2 Aprile 2005
Stella Morra

6. CIBO E PAROLE

Commento a: Gv 6, 22-70


Premessa

Siamo nel clou del tempo di Pasqua e la lectio di oggi, scelta proprio per il suo tono pasquale, ci può accompagnare nel cammino personale, proseguendo sempre la nostra riflessione sul tema dell’Eucaristia.

Nei primi incontri abbiamo delineato una specie di quadro della questione umana rispetto al cibo, e ad un cibo un po’ particolare, mettendo in evidenza l’atto significativo, il modo in cui l’Eucaristia può essere un’esperienza non magica, non semplicemente legata ad una ritualità particolare.

Ci siamo confrontati la volta scorsa su un testo di Matteo dal tema duro, il sacrificio, la morte in croce di Cristo.

Ci confrontiamo oggi su un testo lungo, cap. 6 del vangelo di Giovanni, dal versetto 22 al 70; lo leggeremo tutto, soffermandoci poi poco alla volta su alcuni passaggi.

Il capitolo inizia col racconto della moltiplicazione dei pani secondo la versione di Giovanni – che non è esattamente come quello riportato dai sinottici – seguito da un episodio che conosciamo tutti senza sapere, forse, che è raccontato lì: Gesù che si avvicina alla barca dei discepoli, messa in pericolo sul mare dal forte vento. Il mare è il lago di Tiberiade e, secondo il vangelo di Giovanni, è il luogo delle apparizioni pasquali di Gesù, il luogo deve apparirà risorto, ed ancora una volta camminerà sull’acqua. Nei vangeli leggiamo due episodi di Gesù che cammina sulle acque e forse nel nostro ricordo si sovrappongono e sembrano uno solo, invece sono due: c’è il camminare sulle acque prima della morte e il camminare sulle acque dopo la risurrezione.

In questo racconto, dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù dice la famosa frase: “Sono io, non temete!”, e dirà la stessa cosa nel racconto pasquale. Esprimo il concetto con una battuta, senza elucubrazioni complesse. Prima della risurrezione e dopo, il problema rimane lo stesso: non siamo certi che sia lui!! Nel racconto evangelico non succede mai, né prima né dopo la risurrezione, di trovare una situazione chiara, che ci farebbe anche comodo:

  1. guardo,
  2. riconosco,
  3. ho le prove,
  4. capisco, dunque
  5. credo!!

Bello!, ci saremmo liberati da tutte le questioni, è chiaro! … No, non succede mai. Non è un dato che dipende dal peccato, come spesso siamo tentati di pensare – non ho abbastanza fede, non conosco la scrittura… No, è proprio così, non dipende da una causa esterna. E’ strutturale del modo ambiguo in cui Gesù, il Figlio di Dio incarnato, si rapporta alla storia. Perciò il dubbio ‘è lui, non è lui’, ‘qual è la volontà di Dio’, ‘ho capito’ o ‘non ho capito’, ‘sarà questo ciò che devo fare o no’ … è una domanda interna alla fede, non esterna; è un dubbio sempre presente. Chi crede si fa questa domanda, chi non crede non se la fa neppure. In quanto a risposte tutti, credenti o non credenti, siamo ugualmente spiazzati.

Ecco la cornice in cui si svolge questo ragionamento. E vale anche in tutti i rapporti significativi della nostra vita. Il dubbio sostanziale, di fondo – conosco davvero questa persona che ho davanti, posso fidarmi, l’ho capito, mi ha capito davvero – rimane, seppure in modo diversi, non sempre in modo angoscioso…

Giovanni è uno scrittore colto e non crea delle successioni a caso. Non è casuale dunque che metta qui il racconto del pane di vita, dopo l’incontro di Gesù con i discepoli sul lago, e che poi, in un altro capitolo, racconti l’apparizione di Gesù risorto sul lago, che dice: avete qualcosa da mangiare? C’è una connessione tra prima e dopo la risurrezione. Qui Gesù ha dato da mangiare, da risorto chiede da mangiare. Noi saremmo tentati di pensare il contrario: nella storia ci sono i poveri che chiedono, poi quando Gesù risorge e capiamo la risurrezione ci sono le risposte! No! E’ il contrario: nell’oscurità della storia noi siamo nutriti dall’Eucaristia; nella pienezza del nostro incontro con il Signore, è Lui che ci domanda!

Da dove ci viene la vita?

Questo testo, letto per intero, ha un sapore particolare, ma di solito non lo leggiamo mai tutto. Proviamo a rileggerlo lasciando da parte il linguaggio religioso – tutti i riferimenti che ci vengono in mente – e lasciamo che le parole dicano ciò che dicono, come le capiamo nella nostra vita concreta, come le capiremmo se fossero scritte su una rivista e non sul vangelo.

Qui il linguaggio è duro perché pone una questione radicale: da dove uno ha vita? E che tipo di vita ha? Il discorso è molto chiaro e il linguaggio è duro. Chiunque abbia superato l’adolescenza sa che la nascita è il passo necessario per avere vita, ma non basta; sa che ci sono tempi in cui dice: non ho un filo di fiato, non riesco neppure più a fare una telefonata ad un amico… Non ho fiato; non ho ‘vita’ abbastanza. Se ognuno di noi pensa alla propria esistenza di adulto, la questione è: da dove mi viene la vita che ho, l’energia, la possibilità di investire in relazioni, in rapporti, in progetti, in futuro, in speranza, in desideri, in…

Una delle convinzioni più diffuse attualmente è che l’energia, ci venga dal non fare niente! Mi rilasso e poi ho una grande energia. Certo, dormire, avere dei momenti di riposo, non vivere continuamente sotto stress, fa bene a tutti, … ma davvero la vita ci viene semplicemente dall’abbassare il livello dello stress? Dall’avere un po’ di vacanza, un po’ di relax? Questa è la questione! I discepoli, una volta tanto, capiscono e dicono: questo linguaggio è duro! Qui la domanda è troppo seria! Questo è il nodo; non è un pio discorso devoto, è una questione molto concreta, reale. Da dove ci viene la vita?

E c’è una seconda domanda, altrettanto reale e potente: di quale vita parliamo? Nella mia vita dove posso trovare fiato, e fiato per fare che cosa? Il primo passo è avere fiato, ma poi, una volta che ho fiato, che ci faccio? I due problemi sono connessi; spesso noi abbiamo poco fiato perché abbiamo paura che, se ne avessimo di più, non sapremmo come spenderlo, cosa farne.

Alla luce di questo quadro può essere interessante rileggersi da soli questo capitolo e vedere come suona; improvvisamente suona chiaro perché esce da un discorso devoto ed entra in un discorso reale, che chiunque di noi conosce bene!

…dal giorno dopo!

“Il giorno dopo…”.

Pur avendo letto molte volte questo testo, solo ora ho notato questa espressione: ‘il giorno dopo’ ed ho fatto una breve ricerca: nel vangelo di Giovanni tutte le cose succedono il giorno dopo.

E’ interessante. Nel vangelo di Matteo è sempre ‘In quel tempo…’ – che è anche la formula liturgica con cui iniziano i testi ritagliati per le celebrazioni. Giovanni invece ha sempre questa formula iniziale, ‘il giorno dopo’, fino a ‘il giorno dopo il sabato, le donne…’. L’abbiamo sentito nelle letture a Pasqua.

Il Vangelo di Giovanni ha questa sgranatura temporale. Un proverbio ebraico dice: “Ciò che tarda, accadrà!” e nel commentarlo un Padre dice: il Signore funziona così, tarda perché accadrà.

La salvezza succede sempre il giorno dopo!

Varrebbe la pena in questo tempo pasquale, partire da ‘il giorno dopo il sabato’ – giorno del riposo di Dio, giorno in cui , finita la creazione, si è anche riposato! Il giorno dopo succede la risurrezione: Dio abita l’eccesso del tempo. Si fa tutto ciò che c’è da fare, ci si riposa, si cerca di abbassare lo stress… e c’è un giorno dopo, e la salvezza accade lì.

Dio abita in un di più! Noi non abbiamo mai un ‘giorno dopo’, abbiamo solo sempre oggi, anzi ieri, perché siamo in perenne ritardo; dunque sperimentiamo pochissima salvezza perché non c’è mai un ‘giorno dopo’, anzi ci manca sempre una settimana… “Se l’esame fosse tra una settimana, sarei preparatissimo, ma è domani!!!” Mi sembra interessante questa questione: a noi manca una settimana, mentre a Lui avanza sempre un giorno!?!

Il discorso sul pane di vita sta sotto questo segno: la vita ci viene da un giorno in più, da un giorno che avanza. In termini ‘colti’ si chiama ‘riserva escatologica’, cioè c’è un pezzo di noi, della nostra profonda identità, quello che sarà rivelato pienamente solo di fronte a Dio, che non è a nostra disposizione.

Noi siamo abituati a pensare che diventare adulti significa avere se stesso a disposizione, essere responsabile, poter decidere, fare, avere un’autonomia economica… Essere adulto nella storia significa avere sé a disposizione, ma un cristiano sa che essere salvo è molto di più che essere adulto, significa sapere che c’è un pezzo di me che è nelle mani di Dio, che non è a mia disposizione. Questa è la vita piena, o vita eterna. Tradotto ulteriormente: “Voi non siete tutti lì!” In qualunque situazione della vita, bella o brutta, noi non siamo tutti lì, mai, in assoluto! Abbiamo un di più, che si chiama ‘riserva escatologica’, la parte di noi che sta nascosta in Dio, il giorno in più. Per questo c’è l’espressione ‘vita eterna’: se c’è sempre un giorno in più, non finisce mai!

Barche e mari da attraversare…

“Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberiade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie”.

La folla ha il problema delle barche: le conta, guarda di qua e di là… Se leggiamo quei cinque versetti ci perdiamo, perché non conosciamo la geografia del posto…; Gesù non era là, non sapevano dov’era andato, non c’erano i discepoli, prendono la barca… la folla è disorientata. Ci sono barche e mari da attraversare …

La settimana scorsa ho visto il film ‘Cuore sacro’: ve lo consiglio; ad un certo punto dice:

“…le religioni sono come vascelli che attraversano il mare per condurre a Dio; ogni tanto qualcuno si confonde: si innamora del vascello e si dimentica della meta!”

Io penso che ciò sia vero anche per noi: ogni tanto ci innamoriamo del vascello e ci dimentichiamo della meta. Qui c’è un mare da attraversare e ci sono delle barche. Le barche servono per andare dall’altra parte, non in assoluto! Mi chiedo quali siano le nostre barche e quali i nostri mari. Per arrivare al pane di vita, all’Eucaristia, bisogna attraversare un mare, … quale? Con una barca … quale?

La folla si organizza; vanno da Gesù e fanno la domanda più stupida: “Rabbì, quando sei venuto qui?” Noi avremmo chiesto ‘Perché sei venuto qui, cosa ci fai?’. Ma Giovanni ha un problema sul tempo – il giorno dopo… – e chiede ‘quando?’. Giovanni sta cercando di non farci sfuggire l’idea che c’è un problema sul tempo: parlerà di vita eterna, e sta mettendo dei segnali!

…tracce da seguire …

“Gesù rispose… – in che senso rispose? Gesù disse, senza rispondere minimamente alla domanda, proprio come fa di solito! – “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”.

Sembra che voglia dire: ‘dovreste cercarmi perché avete visto dei segni’.

Nel vangelo di Giovanni i segni sono i miracoli e le parole di Gesù! Qui è molto chiaro, se usciamo un po’ dall’impianto religioso, e se teniamo conto dell’aspetto sottolineato prima, il ‘prima e dopo la risurrezione’, la questione ‘ambigua’. Gesù chiede: ‘avete visto i segni?’. ‘Quando il grano diventa dorato voi dite: è il tempo della mietitura! Stolti, guardate i segni dei tempi!’

In una situazione ambigua, ciò che si vede del Signore sono segni, segnali, tracce. Perché non mi cercate seguendo le tracce?

Questa è la questione: dovremmo arrivare ogni domenica all’Eucaristia avendo seguito una traccia nella nostra settimana. A quel punto l’Eucaristia sarebbe chiara!

Quando uno va dal dentista, si presenta senza averci pensato molto nei giorni precedenti, sperando di non soffrire troppo, di non fare una lunga attesa…e poi se ne esce. Se questo è il nostro atteggiamento mentale rispetto al gesto liturgico, se si va all’Eucaristia sperando di ‘cavarsela’ senza troppi disturbi: omelia lunga e noiosa, bambini del catechismo, iniziative varie… alla fine si esce con sollievo, per aver assolto un ‘compito’. L’ho espresso in tono un po’ ironico, esasperato, ma….

Il problema qui è un altro: quali sono i segni che ci hanno condotto lì?! Non è un appuntamento dal dentista. E’ una caccia al tesoro, devo aver seguito dei bigliettini – un cammino, un percorso, dei segni – per arrivare fino lì. Certe settimane non ho voglia di giocare, quindi butto via il primo bigliettino senza neppure leggerlo… pazienza, può succedere. Ma se non ho mai voglia di giocare, alla fine diventa un appuntamento dal dentista. Il problema è: quali segni stiamo seguendo per andare a cercare Gesù!!

…segni e parole

In questo racconto c’è un grande equilibrio: prima c’è il cibo – i pani vengono moltiplicati – poi ci sono le parole. Nel vangelo di Giovanni c’è sempre un gioco di coppie: spirito e verità, acqua e spirito, cibo e parole … che ripetono la stessa questione: da una parte c’è la realtà – le cose così come sono, nel loro non essere noi, non essere totalmente nostre, la realtà brutale, che si impone con le sue leggi – e dall’altra le parole – i pensieri, la verità – che interpretano, danno il nome a questa realtà, alle cose.

Credo che questa sia una questione gigantesca. Noi ci siamo persi le parole. Abbiamo solo sempre la realtà, le cose che accadono, i bisogni che abbiamo, le risposte che abbiamo o no, capire o non capire, abbiamo sempre una oggettività e non abbiamo mai le parole interne ed esterne per avere una relazione con questa realtà.

Provo a spiegarmi da un altro punto di vista. Quando noi, in una relazione amorosa abbiamo una difficoltà, da una parte ci sono le cose oggettive che le danno origine – una incomprensione, un problema – dall’altra ci sono le parole che si mettono su questa situazione oggettiva; ed in genere tra le due cose non c’è una relazione, una proporzione diretta. Certe volte una banalità diventa un’orgia di parole per cui alla fine ci facciamo un gran male per un fatto che era una scemenza, altre volte una cosa gravissima trova delle parole talmente giuste subito, che trova il suo luogo. C’è una relazione profonda tra le cose e le parole, solo che tutti noi viviamo convinti che l’unica legge sono le cose, che le parole non cambiano, non spiegano – Gesù c’è o non c’è; fa o non fa; credo o non credo… – tutto il resto non conta. Non è vero, non è così! Le parole “fanno” le cose, “le nostre cose”, sono l’unica porta che abbiamo per trovare un luogo per le cose, grandi o piccole che siano.

In questo testo Gesù mette parole di questo genere. Per questo i discepoli diranno che queste parole sono dure, “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” Queste non sono chiacchiere, sono parole che aiutano i discepoli a mettere il pane mangiato e i segni in un luogo della loro vita, rispondendo alla domanda ‘Da dove ci viene la vita?’ e ‘Quale tipo di vita?’.

La fonte della vita

Gesù dice: “Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di Lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”.

Procuratevi non il pane che perisce! Traduco in linguaggio moderno: occhio a dove cercate energia per la vostra vita, perché ci sono delle fonti di energia che sono una bufala! Pare che ti diano energia mentre invece te la succhiano!

Su questo dovremmo tentare di fare una riflessione profonda, perché il circuito perverso dello stress, del tipo di vita che tutti noi facciamo, è terrificante. Certe volte siamo talmente impegnati a riposarci che ci stanchiamo; è come un cane che si morde la coda. Siamo la prima civiltà che ha prodotto il tempo libero e siamo stressati. Le civiltà antiche non avevano il problema del tempo libero. A volte cerchiamo vita ed energia in cose che ne consumano più di quanta ne possano dare. Questo è un discorso di base, da catechismo delle elementari: Dio è il creatore della vita, è l’unico che dà più vita di quanta ne assorba; nessun altro è in grado di dare più vita di quanta gliene serva. Dio non ne ha bisogno, quindi la può solo dare e, da creatore della vita, ha messo su suo Figlio il suo sigillo.

Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”.

Forzatura di Giovanni, ma chiara, a questo punto: se dobbiamo cercare in Dio l’origine della vita, dicci cosa dobbiamo fare. Tipica domanda da stressato: come faccio? Quanto costa?

“Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in Colui che Egli ha mandato”.

Non c’è da fare niente, calmi, fidatevi, perché Dio compie la sua opera. Qual è l’opera di Dio? Poco dopo sarà detto: “Questa è la volontà del Padre mio: che io non perda nessuno”.

Fidarsi che il Figlio è venuto per non perdere nessuno. Basta.

Ma, esattamente come tutti noi, la folla non capisce, non è soddisfatta: se l’unica cosa da fare è fidarsi… troppo facile, non sarà mica così, e allora la carità, le cose…. Esattamente la stessa difficoltà!

“Allora gli dissero: ‘Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto…”.

Meglio la vecchia cara legge, che si capiva, che era chiara – questo si fa, questo no; questo è puro, questo è impuro!

“Rispose loro Gesù: ‘In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è Colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”.

Attenzione! Certo, la legge rassicura, ma la vita del mondo viene da un’altra parte. Qui si dovrebbe ragionare a lungo sulla vita del mondo che torna più e più volte in questo discorso. Giovanni è l’evangelista che usa sempre ‘mondo’ in modo un po’ negativo – “il mondo non l’ha accolto” – ma Gesù è venuto per dare la vita al mondo.

Dio fa il primo passo

“Allora gli dissero: ‘Signore dacci sempre di questo pane”.

Pare che Giovanni abbia esaurito la fantasia perché usa lo stesso schema del testo della Samaritana: “Signore, dammi sempre di quest’acqua”.

“Gesù rispose: ‘Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

La stessa risposta che dà alla Samaritana: “Sono io che ti parlo”.

“Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di chi mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno”.

Qui c’è il grande tema misterioso, ripreso dopo, “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato”, quello che i teologi hanno discusso parlando della predestinazione: è Dio che sceglie in fondo? Noi spesso diciamo: la fede è un dono, ma se io non ho questo dono?

Il mondo – non i buoni – è il destinatario della vita, e Gesù è stato mandato perché non si perda nessuno.

Nessuno può andare a Gesù se non lo attira il Padre, vuol dire: nessuno va a Gesù perché è bravo, è un cristiano impegnato, fa l’animatore, … la prima azione è sempre di Dio. Dio è l’unico che davvero ‘fa’. Non c’è niente di grave da fare, perché il mondo è già stato salvato. Gesù è morto ed è risuscitato. Tutto ciò che di serio c’era da compiere è stato compiuto. Dunque possiamo vivere, andare, venire, trafficare perché giochiamo sul sicuro. Non possiamo perdere. Non c’è modo di perder questa partita, neanche impegnandosi. Posso solo scegliere di non giocare, ma se gioco vincerò.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me, vivrà per me”.

Ecco uno dei falsi parallelismi di Giovanni, che usa spesso questa costruzione della frase: ‘come… così…’. Tu pensi: come A è uguale a B, così C è uguale a D. No!

Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così chi mangia di me… – sarà mandato? No, vivrà per me!. Non c’è un compito, il Padre ha mandato il Figlio, noi non siamo mandati, ma viviamo per il figlio. Fine.

“Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

In questi ultimi giorni, e non solo per motivi liturgici, per la Pasqua, ho riflettuto molto su questo tema, perché ciò che ci accade è la stessa cosa accaduta a coloro che hanno attraversato il deserto, hanno mangiato la manna e sono morti. Noi mangiamo l’Eucaristia, crediamo nel Cristo risorto e moriamo, e coloro che amiamo muoiono. Perché ci viene detto “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno?”

Mi pare che da una parte abbia a che fare con ciò che dicevamo prima rispetto al tempo: chi mangia di questo pane vive nel suo giorno in più e, che viva o che muoia, vive nel suo giorno in più.

“Disse allora Gesù ai Dodici: ‘Forse anche voi volete andarvene?” E la domanda è grave.

“Gli rispose Simon Pietro: ‘Signore, da chi andremo?”

A questo punto i discepoli sono totalmente sbilanciati dalla parte del fidarsi del pezzo che non è a loro disposizione e dunque, dove possono andare?

Il testo su cui abbiamo riflettuto oggi è totalmente pasquale: sta nel giorno dopo il sabato, sta nell’apparizione al lago, sta in quella domanda: avete qualcosa da mangiare? L’altra faccia dell’Eucaristia è sentirsi domandare da Dio: “avete qualcosa da mangiare?”.

Domanda: Non riesco a conciliare il fatto che non abbiamo niente da fare col fatto che Gesù chieda ai discepoli di dargli qualcosa da mangiare.

Risposta: La domanda che il risorto fa a Pietro e agli altri sulla riva del lago, riguarda la loro vita ordinaria. Gli apostoli facevano i pescatori e ritornano a fare i pescatori, secondo il racconto di Giovanni, dopo la fine di questa ‘ubriacatura’. Dunque stanno pescando. Gesù chiede qualcosa da mangiare, perché chiede loro della loro vita così com’è. Quando dico che non dobbiamo far niente, forse mi esprimo male, ma voglio dire che rischiamo di pensare che ci sia una cosa che è vivere – uno si alza, campa, ha una professione, una famiglia…- e poi c’è una cosa ulteriore, che sarebbe vivere da cristiano. Non sappiamo mai esattamente cosa significa, ed in genere pensiamo sia un modo di vivere morale, a volte anche un po’moralistico – una persona ‘normale’ fa delle cose; anche un ‘cristiano’ fa delle cose, ma alcune sì, altre no; alcune le fa così, altre in modo diverso. Poi ci sarebbe ancora un vivere ‘plus’ – un vivere da cristiano impegnato. Uno vive, vive moralisticamente, ed in più fa l’animatore in parrocchia, fa mille cose – ed in genere prova anche un po’ di rancore perché la gente non viene, non capisce, non partecipa!! Sto ironizzando un po’, esagerando, ma è per capirci, per spiegare la dinamica.

Quando dico che non c’è niente da fare, voglio intendere che non c’è un ‘plus’. ‘Avete qualcosa da mangiare?’ è una domanda sulla vita. Noi non abbiamo un altro luogo, oltre la nostra esistenza, non dobbiamo fare un’altra cosa, tanto meno fare una cosa religiosa.

Il problema è come uno vive, come spende la propria esistenza. Da adulto, se io vivo solo nell’oggi, o nel ‘giorno dopo’, fa una bella differenza, ma non in termini morali. Cambiano le cose, si vive in un altro modo. Molto spesso la nostra esperienza è che ci diciamo credenti perché facciamo una serie di cose, ci agitiamo molto, ma poi viviamo da atei, perché non viviamo mai nel ‘giorno dopo’.

La domanda ‘avete qualcosa da mangiare?’ si riferisce al fatto che la nostra vita così com’è, quella che è, va rischiata – per le sue cose, non per altre – in questo fare affidamento sulla parte di me che non è a mia disposizione. E’ un’operazione ben complessa ed è questa la cosa da fare.

Domanda: I discepoli di Emmaus non riconoscono Gesù, se non quando spezza il pane…

Risposta: Nessuno di coloro che vedono il risorto lo riconosce. Il problema del nostro Dio è che non ha evidenze. Avendo scelto la via dell’incarnazione, è sempre sotto il segno dell’ambiguità, offre dei segni, non si impone mai come un’evidenza.

Nelle apparizioni del risorto si nota di più, ma anche prima la gente si chiedeva: “ma non è costui il figlio di Giuseppe?”. Questa per noi è una delle cose più difficili da accettare. Secondo questo testo di Giovanni la fede è la ricerca dei segni: noi andiamo alla ricerca della presenza di Dio nella vita così com’è come delle bricioline lasciate sul sentiero. Questo dovrebbe essere il nostro compito: raccogliere le bricioline una dopo l’altra per averne vita, con santa pazienza e con occhi buoni. Infatti, in genere, questo è il problema: non abbiamo molta pazienza e non abbiamo occhi buoni.

Fossano, 2 aprile 2005

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2004/2005

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