Scritto il 13 Giugno 1999

La confessione

La confessione

Meditazione di Padre Cesare Falletti

Pra d’ Mill, 13 giugno 1999

Sintesi dell’intervento

Parlare della confessione oggi è toccare un argomento che contemporaneamente crea difficoltà ed attira.

La ” pratica ” di questo sacramento è molto cambiata; se da una parte non usa più confessarsi per routine, o perché “serve per l’acquisto delle indulgenze” (ed allora si faceva ogni quindici giorni), dall’altra se ne sente il bisogno, ma non è mai il momento, non si trova il tempo, non si riesce a darsi una ragione valida per doverlo fare. Si aggiunge a questo il fatto che il confessore, oggi più di una volta, è ricercato anche per un dialogo umano e spesso uno sconosciuto “non dice niente” e in più i preti sono sempre di meno.

Cominciamo allora a chiederci cos’è questo sacramento, di cosa è il segno reale ed efficace, per capire cosa è importante vivere in esso e dunque anche “come farlo”.

Un sacramento è sempre una realtà umana, espressa in modo umano e semplice, senza riti misterici o magici, che ci porta ad un incontro con Dio. Certo occorre anche avere un significato per i segni e occorre riceverli con un atto di fede, sapendo che, come per incontrarci e salvarci Dio ha scelto la via dell’Incarnazione, così per farci ottenere la sua Grazia Egli sceglie dei segni e dei mezzi che parlano all’uomo.

Ora, nel sacramento della riconciliazione, quale è il significato? Quando la si chiamava, e la si chiama ancora, “confessione” l’impressione era, e può ancora essere, che la cosa importante sia dire i peccati e se ne è fatta perfino una mistica dell’umiltà, quasi a dire “mi umilio e sono perdonato”.

Questo è un modo per mettere al centro l’uomo e il suo operare, mentre in tutta la nostra fede è Dio che è al centro e che opera per primo.

La riconciliazione è innanzitutto un atto liturgico, anche se è celebrata al di fuori di uno spazio sacro, fra due sole persone, e senza una forma molto fissa.

In quanto tale è una celebrazione: celebrazione della gloria di Dio che si manifesta nella sua infinita misericordia. Andarsi a confessare è celebrare e, dunque, pregare e lodare Dio perché è buono, perché eterna è la sua misericordia.

D’altra parte in latino il verbo che si traduce con confessare significa anche riconoscere pubblicamente. Il Credo è una confessione della fede.

La prima cosa dunque alla quale bisogna prestare attenzione è questo riconoscimento della bontà del Signore, che celebriamo con un rito, per semplice e informale che sia. E questo rito, questa “confessione”, opera realmente in me, come ogni sacramento, una grazia che mi santifica, mi cambia, restaurando in me l’immagine di Dio.

Perché lodo il Signore? Perché nonostante quello che ho fatto, la discordanza del mio comportamento, la lontananza del mio cuore da Dio, Egli mi precede offrendomi il perdono, dicendomi che per lui è più importante la comunione con me che una rigida giustizia, che il suo stesso onore, che la necessità di riparare.

Da una parte dunque è necessario che io riconosca che sono diventato dissimile, per mia responsabilità o anche per la sola fragilità umana, perché altrimenti non si capirebbe perché ringrazio, ma dall’altra celebro un sacramento con un atto di fede dicendo: l’amore di Dio è più grande del mio peccato che sparisce come nebbia al sole se con la mia volontà lo pongo davanti al Signore, o, meglio, acconsento che Dio lo perdoni.

Posso fare questo solamente con un atto di fede circa il fatto che quando chiedo perdono Dio mi ha già perdonato, mi ha preceduto, perché altrimenti non potrei assolutamente fare un tale passo, che mi santifica e mi restaura nella intimità divina.

E’ dunque importante saper dire i propri peccati per riconoscere che Dio non ama l’ideale di uomo che non sono, ma ama proprio me con la mia fragilità, la mia cattiveria, le mie ambiguità, la mia drammatica dissomiglianza dal Creatore, ma anche dalla creatura come l’ha voluta il Creatore. A questa creatura Dio non dice “mi hai deluso”, ma “rialzati e cammina”.

Ma è ancor più importante celebrare con tutto il cuore la grandezza dell’amore divino che mi aspetta sulla porta, anzi esce dalla casa per venirmi incontro, abbracciarmi e dire “rivestitelo dell’abito di festa”.

Questo avviene prima del sacramento e allora perché dover andare da un uomo e non porre semplicemente un atto di fede e di lode nel proprio cuore?

Bisogna ricordare il perché dei sacramenti, di questi gesti umani con cui Dio tocca l’uomo, come i gesti di guarigione operati da Gesù. E così anche il perdono deve essere detto con parole umane, ascoltato e accolto da orecchie di uomo, occorrono gesti umani come l’andare, l’incontrare, il parlarsi. Se sono già perdonato, questo è da parte di Dio. Se vado a confessarmi è perché io devo dire, con gesti miei, che accolgo, acconsento al perdono.

Mi sembra però che c’è un’altra ragione molto importante per la presenza di un altro uomo in questo meraviglioso incontro fra Dio Salvatore e l’uomo peccatore: ogni gesto umano ha una profonda ripercussione su tutta l’umanità. L’unica natura che ci unisce ci rende tutti solidali. Per questo Dio incarnandosi ci ha salvati tutti. “Ogni anima che si eleva, eleva il mondo”. E così ogni anima che si abbassa, abbassa il “tasso di carità” che impregna tutti gli uomini, abbassa il mondo. Di ogni nostro gesto siamo responsabili davanti ai nostri fratelli.

Ma come essere perdonati da tutti coloro che abbiamo ferito, quando tanto spesso (pensiamo alla maldicenza) non possiamo neanche riparare materialmente il male fatto? Anche se chiedessimo perdono a tutti coloro che incontriamo non potremmo mai essere totalmente perdonati. La Chiesa si fa carico di questo dramma del peccato, e, mandata dall’Onnipotente, l’unico che può veramente riparare il male che abbiamo fatto, annuncia efficacemente il perdono, non solo di Dio, ma anche degli uomini. Il prete è mandato a portare questo annuncio. Nulla è irreparabile, e il mio essere perdonato, il ricevere la grazia della Misericordia divina, guarisce, in modo misterioso anche se non tangibile, anche le ferite che ho inflitto agli altri.

E allora cosa dire? Cosa confessare? Il mio peccato vero non lo conosco neppure io. Il vero unico peccato è non essere come Gesù, il Figlio diletto, adoratore perfetto del Padre. A volte questo “fondo di peccato” che è in me appare in un fatto evidente, allora so cosa dire; altre volte, la mia imperfezione non è dicibile se non con parole ripetitive e banali. Queste non sono da disprezzare: come per la preghiera, le parole veicolano l’indicibile. Non posso dire il mio peccato, allora dico i miei peccati. Gravi o leggeri che siano. Perché neppure io so se sono gravi o leggeri. Il mio rapporto con Dio e l’importanza della carità verso gli uomini sono tali che nessuna colpa è leggera e nello stesso tempo la mia debolezza è tale che sembra che nessuna colpa sia veramente grande. Occorre vivere con semplicità, dunque. Stando ben attenti a non cadere negli scrupoli.

E lodare Dio perché è lui che importante e non noi; ciò che fa lui e non ciò che facciamo noi!


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