata, ma una lotta di coscienza, che riguarda cioè il singolo: E’ un salto di qualità nell’esercizio del potere: elimina la soggettività di chi sta di fronte, di chi la pensa diversamente. Questo è il primo elemento che farà sì che lo spirito laico, invece di funzionare da mattone di costruzione per la nuova forma della chiesa, dato che ciò che gli è negato è proprio la sua soggettività, diventa elemento di scontro e di opposizione radicale. Questa è una “lettera” nell’alfabeto della forma di chiesa che noi ci portiamo dietro, nel senso che, se non risolviamo il problema della soggettività di ciò che non è uguale a noi, che chiaramente oggi è problema posto in modo molto diverso rispetto al 1200, non ne usciamo.

L’esempio classico è la situazione nella quale ci troviamo oggi: il Concilio Vaticano II ha aperto una grande stagione di dialogo interreligioso, ecumenico, e così via, ma, almeno apparentemente, tutte le altre soggettività non hanno voglia di dialogare con noi. Il mondo cattolico si deve rendere conto che questa “alterità” ha fatto un altro percorso e si pone in un altro modo. Oggi questo elemento è pesantissimo anche all’interno della chiesa, dove si deve risolvere la questione della soggettività dei diversi elementi che la compongono.

L’inquisizione dunque fa del suo peggio, tuttavia è un po’ meno diffusa di quanto si sia abituati a pensare, nel senso che l’attività dell’inquisizione non è stata numericamente così grande, anche per motivi tecnici e organizzativi. Questo non per sminuirne la gravità, ma per specificare che, ad esempio, non è stato un fenomeno omogeneo. La parte religiosa è affidata ai Domenicani, ma in quegli anni è qualcosa che non sconvolge molto il mondo cosiddetto cristiano.

Il secondo elemento, la seconda “letterina” è la questione della nascita dello spirito laico. C’è un primo problema che è quello della nascita delle monarchie nazionali: la forma del cristianesimo che si era invece strutturata mentalmente, anche se non nella realtà, sul sistema imperiale. Gli imperi erano già in crisi: da diversi secoli erano solo formali. Quello che succede, tra il 1250 e il 1400, è un rovesciamento radicale, nel senso che si passa dal grande interregno, dalla guerra dei cent’anni, alla nascita e strutturazione di monarchie nel senso moderno del termine. Questa lunga fase di indebolimento e di lotte tra loro dei poteri civili teoricamente avrebbe dovuto servire come rafforzamento del Papato, invece succede il contrario.

La struttura temporale della chiesa, la struttura d’autorità, in questo momento storico è profondamente parassitaria rispetto ai poteri temporali: se i poteri vanno in crisi, va in crisi anche il papato. Francia, Inghilterra e Spagna cominciano a costituirsi come monarchie in senso proprio e, a cavallo tra il 1300 e 1400, si affrontano nella guerra dei cent’anni, che crea una serie di nuovi equilibri e squilibri. Sarebbe interessante approfondire la questione del conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII, che dal punto di vista storico evidenzia benissimo che cosa significa conflitto parassitario, nel quale non c’è una contrapposizione reale, in quanto le due parti sono strutturalmente identiche.

Nel 1324 c’è un passaggio particolare che è il conflitto tra Giovanni XXII e Luigi di Baviera, sul riconoscimento reciproco, senza il quale non poteva esistere un’autorità reale. Questo conflitto porta a far sì che l’imperatore designi un anti-papa.

Qui ha il suo inizio la crisi conciliatorista: cominciano cioè a moltiplicarsi i papi. Non riuscendo a definire l’autorità, ognuno si dà la sua, praticamente senza un criterio. Si cominciano ad utilizzare due criteri che, dati i tempi, sono innovativi.

Primo criterio: esistono due poteri, uno spirituale e uno temporale; i poteri sono distinti, o distinguibili e bisogna decidere se stanno in una sola persona o possono essere divisi su due persone. Questa idea si svilupperà, nel Concilio di Trento, con la definizione dei tre poteri dei vescovi: insegnare, santificare, governare, e con l’affermazione che questi tre poteri sono distinguibili, ma devono stare tutti nella stessa persona. Quindi un vescovo che non ha un potere di governo, cioè non ha una diocesi, non è vescovo valido.

La seconda idea che nasce è: che cosa è la chiesa, chi fa la chiesa? Sono secoli di una soggettività di carismatici spirituali, molto forte; alcuni di questi, come Francesco e Domenico, vengono esaltati, presi a modello di una chiesa possibile e così via, altri vengono condannati (gli eretici), e nasce quella cosa al fondo della quale noi ci troviamo che è il processo di clericalizzazione, l’idea di giuridizzazione del rapporto, cioè l’idea che un corpo è costituito se è un corpo ordinato gerarchicamente: il corpo è ordinato se c’è un legame giuridico tra superiore e inferiore e questo consente il governo.

La crisi conciliatorista, in termini tecnici, si scatena e viene chiamata Grande Scisma d’Occidente (1380-1420). Dopo lo strascico della questione di Avignone, le discussioni con i Francesi, e così via, ad un certo punto ci si trova ad avere due papi, e nessuno è in grado di decidere chi è il papa e chi è l’anti-papa. Si convoca un concilio, a Basilea, che dovrebbe deporre entrambi i papi ed eleggerne un terzo: cosa che il concilio fa, ma i due papi non accettano la deposizione e dunque ci si trova con tre papi. Questo concilio intravede il grande principio alternativo possibile, cioè dice: abbiamo capito come funziona l’esercizio dell’autorità nella chiesa. L’autorità è del concilio, cioè il grande criterio è la sinodalità. Si stabilisce che da lì in poi, ogni quattro anni, si dovrà indire un concilio per stabilire le grandi linee di governo della chiesa e verificare l’attività del papa. Gli orientali intravedono in questa scelta della sinodalità la possibilità di un ricongiungimento con Roma (il famoso Concilio di Firenze). In due convocazioni, la decisione sull’indizione dei concili ogni quattro anni fallisce. A fronte di questo i papi vedono il grande rischio di appannamento della figura pontificia e dunque vedono di mettersi d’accordo in modo che ci sia un papa solo.

Questo è il nodo conciliatorista, grande problema che è arrivato fino al Concilio Vaticano II. Al punto che l’approvazione di Lumen Gentium avvenne solo con l’accordo di premettere la nota previa che stabilisca i legami tra concilio e papa: che il papa ha autorità anche da solo mentre il concilio ha autorità solo se è in comunione col papa.

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