4 Dicembre 2021
Stella Morra

3. Essere amati

Commento a: Os 11, 1-9


Nel percorso “Io siamo – tra responsabilità e storia comune” stiamo riflettendo sulle fondamenta del noi, sulla complessità del dire noi, sulla fatica di essere sé in una relazione plurale condividendo obiettivi, limiti, risorse, quello che c’è. È un tempo complicato perché – l’abbiamo detto più volte – l’epidemia da Covid-2 ha rovesciato questioni simboliche, e quindi molto rilevanti nelle le nostre vite: ha capovolto distanze e vicinanze, mescolato possibilità di esserci con il proprio corpo o in modalità virtuale.

Siamo partiti dall’incontro della Maddalena col Risorto (Gv 20, 11-18) in cui veniva fuori il fuoco di tutto il percorso, il non trattenersi: non trattenerci l’un l’altro ma anche non trattenere se stessi. Non tenere se stessi per sé ma anche non voler possedere l’altro. La poesia che abbiamo messo in calce al programma va nella stessa direzione: l’abbraccio, il classico gesto di trattenere, raccogliere, custodire, viene invece interpretato come braccia allargate per mostrare il proprio disarmo per poi svanire nello spazio di carità tra me e te. L’esatto contrario del trattenersi.

La volta scorsa abbiamo ragionato sul brano di 2 Re 1, 1-18, che descrive le relazioni tra Davide, la Sulamita e i loro figli, a partire dall’idea delle “vite incastrate”. Il testo rappresenta il punto di partenza: nel rapporto tra me e tutti gli altri, il noi, il plurale, quella è la situazione più comune e anche la più facile, perché abbiamo l’idea che nel conflitto non si tenti di trattenere l’altro, anzi, che staremmo meglio se potessimo levarcelo dai piedi. Ma l’esperienza dice che nel conflitto è molto difficile non trattenere, perché abbiamo la sensazione che sia la vita a trattenerci, non l’altro. Raramente, all’interno di situazioni faticose o che viviamo come incastrate, abbiamo la sensazione che sia qualcuno che ci trattiene: abbiamo più spesso la sensazione che sia la vita stessa a farlo. Siamo convinti che sapremmo liberarci degli altri facilmente, che possiamo vivere senza di loro. Ma le situazioni – essere vecchio/giovane, lavorare/non lavorare, e così via – creano legami per cui alla fine la nostra vita è incastrata.

La lectio di oggi

Il testo di oggi vuole aiutarci ad andare più a fondo, introducendoci in una situazione non di conflitto ma di legame positivo. “Essere amati”, è il titolo, al passivo. Come funziona una situazione in cui sono amato? Possiamo dire che se siamo amati va tutto bene? Non è così, perché anche in una situazione positiva la gestione del “io siamo”, del rapporto tra me e l’altro – oppure gli altri che mi amano in vari modi – è ancora più complicata, perché quella situazione è seducente per i suoi toni consolatori, ha in sé una tentazione di chiusura, di creare un cerchio chiuso con me e l’altro o gli altri con me al centro e lì stiamo molto bene, forse. Ed è questa la situazione di fronte alla quale, secondo me, siamo più in difficoltà. In questo long-covid si vede benissimo: è paradossale, ma la fatica non ci viene dalle difficoltà reali, abbiamo tutti imparato a gestirle, dalle mascherine a tutto il resto. La difficoltà spesso ci viene da queste strane vicinanze, eccessivamente vicine, che finiscono per diventare una maledizione, come ci dicono le violenze finite sui giornali, ma anche là dove non si arriva a quegli eccessi, nella vita quotidiana diventano insofferenza, mancanza di spazio.

In questo testo Dio ci dà la misura, innanzitutto per il modo in cui imposta il problema. Non c’è nessuna ritrazione da parte sua, non trattiene se stesso, né obbliga il suo popolo, la sua riflessione è centrata su di sé, su cosa lui fa o farà.

Questo testo viene spesso considerato un testo in cui Dio accusa il suo popolo, perché la nostra tendenza moralista è sempre molto forte. Ma questo non è un testo di accusa, è una dichiarazione. Alcuni commentatori lo chiamano “la piccola alleanza”, una nuova formulazione dell’alleanza in cui Dio dichiara la sua posizione, in questo siamo dice fortemente io. Uno dei problemi per cui facciamo così fatica a dire noi è perché non siamo in grado di dire io, ciascuno di noi fatica a prendere una posizione, dire «io sono qui», fare un’affermazione ed assumersene la responsabilità e sopportarne le reazioni. E purtroppo quando lo diciamo lo facciamo con violenza, come un io sbattuto in faccia agli altri e non come assunzione di responsabilità. Ma in questo brano emerge il tema decisivo, qui Dio ci mostra quale responsabilità è disposto a prendersi rispetto a noi – questo testo si conclude “perché sono Dio e non uomo”. Varrebbe la pena di rifletterci un po’, dobbiamo imparare a pensare in un altro modo alla responsabilità, non solo nel senso di presa di posizione pubblica, come per esempio rispetto alla salvaguardia del pianeta. C’è un altro livello di responsabilità, quello relazionale, che è un’altra cosa perché riguarda noi stessi, non gli altri, perché si tratta di essere in grado, teoricamente, se uno fosse Dio e non un uomo, di dire in ogni momento e in ogni situazione «io sono qui», «io voglio questo e per questo faccio così». Spostare tutto sulla responsabilità etica ci sfinisce, diventiamo degli iperattivi che devono combattere tutti i mulini a vento del mondo, non ce la facciamo e ci distruggiamo in una estroversione totale. In altre parole, dobbiamo reimparare ad articolare il rapporto tra intenzione e gesto. Molte delle mediazioni culturali che ci hanno aiutati in questi anni a concretizzare le nostre intenzioni (buona educazione, consuetudini, significati, comportamenti, ecc.) hanno cominciato a cedere negli ultimi anni e sono ormai saltate tutte. Per poter dire io è però necessario avere una articolazione tra intenzione e gesto, se no si creano bolle in cui l’intenzione prevale sulla realtà e – per fare un esempio – se per me il covid non esiste, non mi vaccino e non prendo precauzioni, perché non creo problemi a nessuno, se il covid non esiste. Questa però è un’intenzione, non è la realtà. Per poter dire io deve esserci una relazione tra intenzione e gesto, relazione che può essere anche critica, per esempio scoprire che la propria intenzione può anche essere buonissima ma non corrisponde alla realtà. Questo testo va ascoltato facendosi avvolgere dal suo calore emotivo e poetico, ma senza affogare nell’emozionalità, non è una favoletta della buonanotte, ha dentro un’anima tosta.

Il testo: Os 11, 1-9

11 1Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato

e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.

2Ma più li chiamavo,

più si allontanavano da me;

immolavano vittime ai Baal,

agli idoli bruciavano incensi.

3A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano,

ma essi non compresero che avevo cura di loro.

4Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore,

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia,

mi chinavo su di lui per dargli da mangiare.

5Non ritornerà al paese d’Egitto,

ma Assur sarà il suo re,

perché non hanno voluto convertirsi.

6La spada farà strage nelle loro città,

spaccherà la spranga di difesa,

l’annienterà al di là dei loro progetti.

7Il mio popolo è duro a convertirsi:

chiamato a guardare in alto,

nessuno sa sollevare lo sguardo.

8Come potrei abbandonarti, Èfraim,

come consegnarti ad altri, Israele?

Come potrei trattarti al pari di Adma,

ridurti allo stato di Seboìm?

Il mio cuore si commuove dentro di me,

il mio intimo freme di compassione.

9Non darò sfogo all’ardore della mia ira,

non tornerò a distruggere Èfraim,

perché sono Dio e non uomo;

sono il Santo in mezzo a te

e non verrò da te nella mia ira.

Commento

Spero che l’ascolto di questo brano con la premessa che ho fatto vi abbia fatto sentire il tono, l’assunzione da parte di Dio di una soggettività radicale in questa relazione che è il noi tra Dio e il suo popolo. Dio ci dà la misura di cosa vuol dire non ritrarsi, non trattenere ma non per questo non esserci. Dio ci dà questa misura con uno stile che va riconosciuto dentro la trama delle parole. Il libro di Osea è concepito a due strati, non si capisce mai bene se sono parole di Dio al profeta oppure del profeta in nome di Dio. Dio chiede al profeta di fare della sua vita un segno, di sposare una prostituta, perciò la sua vita è simbolica prima ancora delle parole che dice. Il brano che leggiamo oggi, al di là della vicenda biografica, inserisce ulteriori livelli simbolici, non si capisce se è una relazione tra padre e figlio, madre e figlio oppure tra sposo e sposa. Questo è il primo elemento di stile: per prendersi le proprie responsabilità, sopportare un noi senza ritrazioni, per poter dire io bisogna possedere dei livelli simbolici. Più si rimane incollati a «tu hai detto…», «io ho detto…», oppure «tu hai fatto…», «io ho fatto…» e peggio è. L’empatia non è una questione emotivo-sentimentale: capire come l’altro intende la vita è una capacità simbolica, provare a rendersi conto di che cosa l’altro sta mettendo in gioco attraverso ciò che fa, che dice, le sue scelte, il suo essere al mondo. Senza capacità simbolica non c’è modo di essere in grado di dire io. Certo, la capacità simbolica è diversa nelle varie stagioni della vita, cambia da persona a persona – la maggior parte degli esseri umani la usa per buon senso, non è necessario avere alle spalle chissà quale riflessione teoretica, sono i consigli della nonna sugli amori, una versione molto semplice di una capacità simbolica. Ma una capacità simbolica tramandata così, con mediazioni molto semplici, che andavano bene per tutti, in un mondo tendenzialmente omogeneo – con esclusione dei poeti e dei pittori, dei geni sregolati e perciò “maledetti” – oggi non funziona più, non va più bene per tutti perché tutte le storie si sono singolarizzate, non siamo più tutti contemporanei, ciascuno vive nella sua epoca storica, che non è detto sia quella del calendario o quella di tutti gli altri. Questo apparato di mediazioni trasmesso automaticamente non funziona più, ha bisogno di essere ripensato, come qualcosa che si deve imparare. Questo, per un cristiano, sarebbe il dovere fondamentale: la conformazione a Cristo è la capacità di guardare la vita sacramentalmente, cioè ricordando che niente, nessuna cosa, realtà o persona è tutta lì: ogni cosa, ogni realtà o persona ha in sé una parola di Dio – che lo sappia o no – che la butta oltre, che la manda più in là. La profondità simbolica è la capacità umana di immaginare almeno alcuni di questi passaggi, o almeno supporre che ci siano.

“Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. Un legame sano chiama sempre da una prigionia. Non si entra in un legame se non si ha una prigionia di qualche tipo alle spalle. Non è un dato patologico o di dipendenza, entrare in un legame da forti, da assoluti, da liberi, significa non entrare in un legame, non avere una reale comprensione di sé. Si entra in un noi a partire da una prigionia, e da questa prigionia siamo chiamati, come fanciulli, cioè a partire dalla nostra vulnerabilità, minorità. Questa è una delle cose che più ci inquieta di ogni noi, ci inquieta che le relazioni si intessano a partire da un io fragile, non potente. Anche a livello sociale, se non ristabiliamo dei legami a partire dalle vulnerabilità, dalle debolezze, non avremo mai risorse comuni, avremo sempre un meccanismo di tipo economico in cui chi ha molte risorse non è disponibile a condividerle, chi ne ha poche lotta per averne di più, secondo una legge basica che, come direbbe papa Francesco, non ha alcun futuro rispetto alla pace sociale o alla giustizia.

“Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal”. Dio chiama, non trattiene, non abbraccia, non stringe, non imprigiona. Chiama da una prigione. Il movimento base del noi è essere chiamati. Dalla realtà, dalle persone, da mille cose. Anche su questo abbiamo molto da riflettere, perché dopo aver distrutto, negli ultimi dieci secoli, l’idea di vocazione come chiamata ed averla ridotta ad un auto-riconoscimento della propria disponibilità, creando in questo modo le premesse per il carrierismo intraecclesiale e trasformato in modo borghese ottocentesco la falsa umiltà nella chiamata, forse siamo di nuovo di fronte ad una domanda radicale: cosa vuol dire essere chiamati? Non solo a compiti, responsabilità e ruoli, ma cosa vuol dire stare nella propria vita riconoscendo i luoghi, le persone, i noi che ci chiamano, assumendoci la parte di responsabilità che ci compete? Con il senso del limite, a partire dalle proprie vulnerabilità e non dalla propria potenza, in relazione ad un potere da gestire? Si è chiamati sempre ad un potere, il solo fatto di essere chiamati dà un potere, se non altro quello di rispondere no. Su questo siamo un po’ a corto di parole e di pensieri articolati. Tornando al versetto, la cosa interessante è che il movimento è quello opposto al trattenere: Dio chiama e Israele si allontana, invece di incontrarsi col rischio di imprigionarsi il movimento è allargarsi: io chiamo e tu te ne vai. Vedremo che Dio stesso ha la tentazione di reagire, del «vi faccio a pezzi», non più come in una chiamata ma come nel trattenere.

“A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro”. Anche questa è un’immagine tenera, ci coglie l’immagine della mamma che tiene per mano il bimbetto che fa i suoi primi passi incerti. Ma se ci riflettiamo su ci rendiamo conto che ciò che accade è che in una relazione, in un noi che si sta costruendo la questione è darsi reciprocamente gambe per camminare, e questo significa andare, l’esatto contrario del trattenere. “Tenendolo per mano”, mi fa venire in mente un passaggio di una poesia di Livia Candiani: “Dammi l’acqua / dammi la mano / dammi la tua parola / che siamo, / nello stesso mondo”. Siamo nello stesso mondo, siamo un noi; darsi la mano, nelle culture contadine è firmare un contratto, non è un gesto qualsiasi. In tutte le culture tenersi per mano ha un peso, e insegnare a camminare, dare un braccio a chi ha una stampella è l’indicazione di essere nello stesso mondo, di essere un noi. “A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano”: Dio dice al suo popolo «siamo sullo stesso pianeta». “Ma essi non compresero che avevo cura di loro”. Per dire io bisogna comprendere la cura, propria e altrui. Questo è ciò che bilancia il potere. Per avere un io equilibrato bisogna capire che abbiamo un potere ma anche bisogno e capacità di cura.

“Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore”: lo chiamo dalla prigionia per imprigionarlo?

“Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”. C’è questo duplice movimento, sollevare e chinarsi, raccogliere se stessi e gli altri là dove sono. Noi si fa con vincoli che raccolgono l’altro dov’è, che raccolgono me dove sono. Se no è solo uno più uno, una persona più un’altra persona, col rischio di un legame imprigionante, col tempo o nella storia.

Non ritornerà al paese d’Egitto, ma Assur sarà il suo re” Questo versetto mi fa pensare che non si torna indietro nella vita. Dopo aver sperimentato un noi, solo perché questo noi, personale o collettivo, ci ha delusi non si può tornare a prima, alle cipolle d’Egitto. Non si torna mai indietro, non è come se non fosse mai accaduto: qualcosa è accaduto, magari è stato sbagliato o ci ha ferito. Questo è un altro tema molto contemporaneo: abbiamo una capacità esistenziale pari a zero di elaborare i rimpianti. La società ha sempre rimosso l’aspetto negativo della vita, che tende a considerare il male come un problema, e quindi come tutti i problemi va risolto, per ritrovare il benessere, non ci consente di avere uno spazio, un linguaggio, una condivisione possibile per elaborare che non si torna in Egitto, ma “Assur è il loro re”, il presente non sarà una passeggiata, a questa nuova prigionia non sei preparato.

“Perché non hanno voluto convertirsi”. Attenzione a non intendere questo convertirsi in senso devozionale, un invito ad essere più religiosi. Non hanno voluto convertirsi a questa legge relazionale della vita, ai legami che possono essere benedizione, sollevare e chinarsi, ad un’altra possibilità di noi per l’esistenza.

La spada farà strage nelle loro città, spaccherà la spranga di difesa”. Questa è la grande tentazione, qui Dio ragiona come un uomo. “l’annienterà al di là dei loro progetti” come se Israele avesse dei progetti di auto-annientamento. Ed è esattamente così. Quando non accettiamo la sfida di un noi abbiamo dei progetti di auto-annientamento, questo deve essere chiaro.

Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo”. Questo è un versetto che potrebbe farci compagnia nel cammino verso Natale: i Magi scrutano il cielo e trovano la stella che li porterà a Betlemme. Se non alzavano lo sguardo non se ne sarebbero nemmeno accorti.

Come potrei abbandonarti, Èfraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Adma, ridurti allo stato di Seboìm? Dio dice: «come posso rinunciare a questo sogno di noi? Non te la faccio pagare»

Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione”. Se dovessi scegliere due versetti per dire che cosa significa io siamo, sceglierei questi. Qui Dio fa esattamente quello che chiede di fare al suo popolo: solleva e si china, si mette dalla loro parte e dice la propria vulnerabilità, la propria debolezza.

Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira”. «Perché sono Dio, sono questo, mi assumo la responsabilità di mostrarti la mia commozione e di lasciare che le mie viscere si commuovano perché ci sia un’altra possibilità di essere un noi».

Credo che alcune di queste parole chiave – chiamare, essere chiamati, l’elaborazione del fallimento o del rimpianto – possano accompagnarci verso il Natale. Il Natale sarà ancora una volta quello che è da sempre nella celebrazione liturgica della Chiesa, cioè la capacità di Dio di dire io assumendosi la responsabilità per un noi in un bambino in cui Dio è irriconoscibile, e sarà riconosciuto – e non da tutti – sulla croce, nel momento in cui la sua assunzione di responsabilità rispetto al noi sarà totale. Ma c’è questa festa di ciò che non si vede ancora, una festa che mi consola, perché mai come quest’anno siamo chiamati tutti a gioire della luce che compare in mezzo al buio per ciò che non si vede ancora. Tutti vediamo poco, in questo momento, al di là del buio; dunque, sarà la festa di un piccolo io che sarà riconosciuto da Simeone e Anna – un modo per dire che questo bambino che ancora non parla è un io ed è l’io di Dio rispetto alla storia.

Fossano, 4 dicembre 2021

Testo non rivisto dall’autore

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