Storia della Chiesa (IV)

Gruppo del venerdì
Gennaio 2001

L’espansione del cristianesimo, dal IV al VII secolo, avviene attraverso un passaggio fondamentale, culturale e strutturale, sia dal punto di vista del pensiero che della forma, cioè dell’organizzazione. L’asse si sposta di fatto dall’oriente e dal nordafrica al centroeuropa, con un’evangelizzazione del nord che, nel giro di un secolo, si trasforma in rievangelizzazione del sud da parte del nord. Questo movimento, che diventa molto forte, è legato ai nomi ricorrenti di Bonifacio, l’apostolo dei tedeschi, e Patrizio, arrivato fino in Irlanda.

Come già si è detto la volta scorsa tutto ciò è segnato da due fatti fondamentali:

  • la chiusura a sud che avviene per la progressiva difficoltà di viaggiare in quanto la tecnologia del sesto secolo, ad esempio la capacità di navigazione, è molto più bassa di quella dell’epoca romana;

  • la rottura con Costantinopoli e, dopo il VI secolo, l’Islam, che creano una barriera per cui il baricentro si sposta.

Tutto ciò avviene in modo particolare nell’incontro con i Franchi attraverso la mediazione dei longobardi. La vicenda sulla dinastia franca è abbastanza complessa dal punto di vista storico, perché comprende vari rami. Inoltre noi ragioniamo sempre in termini globali invece lì esiste una grande frammentazione: si dice impero, regno e si intende, in genere, città o poco più. Tutta la vicenda però inizia a conformare le strutture e la logica ecclesiale che noi praticamente avremo, dal punto di vista organizzativo, fino ai nostri giorni. E’ un momento di grande passaggio, poco conosciuto, in genere poco richiamato, ma costituisce l’ossatura organizzativa, giuridica, la cui conseguenza inevitabile, in qualche modo sarà l’organizzazione che nel medioevo verrà data.

E’ come se in quel periodo si stabilisse l’alfabeto, con le sue lettere e poi, nel medioevo, si incominciassero a scrivere le frasi, naturalmente partendo dalle lettere base: l’alfabeto latino da cui scaturiscono le varie lingue neolatine. (se l’alfabeto fosse stato cirillico o la scrittura araba, si sarebbero formate altre lingue). Dal punto di vista dell’organizzazione della chiesa ciò che succede in quel momento, con lo spostamento dell’asse a nord e la riorganizzazione tentata dai Franchi, è proprio, rispetto alla struttura ecclesiale, la costituzione dell’alfabeto.

Quindi lo stupore, come dicevo la volta scorsa, non è nella continuità, ma nel fatto che ci siano elementi di cambiamento; che la logica umana, storica, abbia seguito un certo percorso per cui il medioevo sia giunto a teorizzare certe cose non stupisce, se si comprendono i punti di partenza. Ciò che stupisce è la presenza dei mistici, ad esempio, i quali hanno ragionato in un altro modo.

Questo è il contesto da cui partiamo questa volta e nel quale compare la questione dell’Islam.

L’Islam è un fenomeno abbastanza strano perché nella sua origine nasce come un tentativo di conciliazione tra giudaismo e cristianesimo, cioè come tentativo di sintesi superiore dell’eresia giudaica ed è di nuovo di matrice semitica. L’idea di Maometto è quella di dare un libro certo e definitivo il quale consenta che non si creino più eresie. Ma tale operazione fallisce quasi subito.

Nei nostri libri di scuola la nascita dell’Islam si fa risalire all’egira, la fuga di Maometto, però nessuno spiega mai da che cosa e per dove fuggisse: volevano eliminarlo a causa dei suoi tentativi di conciliazione delle tribù. Egli aveva, in qualche modo, il disegno di riorganizzare, riportare nell’area semitica l’asse di questo grande movimento che si era separato: il giudaismo in forte calo, il cristianesimo in grande ascesa, figli dello stesso libro che avevano male interpretato.

Perché si dice normalmente che l’Islam nasce con la fuga, l’egira? Perché è come se Maometto si rassegnasse all’idea che la conciliazione è impossibile ed capisca che occorre fare un’altra cosa. E’ lo stesso principio del conclave di Basilea per cui, non riuscendo a mettere d’accordo papa ed antipapa, ne elessero un terzo e così ne ebbero tre anziché uno. In genere ogni tentativo di conciliare un grande conflitto attraverso una sintesi astratta, ha come esito una nuova frammentazione. Dunque l’Islam nasce per differenza alle cose che sono viste come errori del giudaismo e del cristianesimo. Ad esempio l’interpretazione testuale così rigida è vista come l’unico correttivo possibile al fatto che si permette alla gente di interpretare come vuole e poi tutti si scannano. Allora il criterio, per oggi e per sempre, diventa che il Libro si legge per quello che è scritto, senza alcuna discussione.

L’Islam trova un ventre molle nell’impero romano decadente in quel momento, soprattutto lungo la costa nordafricana, e dunque vi si espande a macchia d’olio con grandissimo successo non solo di guerra, ma anche di seguaci. La guerra è in realtà abbastanza relativa; molto più potente è la presa che ha l’idea di aver tutto chiaro in un momento così confuso. Questo, mi pare, un dato ricorrente. Se pensiamo che la battaglia di Poitiers è del 732, quando vengono fermati in Europa, e l’egira del 622, vediamo che in un secolo, da niente hanno conquistato tutto il nordafrica e risalito la Spagna, naturalmente con i sistemi del tempo in cui si mettevano città fortificate lasciando il resto del territorio invariato, senza governare. Però l’impresa è veramente non da poco.

Il grande incontro-scontro avverrà a Poitiers, tra gli eredi dei Franchi, quel tipo di civiltà che aveva poi assunto tutta la forma della cavalleria, e questo altro mondo.

Noi, pensando alla storia della chiesa, abbiamo in mente: la persecuzione, i grandi vescovi romani, Costantino, il cristianesimo imperiale, poi un grosso buco nero e quindi il medioevo (a volte nel buco nero stanno i monaci). Il problema è che l’alfabeto di come si struttureranno le chiese si fa in quel buco nero e lo fanno i non romani, i non greci ed i non ebrei, ma l’incontro tra la cultura araba e la cultura barbara che ha guardato a Roma, una cultura mitteleuropea. Noi spesso ragioniamo sul cristianesimo come religione nata dall’incontro tra il mondo semitico ed il mondo greco-romano, il che in generale è vero per l’aspetto intellettuale; ma l’aspetto strutturale, cioè istituzionale, nasce dall’incontro tra il mondo barbaro ed il mondo arabo. E quindi è un bel crogiolo che dentro ha di tutto.

La grande conciliazione che Maometto sognava si attuerà di fatto per circa centocinquanta-duecento anni nel grande rinascimento spagnolo dove cristiani, ebrei ed arabi vicranno una convivenza e non a caso la sconfitta definitiva dell’Islam è in genere contata nello stesso anno del rogo dei Talmud in Spagna, nel 1492, che a noi fa venire in mente soltanto la scoperta dell’America mentre è invece l’anno della caduta di Granada. E’ la cristianissima Spagna, è la cristianità che guarda verso nuovi mondi con l’inizio del colonialismo cattolico.

In questo periodo il cristianesimo diventa innanzitutto una religione di campagna, cosa che non era mai stato, e ciò si potrebbe definire la prima lettera dell’alfabeto che, se ci pensiamo un attimo, si è mantenuta fino agli anni cinquanta-sessanta di questo secolo. Soltanto dal Concilio Vaticano II in poi ha ricominciato a diventare vagamente interessante per alcuni tipi di intellettuali o per alcune realtà urbane. Solo dall’ottocento, dalla questione modernista, il cristianesimo ricomincia a dialogare con temi diversi da quelli del mondo agricolo; per milletrecento anni resta una religione delle campagne e questo è considerato un dato normale, non problematico, per cui nessuno si fa una domanda sul perché, ad esempio, in Italia, il cattolicesimo e la pratica religiosa tengano di più nelle campagne che in città. Si dice per la tradizione, ma come ha avuto inizio tale tradizione?.

Il cristianesimo nasce in Europa come religione urbana di classi colte ed intellettuali potenti, non come religione dei poveri. E’ esattamente negli anni a cavallo tra il IV ed il VII secolo che esso diventa per la prima volta una religione rurale e questo cambiamento si rivela enorme. Infatti i primi quattro secoli sono segnati dai grandi concili dogmatici perché, essendo il cristianesimo una religione intellettuale, la questione dogmatica sta in prima battuta ed è importante e reale per le persone che vi appartengono. Nel momento in cui diventa una religione rurale, incomincia a sviluppare la liturgia, e la dottrina passa in secondo piano. Così tutta la gestualità assume grande importanza e si mescola ad una gestualità ibrida che si articola con riti magici: ad esempio è di questo periodo l’uso delle rogazioni che riassumono tutta una serie di riti pagani legati al culto della natura, della fertilità e li trasformano cambiandone il linguaggio. In questo momento si assesta l’anno liturgico molto connesso al ciclo dell’anno naturale.

Tutto questo contribuisce a far compiere un passaggio fondamentale: il cristianesimo si radica sul territorio. A noi pare normale, scontato, ordinario, mentre è un’idea geniale che nessuno, neppure i poteri civili, fino a quel punto, era stato capace di pensare. Che cioè la capillarità sul territorio fosse significativa. Gli stessi militari si reggevano con postazioni, ma non andavano oltre.

C’è chi sostiene che “parrocchia” derivi da “pagus”, villaggio. Il nome stesso può essere discutibile, ma è una delle spiegazioni per dire l’intuizione che il raccordo è sulla terra, su cui poi si moltiplica tutto il moltiplicabile come ad esempio il culto sulle reliquie (se il radicamento è territoriale non serve andare sulle tombe dei martiri; bisogna portare le reliquie dei martiri sul posto ed ogni altare ne deve possedere una). Non si fanno più i pellegrinaggi in Terra Santa, ma le vie crucis dentro le chiese: si porta sul territorio tutto ciò che viene individuato come significativo.

In tutto ciò rimane l’enclave, cioè l’esperienza particolare, della vita monastica. I monaci d’occidente (Benedetto – V secolo) entrano in questa logica, ma rimanendone abbastanza esterni per costituire un rinnovamento del territorio facendone una terra di Dio, quindi dall’architettura agli orari, ai modi di lavorare, totalmente regolati dalla parola di Dio, alla liturgia. E, non a caso, sono grandi agricoltori, bonificatori di paludi e vanno a costituire piccole città laddove il crollo demografico e le invasioni barbariche avevano insidiato il territorio.

Questo è un passaggio fondamentale su cui sta la questione dei Franchi, carolingi e merovingi. Rispetto al cristianesimo è la seconda lettera dell’alfabeto essendo il modello istituzionale di governo che la chiesa prenderà a prestito, molto più che non i modelli di stati nazionali, che sorgeranno più avanti, l’idea del monarca che, in qualche modo, si scambierà tra chiesa e stato . In realtà è di questo periodo la nascita dell’idea di stato pontificio, non dalla donazione di Costantino, retrodatazione tipica. Tra l’altro i carolingi avevano fama di organizzatori, ma non erano molto colti e quando scoprivano qualcosa che ritenevano interessante e che poteva servire, le inventavano una storia, la retrodatavano e così era più certo che nessuno l’avrebbe messa in discussione. E’ un lavoro fatto su diverse questioni: sulle proprie dinastie, sugli atti di proprietà delle città, ecc. Così sulla chiesa si sono inventati l’atto di Costantino, arrivando agli antenati nobili di famiglia, cioè all’ultimo imperatore unitario dell’impero.

Allora: c’è la presa di governo dei merovingi e dei carolingi, Carlo Martello, Pipino il Breve, i quali paiono essere l’unica autorità ad avere ancora un senso in questa Europa sempre più frammentata ed attraversata da una fase di grandi migrazioni, molto più grandi delle nostre attuali, non come numero di persone, ma come spostamenti. E gli unici stabili sono appunto questa dinastia. Con la sconfitta di Poitiers, 732, e poi Avignone, i Franchi si sentono come gli americani dell’epoca, coloro che difendono l’Europa, la libertà e la democrazia; dunque Pipino il Breve chiede al papa Zaccaria, non ancora papa nel senso odierno, ma vescovo di Roma, cioè della città dell’antico impero, di riconoscere la sua autorità perché non riusciva ad arrivare in alcun modo a Costantinopoli. E di qui ha inizio tutta la storia del Sacro Romano Impero, l’incoronazione di Carlo Magno nell’800, ecc. Pipino il Breve formula al papa questa domanda: “Secondo te chi è da considerare re di una città?”. E’ una questione chiave che influenzerà almeno i seguenti cinquecento-seicento anni, cioè su quale principio poggia l’autorità: chi dice chi comanda? Finché c’era l’imperatore era chiaro chi fosse perché egli dava potere all’uno o all’altro, ma nello sconvolgimento generale si chiede al vescovo di Roma il criterio per cui uno è re. Il vescovo di Roma risponde: “E’ meglio chiamare re colui che esercita il potere di re”, citando i testi su Davide della Scrittura. Su qesta questione Pipino dice: “Allora del nord sono re io perché mi curo dei vassalli, difendo le vedove, assisto gli orfani, mi occupo dei miei cavalieri”. Ed aggiunge: “Del sud sei re tu perché in Italia sei tu ad occuparti di queste cose”.

Su tale questione si dividono il territorio e da lì in poi i papi accamperanno il diritto di avere un governo sul sud che è stato loro dato dai legittimi re del nord.

Intervento: si sono autolegittimati.

Esattamente. Sul criterio biblico, non nel senso di autorità divina come poi nel medioevo si teorizzerà. Per questo dicevo che qui è un alfabeto. Poi il medioevo elaborerà la teoria: Bonifacio VIII, le due spade, il potere che viene da Dio…. quello che abbiamo studiato a scuola. Ma in realtà le premesse, tendenzialmente poi inevitabili nelle loro conseguenze, vengono poste qui.

Intervento: qui nasce dunque il potere temporale?

Sì, in questo periodo si inventa la donazione costantiniana sempre per creare le pezze di appoggio per tale logica, tra Poitiers e l’incoronazione di Carlo Magno, cioè tra la notte di Natale del 732 e la notte di Natale dell’800.

Questo è, secondo me, importantissimo. E’ vero che si sono legittimati a vicenda, ma non è che ci fossero le Nazioni Unite. Noi abbiamo avuto lo stesso problema per la guerra in Bosnia, circa l’autorità della NATO, il ruolo dell’Europa: o si sta dentro un sistema di potere, qualunque esso sia, e si può essere contro, immaginarne un altro, oppure essere a favore, esserne oppresso, ma si ha comunque un punto di riferimento. Nel momento in cui il riferimento non esiste, come nel caso ad esempio delle questioni umanitarie sovranazionali, chi può interferire? Sembra una questione teorica ma in realtà non lo è.

Lì è esattamente la stessa questione, prima della nascita degli stati nazionali, non dopo come noi. Però è interessante che dentro questa situazione, in cui non avevano via d’uscita se non quella di legittimarsi reciprocamente, il criterio usato è estremamente pragmatico, non integralistico dal punto di vista religioso. Non si dice: “E’ re chi viene incoronato dal papa” ma “chi esercita il potere di re”, con l’elenco di tutte le regole da seguire per essere riconosciuto. E’ interessante come criterio perché ribalta la questione dell’autorità sull’esercizio dell’autorità stessa.

Domanda: come mai, ad un certo punto, Carlo Magno sente allora la necessità di farsi incoronare dal Papa? Praticamente erano due pari.

Esattamente per il principio di interscambio, da lì in poi c’è tutta una storia di duplice riconoscimento in cui ognuno riconosce l’altro e non funziona come un dato assoluto. Carlo Magno manda la lettera al Papa neoeletto per comunicargli che lo riconosce come Papa e questi lo incorona. Il principio è la “littera comunionis” della chiesa primitiva, con cui ogni vescovo neoeleletto riconosceva gli altri vescovi che a loro volta lo riconoscono.

Poi c’è stata la sistematizzazione circa l’origine sacra dell’autorità: quando il medioevo prende questo criterio pragmatico e ne fa un criterio teologico dicendo che l’autorità viene da Dio, il Papa è il vicario di Dio, e dunque divide l’autorità, segue tutto un altro ragionamento, conseguente al primo, però vuole far riconoscere la sua autorità come proveniente da Dio. Il problema verrà successivamente quando la questione posta dagli stati nazionali sarà quello che nessuno chiede più al papa di essere incoronato o no perché l’autorità non è più riconosciuta come proveniente da Dio. Questo sarà il grande choc della chiesa sulla democrazia per cui se il potere è, in varie forme, delega del popolo e non viene da Dio, non funziona più nulla in tutto il quadro.

Allora, ad un certo punto il papa Zaccaria va in Francia da Pipino in seguito ad un nuovo sacco di Roma, poi i longobardi lo riportano a Roma e quindi il rapporto di dipendenza diventa sempre più forte fino all’incoronazione di Carlo Magno. Questo è un periodo abbastanza vivace, il grande periodo di Bonifacio, che gira facendo la spola tra Roma e le varie corti del centro Europa, diffonde il cristianesimo, porta con sé manoscritti delle opere copiate nei monasteri dando inizio ad una specie di tessitura culturale.

La grande operazione che Carlo Magno compie in questo momento è la riforma liturgica che si può definire terza lettera dell’alfabeto, nel senso che egli, sempre nella logica di mutuo interesse, sostiene la necessità di qualcosa capace di creare percorsi di unità in un contesto totalmente sfrangiato. E chi può dare l’unitarietà se non la liturgia, attraverso la stessa preghiera e gli stessi gesti? Però qui ognuno prega come gli pare perché alle origini c’era stata una grande effervescenza liturgica.

Carlo Magno, allora, dopo varie consultazioni, stabilisce di assumere come modello la celebrazione condotta a Roma, definendo una liturgia che per circa mille anni, fino al Concilio di Trento, resterà immutata e sposterà l’idea di liturgia da convito e cena, a spettacolo, creando una sacra rappresentazione. Ad esempio il celebrante inizia a mettersi di spalle. Prima non esisteva il presbiterio. E’ con Carlo Magno che le chiese vengono costruite in base all’idea di autorità: Dio sta lassù, è il sole che sorge da oriente e tutti devono guardare là in quanto l’assemblea dei credenti deve essere un modello per come si deve vivere nello stato dove tutti guardano al re. Anche il prete si gira ma, come il re, sta un po’ più in alto degli altri perciò tutte le chiese hanno gli altari in alto e spesso, addirittura, entrando si scende perché il pavimento è più basso e poi si risale oltre il livello dell’ingresso dove c’è la cattedra.

Questa logica diventerà, nella sistematizzazione del medioevo, la questione dei tre ordini. Qui si incomincia a configurare nella liturgia il modello di convivenza civile. Ancora oggi, quando ci sono i momenti liturgici più antichi che Vaticano II ha reinserito, ad esempio la processione della luce nella veglia pasquale del sabato santo, succede qualche sbandamento perché la gente non sa mai se deve entrare in chiesa o aspettare fuori. In genere, per mantenere il posto, sta dentro a guardare l’altare spoglio e vuoto, senza luci e le persone che per tre volte ripetono “la luce di Cristo” con la triplice accensione dei ceri. Se la logica è quella dello spettacolo con un palcoscenico, gli spettatori sono disposti davanti per assistere e va tutto bene; ma se, come in certi spettacoli degli anni sessanta, la scena si svolge tra il pubblico, succede un certo scompiglio in cui non si sa mai bene che cosa fare.

Noi oggi nella liturgia, se dobbiamo partecipare, abbiamo chi ci dice come muoverci, tranne che per la comunione dove liberamente ognuno prende l’iniziativa, ed è come se fossimo un pubblico che ogni tanto qualcuno invita a partecipare all’azione teatrale. Ma questo è proprio l’allucinazione rispetto alla liturgia che è un’azione collettiva da parte di tutti coloro che vi partecipano. In realtà ciò è solo tutto teorico in quanto siamo posti di fronte ad un palcoscenico, come nelle chiese orientali, con una sacra rappresentazione in cui il prete, come nel medioevo, fa la parte di Cristo dicendo le parole della Cena.

Questo passaggio dall’azione liturgica allo spettacolo liturgico è introdotto con un pensiero molto positivo, cioè con l’idea che, siccome l’ignoranza è molto pesante per il diffuso analfabetismo, vedere può insegnare. Si introduce il tema del vedere come sostitutivo del sapere e, nella liturgia, tutte le ostensioni iniziano da qui.

Intervento:come la frazione del pane…

Era proprio un altro modo di celebrare. Le basiliche storiche in cui esiste ancora la struttura paleocristiana, tipo S. Sabina a Roma, hanno un recinto al centro perché l’idea era quella di definire la differenza tra i catecumeni ed i fedeli, non l’altare.

Intervento: perché inizialmente derivavano dalla basilica romana!

Sì, sullo schema della basilica romana, anziché tra Senatores ed il popolo, la divisione era tra catecumeni e fedeli: solo questi ultimi partecipavano all’eucarestia comunicandosi. I leggii venivano posti ai due lati del rettangolo perché l’insegnamento riguardava catecumeni e fedeli, ma la distinzione visiva era di due ordini. L’officiante seguiva al centro di tutto. Non c’era un orientamento verticale.

Con Carlo Magno le chiese e, duecento-trecento anni dopo le basiliche romaniche, sono totalmente verticalizzate: nascono l’abside, l’altare innalzato con le pale, i quadri, le statue. La basilica paleocristiana ha invece l’abside liscio e l’altare è una tavola a filo.

Domanda: come mai per la fede cristiana c’è nella liturgia il concetto di sacrificio mentre invece il popolo ebraico, dopo la distruzione del tempio, costruisce la sinagoga dove l’incontro è sulla Parola e nella moschea non c’è sacrificio?.

La moschea ha conservato eccome il sacrificio, così come l’ebraismo conserva il senso del pasto rituale, ma diventa domestico e non liturgico.

Nella cristianità la questione viene molto dibattuta, esplode con Lutero che nega il carattere sacrificale della Messa (dove si tratta comunque di un sacrificio simbolico, nel significato) ed allora i cattolici battono sul sacrificio.

Intervento: S. Paolo richiama l’idea di sacrificio. I primi cristiani avevano questo concetto, no?

Nella lettera agli Ebrei si dice che Cristo sostituisce i sacrifici antichi, dunque è giusto che il tempio finisca la sua funzione. Il discorso del sacrificio nasce proprio da una funzione sostitutiva dell’ebraismo. Cristo è stato sacerdote una volta sola ed ha fatto quello che i sommi sacerdoti dovevano fare sempre, perché quello di Cristo è il sacrificio definitivo.

Gli altri aspetti interessanti sono:

* le rubriche, inventate con questa riforma liturgica, cioè i pezzi scritti in rosso sul messale, da eseguire, non da recitare. Es: a mani giunte il sacerdote recita quanto segue, oppure si inchina. E’ esattamente il copione di uno spettacolo in cui viene stabilito l’atteggiamento da seguire. Ed ogni tanto si trova scritto: “A bassa voce il sacerdote dice”. E’ un’accentuazione del ruolo di mediazione: siccome tutti sono girati verso il grande re, succede che il sacerdote, primo dei vassalli, dice al re cose nell’orecchio e non è necessario che il popolo sappia. E’ la logica della sacra rappresentazione della corte per cui si stabiliscono dei gradi. Tutto questo, le cosiddette preghiere apologetiche, cioè quelle espresse a bassa voce dal sacerdote, è stato abolito da Vaticano II: non c’è più nulla di pronunciato dal celebrante che non debba essere udito dall’assemblea.

Domanda: e il canone?

Il canone, la consacrazione e tutta una serie di preghiere dovrebbero essere dette anche a voce alta.

* le messe private, che ci portiamo dietro ancora oggi, cioè l’idea che le messe si possono dedicare a qualcuno in particolare e quindi ci si poteva comprare la messa. (A noi è rimasto per i defunti). Questo significa che nelle chiese incominciano a moltiplicarsi le cappelle perché celebrare tante messe rende. Questa questione avrà una caduta paurosa fino al cinquecento con grandi abusi, quando si arriverà alle cosiddette “missae siccae”. Poiché un sacerdote non poteva celebrare più di una messa al giorno, iniziava nella prima cappella una messa fermandosi prima della consacrazione, nella seconda cappella proseguiva per un’altra messa con rispettiva intenzione e pagamento fino al santo, nella terza cappella fino alla consacrazione; all’altare centrale celebrava la consocrazione e poi alla prima cappella dall’altro lato fino al Padre nostro ed al termine.

Questo era l’abuso del 1500. Però, ancora una volta, non bisogna dimenticare l’alfabeto che è stato scritto e poi, chiaramente, essendo stata messa in circolazione una certa idea, questa si sviluppa con tutte le conseguenze. Ma se vengono dati segnali chiari di rottura affermando ad esempio che le messe non si comprano, che la comunità ha delle intenzioni, deve esprimerle e nessuno paga, si incomincia a spostare una certa idea della liturgia.

* l’uso della penitenza tariffata, nata sull’impulso della vita monastica, contro gli abusi, nel caos e nell’ignoranza, cioè l’idea che ad un certo peccato corrisponde una certa pena. Funziona come la legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente, in realtà era una legge regolativa di un abuso: se uno ti cava un occhio, non puoi ammazzarlo, al massimo puoi fare altrettanto a lui. Oggi naturalmente tale legge fa rabbrividire ma, allora, per porre un freno ai deliri mistici o pazzoidi di penitenzieri folli, i monaci cercavano di elaborare una logica capace di mettere nelle penitenze un ordine conosciuto da tutti perché fosse rispettato. Con tale regolamento si diffonde la confessione personale. Ci vorrà ancora molto tempo prima che ci scrolliamo di dosso questa cosa nel suo aspetto negativo, cioè il forte legame tra atto cultuale del peccato e penitenza-entità della colpa.

Tutto l’alfabeto liturgico nasce in quest’epoca. Ho sottolineato gli aspetti più chiari, ma va detto che, di fronte alla confusione ed agli abusi esistenti, Carlo Magno rimette un po’ d’ordine dando alla liturgia cristiana una struttura che prima non esisteva.

L’altro aspetto interessante è che il vero rinnovamento intellettuale, di cui i frutti pieni si vedranno nel XII e XIII secolo, nasce qui. Carlo Magno capisce che c’è un problema di cultura, che, se non si riprende a scrivere, leggere, studiare, non si esce dalla confusione ed inventa quella che sarà il nucleo originale da cui nasceranno le università, cioè l’Accademia Palatina, un posto dove egli, per la prima volta dai tempi della Grecia classica, paga, mantiene ed ospita alcuni perché studino ed insegnino. Cosa molto innovativa per quei tempi. Sarà la logica, lo stile da cui nasceranno le università, con il passaggio, intorno al decimo secolo, delle cosiddette Scuole delle cattedrali perché i vescovi, sull’esempio di Carlo Magno, costituiranno scuole intorno alle cattedrali e da queste nasceranno le università che impiegheranno molti secoli a sganciarsi dall’influenza religiosa.

Noi fatichiamo a capire il perché nel medioevo ritenevano la teologia “regina delle scienze”, ma è chiaro che in quel momento, soprattutto in occidente, quello era l’unico luogo in cui si poteva ricominciare a leggere ed a scrivere, sui manoscritti della Scrittura. Infatti questa aspetto svolterà nel 1400, quando, attraverso i secoli d’oro dell’ebraismo e dell’islamismo in Spagna, arriveranno i manoscritti greci tradotti in arabo, fino a Tommaso; verranno rimessi nel circuito occidentale e, ci sarà altro, oltre la Scrittura, la Bibbia, a circolare come testo. Cosa che per sei secoli non era più avvenuto. Sarà il tempo di Averroè.

Domanda: la stampa quanti secoli dopo Gutemberg è arrivata?

La stampa ha avuto una grande velocità di espansione, meno di cento anni, perché l’invenzione tecnica si accoppia con la questione protestante per cui tutti i protestanti diventano immediatamente grandi stampatori della Scrittura per favorirne la diffusione con tirature impressionanti per noi oggi.

Domanda: quando è stata inventata la carta?

I cinesi già l’avevano. La carta pergamena è una rielaborazione della pergamena. La pergamena di pecora, uso antico, era un problemaccio per il reperimento molto costoso del materiale. E’ stata usata fino al dodicesimo-tredicesimo secolo.

Stavo dicendo che la stampa si incontra con la questione protestante, con l’evoluzione tecnica rispetto alla carta perché tra il ‘300-‘400-‘500 incominciano ad imparare a fare la carta pergamena utilizzando in parte la pergamena di pecora con delle rielaborazioni che permettono una maggiore produzione. Tutte queste innovazione fanno da volano l’una all’altra tanto che si arriva a produrre trentamila copie, numero enorme, come dire milioni adesso. Quindi la stampa è velocissima nel soppiantare le tecniche esistenti.

Domanda: come si evolve questa rivoluzione di minoranze, quelli che sapevano leggere?

Una delle punte della Riforma protestante era che tutti sapessero leggere almeno la Bibbia.

Intervento: l’evoluzione maggiore dei popoli protestanti sta proprio lì: dovevano saper leggere e scrivere. Così per gli ebrei che dovevano leggere la Bibbia. Per i cattolici non c’era bisogno. Noi siamo rimasti indietro perché c’era chi l’interpretava.

Un’operazione non da poco è quella di ricominciare a studiare e spiegare il latino classico. Inoltre Florio, un diacono, prova a correggere sinotticamente i manoscritti della Bibbia, cosa che si ripeterà nei vari secoli. Cerca di procurarsi vari codici e si pone per la prima volta il problema del testo giusto al quale nessuno aveva mai pensato. E’ un’altra lettera dell’alfabeto nel senso che questa questione non si era mai posta anche se tutti sapevano che le copie erano diverse.

Questo movimento, cioè l’operazione condotta sulla liturgia per l’unificazione di un testo liturgico (allora anche la Bibbia deve essere una sola) è grandissima. I manoscritti non sono tutti uguali: i copisti fanno errori, saltano righe. La ricostruzione della storia dei manoscritti, chi ha copiato da chi, è complessa per il fatto che ci sono varie famiglie; teoricamente si dovrebbe arrivare a pochissime copie originali perché ovviamente i testi sono stati scritti in una, due, al massimo tre copie, non di più. E poi da lì uno ha copiato dall’altro ed i testi sono stati diffusi.

I manoscritti della Bibbia erano un disastro perché contenevano una serie di errori tipici dei copisti i quali, ad esempio, quando una riga terminava con una certa parola e tre righe dopo si finiva di nuovo con quella parola, annullavano senza accorgersi le tre righe. Inoltre il novanta per cento dei copisti copiava senza capire assolutamente nulla, quindi copiavano le figurine. Il greco praticamente non era più conosciuto e tutte le vocali del testo venivano scritte iota perché non si conosceva più la pronuncia delle vocali e quindi si pensavano tutte uguali; e così via.

C’è una cartina che mostra il viaggio di questo monaco del manoscritto B, dove sono state trovate le sue copie e come è stata stabilita la familiarità. Il manoscritto B, grande capofamiglia, conteneva alcuni gravi errori che si ripetono in tutti i testi copiati e sono stati accettati perché per tutta l’Europa sono scritti così.

Florio cerca dunque per primo di sistemare e vedere qual è il testo giusto più probabile ed è il primo ad inventare il criterio di credibilità testuale valido ancora oggi: tra due varianti è più probabile quella che risulta più difficile da spiegare perché quella più facile può essere un aggiustamento. E’ il motivo per cui, ad esempio, si accetta come corretto il testo: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”. Le possibilità sono o cammello o corda e, siccome corda è più facile, viene accettato cammello che è più difficile.

Mentre succede tutto questo in occidente, in oriente succedono altre cose che potrebbero anche non interessare se non per la questione che, in questi anni, ha inizio la lotta iconoclasta, la distruzione delle immagini. I problemi per cui questi avvenimenti accadono appaiono sostanzialmente tre:

* l’influenza dell’Islam;

* la pesante presa di potere a oriente dei monaci rispetto agli altri. (I monaci erano tutti iconografi e quindi la lotta iconoclasta sarà anche una presa di posizione per scalzare il loro potere);

* la svolta magico-simbolica molto più forte in oriente.

La fede nel potere magico delle icone è molto sentita e, come sempre in questo periodo, assume connotati un po’ esagerati i quali scateneranno la lotta iconoclasta e scontri tra l’oriente e Roma che dava ospitalità ai monaci iconografi in fuga da tale lotta. (I sassi di Matera conservano icone di monaci fuggiti). Alla fine di questa vicenda verranno stabilite una serie di regole molto precise su chi può fare le immagini e su come vanno fatte, quindi tutta la tipologia di costruzione delle icone è molto codificata a seguito della lotta iconoclasta. Nel frattempo in oriente si avvia, parallelamente a quello che i Franchi compiono in occidente, l’operazione di espansione verso nord da parte di Bisanzio, slavi, bulgari e russi con la quale si creerà poi il bacino di influenza dell’ortodossia quando le chiese progressivamente si spaccheranno e tutto il nord resterà di là. Corrispondentemente all’operazione di Carlo Magno in occidente, in oriente si inventano l’alfabeto cirillico, quello di Cirillo e Metodio, i due fratelli medici che, con incarico dell’imperatore, vanno per purificare le ultime frange di arianesimo ancora in circolazione, si occupano di trascrivere questa lingua che non aveva scrittura, inventano l’alfabeto e trascrivono la Bibbia nella lingua slava favorendo una potente rinascita culturale.

In questo momento il centro di tutto è la Bulgaria, che diventa proprio il punto culturale di transito e di espansione. Attraverso la Bulgaria transita la scrittura cirillica per la Russia, si mantengono contatti tra Roma e Costantino. La Bulgaria è il grande crogiolo di comunicazione e di cultura in questo momento storico, un po’ come i Franchi che, pur essendo un tantino rozzi, mettono in pratica la loro capacità comunicativa ed organizzativa. Di tutto questo, ciò che resta è la colonia latina che noi oggi chiamiamo Romania, cioè un’isola di linguaggio non slavo, latino, che originariamente era la grossa colonia occidentale presente in Ungheria, appunto come terra di transito e poi, con le persecuzioni, si sposterà per costituire una specie di enclave di area latina dentro un mondo greco-slavo. Non a caso attualmente i rumeni sono la più grande comunità cristiana di rito greco, ma di comunione cattolica, che vengono perseguitati da tutti: i romani non li riconoscono in quanto sono un problema per il dialogo ecumenico, gli ortodossi……

Con questo arriviamo grosso modo intorno al nono-decimo secolo che incomincia a sviluppare “dall’alfabeto le paroline” mettendo insieme dei pezzi, cioè la grande questione del feudalesimo con l’invenzione della cavalleria e dei tre ordini che sono esemplificazioni, applicazioni degli impianti strutturali posti nell’ottavo e nono secolo. Poi, nell’undicesimo-dodicesimo secolo, ci sarà il medioevo che inizierà a costruire la sintassi di questa lingua religiosa ed il volto della chiesa strutturata diventerà compiuto, sia attraverso l’università, sia attraverso l’accentramento papale e l’organizzazione canonica. Ma il punto di partenza sta in questa cerniera.

Intervento: c’è una diversa liturgia degli ortodossi rispetto alla nostra?

In origine è esattamente la stessa, ma un conto è essere dei barbari i quali, avendo una vaga idea da telefilm di come era Roma, si inventano una corte simile, secondo loro, a Roma; un conto è essere imperatore di Bisanzio, ancora un diretto discendente…

Domanda: di lì è nata la differenza dei riti ?

Sì di lì e dalla storia successiva. Leggeremo un documento sulla questione della rottura con l’oriente, sia le scomuniche, sia l’atto di riconciliazione tra Paolo VI ed Atenagora perché è interessante vederli vicino. Nel 1054 avviene la rottura preceduta da una differenza di organizzazione che dura da quattro-cinque secoli e progressivamente ha diviso. Mentre in occidente è il mondo germano-barbarico a stabilire l’alfabeto per gli stili della chiesa latina, in oriente lo è la corte imperiale con altri alfabeti. Poi, più si va avanti più aumentano le distanze perché si aggiunge una progressiva storia di differenza.

Domanda: i sacramenti erano già definiti?

Sant’Agostino dice che i sacramenti sono 623. Ciò che è comune sono: il battesimo, l’eucarestia, la penitenza in varie forme e l’ordinazione episcopale. Il matrimonio è tardissimo. Vedremo alcuni testi. Se Carlo Magno deve sistemare la messa, pensiamo come può essere tutto il resto. Solo il concilio di Trento sistemerà i sacramenti come li conosciamo oggi.

Vi anticipo un testo del decimo secolo sui vescovi di Mans:

“Il signor Mainardo, vescovo (dal 951 al 971) che apparteneva alla nobiltà del Maine, era fratello germano del visconte della città di Mans. All’inizio, invischiato nella vita secolare, ebbe molti figli e figlie. Lo si reputava così giudicava così ignorante che non lo si credeva uno del clero, ma un laico. Tuttavia, poiché la città di Mans era rimasta a lungo senza pontefice, poiché molti volevano ottenere il vescovado con il denaro, anche se altri, dando astutamente le loro informazioni, pretendevano di essere degni dell’episcopato, il Signore, che ha scelto la debolezza per confondere la forza, scelse come vescovo un uomo che aveva coscienza della sua ignoranza ed era un sapiente illetterato, cioè il signor Mainardo, conformemente alla parola della Scrittura secondo la quale una ignoranza umile è preferibile ad una scelta orgogliosa. Con il consenso del clero, del re allora regnante e del popolo, il Mainardo fu consacrato vescovo per volontà di Dio per la sua grande umiltà e la sua grande innocenza.

Dopo la morte del vescovo Mainardo, il signor Sifroi, personaggio dalla condotta deplorevole e biasimevole a tutti i livelli, s’impadronì dell’episcopato vacante. Benché figlio di nobili, compì tuttavia opere malvagie durante il suo episcopato. Tutto ciò che il suo predecessore aveva costruito, egli al contrario si applicò a demolirlo. Già prima di essere ordinato vescovo, cominciò a demolire la Chiesa. Infatti, egli diede un possedimento appartenente ai vescovi suoi predecessori che si chiamava Coulaines, e che valeva mille libbre e più, insieme alla città di Dissay sulla Loira, al conte di Angiò, Folco, affinché questi intervenisse fedelmente presso il re di Francia per ottenergli l’episcopato.

Poi, mentre avrebbe dovuto riconoscere la sua colpa per i beni della Chiesa da lui dilapidati e piangere sui suoi peccati, dopo aver commesso un tale delitto, egli raggiunse il colmo della colpevolezza, prendendosi nella vecchiaia una donna chiamata Audiberga, che, avendo avuto relazioni con lui, concepì delle figlie. Queste morirono, ma aveva anche un figlio, Aubri, che sopravvisse e quando questo figlio fu adulto, suo padre lo colmò di beni che appartenevano alla chiesa….”. (Testo citato in LATOUCHE R., Le film de l’histoire mèdiévale, pp.73s)

Quanto è scritto in questo documento avviene dopo il decimo secolo. C’è proprio un altro quadro in cui tutto ciò accade. E’ un uso incerto di quanto per noi è assolutamente stabilito, la forma giuridica di tutte le cose che per noi sono stabilite dopo Trento, (1548). Dopo tanti abusi si dice basta (!) e si stabilisce la regola che, tra l’altro, è uno dei motivi per cui ci si divide dall’oriente perché gli orientali accettano il matrimonio dei preti, chiedono il celibato per i vescovi e per i monaci. In oriente devono mantenere la condizione in cui si trovano al momento dell’ordinazione diaconale: se non sono sposati nel momento del diaconato, non possono più sposarsi; se sono sposati restano tali, ma non possono diventare vescovi.

La domanda precedente : “Allora è tutta una serie di sovrastrutture”, mi pare la domanda centrale. Il problema, secondo me, è proprio non entrare in questa logica per cui ci sarebbe un preteso originale puro, evangelico, stupendo, giusto, e poi ci sarebbero le incrostazioni della storia. Non c’è un originale perché non c’è un cristianesimo fuori della storia, perché, siccome il Figlio di Dio si è incarnato, non è che Egli, incarnandosi, sapesse per filo e per segno quel era la cosa giusta che doveva succedere alla chiesa da lì alla fine del mondo. Egli si è incarnato assumendo la dinamica dell’inserzione nella storia.

Le storie sono le storie dei credenti che, più o meno faticosamente, e, con la valutazione storica aposteriori, più o meno con successo, cioè azzeccandoci o meno, con più o meno buoni motivi, danno corpo e carne a qualcosa che, altrimenti, sarebbe un’anima astratta. Allora danno corpo usando il materiale da costruzione in loro possesso, cioè la filosofia, le idee, le strutture ed anche la profezia che dovrebbero possedere, cioè la capacità di essere critici rispetto alle cose che usano.

Ma, come noi non potremmo non pensare democraticamente o con un desiderio di democrazia nella chiesa, perché nella nostra cultura l’anelito alla democrazia è un dato chiaro, positivo, così, allo stesso modo, è chiaro che nel decimo secolo non si poteva pensare in altri modi. Il che non significa semplicemente dare un giudizio di tipo storico, ma di tipo teologico, perché quello che sta dietro è il principio dell’incarnazione.

Non esiste un cristianesimo puro, né quello delle origini, né quello di nessun tempo: il cristianesimo delle origini era quello giudaico, greco, ellenista. Matteo scrive un vangelo per gli ebrei, Luca per i greci, perché non c’è un dato astratto, non c’è un decadimento e poi uno sviluppo. C’è un corpo.

Per esempio: non è che ciascuno di noi avesse il suo corpo giusto appena nato ed è vero che funzionava meglio a vent’anni che non adesso, ma è anche vero il contrario perché noi non siamo fuori dal nostro corpo e dal nostro tempo. Dunque non è che la nostra faccia di bambino fosse la sola vera e adesso non lo è più: noi ci siamo in quanto c’è la faccia che abbiamo.

Intervento: l’unica cosa che, facendo i cattivi, si potrebbe dire, è che, mentre prima, stando a ciò che abbiamo ascoltato, non si preoccupavano di mettere i paletti rigidi, adesso abbiamo introdotto molti steccati, ad esempio con i sacramenti.

Un certo movimento si è consumato, stiamo andando verso altro, questo è chiaro. Forse non ci sarà più un soggetto chiesa così, verso cui applicare principi di democrazia. Naturalmente i tempi delle vite sono molto ristretti. Noi stiamo parlando di secoli e nella vita di una persona è difficilissimo vedere ed individuare la mutazione. Per questo si studia la storia: per capire che ci sono dei dati prospettici. Noi siamo esattamente alla consumazione di un modello nato da Trento con un accentramento di tipo giuridico fortissimo, che ha avuto il suo culmine all’inizio del recente ultimo secolo ed è franato nella seconda metà alla velocità della luce. Chiunque in questo momento dica di vedere il modello che ci sarà, mente. E’ difficilissimo capire perché sarà necessaria ancora almeno una cinquantina di anni prima che si consumino fino in fondo le ceneri.

Quest’ultimo papato è stato il punto massimo e insieme la celebrazione del testamento di questo modello perché ha manifestato la maggior centralizzazione possibile nel papa stesso come persona attraverso la sua capacità comunicativa e la sua vita, un accentramento talmente totale che non c’è più dentro nulla per cui ha raggiunto l’apice e, come sempre, anche il punto di crollo. Non è uno scherzo cosa succederà dopo questo papa perché chiunque prenda in mano la situazione si troverà a gestire un modello che non si sa quale sia.

Pio XII aveva già segnato una serie di dati di accentramento personale, ma in una struttura ecclesiale, pur con i suoi limiti, capace di reggere alla grande. Ha potuto scomunicare i comunisti pur scatenando una serie di reazioni ; questo papa ha fatto crollare il muro di Berlino, ma non è riuscito a scomunicarli ed ha dovuto venire a patti con il mondo, con i suoi metodi, con la comunicazione, con gli eventi televisivi. Non ha più potuto, come Pio XII, interpretare una figura ascetica e sacrale che si erigeva su tutto perché in mezzo c’è stato Vaticano II con tutto ciò che è successo negli anni dal ‘50 all ’80.

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