19 Novembre 2005
Stella Morra

1. UN POPOLO CHE CERCA IL SUO CAMMINO

Commento a: Es 12, 35-51


Premessa

In questi anni, per me, la vicenda della lectio è sempre stata in sintonia con il tema di quest’anno: è sempre un viaggio, che all’inizio non so bene dove andrà a finire.

Normalmente preparo i punti chiave ma, anche se con il pubblico durante gli incontri non si dialoga molto, in realtà ogni incontro dà origine a dialoghi personali; molto dicono, poi, i silenzi e le reazioni che leggo sui volti di chi ascolta, per cui il percorso spesso viene modificato. Io inizio sempre con un po’ di ansia, con la preoccupazione di essere all’altezza di questa ‘cosa’ così grande che è la Parola di Dio.

Una delle questioni che credo più gravi di questi tempi è che molto spesso, senza volerlo, siamo persone o esperienze che, invece di rendere trasparente la Parola di Dio e l’esperienza del cristianesimo, la rendono opaca, la annebbiano. Credo che la riflessione del panel (che si terrà il 4 dicembre, sul tema “La Chiesa, nostra madre e sorella”) nasca anche dalle riflessioni condivise all’interno dell’Atrio sulla fatica dell’opacità delle nostre chiese; non della loro malvagità, perché quella non fa fatica, quando c’è, e sappiamo che il male può esistere. Ma di come tante generosità spesso hanno come risultato di diventare opache invece che trasparenti; e questo inquieta molto di più.

Di fronte alla lectio la mia ansia è sempre quella di essere attenta a non rendere opaca la Parola di Dio. La Parola di Dio ‘funziona di suo’. Chi ascolta non deve avere volontà di chiusura, ma anche chi la commenta deve fare del suo meglio perché sia trasparente.

Il viaggio

Il tema di quest’anno è appunto il viaggio: “Intraprendere il santo viaggio”.

Fondamentalmente l’abbiamo scelto perché quest’estate abbiamo fatto un seminario sul libro di Tobia, riprendendo il tema che ci aveva provocato a far nascere l’atrio. Dopo quindici anni ci piaceva rimettere in moto il desiderio che ci aveva spinti a mettere in piedi tutto questo percorso per vedere se i motivi sono ancora buoni, se i sogni sono gli stessi, se abbiamo fatto della strada, se alcune cose sono cambiate. L’esperienza del seminario di quest’estate è stata ‘importante’: ci ha rimesso in mano un testo affascinante, che ci ha colpiti con colori un po’ diversi rispetto alla prima volta.

Allora, 15 anni fa, eravamo stati molto colpiti dai racconti sugli angeli; questa volta, invece, dal tema del viaggio: Tobia che intraprende un viaggio; il giovane Tobi che fa viaggiare l’antico Tobi e ritorna per ringiovanirlo. Abbiamo così cominciato a ragionarci un po’ su, a scambiarci alcune idee, ed abbiamo deciso di fare un percorso di tutto l’anno sul viaggio. Il viaggio come esperienza umana, certo non riguarda solo noi; come metafora, come immagine è stato trattato da tutta la letteratura; è una figura affascinante, che ha molti aspetti e si presta a tante interpretazioni.

Navigando in internet abbiamo trovato, sul tema del viaggio, un sacco di citazioni di autori ed epoche diverse.

In quasi tutte le esperienze religiose ci sono riti o racconti che interpretano il viaggio, proprio perché è un pezzo del nostro sentimento interiore, oltre che esteriore, che si presta a tanti livelli di interpretazione. Ma, prima che un’esperienza religiosa, il viaggio è un’immagine inquietante, di passaggio dal punto di vista antropologico, per la nostra esperienza umana.

Viaggiare è un’esperienza anche materiale: si può viaggiare in tanti modi e per tanti motivi: viaggi brevi, viaggi lunghi, viaggi con una finalità organizzativa, tecnica, viaggi per lavoro, viaggi per conoscere, semplicemente per viaggiare,… ma non è mai solo un dato tecnico, concreto; ci succedono delle cose.

Vorremmo provare a ragionare intorno al viaggio, tenendo presenti due registri: il viaggio come nostra esperienza umana e il viaggio all’interno dell’esperienza cristiana, credente, così come la scrittura ce lo presenta. Questi due aspetti ci accompagnano sempre, quando facciamo un percorso di lectio, perché siamo convinti che sia questo il modo di leggere la scrittura: farci dire dalla scrittura chi siamo noi, e leggere la scrittura con gli occhi che abbiamo, senza lasciarla come un testo esterno. Leggiamo la scrittura in modo che ciò che siamo, la nostra esperienza, la nostra vita più profonda, ci ‘caschi dentro’ e ci dia buoni modi per leggerla; contemporaneamente vogliamo farci dire dalla scrittura delle parole che forse non abbiamo più su noi stessi. Uno degli elementi disumanizzanti della nostra cultura è di non sapere più dire delle cose su noi stessi, non avere più parole per dire le dinamiche fondamentali dell’esperienza umana così com’è. E in questo l’esperienza credente, la scrittura possono aiutarci, possono essere un aiuto per noi poveri di parole, poveri di comprensione della nostra esperienza umana. Ci sembra importante fare in modo che la scrittura ci faccia notare e ci dica qualcosa su di noi.

Nel percorso di quest’anno ho scelto solo tre brani dell’AT. Io ero preoccupata di non indulgere troppo su una lettura addomesticata e romantica del viaggio, su testi troppo conosciuti come Abramo, l’Esodo…

Viaggiare non è solo un’esperienza poetica. Chiunque abbia viaggiato sa che è molto bello, ma ha anche dei costi. Ogni viaggio è sempre pericoloso; infatti di solito viaggiamo in compagnia e ci organizziamo bene. Soprattutto quando uno è adulto non viaggia alla ventura, con sacco a pelo, come gli adolescenti. Ci diciamo: ‘Non ho più l’età!!’, che vorrebbe dire: ‘Ho un po’ di paura e preferisco avere già prenotato un albergo…’. Viaggiare è romantico e bello solo in teoria. In realtà viaggiare ha degli aspetti molto belli, ma anche dei costi reali. E chi è adulto lo sa.

Quindi ho evitato i testi come quello di Abramo, o quelli propri dell’Esodo, del viaggio nel deserto, che fanno scattare nella nostra testa idee un po’ poetiche, che ci fanno dire: ‘eh, sì, sarebbe bello, ma ho troppi impegni…’. Nessuno di noi in realtà, se potesse, partirebbe… perché il viaggio, lasciare ciò che abbiamo realizzato, costruito, è sempre un gran problema.

Il viaggio nasce da un conflitto, da un dolore

Leggiamo dal cap. 12 del libro dell’Esodo, dal versetto 35 in poi. E’ un testo un po’ strano, un brano su cui spesso si sorvola. I capitoli dal 10 al 15, in cui si raccontano le piaghe, la morte dei primogeniti e il passaggio del Mar Rosso, sono molto ripetitivi e normalmente non li usiamo nella liturgia; di solito vengono tagliuzzati e non vengono mai letti tutti di fila.

Questo brano è incastonato in un orizzonte terribile, tra il racconto delle piaghe d’Egitto e la morte dei primogeniti, – quando l’angelo passa nella notte e, saltando le case segnate dal sangue dell’agnello della Pasqua, uccide tutti i primogeniti degli egiziani. Il ‘clima’ del racconto è inquietante già prima, col racconto delle piaghe: l’acqua del Nilo mutata in sangue, le cavallette…; questo capitolo, che è di prescrizioni sulla pasqua, è seguito dalla strage terrificante dei primogeniti, e poi ci sarà l’inizio del viaggio vero e proprio con il passaggio del Mar Rosso, … che è di nuovo una strage: gli egiziani vengono annegati… Un contesto molto pesante!

Prima considerazione: viaggiare non è un’esperienza poetica; nasce da un dolore, da un conflitto, da un non star bene; chi sta bene non si muove.

Siamo noi che, a causa del denaro, abbiamo inventato il viaggiare per diletto, ma anche lì c’è sempre un po’ di insoddisfazione che ci spinge a viaggiare. Viaggiare per diletto vuol dire che trasportiamo pari pari tutte le nostre abitudini in un altro luogo, dove ci illudiamo di avere tutti i vantaggi e di aver lasciato a casa le responsabilità… perché ci dobbiamo distrarre! Questo non ha nulla a che vedere con l’idea di viaggio. Il viaggio nasce sempre da un dolore, da un bisogno, da una mancanza: si mette in viaggio chi sta scomodo; chi sta comodo non viaggia.

Nella raccolta di citazioni ne troverete una, che io ho trovato bellissima! E’ l’inizio di “Moby Dick”, il famoso romanzo di Hermann Melville, il cui protagonista si chiama Ismaele, marinaio che parte alla ricerca della balena bianca, e il viaggio dura tutto il libro:

“Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quanto di preciso – denaro in tasca poco o niente, e nulla di speciale a trattenermi a terra, pensai di viaggiare un po’ per mare e di vedere la parte acquatica del mondo. E’ il mio modo di combattere la malinconia e di controllare la circolazione. Ogni volta che sento la bocca prendere una piega torva, e il calendario della mia anima è fermo ad un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi sorprendo fermo davanti alle imprese di pompe funebri e a seguire tutti i funerali che incontro, e specialmente quando le paturnie prendono il sopravvento al punto che devo fare appello ai miei più forti principi morali per impedirmi di scendere in strada a scaraventare a terra il cappello del malcapitato di turno, so che è giunta l’ora di andare per mare appena possibile. Per me è il surrogato di un colpo di pistola. Catone si getta sulla spada con un bel gesto filosofico; io mi imbarco senza far tante storie. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se solo gli uomini lo sapessero: quasi tutti prima o poi provano per l’oceano i miei stessi sentimenti”.

Io lo trovo realistico: si parte perché si combatte il novembre dell’anima! Si parte e si va altrove perché c’è un conflitto, un dolore, una schiavitù!

Il nostro problema grave è riconoscere le schiavitù, è fare i conti tra quanto costa la schiavitù e quanto costa il viaggio. Spesso ci diciamo: ‘se viaggia chi sta male, io in fondo sto bene’. Ma ci dovremmo chiedere se c’è una schiavitù, se c’è un dolore, se c’è un conflitto da cui partire e poi, come gli ebrei dopo quarant’anni nel deserto, chiederci: “Erano meglio le cipolle d’Egitto?”. Il costo del viaggio è alto; il costo della schiavitù qual è?

Questo è esattamente il punto di partenza per riflettere sul viaggio: chiederci qual è la schiavitù. Su questo la Bibbia è molto chiara: mette il racconto della schiavitù d’Egitto come racconto fondante della storia di Israele. L’uscita dalla schiavitù sarà il luogo in cui si farà l’alleanza con Dio.

Non esiste nessuno che non sia schiavo. Lo dico in modo più chiaro, con i termini del catechismo: tutti siamo segnati dal peccato originale; in noi c’è una schiavitù originaria. Se non altro la schiavitù è il dolore di non essere così simili al Figlio obbediente di Dio! Ci sono anche altre schiavitù, più concrete, di legami un po’ perversi, molto materiali; ma, dal punto di vista teologico, per quanto possiamo essere soddisfatti della nostra vita, tutti siamo segnati dal peccato originale; cioè tutti siamo chiamati a compiere il viaggio che ci conduce ad essere più simili al Figlio di Dio.

Una buona domanda da cui iniziare una riflessione sul viaggio è questa: da dove partiamo?

Si viaggia sotto il segno dell’ambiguità…

Siamo dunque in un contesto terrificante, nel pieno del racconto delle piaghe; il conflitto con gli egiziani è già molto teso, e questo testo comincia così:

“Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d’argento e d’oro e vesti. Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. E così essi spogliarono gli Egiziani”.

Questi versetti sono un po’ strani; forse qualcuno di noi pensa di non averli mai letti. Siamo abituati a racconti da film televisivo, o da cartone animato sull’Esodo, in cui la narrazione vede ‘i poveri ebrei schiavizzati; Dio li protegge con le piaghe; riescono a scappare, e gli egiziani li inseguono; Dio però è più forte, fa perire tutti gli egiziani, e gli israeliti possono uscire dalla schiavitù…’.

In realtà nel testo biblico noi troviamo un racconto molto ambiguo in cui non si capisce mai chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Non si capisce se i buoni sono gli israeliti e i cattivi gli egiziani o viceversa e non si capisce se escono scappando, inseguiti in una guerra o se escono onorati, addirittura colmati di doni, argento, oro e vesti. In questo stesso brano, al versetto 39, leggiamo: “…erano infatti stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare: neppure si erano procurati provviste per il viaggio”.

Il motivo storico è molto semplice: non tutto il popolo ebraico è uscito in un blocco solo dall’Egitto, così come viene raccontato nell’Esodo. Questo popolo è sceso in Egitto con migrazioni successive e con altrettante emigrazioni successive ne è uscito. Perciò alcuni gruppi ne sono usciti pacificamente, altri guerreggiando, altri inseguiti. Il nome con cui nell’antico oriente si chiamavano gli ebrei, – probabilmente è la radice semantica da cui viene il termine ebrei – “habiru”, è un termine di origine sanscrita, vuol dire briganti; dunque godevano di una pessima fama, non erano considerati proprio delle brave persone… Di questi successivi rientri si è mantenuta memoria: una tribù era uscita in pace, con scambio di doni, un’altra inseguita, un’altra guerreggiando… Queste tradizioni diverse sono state fuse, forse con un po’ di disattenzione, per cui a noi è arrivato un racconto che ogni tanto ricorda le uscite pacifiche, ogni tanto le fughe, ogni tanto le guerre.

Trovo interessante che nella nostra memoria rimanga principalmente il racconto delle guerre!! Ci piacerebbe che il mondo fosse diviso in buoni e cattivi e soprattutto che i buoni vincessero! Quello che rimane di più nella nostra memoria è la battaglia tra il bene e il male. Il bene sono i più poveri, meno potenti, ma vincono! Invece no; e io trovo molto bello che la scrittura funzioni proprio come la vita: le cose non sono mai così platealmente chiare. Non è mai automatico dividere il bene dal male, i buoni dai cattivi, chi vince, chi perde. Non è mai così platealmente facile capire perché ci siamo messi in viaggio. C’è sempre un’ambiguità nelle nostre scelte, nelle scelte degli altri, nei nostri comportamenti e in quelli degli altri. E questa ambiguità ci fa vedere come a volte riceviamo doni da quelli che dovrebbero essere i cattivi, come in questo caso gli egiziani.

Il conflitto sarebbe più semplice se si potesse dividere il giusto dallo sbagliato, i buoni dai cattivi, se ci fosse una sola ragione e stesse tutta da una parte. La verità è che i conflitti interiori, ed anche esteriori, non sono mai così chiari!

…e della fretta

“Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani”.

C’è addirittura un accordo nel farsi spogliare!

La cosa buffa di questi capitoli, se qualcuno avrà voglia di leggerli tutti di fila, dalle piaghe in poi, è che c’è oscillazione non solo sul tipo di uscita, sul viaggio, ma anche sul tempo: tutto è al presente, ma si va avanti a lungo; c’è continuamente il racconto della pasqua, e solo al capitolo quindici gli israeliti passano il Mar Rosso, e finalmente, nel capitolo seguente, si celebra la pasqua.

Tutta la pasqua è sotto il segno della fretta, dell’urgenza, tanto che una delle prescrizioni più rigorose della pasqua ebraica dice che non si può mangiare niente di lievitato, solo pani azzimi perché “siete usciti in fretta dal paese d’Egitto”… per ricordarsi quella fretta, di non aver avuto il tempo di far lievitare il pane!

A noi viene da pensare che lo sapevano già; era stato detto in molti modi ed avrebbero avuto tutto il tempo per far lievitare il pane!

Circa i motivi del viaggio, c’è dunque anche un’oscillazione sul tempo. Mi sembra molto umano; per noi ci sono tre passaggi chiari: penso, decido, faccio. Praticamente però non succede mai così, perché ci penso, … credo di aver deciso, … ma, dopo un solo giorno, decido già in modo diverso; poi parlo con un amico, ci ripenso, infine dico che ho proprio deciso, che è arrivato il momento… ma non posso fare perché… ‘non dipende solo da me’. In realtà a nessuno importa che io abbia deciso: la vita ha i suoi tempi e non succede niente…

Credo che l’ambiguità dei motivi del viaggio, dei buoni e dei cattivi, e l’ambiguità del tempo siano due elementi senza i quali non si può nemmeno iniziare a ragionare realisticamente e non poeticamente dei viaggi.

Pensavo a come siamo diventati tutti un po’ isterici, per esempio, rispetto all’uso del computer che fa un’operazione in un tempo velocissimo; se però devi aspettare un minuto perché finisca di svolgere un’operazione che a te avrebbe richiesto un lavoro di svariate ore, ti pare di non poter “sprecare” quel minuto di attesa e ti cerchi un ‘riempitivo’.

Da questo punto di vista, dell’unità di tempo, del rapporto che c’è tra una decisione e la sua presa di realtà, dentro di noi e fuori di noi, dovremmo un po’ riflettere. Nonostante che i computers siano sempre più veloci, la nostra psiche e sicuramente la nostra anima, hanno mantenuto la ‘loro’ velocità ed hanno i loro tempi. Non parliamo poi della realtà, che ha proprio i suoi tempi: quelli che non dipendono da me!

Essere capaci

“Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una gran massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero”.

Trovo questi due versetti meravigliosi, perché contengono due elementi fondamentali: capaci di camminare e gente promiscua.

Seicentomila uomini “capaci di camminare”; forse è semplicemente uno dei tanti modi antichi per fare l’anagrafe: si dividono quelli che camminano sulle proprie gambe da quelli che non ci camminano. Certo, per fare un viaggio bisogna essere capaci di camminare. Noi diremmo: bisogna avere i soldi per pagarsi un aereo! La scrittura ci dice che bisogna essere capaci, non avere!

Io credo che questa sia un’altra delle cose su cui bisogna cominciare a riflettere nella misura in cui si riflette su di sé da adulti. “Si hanno le cose che si è capaci di avere” scrive Jung. Bisogna essere capaci di qualcosa, per poterlo avere.

Ho la sensazione che anche qui abbiamo un po’ di confusione. E’ la logica delle fotocopie: una volta si passava un lungo tempo in biblioteca a leggere e prendere appunti; ora, con il progresso tecnico vai e fotocopi tutto ciò che ti serve, e anche un po’ di più – tanto non mi costa fatica! – e fai una gran pila di fotocopie sulla scrivania, con l’illusione, forse, che i contenuti ti passino magicamente nella testa! Ma non è così; finchè non ti metti lì a leggere, hai una copia di ciò che è contenuto nel libro… che continui a non sapere! Mi succede spesso di dire agli studenti: “Invece di fotocopiare ottocento pagine, ne legga trenta”. “Ma come faccio a scegliere quelle trenta?”. Questo è un buon problema! Se su ottocento pagine devi sceglierne trenta, devi sapere cosa e perché stai cercando, con quali criteri scegli…. Se pensi di fotocopiare tutto e poi vedrai, alla fine non ne leggi neppure una. Mi sembra che “capaci di camminare” stia da questa parte!

Oggi, rispetto ad un viaggio, pensiamo tutti a quanto costa, a quanti soldi bisogna avere per poterselo comprare. Il problema reale è se siamo capaci di farlo! Avere i soldi o essere capaci di viaggiare?

Viaggiare con gente promiscua

Trovo bellissimo inoltre questo particolare della “gente promiscua”.

Nei versetti seguenti si sarà molto preoccupati di dividere: gli ebrei dai non ebrei, chi può fare la pasqua da chi non può farla; ma il viaggio è un posto dove non si divide niente, è un posto dove ci si sporca, ci si confonde, ci si contamina.

La gente promiscua parte con gli ebrei: i soliti profittatori; quelli che volevano provare a fregare oro, argento e vestiti; quelli che volevano andarsene dall’Egitto, ma avevano paura ad andarsene da soli; quelli che avevano i loro motivi, avevano qualcosa da cui fuggire… Non sono affatto tutti motivi religiosi!

Gli Ebrei partono alla volta di Succot sul comando di andare a compiere un sacrificio, quindi per un buon motivo religioso, e si tirano dietro gente promiscua!

Mi chiedo spesso quanto noi siamo preoccupati di dividere, prima. Come la domanda che abbiamo sulle intenzioni degli altri è per noi sempre un criterio di giudizio molto forte. Per esempio, quello lì chiede il Battesimo, chiede di sposarsi in chiesa, ma perché? Ha dei buoni motivi? Quel tale chiede il mio aiuto, ma forse mi vuole strumentalizzare?!? Quello chiede l’elemosina, ma cosa farà con quei soldi?

Per noi è molto difficile accettare di viaggiare con gente promiscua, a lasciare che i motivi nostri e quelli altrui crescano secondo la loro pienezza, la loro misura!!! E questo non vuol dire non distinguere! Vedremo nei versetti seguenti che il testo è molto preoccupato di distinguere. Non vuol dire che viaggiare con gente promiscua equivalga a dire che va tutto bene, che dobbiamo confonderci. No! Però si viaggia con gente promiscua! E’ questa la condizione.

Del resto, tutto questo racconto è sotto il segno dell’ambiguità, delle cose che non sono chiare.

L’urgenza

“Fecero cuocere la pasta che avevano portato dall’Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare: neppure si erano procurati provviste per il viaggio”.

Questa oscillazione di tempo è plateale. Il racconto per noi ha una sua logica perché non lo leggiamo mai tutto di fila, e quindi i pezzettini funzionano.

Sottolineo solo un aspetto che in questo tempo mi sta molto a cuore: l’urgenza. Mi rendo conto che è parziale, ma ciascuno potrà aggiungere altri pezzi di riflessione. Nella scrittura il tema dell’urgenza, della fretta torna continuamente. Più volte mi è capitato di pensare: il nostro tempo, che è sempre di corsa, almeno su questo dato ha la misura giusta! Ma, appena finisco di formulare a me stessa questa considerazione, mi accorgo che non è vera perché l’urgenza è diversa dalla fretta. L’urgenza è l’appello della salvezza che ci prende sempre alla sprovvista, è una forma di spossessamento; la fretta è la volontà di onnipotenza che deve fare tutto; esattamente il contrario dell’urgenza. L’urgenza viene dal di fuori, è qualcosa che mi capita, che non ho scelto, – non era quello il momento – …eppure ho dovuto mollare tutto e occuparmi d’altro! La nostra fretta nasce sempre dal fatto che dobbiamo fare tutte le cose, che ‘non posso arrivare alla sera lasciando alcune cose da fare’, dunque devo controllare, organizzare, fare tutto io. Sono proprio due cose all’opposto. Invece la salvezza ci sorprende, ci arriva sempre come un’urgenza. E’ questo il senso dell’urgenza.

Nel racconto dei Vangeli anche le donne vanno al sepolcro ‘in fretta’. Noi pensiamo: ‘ormai è morto… se c’è una situazione in cui non c’è fretta, senz’altro è quella. Cos’altro può accadere?’. Eppure vanno sempre in fretta, con urgenza, perché la salvezza ha un’urgenza, ci prende alla sprovvista.

Mi pare una bella lettura di questo testo mal congiunto: si mangiano pani azzimi, calzati, pronti al viaggio, in fretta, anche se questo rituale si ripete da migliaia di anni e tutti sanno già come va a finire. Ma, secondo la legge ebraica, bisogna mangiare la pasqua in fretta, in piedi: è segno di questa urgenza che ci prende alla sprovvista. Di fronte alla salvezza siamo sempre come quelli che entrano ad una festa a sorpresa con un abbigliamento assolutamente fuori tema. Siamo sempre fuori posto, a vergognarci del nostro abbigliamento.

Erano stati scacciati dall’Egitto perché la salvezza li ha colti di sorpresa; nonostante tutte le prescrizioni fossero state date, non c’è nemmeno il tempo di far lievitare il pane, nemmeno il tempo di procurarsi provviste per il viaggio. Questo sarà un bel problema: non hanno l’assicurazione!

Per noi questo è un tema durissimo, perché è ragionevole non voler pesare sugli altri, pensare al proprio futuro, organizzarsi; d’altra parte questo organizzarci è diventato talmente ingombrante che non siamo più capaci di non organizzarci, che la nostra preoccupazione principale sono sempre le provviste!

Proprio in quel giorno

“Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentotrent’anni. Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto. Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione”.

Il titolo della lectio di oggi è “Un popolo che cerca il suo cammino”. A me sembra che in questi versetti ci siano gli elementi di questa ricerca del cammino, che sono anche gli elementi più nostri. Prima c’è una sorta di premessa antropologica, culturale, mentre qui c’è la questione dura, il nucleo di fede che ci pone di fronte ad un Dio che agisce veramente in un modo buffo.

Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentocentotrent’anni”, è la tentazione della stabilità! Una bella quantità di tempo per sistemarsi! Si erano sistemati e “…proprio in quel giorno…” è arrivata l’ «ora X». Ed è bellissimo! Come se ci fosse una lunga storia, con una trama, e alla diciottesima puntata, si arriva lì e …succede.

“Proprio in quel giorno, tutte le schiere uscirono”.

Questo è il primo elemento: c’è sempre un giorno, c’è un “Kairòs”. Questo è uno degli elementi in cui si differenzia chi crede da chi non crede. Chi non crede ha i giorni, chi crede ha proprio quel giorno. Continuamente il Vangelo dice: “In quello stesso giorno”. Nella liturgia diciamo: “In questo giorno in cui Cristo nostra Pasqua…”.

E’ chiaro: il giorno senza tramonto è il giorno della Risurrezione. Noi ormai lo sappiamo; è un giorno che non ha più fine, è inaugurato dalla risurrezione, non c’è più la notte. Ma per chiunque di noi, che ha i suoi giorni, i giorni della propria vita, se è credente, ogni giorno della propria vita è proprio quel giorno! Tecnicamente questo giorno si chiama “Kairòs”, il tempo favorevole, il giorno in cui tutto succede. E questo è il primo dato chiave che caratterizza il viaggio, il cammino che un popolo cerca, un cammino che è fatto proprio quel giorno.

Il secondo elemento è: “Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto”. Anche qui abbiamo sempre una sovrapposizione di significato, leggiamo quello che non c’è: pensiamo alla veglia pasquale, notte in cui noi stiamo svegli per il Signore. Ma qui dice che è il Signore che sta sveglio, per farli uscire!

Trovo bella questa idea antropomorfica di Dio che tutta la notte si dà da fare, lavora per farli uscire tutti, organizza… Ma l’idea è proprio, come ci dirà il testo di Isaia: “Non prendetevi riposo e neppure a Lui date riposo, fino a che non abbia compiuto le sue promesse”. A Lui, a Dio! Dorme forse il custode di Israele? Non dorme.

“Notte di veglia fu questa per il Signore” .

La nostra vita, che è sotto il giorno che non ha più tramonto dalla risurrezione, è una grande notte di veglia per Dio. Dio è sveglio per tenerci compagnia. I viaggi sono tutti nel giorno della salvezza, e sono tutti durante la veglia del Signore. Dio non si distrae.

La memoria

“Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione”.

Il terzo elemento del viaggio è la memoria. E’ una cosa che si tramanda, che si ricorda.

I viaggi sono sempre bellissimi quando li raccontiamo ai nostri amici con filmini e diapositive nel salotto di casa, al caldo, comodi; allora sono stupendi e molto avventurosi. Tutte le disavventure che ci sono capitate le raccontiamo, sorridendo. In genere però se ci immaginiamo quanto eravamo isterici nel momento in cui la disavventura è accaduta, è un po’ diverso. I viaggi chiedono un racconto al passato.

Forse la nostra vita chiede un racconto al passato! Si capisce sempre dopo quello che serve. Le cose hanno un senso viste da dopo. Questo non è casuale, da sapienza dei nonni, è una cosa teologicamente molto rilevante.

Il cristianesimo, si dice, ha un’indole escatologica, cioè: la storia si capisce dalla sua fine!

Anche le nostre vite, nel loro piccolo, si capiscono sempre da dopo; bisogna aver continuato il viaggio per potersi girare e vedere cos’è successo. Nel corso dei vari incontri torneremo molto su questi tre elementi.

Non si viaggia da soli

“Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: ‘Questo è il rito della pasqua: nessuno straniero ne deve mangiare”.

La gente promiscua può viaggiare ma non può mangiare.

“«Quanto a ogni schiavo acquistato con denaro, lo circonciderai e allora ne potrà mangiare. L’avventizio e il mercenario non ne mangeranno. In una sola casa si mangerà: non ne porterai la carne fuori di casa; non ne spezzerete alcun osso. Tutta la comunità d’Israele la celebrerà. Se un forestiero è domiciliato presso di te e vuol celebrare la pasqua del Signore, sia circonciso ogni suo maschio: allora si accosterà per celebrarla e sarà come un nativo del paese. Ma nessun non circonciso ne deve mangiare. Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero, che è domiciliato in mezzo a voi». Tutti gli Israeliti fecero così; come il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne, in tal modo operarono. Proprio in quel giorno il Signore fece uscire gli Israeliti dal paese d’Egitto, ordinati secondo le loro schiere”.

Qui c’è l’altra faccia della medaglia. Tutta la prima parte è sotto il segno dell’ambiguità, del non poter dividere, qui invece si divide. Non poter dividere non vuol dire che tutto è uguale. La divisione radicale qui è quella della circoncisione: da una parte chi accetta l’alleanza con Dio, chi sta dentro questa storia con Dio, e dall’altra gli stranieri, mercenari, schiavi, domiciliati presso Israele, gente promiscua che non ha accettato la circoncisione, segno dell’alleanza con Dio, dunque chi non è dentro l’alleanza con Dio – è detto in un linguaggio molto libero, secondo il senso in cui noi oggi leggiamo questo teso -. Di questi, dei non circoncisi non si dice di buttarli fuori casa, abbandonarli nel deserto… No, si dice solo: non mangeranno la pasqua.

Si dice cioè che c’è una storia di un rapporto dentro la quale, proprio quel giorno, quella memoria e quella notte di veglia, quello sguardo del Signore acquistano il loro senso e mostrano la loro salvezza; fuori da questo rapporto tutte quelle cose accadono, ma non hanno quel senso e quella logica, quella fioritura di salvezza.

E si dice: “In una sola casa si mangerà”.

Altrove le prescrizioni sono più dettagliate. Qui è espressa l’idea di unità di un popolo, di conclusione: i viaggi non si fanno da soli. C’è un popolo che è legato dalla stessa alleanza, un popolo che mangia lo stesso agnello, abita la stessa casa e cerca il suo viaggio, cioè cerca un modo per abbandonare il retroterra di conflitto, per trovare la propria terra. La relazione con chi non appartiene allo stesso viaggio è sempre una relazione complicata.

Le relazioni occasionali con le persone, quando viaggiamo, sono sempre un po’ particolari: ci sembrano più interessanti, più belli che non le persone con cui viviamo quotidianamente; con loro, però, abbiamo un rapporto diverso, anche se non meno vero. Per esempio non abbiamo una storia condivisa, dunque questi sanno di noi quello che incontrano quel giorno, e questo ci fa bene. Ogni tanto avere una storia condivisa è molto pesante. Il fatto che l’altro sappia tutto di te, ricordi gli errori, le cose belle, come sei cambiato… alla fine ti pesa un po’, e pensi, ma io dove sono oggi?

Dalle citazioni di cui parlavo prima, ci sono tre righe di Paolo Rumiz:

“Tra viaggiatori in treno succede. Ci si raccontano anche cose intime, tanto si è certi che non ci si rivedrà mai più. Il paesaggio che scorre lateralmente offre loro un nastro su cui incidere le voci narranti e lo scompartimento crea la necessaria cassa di risonanza, lo spazio chiuso perfetto, quasi un sito dove chiudersi filtrando solo ciò che interessa della realtà”.

E’ assolutamente vero: la relazione tra chi fa parte del popolo e chi è promiscuo e si accompagna con noi durante il viaggio è difficile. Normalmente ci affascinano di più quelli che non conosciamo, soprattutto perché sappiamo che, probabilmente, non li incontreremo mai più, ci affascinano per una serata, per una settimana; ma se pensiamo di dover vivere con loro per una intera vita, cerchiamo di non allargarci troppo.

La relazione tra Israele e gli stranieri, quanto alla pasqua, è esattamente dello stesso tipo: la gente promiscua viaggia con loro, ma non mangia della stessa pasqua; ci vuole una storia condivisa, nel bene e nel male, per mangiare della stessa pasqua! La storia condivisa vuol dire che, se siamo viaggiatori, non siamo unici, siamo un popolo che viaggia, ci portiamo dietro noi stessi e la nostra storia.

Spero che questo testo ci abbia introdotti in alcune caratteristiche del viaggiare.

Fossano, 11 novembre 2005

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2005/2006

DataTitoloCommento a:
6 Maggio 2006
Stella Morra
7. STRANI INCONTRI
At 9, 1-19
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8 Aprile 2006
Stella Morra
6. FIGLI DI UN VIAGGIO
Gv 1, 35-51
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11 Marzo 2006
Stella Morra
5. MADRI DI UN VIAGGIO
Lc 1, 39-56
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18 Febbraio 2006
Stella Morra
4. DUE STRANI VIAGGI
Mt 2, 1-23
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14 Gennaio 2006
Stella Morra
3. ASPETTANDO STRADE APPIANATE
Is 35, 1-10
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17 Dicembre 2005
Stella Morra
2. LA VERITA’ DEL DESIDERIO DELLA META
Sal 84, (83)
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