24 Aprile 2021
Stella Morra

7. Creare/tessere

Commento a: Es 1, 8-22


La mia sensazione è che essendo un tempo così lungo anche questo tempo del Covid sta iniziando ad avere delle stagioni diverse al suo interno: il primo periodo aveva certi caratteri, l’estate ne ha avuti altri. Adesso mi sembra che sia un periodo faticoso a causa della sua lunghezza, delle sue esigenze, delle preoccupazioni e delle fatiche. Ci sta provando tutti, parecchio, e stiamo iniziando a risentirne fortemente. Contemporaneamente mi sembra che stia diventando, almeno secondo la mia esperienza, un tempo molto intenso, caratteristica che ad esempio il tempo iniziale non aveva. Il tempo iniziale era un po’ di sbandamento, di entusiasmi strampalati, del dire “ce la faremo”, un po’ come una fase iniziale di ogni esperienza nuova. Adesso stiamo incominciando a digerire questa cosa ed insieme alla fatica sta venendo fuori una sorta di “quotidianità” che però è una quotidianità dura, non ordinaria. Ci saranno ancora a lungo molti gesti e molte questioni a cui non eravamo abituati e a cui ci siamo abituati; anche solo questa modalità online, e questa quotidianità sta acquistando profondità. Se ci diamo il tempo di farlo ci sta consentendo di mordere su delle questioni interiori più profonde. Forse questa è una cosa su cui fare un po’ di attenzione, credo, cioè “darsi il tempo di…”, non semplicemente fermarsi e lasciarsi travolgere dalla stanchezza che sta prendendo tutti per mille motivi, e dal fatto che una serie di gesti da anormali stanno diventando normali da un certo punto di vista. Gli umani hanno una capacità di adattamento che è impressionante, quasi qualsiasi cosa diventa subito ordinaria.

Dico questo perché la Lectio dell’altra volta all’interno della riflessione con cui ho pensato il percorso ha poi preso un colore molto particolare nella realtà, come a volte accade, ed è stata, anche nel mio sentire, una svolta. Stiamo percorrendo delle coppie di parole, non una giusta ed una sbagliata, ma da tenere entrambe. L’altra volta abbiamo riflettuto su esistere e curare/curarsi, che in qualche modo mi sembra sia uno dei punti chiave di cui questo tempo. Ci lascerà una traccia, se abbiamo voglia di tenere qualcosa di buono, e cioè che non c’è una situazione “normale” in cui uno è sano e in cui questo è scontato, dovuto, e poi se uno è malato si cura. No, la cura è parte dell’esistere e ci sono molti modi in cui bisogna curare e curarsi. Non c’è un’esistenza piena se non c’è una dimensione di curare e di curarsi e forse questo l’avevamo dimenticato, anche qui, come in tante altre cose, la pandemia ci ha semplicemente mostrato qualcosa che era già in movimento prima. Non si ha cura solo perché uno è malato, si ha cura della vita, della vita che cresce, che si svolge; si ha cura anche di ciò che è sano e in qualche senso nessuno è sano, siamo tutti guariti. La pandemia ce lo sta mostrando in modo più evidente, più inevitabile, ma l’idea della cura ha preso un posto che prima non aveva: era relegata all’eccezione. L’autoevidenza era io sono sano, sto bene, ho la mia vita e il mio lavoro, posso avere dei problemi ma per il grosso vado avanti e solo sui problemi c’è bisogno di una cura. È come se stessimo tutti scoprendo che non è affatto così, che per esistere davvero e per esistere nella pienezza della nostra umanità abbiamo bisogno di cura. Da un certo punto di vista: esistere, cura data e cura ricevuta, non dico che sono proprio sinonimi ma comunque si intrecciano molto strettamente.

Da questo punto di vista mi sembra recuperare il senso. Quando da piccola mi regalavano qualcosa che nella testa dei miei genitori era prezioso, era costato molto, un vestitino nuovo, delle scarpe nuove, mi dicevano “mi raccomando, abbine cura”. Forse ci eravamo un po’ persi l’idea che di ciò che è prezioso bisogna avere cura e la nostra vita, la vita di tutti, è preziosa e quindi bisogna averne cura.

Questa riflessione che stavo facendo nel tempo intermedio mi ha proprio fatta scivolare nella Lectio di oggi che è di nuovo un testo dell’Esodo, quasi all’inizio del capitolo 1, che io amo tantissimo e fa proprio parte della mia storia personale ma, contemporaneamente, è un testo che ho commentato poco. Gli amici dell’Atrio di più lunga data sanno che ci sono testi che amo tantissimo e che tiro fuori in ogni occasione, come per esempio la Samaritana e il Prologo di Gv, che amo sull’esterno, li amo condividendoli. Poi ci sono alcuni testi come quello di oggi, o per esempio Gv 15 o Gv 6, che amo più sull’interno, che qualche volta ho commentato però con un certo pudore, anche se sono testi molto cari a me, alla mia storia personale di credente, che mi hanno fatto compagnia in tanti passaggi decisivi. Ho sempre un po’ di strano imbarazzo a fare una Lectio su testi di questo genere perché, mi sembra quasi di mettere in piazza delle cose private, non vorrei metterci troppo delle tante letture che negli anni si sono sovrapposte su quel testo e che sono pezzi interi della mia storia, delle mie domande. Quindi prendetelo un po’ così, sappiate che non c’è mai niente di oggettivo, assoluto, ma qui meno che mai… È la condivisione, in un tempo come questo, di ciò che ha curato me in questi anni, in tempi difficili ma anche in tempi felici, cioè che ha avuto cura della mia anima preziosa e che condivido con voi sperando che abbia cura anche di voi, tutto qua.

La lectio

Il testo di oggi parte dal versetto 8, vi dico solo una parola dei versetti dall’1 al 7 perché sono la premessa necessaria, lo sfondo che in qualche modo è una di quelle cose che dicevo prima, mi ha fatto scivolare dentro a questo testo dal pensiero della cura.

1Questi sono i nomi dei figli d’Israele entrati in Egitto; essi vi giunsero insieme a Giacobbe, ognuno con la sua famiglia: 2Ruben, Simeone, Levi e Giuda, 3Ìssacar, Zàbulon e Beniamino, 4Dan e Nèftali, Gad e Aser. 5Tutte le persone discendenti da Giacobbe erano settanta. Giuseppe si trovava già in Egitto. 6Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. 7I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno.

Spesso troviamo delle genealogie all’inizio dei testi antichi, basta pensare al Vangelo di Matteo. Non c’era l’anagrafe, i racconti erano anche un modo di raccontare chi era governatore, chi era procuratore, ma qui c’è qualcosa di più. Tutti abbiamo presente, se non altro per il cartone di Spielberg, la storia di Giuseppe che è una storia affasciante e dove c’è una storia faticosa, Giuseppe sognatore ed interpretatore di sogni, che cade nella polvere e che sale alle stelle, mentitore con i suoi fratelli, che interviene in tempo di carestia… è una storia proprio interessante. Giuseppe è un uomo di successo ma non dal punto di vista capitalistico, è un uomo vivo che cade e si rialza, che viene trattato male ma non nutre rancore e non nega le ferite, è uno in piedi. Quindi è una bella vita, una vita anche feconda, era già in Egitto ed attira tutta la sua famiglia, i 70 discendenti di Giacobbe, e da lui nasce addirittura un popolo. È l’ultimo dei patriarchi. È il segno del momento in cui dalle storie personali, Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, da lì in poi si esplode e si passa dalle storie di uno e della sua famiglia a parlare del popolo. Si parte da un benessere, non da una malattia. Per la lettura cristiana noi siamo abituati a pensare che la storia dell’Esodo comincia con la schiavitù, ma la schiavitù inizia sul benessere, su un successo. Il punto di partenza è che loro erano tanti, ricchi e fortunati perché Giuseppe aveva lasciato un’eredità feconda, una sovrabbondanza di vita, è questo il vero punto zero. In qualche modo la storia prima della schiavitù poi dell’Esodo e poi dell’intervento di Dio, e appunto del passaggio dal singolo al popolo, per cui da lì in poi si parlerà del Popolo di Jahvè. È la storia dell’assumere nel benessere la cura, cioè del capire che un benessere senza cura porta in qualche modo alla schiavitù.

Il testo: Es 1, 8-22

1 8Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. 9Egli disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10Cerchiamo di essere avveduti nei suoi riguardi per impedire che cresca, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». 11Perciò vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati, per opprimerli con le loro angherie, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. 12Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva, ed essi furono presi da spavento di fronte agli Israeliti. 13Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli con durezza. 14Resero loro amara la vita mediante una dura schiavitù, costringendoli a preparare l’argilla e a fabbricare mattoni, e ad ogni sorta di lavoro nei campi; a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

15Il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: 16«Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, potrà vivere». 17Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini. 18Il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?». 19Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità. Prima che giunga da loro la levatrice, hanno già partorito!». 20Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. 21E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una discendenza.

22Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina».

Commento

C’è un benessere fecondo che, secondo il versetto 8, è assicurato da Giuseppe, dal suo essere un patriarca capace di garantire il suo popolo.

8Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe.

Il rapporto tra Giuseppe e il faraone è di cura reciproca, uno che interpreta i sogni e l’altro che gli garantisce ricchezze e cibo per il suo popolo lontano in tempo di carestia. È un rapporto in cui l’esistenza è una cura. Quando sorge un re che non ha conosciuto Giuseppe si rompe questo equilibrio. Personalmente a questo punto mi viene sempre una domanda: chi non ho conosciuto? Quale passaggio mi manca perché la mia vita sia una forma di cura reciproca nelle relazioni? Di chi non ho preso atto delle sue capacità di visionario ed interprete che quindi mi consente di avere cura di me e degli altri?

Questo re che non ha conosciuto Giuseppe interrompe questo equilibrio tra esistere e curarsi e introduce un elemento fondamentale

9Egli disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. 10Cerchiamo di essere avveduti nei suoi riguardi per impedire che cresca, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese».

Introduce un elemento squilibrante, che trasforma la benedizione reciproca della cura in maledizione. L’elemento squilibrante è la paura. Non è ancora successo niente, la paura ha questa struttura pazzesca ed anticipa quello che non c’è, ed anticipando quello che non c’è ci fa combattere i mulini a vento, i fantasmi, perché non affronta il reale ma affronta quello che potrebbe accadere. Anche qui il Covid ci ha sbattuto in faccia una realtà pazzesca, tutte le nostre paure si sono riposizionate perché ognuno di noi temeva delle cose che potevano accadere nella propria vita e magari alcune sono anche accadute. Però di per sé è accaduta una cosa talmente imprevedibile e con una modalità che nessuno era in grado di prevedere, che alla fine tutto il resto ha preso un’altra posizione perché ci ritroviamo a parlare di vaccini e percentuali. Questa paura, che è un oggi e non un “potrebbe accadere”, ci ha occupato tutto lo spazio e richiede tutta la nostra capacità di cura. La paura è una strana bestia, ne abbiamo parlato tante volte, e qui c’è una paura molto determinata

10bsi unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese».

Mi fa sempre riflettere molto perché è davvero la struttura basica di ogni nostra paura, ed è la struttura che discende direttamente dalla struttura di quello che noi leggiamo come il racconto del peccato originale. Abbiamo sempre paura che chi ci sta di fronte, l’altro, si unisca con chi non mi vuole bene e diventi mio avversario. Dio che accetta il dono di Abele fa incavolare Caino perché loro due fanno squadra, fanno gruppo. Non è un caso che nei bambini che non hanno tanta mediazione sociale l’accusa fondamentale che uno può fare è “non ti faccio più amico”, a cui uno potrebbe rispondere con un chi se ne frega, ne ho altri di amici, ma non ti faccio più amico significa non sono più dalla tua parte, sono con i tuoi avversari e questa cosa qua ci esplode nella testa, è una struttura tipica. Secondo me questa cosa ci mette di fronte alle radici di tutte le nostre paure: noi possiamo avere un milione di paure e chiamarle in un milione di modi. Credo che ciascuno di noi potrebbe descrivere in questo momento quali e quante paure ha per sé e per gli altri, ma se ci mettessimo a fare un’analisi alla fine si tratta sempre di una paura di un tradimento, che le cose o le persone si alleino contro di me e che io mi ritrovi solo, senza relazioni, che è la nostra struttura fondamentale per esistere. Appunto le relazioni sono preziose, vanno curate, se no non sopravvivono alle paure. È lì il cuore profondo, la nostra esistenza è il delicatissimo miscuglio di un reciproco relazionarsi benedicente che può quasi in un attimo capovolgersi in un’alleanza di avversari. Siamo sempre lì su quella soglia, chi è con me?

Questo re che non ha conosciuto Giuseppe e dunque decide che il benessere degli ebrei e la loro fecondità sono fonti di paura e non necessità di cura e fa una cosa banalmente umana. È questo che mi piace della prima parte del testo, è così banalmente umano, elementare, descrive il meccanismo di fondo su cui noi, che siamo tutti adulti, che abbiamo storie, vite e anni, ci mettiamo intorno un sacco di fiocchi e fiocchetti, specificazioni, ragionamenti, coloriture…ma la struttura basica è questa qua, è banale ed è sempre drammaticamente uguale. L’opposto della cura è la violenza, non è semplicemente l’assenza di cura, non esiste l’assenza di cura, o si cura o si è violenti, non c’è un’alternativa.

11Perciò vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati, per opprimerli con le loro angherie, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses.    

È ancora una volta l’antico archetipo, se mi faccio guidare dal criterio dalla paura invece che da quello della cura è la violenza di sostituirmi a Dio e diventare un creatore, costruire qualcosa per me. Qui è ancora più evidente, le città deposito che sono un posto militare e protetto per accumularci dei beni, uno spazio con delle mura spesse. Il gesto di sostituzione a Dio è il centrare la propria energia sul creare, sul costruire improprio attraverso la violenza.

Sapete quanto insisto sul cambiamento e su quanto gli umani sono cambiati, ma tutte le volte che arrivo a questo versetto penso a come il movimento profondo dell’esistenza non cambia mai, è in questa struttura relazionale basica. Vale anche per la reazione:

12Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva, ed essi furono presi da spavento di fronte agli Israeliti.

Cioè la paura non funziona, da circa tremila anni lo sappiamo, non funziona. Quanto più li opprimevano tanto più erano fecondi e si moltiplicavano. Sostituirsi a Dio non funziona, non è mai una buona idea, non porta a casa nemmeno il proprio risultato. Dunque la paura diventa spavento che nella scrittura è un termine molto particolare, è proprio il terrore, quello che prende di fronte alla divinità, di fronte ai grandi fenomeni della natura, quello irrazionale, in modo radicale, non è solo la paura di chi è in una situazione di pericolo. Quando nell’AT si dice che Dio passa, la reazione è sempre di terrore, la reazione è sempre fuori misura. Spavento di fronte agli israeliti, la paura non solo non funziona perché non raggiunge il suo scopo ma non funziona perché moltiplica sé stessa.

I versetti 13 e 14 ancora una volta sono la banale esperienza dell’esistenza in cui tutti ci possiamo riconoscere.

13Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli con durezza. 14Resero loro amara la vita mediante una dura schiavitù, costringendoli a preparare l’argilla e a fabbricare mattoni, e ad ogni sorta di lavoro nei campi; a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

Non solo ci viene detto che oggettivamente li fanno lavorare in modo bestiale, lavorare così faticosamente è una caratteristica delle società più antiche siccome non c’erano tanti strumenti o tecnologia. Abbiamo tutti negli occhi le immagini di bambini in certi paesi che costruiscono i mattoni d’argilla sotto un sole cocente, perché purtroppo in alcune parti del mondo è ancora così: c’è un lavoro molto fisico, duro, materiale, doloroso. Ci viene detto che Resero loro amara la vita e li fecero lavorare con durezza. Il terrore, lo spavento che nasce dalla moltiplicazione della paura ha come frutto una violenza che non si limita alla violenza fisica, ma che rende amara l’esistenza. Questo versetto mi risuona nella testa da anni. Tutte le volte che mi sembra che la vita sia amara e in cui mi chiedo se me la sto rendendo amara da sola attraverso una dura schiavitù, se c’è qualcuno o qualcosa che me la sta rendendo amara e perché? Perché ha paura di me, che cosa lo muove a rendermi amara l’esistenza. Voi sapete che questa parola non è casuale in questo racconto: nella celebrazione della Pasqua ebraica per ricordare il passaggio nel Mar Rosso si dice che nella cena di Pasqua bisogna mangiare erbe amare per ricordarsi il gusto amaro della schiavitù e da cosa si è stati salvati, non è un aggettivo qualsiasi. Amaro riguarda proprio il gusto della vita, che non è più la fecondità, il moltiplicarsi, la gioia di 70 discendenti, ma è l’amaro da cui non riesci a liberarti la bocca, qualcosa di profondo che non sai mai se viene da dentro, da una botta di mal di fegato, o da fuori, se sei tu che stai producendo quel gusto perché non digerisci o se viene da qualcosa che hai mangiato. Mi piacerebbe molto ragionare insieme su cosa vuol dire rendere amara la vita, e mi sembra, appunto, che il contrario di cura non è mancanza di cura, ma violenza e vita amara che è sempre prodotta contemporaneamente da dentro e da fuori. Siamo bravissimi a renderci la vita amara, ci riusciamo molto facilmente, con poco impegno.

Fino qui, la prima parte della storia, un archetipo molto classico e semplice di com’è la vita, una dinamica di fronte alla quale ci troviamo tutti. Poi, c’è la seconda parte che è quella che mi fa veramente bene, mi cura, perché è il sassolino che inceppa il meccanismo. In tutto questo meccanismo dove uno dice se gli umani funzionano così non c’è speranza, uno può essere Giuseppe d’Egitto, poi arriva uno che non ti ha conosciuto e ti sbatte addosso la sua paura e la sua violenza, il suo renderti la vita amara e tu non c’entri un cavolo e ti pigli tutte queste botte sulla testa… ma che sistema è? Il sistema è che c’è sempre un sassolino possibile e tu puoi diventare il sassolino, interrompere non solo per sé ma anche per gli altri questo meccanismo banale e così violento. Il sassolino è questo:

15Il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua:

Sappiamo bene che dopo questa prescrizione si tesse la storia di Mosè, condottiero del suo popolo, nella sua ambiguità di essere un egiziano ebreo. Sarà anche la storia di colui che pur non avendo conosciuto Giuseppe non può ritenere gli altri suoi avversari, perché è cresciuto tra gli egiziani e non sa da che parte mettersi. Abitando in mezzo non può entrare nel meccanismo della paura, infatti, appena uscito dal palazzo del faraone ucciderà l’egiziano e capirà subito di aver fatto un casino. Mosè è un predestinato ad aver cura, non può fare altro perché ha dentro due patrie. Anche qui, uno dei trucchi è avere dentro due patrie, esattamente una figura cristologica. Gesù, figlio di Dio, ha dentro di sé due patrie, vero Dio e vero uomo, per questo non entra nel meccanismo della paura che genera violenza e terrore, che rende amara la vita. Per essere uomini e donne di benedizione, capaci di aver cura, bisogna essere un po’ meticci, un po’ in grado di mettersi nei panni degli altri, un po’ contaminati. In una delle nostre serate abbiamo parlato a lungo della contaminazione come centro dell’identità cristiana, ha una storia lunga questo tema della contaminazione perché solo se uno è un po’ egiziano ed un po’ ebreo non può vivere l’altro come un avversario, e Gesù si incarna essendo un po’ ciascuno di noi, per poter non giudicare nessuno, non vi chiamo più servi ma amici, sto dalla vostra parte. Ma facciamo un passo indietro, questa sarà la storia di Mosè, quella che segue, ma è bello pensare questo pezzettino già con questo sfondo, questo sassolino nel meccanismo serve a costruire quello che succederà dopo. Serve a fare di Mosè uno che sta in mezzo, che non è più in grado di avere avversari. Non per scelta, non perché è buono, difatti la sua prima reazione è ammazzare l’egiziano, non è buono manco per niente, ma per necessità non può stare da una parte sola.

Dietro questa possibilità c’è questa piccola storiella. Quando si parla delle donne nella Bibbia io mi incavolo sempre perché si parla di Rebecca, Maria, ecc., quasi nessuno cita mai Sifra e Pua che sono invece due donne fondamentali nella struttura biblica sia perché sono l’elemento qualificante del racconto. Senza di loro non sarebbe successo niente, non ci sarebbe stato Mosè, ma anche perché sono due donne non angelicabili, non trasformabili, né in prostitute, né in madonnine. Di loro non sappiamo nulla se non i loro nomi: Sifra e Pua, e il loro mestiere, levatrici. Non è un mestiere qualsiasi, è un mestiere di cura di un passaggio prezioso, la mortalità infantile nei tempi antichi era altissima, è un passaggio delicato la morte, è come la notte per la scrittura, è un passaggio in cui l’esplosione di vita è altissima, perché il rischio di morte è altrettanto alto. Loro sono custodi di questa soglia e la cosa curiosa è che la levatrice è custode della vita prodotta e di “proprietà” di altre donne e non della propria. Le levatrici aiutano le altre donne, non hanno diritti d’autore, accompagnano, curano, non creano (città deposito) ma tessono quel passaggio difficilissimo dove il rischio tra la vita e la morte è altissimo, e poi restituiscono la vita nata alla donna che l’ha generata, la mettono in giro per il mondo, non hanno nessuna proprietà. Io sono molto appassionata di queste due, secondo me è un’immagine travolgente della cura di cui tutti abbiamo bisogno: qualcuno che custodisca una soglia senza diritto di proprietà. In questi giorni stavo riflettendo un po’ sulle questioni del Sinodo, la Chiesa è ben più che madre, dovrebbe essere levatrice, capace di custodire una soglia senza diritto di proprietà, di custodire le vite pericolosamente a rischio restituendole a sé stesse.

Di Sifra e Pua sappiamo i due nomi e che sono levatrici, non sappiamo altro, e il Re d’Egitto, da bravo maschio, gli dà un ordine:

16«Quando assistete le donne ebree durante il parto, osservate bene tra le due pietre: se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, potrà vivere».

Anche qui è molto interessante il potere di maledizione dei maschi, i maschi maledicono sui maschi. Il popolo ebraico infatti è matrilineare, cioè ha aggirato tutti, è l’altro sassolino. Uno è ebreo se nasce da madre ebrea, la genealogia dell’ebraicità è per via materna proprio perché il faraone dice “uccidete i maschi”, sì, però la vita la trasmettono le donne. Tu fai sfoggio della tua potenza uccidendo l’altra potenza, non ci saranno altri guerrieri, non ci saranno soldati, ma se ci saranno donne ci saranno sempre ebrei. Anche qui è un po’ quello che ci succede spesso, è il testo di Bonhoeffer, rischiamo di essere come il toro che di fronte al torero incorna il drappo rosso invece del torero e quindi è destinato a perdere praticamente sempre perché prende a cornate un pezzo di stoffa. Il faraone in tutta la sua potenza prende a cornate il pezzo di stoffa e non chi lo tiene in mano.

Il faraone dà questo ordine alle levatrici, in questa custodia della soglia, uccidete i maschi e lasciate vivere le bambine. E il testo qui è molto semplice:

17Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini.

Lasciarono vivere i bambini, punto. Non c’è niente di eroico, niente di particolare, fanno il loro mestiere siccome una levatrice fa nascere, non fa morire, anzi, cerca di evitare che muoiano e quindi di fronte all’ordine non hanno bisogno di essere garantite da Giuseppe né di essere schiavizzate dal faraone perché sanno chi sono loro stesse, sono delle levatrici, e sono all’altezza del loro mestiere.

17Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini.

Qua non ci si spiega niente, non si dice se erano ebree o meno, erano levatrici delle donne ebree, ma non sappiamo di che religione fossero, né che cosa vuol dire il loro temere Dio, se non il sapere che l’ultima autorità non è, né Giuseppe, né il faraone. C’è un’autorità maggiore che è l’autorità del posto che loro stesse occupano. Il loro mestiere è fare le levatrici, fare nascere e non fare morire, quindi, temendo Dio, fanno nascere, punto. Non c’è proprio discussione. Trovo questa cosa di una bellezza veramente rara perché se ognuno di noi riesce ad essere all’altezza di ciò che è e nel luogo che occupa nella storia, nel migliore modo che gli è possibile, perché teme Dio cioè perché ha una gerarchia di autorità del rendersi conto che non è, né Giuseppe, né il faraone, ma nemmeno uno schiavo. È solo uno che sa il proprio nome e il proprio mestiere, quale posto occupa nel mondo, così non diventiamo preda della paura, né fautori di violenza perché diventiamo custodi della soglia preziosa che ci è affidata, capaci di essere all’altezza di ciò che dobbiamo fare.

E ci viene aggiunto questo dialoghino

18Il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?». 19Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità. Prima che giunga da loro la levatrice, hanno già partorito!».

Ci viene detto di essere all’altezza del proprio luogo, conoscendo il proprio nome e con un briciolo di furbizia, cioè usate l’intelligenza e l’ironia che avete. È bellissimo perché il faraone è potente, costruisce le città deposito, può mettere i sovraintendenti ai lavori forzati, può schiavizzare un popolo, può rendere amara la vita ma può anche essere preso per il naso da due che, temendo Dio, cercano di essere all’altezza di ciò che devono fare con un pizzico di intelligenza ed un pizzico di ironia. Non fanno nessuna scena eroica da maschio tipo “No! Non ti obbedirò mai perché io devo difendere la vita” no, parano anche sé stesse, hanno cura anche di sé perché la vita che vogliono proteggere è la vita di tutti cioè anche la propria, nessun eroismo.

Occupare il proprio posto con un pizzico di intelligenza, e la conclusione è bellissima:

20Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. 21E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una discendenza.

Tessere una trama di cura produce possesso: loro, che hanno fatto nascere i figli degli altri, hanno una discendenza propria, ciò che non si sono presi con la violenza gli viene regalato. Dio benefica fornendo una discendenza.

22Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina».

Siccome delle levatrici non si può fidare, diede quest’ordine a tutto il suo popolo. Prova a mobilitare tutti sperando che qualcuno non sia all’altezza di sé stesso e non tema Dio, e dunque che qualcuno segua i suoi ordini. Sarà la sua stessa figlia a raccogliere quel bimbo meticcio che diventerà Mosè e diventerà conduttore del suo popolo.

Questo testo, personalmente, mi prende emotivamente perché mi sembra ridotto ai minimi termini, cioè la storia è piccola, le dinamiche sono chiare e quasi senza fronzoli. C’è questa eccessiva dualità tra maschi e femmine, maschi preoccupati di essere Dio, di creare ed essere potenti, e donne che proteggono la vita. Qui Sifra e Pua, ma poi ci sarà la figlia del faraone, la sorella di Mosè, varie figure che consentono tutta questa storia. Queste donne tessono con intelligenza, non solo perché nell’antichità tessere al telaio era la tipica attività femminile ma in tutte le storie mitologiche, pensate a Penelope, tessere e disfare è la trama del tempo, è la trama dell’attesa, della fiducia. Si tesse di giorno e si disfa di notte. Moltissime figure mitologiche delle divinità greche hanno questo tema: il filo della vita viene tagliato dalle Parche, le divinità della morte, perché la vita è una tessitura e la tessitura richiede cura, è un’operazione delicata di mani e occhi, della custodia dei nodi, delle macchie di colore, di tante cose. Quasi tutte le popolazioni antiche nella tessitura per esempio di grandi tappeti inserivano volutamente un errore, un punto fatto male, asimmetrico o con il colore sbagliato, per ricordarsi che la tessitura della vita non è mai perfetta e che c’è sempre un punto che sfugge. Non è possibile tessere una vita perfetta ma questo non significa che non è possibile tessere una vita, con qualche nodo o con qualche punto non preciso. Non si crea, si tesse una vita e si tesse in questa struttura di cura delle soglie, senza diritto di proprietà e con il senso di un autorità relativa, temendo Dio, cioè sapendo che c’è un’autorità maggiore, come minimo la nostra coscienza, che le cose hanno un peso relativo, che Giuseppe o il faraone non saranno né la salvezza né la sconfitta di tutti, che bisogna mettere al mondo figli e lasciarli andare per il mondo e vedere cosa succederà, quale strada faranno, che cosa costruiranno. Si può aver fiducia di questa soglia delicata dell’aver cura di una tessitura.

Tessere una trama di cura, trovo che questo potrebbe essere lo slogan che ci guida, che mi guida, in questa stagione che è molto diversa dalle stagioni precedenti anche della pandemia stessa, che sta diventando una stagione di un altro tipo. Tessere trame di cura custodendo soglie, sapendo che sono soglie pericolose e che come non mai ci sentiremo tutti più nella fragilità di una vita da proteggere che nella possibilità di essere levatrici. L’altro giorno parlavo con un amico psicoterapeuta che mi diceva che la sua esperienza professionale è molto strana di questi tempi, diceva che siamo tipo la protezione civile, stiamo nelle nostre vite e quando c’è un terremoto nella vita di qualcuno cerchiamo di aiutarlo, ma il problema è che in questa situazione siamo tutti terremotati, anche noi, e quindi siamo in affanno perché noi stessi avremmo bisogno di essere curati e non c’è nessuno che sta in un terreno dove non ci sia stato un terremoto. E dici certo, la professionalità consiste nel fatto che se lo sai provi comunque a renderti utile e prendi atto della tua condizione di terremotato e sai che non potrai essere utile in un altro modo, in un modo perfetto o diverso com’era prima, stai anche tu dentro al terremoto e provi a renderti utile. Trovo che è un pensiero serio, tessere trame di cura a partire dall’idea che la sostanza dell’esistenza non è creare ma curare.

Fossano, 24 aprile 2021

Testo non rivisto dall’autore

Anno pastorale: 2020/2021

DataTitoloCommento a:
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Stella Morra
5. Universalizzare/concretizzare
Es 12, 1-11 ; 13,1-6
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9 Gennaio 2021
Stella Morra
4. Scartare/raccogliere
Gv 6, 1-15
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5 Dicembre 2020
Stella Morra
3. Concludere/nel frattempo
Es 32, 1-20
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7 Novembre 2020
Stella Morra
2. Com-prendere/lasciarsi ferire
Gv 19, 12-37
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17 Ottobre 2020
Stella Morra
1. Cosa? Come?
Es 16, 1-27
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