16 Novembre 2002
Stella Morra

1. Caino e Abele

Commento a: Gen 4, 1-16


Il tema di quest’anno risponde a domande che ci siamo posti spesso nel corso di questi 10 anni di cammino condiviso, dalle forme più semplici su testi biblici in cui c’è un grande carico di violenza o di durezza fino a quelle molto più complesse perché magari dentro una discussione, un seminario, un gruppo questo tema è continuato a tornare. Nelle nostre esperienze di vita quotidiana, nelle fatiche e nei dolori che ognuno di noi ha affrontato in questi anni, tutte le volte in cui abbiamo raccontato di una sofferenza che avevamo, ci siamo detti che avremmo dovuto ragionare un po’ più a fondo su questo tema; ora proviamo ad affrontarlo in riferimento all’esperienza concreta di tutte le nostre vite che hanno un peso di violenza, di dolore, di separazione, di ferite e in nome di tutte quelle volte che ognuno di noi si è arrabbiato con se stesso, con Dio, con la vita.

La lettura che faremo insieme oggi è apparentemente senza speranza, è un impatto un po’ duro, perché ci porta dritto dentro il tema dei conflitti. Inevitabilmente susciterà molte domande. Mettiamoci nell’ottica del ritmo della lectio, che è un ritmo lento; ognuno, per ora, è invitato a tenere per sé le eventuali domande che potrebbero sorgere.

La lectio di oggi

Introduzione

Questo testo ha un vantaggio e uno svantaggio ed entrambi sono dati dal fatto che è molto conosciuto. Come per tutti i testi molto conosciuti abbiamo nelle orecchie il suono del loro racconto, la poesia che ne è stata fatta, non quello che dicono veramente.

Questo testo appartiene al genere letterario mitico, un po’ da favola. Per di più noi abbiamo nelle orecchie la favola che è stata racconta su questa favola, quindi una doppia mitizzazione. Tutti pensiamo che Dio non gradì i frutti di Caino perché erano marci, ma nella Bibbia questo non c’è scritto. Questo è uno dei problemi tipici con la Bibbia; ci sono dei brani che noi non conosciamo per niente, dunque per noi è come se non esistessero, e poi ci sono i brani che conosciamo, che di solito conosciamo a orecchio e quindi per noi c’è solo il racconto che abbiamo nelle orecchie. Uno dei passaggi fondamentali per una buona Lectio è imparare a leggere e lasciare parlare il brano così com’è, senza metterci troppo dentro il nostro racconto.

Nella Bibbia l’esperienza di salvezza precede le domande di senso

Qui il genere è mitico; siamo nei primi 11 capitoli del Genesi che rispondono alla domanda: “Perché tutto ciò che c’è esiste; e perché esiste nel modo in cui è? Perché esiste il mondo, esistiamo noi, perché moriamo, perché c’è la fatica, la malattia, il male?”, cioè quelle che noi oggi chiamiamo le grandi domande di senso.

Ora, il popolo di Israele si pone le domande sul perché, le domande di senso, dopo aver vissuto l’esperienza dell’esodo e incontrato il proprio Dio.

Normalmente noi tentiamo di fare il contrario, usiamo le domande di senso come ingresso. Ci proponiamo alle persone attraverso le domande di senso: quale senso ha la tua vita? perché vivi?… e poi caso mai le condurremo ad un incontro con il Signore. Chiediamoci se sia corretto che noi funzioniamo al contrario della Bibbia. Per il popolo di Israele c’è prima un’esperienza personale di incontro con Dio e di liberazione della propria vita, c’è un’esperienza di salvezza, e a partire da questa ci sono delle domande, per esempio quella sul male.

Funziona come negli amori, uno prima si incontra e poi si chiede che senso ha vivere tutta la vita con quella persona. Un quattordicenne descrive il suo amore ideale, poi si guarda in giro e non trova nessuno, non esiste l’amore ideale. Nel discorso di fede, e soprattutto nella proposta agli altri di fede, in genere noi funzioniamo come degli adolescenti, dipingiamo il senso della vita generale, lo spieghiamo a tutti, convinti che quelli capiranno che Gesù è il senso della vita. Se io mi metto a spiegare il senso della vita in generale nessuno mi crede, perché quello che sto dicendo non è vero, sto raccontando una cosa teorica del tipo “io amerò solo uno ricco, bello colto, di ottimo carattere…”, stupendo! Peccato che uno così non lo si trovi. Allo stesso modo se noi spieghiamo alla gente che il senso della vita è equilibrio nel rapporto con gli altri, fiducia, speranza, serenità, capacità di governare le cose… e che se si sta dentro a tutte queste cose ci si può anche avvicinare a Gesù Cristo, chiunque ascolti dirà “va bene, tanti saluti, lasciamo perdere”.

Capire che questo genere mitico, cioè la questione sulle grandi domande, viene dopo l’esperienza dell’Esodo e non prima è già una cosa interessante. Prima gli ebrei hanno fatto un’esperienza di salvezza-liberazione dalla schiavitù in Egitto: presi totalmente da quello che avevano vissuto, solo dopo si sono chiesti se questa situazione fosse proprio quella desiderata.

Dal generale al particolare

Il testo di Caino e Abele appartiene ad un’altra tradizione letteraria, è stato spostato e inserito qui per fare da ponte tra il racconto del peccato originale a quello della discendenza di Caino. Prima c’era il racconto della creazione, Adamo ed Eva, il peccato originale e poi tutte le discendenze-genealogie dei popoli (che è il modo con cui gli antichi ricostruivano la storia).

Nella genealogia dei Cheniti, si arriva fino all’eroe iniziale, Caino. I Cheniti erano “rompiscatole” incredibili, un popolo aggressivo, dunque Caino di sicuro era cattivo. Dunque questo testo viene inserito qui per fare da collegamento tra il racconto generale sull’origine dell’umanità e tutte le storie singole concrete, le storie di ogni popolo e le genealogie di ciascuno.

Annotazione interessante: quando si passa dal generale al concreto in mezzo c’è un conflitto, c’è il racconto di una cattiveria, di una divisione. Il popolo ebraico, che ha scritto questi testi, l’aveva capito molto bene: nella storia di questa umanità che era una sola e tutta bene organizzata, ad un certo punto c’è la vicenda di Babele, dove si comincia a parlare lingue diverse. Il passaggio dall’astratto al concreto implica le differenze. Questa è un’altra di quelle cose che noi sappiamo, ma di cui non teniamo conto; anche noi a volte facciamo una riunione, parliamo di un tema, siamo tutti d’accordo e poi ci stupiamo e ci chiediamo come sia possibile che ognuno nella sua vita si comporti in modo diverso. Ci dimentichiamo sempre che passando dal generale al particolare si generano le differenze.

Inoltre lo spostamento del testo dalla sua originaria collocazione spiega le tante incongruenze. Ad esempio: Adamo ed Eva hanno due figli; ora: se Caino uccide Abele (e dunque rimane solo), come fa ad avere paura che qualcuno lo uccida? In realtà, come abbiamo detto, il testo era inserito originariamente in un racconto di genealogie di popoli.

Lo spostamento ci dà un’indicazione molto importante. Il genere mitico indica qualcosa di generale, è la descrizione di una dinamica che funziona così per tutti; si dice ‘mitologica’ un’esperienza talmente comune che la si può far diventare una favola raccontabile ovunque. Ma luogo comune non significa che è una “boiata”, ma solo che è un’esperienza molto diffusa, molto sperimentata; è in questo senso che i miti sono dei luoghi comuni.

Ora, è interessante che l’aggressività tra due che sono fratelli sia descritto come un luogo comune. Nella scrittura i fratelli, da Caino ed Abele in poi, si “menano” sempre. Chiunque abbia fratelli e sorelle sa che è un legame fortissimo, inevitabile, ma molto complicato. E’ molto più difficile andar d’accordo con i fratelli e le sorelle che con gli amici perché il rapporto tra fratelli e sorelle è sempre visibilmente conflittuale.

Il luogo comune di cui si parla qui descrive dunque una dinamica generale in cui tutti noi siamo inseriti, fin dall’inizio: quella dell’aggressività e del conflitto. Già questo dovrebbe farci un po’ riflettere.

Noi abbiamo tutti un sogno: ci piacerebbe moltissimo che la Bibbia iniziasse con Genesi 1 e finisse alla conclusione del capitolo 2. Se ci fossero solo questi due capitoli (il paradiso terrestre, Dio che passeggia nella brezza della sera, l’uomo che dà il nome alle piante e agli animali…), a noi andrebbe benissimo. Purtroppo al capitolo 3 (racconto del peccato originale) la cosa si fanno complicate, e al capitolo 4 (Caino e Abele) la complicazione è definitiva. Per noi la cosa migliore sarebbe che, se proprio non è si potuto rimanere in Eden, almeno ci si potesse tornare. Cioè il sogno è che andiamo tutti d’accordo, che non ci siano problemi, che tutto fili liscio…

Nella Bibbia all’inizio c’è questo desiderio di unità e di armonia da parte di Dio, desiderio che già al capitolo 3 si spezza. Poi c’è tutta la descrizione della storia del popolo. Infine, ciò che discende dal cielo, a conclusione dell’Apocalisse, non è Eden, un giardino, ma Gerusalemme, una città. Ciò che ci viene restituito non è il giardino dove tutti stanno bene, sono tranquilli e nessuno lavora, ma è una città armoniosa, cioè un luogo attraversato dalla nostra vita, dalla fatica, dal lavoro, dalla costruzione, da quello che noi oggi chiameremmo la cultura.

Il sogno della Bibbia non è che tutti stiano buoni, ma che tutti vivano: per questo alla fine c’è una città che scende dal cielo.

Importante dunque prendere atto che questa esperienza di conflitto non è necessariamente da pensare in modo definitivo, ma è un pezzo della vita possibile, certo non è il meglio, ci sono altri pezzi di vita, ma è comunque un pezzo di vita che ci accade e in qualche modo bisogna starci dentro, abitarla, decidere qualcosa.

Il testo: Genesi 4,1-16

1 Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo dal Signore». 2 Poi partorì ancora suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo.
3 Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; 4 anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, 5 ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. 6 Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7 Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo». 8 Caino disse al fratello Abele: «Andiamo in campagna!». Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. 9 Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». 10 Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! 11 Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12 Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 13 Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! 14 Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». 15 Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. 16 Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.

Commento:

1 Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo dal Signore». 

Interessante l’uso del verbo acquistare: in ebraico ‘Caino’ e ‘acquistare’ hanno più o meno la stessa radice, suonano più o meno allo stesso modo; forse l’autore ha usato il verbo che suonava uguale a Caino, come spesso si fa nei testi antichi in cui le storie dei nomi vengono fatte con delle etimologie un po’ a orecchio. Ma di per sé non è un’etimologia corretta, perché Caino non significa ‘acquistato’. Mi colpisce che Eva usi questo termine, come se ci fosse una compravendita tra Adamo ed Eva e Dio, come se ogni nascita, ogni vita fosse qualcosa da pagare. Mi sono chiesta: funziona così? Le vite sono qualcosa da pagare? Noi siamo abituati a pensare che la nostra vita è un diritto e che anzi il problema è se qualcosa va storto e perché. Qui l’impostazione è rovesciata: Eva dice ‘Ho acquistato un uomo dal Signore’, come se la vita fosse un dono che ci è dato dietro pagamento. Mi chiedo: che cosa pago io?

2 Poi partorì ancora suo fratello Abele

Nel racconto il privilegio è dato a Caino, al primogenito, infatti è su Caino che è raccontata un’esclamazione di gioia, non su Abele. Il privilegiato qui è Caino, di cui la madre dice con gioia: ‘Ho acquistato un uomo dal Signore’.

2 … Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo.

E’ il primo elemento della dinamica del conflitto: fin dall’inizio i due sono diversi, uno è pastore, l’altro agricoltore, uno fa una cosa, l’altro un’altra. Nel mondo antico pastori e agricoltori rappresentavano le due categorie del mondo. E’ come dire oggi: un abitante del nord del mondo e uno del sud del mondo. Che uno sia nato in Germania, in Italia, negli Stati Uniti, in Canada, o che uno sia nato in Ghana, in Togo, in Mali fa una differenza prima ancora che abbia cominciato a dire una parola; questo noi lo sappiamo in modo istintivo. Nel mondo antico la differenza tra pastore e agricoltore era di questo genere: una differenza a monte di tutto, prima che qualcuno potesse averne una responsabilità, prima che fosse una differenza derivante da scelte diverse. La prima cosa che ci viene detta in questo racconto mitico (= racconto che descrive le dinamiche delle nostre vite) è che alla base delle nostre vite ci sono le differenze e che le differenze cominciano lì dove noi cominciamo; cioè non sono differenze morali, frutto di scelte e decisioni, sono l’essere nostro stesso: noi siamo perché siamo differenti.

La Bibbia è attraversata da questa doppia tensione che è molto tipica della nostra vita. C’è un grande comando: essere se stessi. Ciascuno deve avere un nome proprio o gli viene assegnato un nome: Dio rivela il nome a Mosè, Gesù risorto chiama Maria di Magdala per nome… C’è un grande comando a essere sé, alla necessità di essere sé, ad essere un individuo, una persona. La grande fatica di ciascuno è diventare se stesso e questo è considerato una benedizione: Dio dice sempre bene del tentativo di ciascuno di essere se stessi.

Ma nello stesso tempo questa grande benedizione è anche la nostra continua e costante fatica perché tutte le volte che uno è se stesso è diverso da un altro, non è più contiguo e attaccato a quell’altro, si distingue. Per distinguersi bisogna staccarsi. Questa grandissima benedizione che è essere se stessi sembra che si debba compiere sempre a scapito o di noi stessi o degli altri. Credo che abbiamo tutti questa esperienza dell’alternativa tra l’essere se stessi e il fatto che questo mi distingue, crea uno spazio tra sé e l’altro.

Fin dall’inizio è così: la differenza è la grande questione. Uso i termini con cui parliamo oggi; si potrebbe anche dirlo in termini religiosi, ma si rischierebbe di non vederlo così chiaramente. Ad esempio, già nel peccato originale il grande problema era questo: la promessa falsa del serpente “sarete come Dio”. La cosa che Adamo ed Eva non sopportano è di non essere come Dio, di non essere uguali; rifiutano di essere diversi da Dio. Da lì in poi continuerà sempre così.

Oggi è molto di moda fare un po’ di retorica sulla differenza, che è ricchezza. E’ vero, ma lo si dice come se fosse una cosa facile, come se bastasse volersi un po’ di bene, avere un po’ di buona volontà e considerare l’altro in modo un po’ folcloristico. In realtà la differenza è facile solo quando è molto distante. Quando siamo vicini l’altro ci appare poco folcloristico, anzi fastidioso e noioso. Le differenze di coloro con cui condividiamo casa tutti i giorni ci fanno andare di testa. Il problema è che la differenza guardata da lontano – una cultura altra, un luogo altro, dei ritmi altri – è molto poetica. La differenza come struttura portante della mia vita, come realtà concreta, vissuta, quotidiana, come qualcosa che coinvolge anche me, è un po’ meno poetica, un po’ più complicata ed in qualche modo ha questa doppia faccia: la grande benedizione e la grande maledizione, la grande bellezza (il comando di Dio su tutti gli uomini), ma contemporaneamente anche la nostra grandissima fatica. Nel testo è così già fin dalla terza riga, pare che cominci tutto da lì.

3 Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; 4 anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso.

Qui non si afferma che Caino offrì frutti marci, anzi pare che l’offerta sia uguale. Si dice invece una cosa interessante, si cita un culto, un’azione liturgica di offerta, di molto precedente all’istituzione del culto in Esodo. Si riconosce fin da subito che questa differenza non è fra due, ma rispetto a un terzo; la complicazione sulla differenza viene evidenziata da questa offerta a un terzo. Noi abbiamo l’idea che la differenza sia tra me e un altro, tra il mio gruppo e un altro gruppo; la differenza non è un discorso a due, ma funziona sempre a tre: io, un altro e un terzo che vuole più bene a lui che a me, che dà ragione a lui e torto a me. Questo terzo, nei nostri ragionamenti sul conflitto, non lo contiamo mai; il terzo può essere anche una cosa: io e un altro e una cosa da possedere, io e un altro e un obiettivo da raggiungere. Il problema è che per noi i conflitti si scatenano a due, il terzo sparisce dalla scena dopo che è cominciata la discussione. Perché dai conflitti non riusciamo ad uscire? Perché una cosa che nasce a tre non si risolve, se noi la esaminiamo a due. Qui il terzo è il Signore e questo segno del culto evidenzia che questo terzo è chiamato in causa subito.

Faccio un esempio, forse un po’ azzardato, spero aiuti a capire. La presenza del “terzo” è uno dei motivi per cui il Dio cristiano, oltre che così interessante, è anche un impianto molto sano di mente. Il Dio cristiano non è un Dio uno e basta. Non è nemmeno un Dio due, un Dio buono e un Dio cattivo. E’ un Dio uno e tre, cioè un Dio in cui c’è un dialogo tra il Padre e il Figlio, con un terzo che è lo Spirito.

La nostra vita rispetta esattamente la dinamica trinitaria. La realtà vera non è mai fatta a due, sempre a tre. Non c’è niente che funzioni soltanto a botta e risposta, ci deve essere sempre un punto distante, un punto di arretramento tra due soggetti forti che ci consente di far circolare una vita. Noi tendiamo a vedere la realtà secondo uno schema binario: buono-cattivo, bello-brutto, vero-falso…; le nostre parole, i nostri concetti, le nostre idee sono sempre a coppie, una cosa e il suo contrario. In questa logica è inevitabile che ci si scontri, perché se io ho ragione tu hai torto, se tu hai ragione io ho torto. Se il problema è solo ragione-torto, se tutta la vita funziona sempre sulla logica del due, alla fine non ne veniamo fuori, perché se uno vince l’altro perde.

La Trinità ci insegna, e questa è una grande parola di salvezza, che le cose non funzionano a due, ma a tre, che c’è sempre da scoprire tra un buono e un cattivo qual è il terzo elemento; così forse riesco a capire che anche il cattivo ha un pezzo buono e che forse anche il buono ha un pezzo di cattivo. Questo non si può fare solo con lo sforzo, bisogna avere un punto di riferimento ‘terzo’.

Per questo la sapienza cristiana ha sempre affermato che bisogna pregare, ma non come un dovere etico (se non preghi sarai punito), ma perché pregare è un antico esercizio per riferirsi ad altro. C’è la realtà, la mia vita, ci sono le cose che accadono, ci sono io, quello che io sento dentro… ma io ho un referente terzo, un interlocutore, Dio che sta sopra la mia vita e sopra di me. Solo così la distanza tra me e la mia vita diventa feconda, e anche dove la mia vita non è come la vorrei, diventa comunque una benedizione.

Per questo ancora ci viene detto dalla sapienza della Chiesa che dovremmo andare a messa una volta la settimana. Cioè che almeno una volta alla settimana è salutare far mente locale che c’è un terzo, c’è la Parola di Dio. Nella messa io posso lasciare fuori un attimo la mia vita con la certezza che, se anche per un’ora mi distraggo e sono fuori gioco, il mondo continua ad esistere, le cose vanno avanti ugualmente. Pensare che il mondo vada avanti anche se io mi fermo e non sono lì a trafficare con le cose del mondo, è una situazione che disturba molto. Ma il momento della preghiera, il tempo della messa aiutano proprio a staccare. Il mondo va avanti, io sono qui e c’è un terzo. Io posso dunque guardare la mia vita da un altro luogo, trovare una misura e vederla come una benedizione.

4 … Il Signore gradì Abele e la sua offerta, 5 ma non gradì Caino e la sua offerta.

La nostra domanda è: perché? Siccome nella Bibbia c’è tutto ciò che serve alla nostra salvezza, se non c’è scritto il perché di questo gradimento o meno da parte di Dio, vuol dire che non è importante. Dunque porsi questa domanda è inutile, non serve alla nostra salvezza.

La domanda è su di noi, non sulla Bibbia: noi non riusciamo a capire il motivo per cui la differenza nella vita mostra delle diversità. Non c’è un motivo per cui a volte faccio delle cose con tanta buona volontà e non vanno bene. Certo, se la mia intelligenza mi ha fatto trovare degli errori, la volta prossima vedrò di non ripeterli. Detto questo, se io faccio tutto bene, non c’è un motivo per cui la vita gradisce o non gradisce la mia offerta. La vita è piena di differenze, di cose che vanno bene e di altre che vanno male, c’è chi è più fortunato e chi è meno fortunato, e così via. La vita non è un diritto perché l’abbiamo acquistata, dunque la paghiamo; questo è detto con semplicità assolutamente banale, ma ci tormenta.

I due si riferiscono a un ‘terzo’, questo ‘terzo’ un po’ gradisce un po’ non gradisce, cioè le cose un po’ vanno per il loro verso un po’ non vanno. Ricordate quello che abbiamo detto tante volte: i Padri dicono che in un brano della Scrittura noi siamo tutti i personaggi, non uno solo: in noi c’è una parte Caino e c’è una parte Abele. Ovviamente dunque c’è una parte che è gradita e c’è una parte che non lo è. Noi in questo racconto ci mettiamo dalla parte di Caino, che non è stato gradito, e ci dispiace un po’. In realtà noi siamo sempre e Caino e Abele. Nella nostra vita noi proviamo a volte grandi dolori e grandi fatiche, grandi gioie e piccole gioie e non c’è, se ci pensiamo onestamente, un solo minuto nella nostra vita in cui non ci sia almeno un pochino anche dell’altro pezzo: c’è sempre un gradimento e un non gradimento, a volte uno dei due è talmente grosso e l’altro è talmente piccolo che non c’è paragone. Ma la nostra vita ha questa dinamica e dunque non c’è un perché.

Da bambini ci hanno raccontato che Caino aveva offerto frutti marci perché non voleva far fare brutta figura al Signore. Con questo sistema ci hanno spostato la visione rispetto alla dinamica della vita perché ci hanno buttato in un mondo moralistico dove il problema era che, se offrivi frutti buoni, saresti sempre stato gradito. La prima volta che noi abbiamo fatto del nostro meglio e le cose sono andate al contrario, abbiamo pensato: “Ci hanno raccontato delle frottole!”. Il problema è che la vita non è un compito in classe, non basta fare tutto giusto per prendere 10; no, la vita funziona secondo una sua legge, che è una legge misteriosa; inoltre noi non siamo mai solo Caino o solo Abele, noi siamo un po’ Caino e un po’ Abele, un po’ pastori e un po’ agricoltori, un po’ ‘incavolati’ e un po’ ingenui.

Peraltro, ammesso che fosse vera la prima spiegazione, ricordiamoci che nel finale è Abele che ci lascia le penne: cioè, se noi facciamo tutto bene, Dio gradisce la nostra offerta, ma alla fine ci eliminano. Non c’è modo di uscire da questa logica. La Bibbia è costruita bene, è ben pensata; non c’è un modo per pigliare sempre 10 nella vita, perché la vita non è un compito in classe. Dunque non c’è un motivo, perché non è questa la questione.

Il Signore gradisce uno e non gradisce l’altro, ma non succede niente; non punisce Caino, non gli fa seccare tutta la verdura… No, si dice semplicemente che il Signore gradisce una cosa e non gradisce l’altra.

5 … Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. 

Caino ne fu profondamente irritato… non essere il primo della classe dà fastidio, anche se questo non significa niente, anche se non ha una conseguenza.

Qui, in questo “ne fu irritato e abbattuto”, c’è l’origine di tutto quello che succede poi. Il vero peso negativo delle differenze nasce nelle nostre teste, nel nostro essere irritati e abbattuti del fatto che la differenza esiste, nel nostro percepire come un furto, come un’ingiustizia (“Com’è che non mi hanno dato 10?”). Per questa situazione che semplicemente è così, ed a volte anche diversa da così, la nostra parte Caino si irrita e si offende. Uno dei grandi peccati di questo secolo è la permalosità; noi siamo terribilmente permalosi perché abbiamo un’alta coscienza dei diritti, cioè siamo soggetti e abbiamo diritto a tutta una serie di cose, e quando la vita compie il grave delitto di lesa maestà, cioè ci tratta in modo da ‘non riconoscere il nostro diritto a…’ siamo irritati e molto abbattuti.

Poi ci sono due versetti molto curiosi dal punto di vista letterario e storico.

6 Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7 Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo». 

Del racconto di Caino e Abele, che sappiamo tutti a memoria, credo che nessuno avesse memorizzato questo pezzo. Ma questo ragionamento del Signore è decisivo. In questo racconto ciò che il Signore dice passa attraverso la riflessione messa in evidenza poco sopra, cioè l’essere sé. Dio domanda a Caino che cosa sta accadendo al suo volto. Il volto è proprio l’immagine dell’identità della persona. Il Signore dice a Caino: “perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?”. Cioè, tradotto in linguaggio moderno: che cosa è successo alla tua identità? Poi c’è un artificio letterario divertente, molto comune nell’Antico Testamento, chiamato ‘falso parallelismo’. Nel parallelismo normale c’è una prima metà (se fai bene sarai benedetto) che ti fa scattare automaticamente la seconda (se fai male sarai maledetto): la senti anche se non c’è… Nella Bibbia, invece, i parallelismi sono sempre falsi.

Nel brano il Signore dice: “se agisci bene non dovrai forse tenere alto il tuo volto?”. Di conseguenza noi diremmo: “se agisci male lo dovresti tenere basso”. Invece la seconda parte del parallelismo introduce un’altra cosa: “se non agisci bene il peccato è accovacciato alla tua porta”. Cioè, se agisci male è come se invitassi un altro interlocutore alla tua porta; questo altro interlocutore è il peccato e sta lì, tende verso di te; ma tu puoi dominarlo, tu devi dominarlo. E’ come se ci venisse detto che se agiamo male, il problema non è tanto che abbiamo agito male, ma che questa azione chiama alla nostra porta il male e che questo tenta di entrare attraverso il male che noi facciamo. Non c’è nessuna meccanicità, non c’è nessuna conseguenza necessaria, noi possiamo ancora dominarlo. E’ incredibile! C’è una prima scelta tra agire bene e agire male, poi ce n’è una seconda: se hai scelto male puoi comunque ancora dominare il peccato. Se hai sbagliato la prima, hai la possibilità di riserva.

Nella nostra vita non c’è mai niente di automatico; non basta essere un po’ confusi, non abbastanza liberi, non troppo padroni di se stessi, passare dei brutti momenti… per ritrovarsi infilati in un giro da cui non si esce più. Possiamo anche agire male, il problema viene dopo, dipende da come prosegue il nostro agire, da cosa facciamo di noi stessi, della nostra vita; e tutto ciò vale non solo quando agiamo bene, ma anche quando siamo confusi, persi, abbiamo sbagliato strada…

Notate tra l’altro che la teologia della comunione dei santi ci dice che non c’è meccanicità nel male, ma c’è meccanicità nel bene. Non esiste la teologia della ‘comunione dei dannati’, ma solo quella della ‘comunione dei santi’. Anche questo è un falso parallelismo: il bene ha un circuito misterioso, il male no perché non è meccanico. Il bene può accadere anche senza di noi, il male no. E’ più difficile fare il male che fare il bene, perché per fare il male bisogna essere in ‘piena avvertenza’, ‘deliberato consenso’, ‘materia grave’, cioè bisogna avere una lucidità di sé che è data ben poche volte nella vita; il bene può essere un’abitudine, un automatismo; il bene si moltiplica per la forza della grazia, quindi uno può essere distratto, non aver messo tanto entusiasmo, ma la cascata di bene va avanti. Il male no, senza di noi, senza una nostra decisione ad ogni passaggio, non si fa. Eppure noi mettiamo tante di quelle energie per occuparci del male e così poche a innescare degli automatismi di bene!

Il testo prosegue ancora in modo abbastanza misterioso.

8 Caino disse al fratello Abele: «Andiamo in campagna!». Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise.

Anche qui è buffo. Ancora una volta non c’è nessun motivo chiaro, Caino è crucciato per i fatti suoi, si monta tutto da solo, c’è in lui un crescendo di arrabbiatura senza che succeda niente di strano: Abele non gli dà un motivo, non lo piglia in giro. Tutti i midrash ebraici di questo racconto si inventano delle storie pazzesche su cos’è successo in campagna tra Caino e Abele perché, anche se Caino è l’immagine del cattivo, è troppo forte vederlo uccidere Abele così a freddo, senza motivo, senza una provocazione.

A me pare che questa parte del racconto voglia spostare l’attenzione sulla figura di Abele, mentre noi abbiamo gli occhi puntati su Caino.

Qui si dice che i giusti muoiono, pagano, che se uno ha fatto bene tutti i compiti non prende dieci, anzi, finisce in croce, come Gesù. Si dice: “Attenzione, quando la vita gradisce la tua offerta, tu diventi un olocausto, esattamente come è successo a Gesù”. Non a caso ‘Abele il giusto’ è figura di Gesù. Il fuoco del brano non è su Caino (noi sappiamo come funziona la cattiveria), ma su Abele (il problema è che non sappiamo come funziona la salvezza).

Poi c’è quest’altra frase, conosciutissima.

9 Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». 

Questo versetto viene continuamente ripetuto, più o meno a logica. Recentemente ho sentito il commento di un rabbino ebreo che mi ha molto colpito. Diceva: si parte dalla differenza e si arriva all’indifferenza. L’inizio è la differenza tra Caino e Abele e la chiusura del percorso è l’indifferenza. L’indifferenza è uno dei tanti modi che abbiamo inventato per sopportare la differenza; quando siamo troppo vigliacchi persino per uccidere ce ne freghiamo. Trovo interessante il termine indifferenza, cioè in-differenza.

C’è poi questa incredibile maledizione.

11 Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12 Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 

Qui, come nel racconto del peccato originale (Gen 3,17), quello che viene maledetto è il suolo, è la terra che soffre maledizione. Anche dopo il peccato originale viene maledetta la terra che Adamo dovrà lavorare con fatica. Mi sembra che questo tema dica che ogni conflitto, per quanto piccolo e privato, ha un valore pubblico. Per dirla in termini moderni, c’è sempre un mondo che viene maledetto a causa nostra. La Bibbia non conosce distinzione tra pubblico e privato, ma solo tra personale e impersonale: le cose sono personali e dunque non sono mai private, sono sempre pubbliche. Nell’AT il legame fortissimo tra la promessa e la terra è segno che non c’è mai niente di privato, la terra è il segno di ciò che è di tutti.

13 Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! 14 Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». 

Caino ha paura di essere ucciso, perché colui che uccide ha paura di essere ucciso. Ripete parola per parola quello che Dio ha detto e aggiunge la sua paura (chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere), che Dio non aveva detto. Dio descrive le conseguenze all’uccisione di Abele, Caino ne aggiunge una: noi aggraviamo sempre la catena delle conseguenze! Questo versetto ci dice un’altra delle caratteristiche con cui noi abitiamo il conflitto: la paura. Essa funziona come i buchi della groviera: solo se uno ci mette del formaggio intorno hanno una consistenza, altrimenti non esistono. Ecco, la paura è più o meno la stessa cosa, è un buco che noi aggiungiamo, un’altra cosa che accade nella nostra testa.

15 … Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. 

Dio allora segna Caino con un segno perché sia riconosciuto e chi lo incontra non lo uccida. Secondo la tradizione il segno che Dio avrebbe fatto sulla fronte di Caino sarebbe stato il Tau, quel segno che oggi usa la spiritualità francescana e che nel medioevo era diventato il segno dei cavalieri che proteggevano i pellegrini, il segno della salvezza. Caino sarebbe dunque stato segnato con il segno della salvezza. Per noi è strano: Caino in questa storia è il cattivo e doveva essere dannato; invece no, Dio con questo segno lo protegge.

L’ultima parola di questo racconto è il segno della salvezza, non l’uccisione di Abele.

Fossano, 16 novembre 2002

(testo non rivisto dal relatore)

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