15 Novembre 2014
Stella Morra

2. La manna, di ciò che viene da altrove

Commento a: Es 16, 2-5.16-27


Premessa

Siamo alla seconda tappa del nostro percorso sul cibo. Proprio su questo tema si è svolto da poco a Roma un convegno di tre giorni organizzato dal CATI (Coordinamento Associazioni Teologiche Italiane in cui sono inclusi i teologi di ogni indirizzo) e devo dire che è stato molto interessante. Vi lascio in visione del materiale e mi riprometto di parlarne non appena avremo un po’ di tempo. In particolare tengo a segnalare l’intervento “Nutrire come atto religioso, etico e politico. Quindici tesi a margine dell’eucarestia come pasto e come sacrificio” tenuto da Andrea Grillo che è un liturgista. La sua lettura esprime un punto mai sentito per cui credo meriti un approfondimento. Ne parleremo insieme.

Leggendo i giornali in questi giorni, in particolare gli articoli su quanto successo nella periferia romana, a Tor Sapienza, mi sono resa conto che c’è un ampio tema del “nutrimento mancato”, di violenza generata dalla mancanza di beni di prima necessità, così come è evidente il tema della guerra tra poveri, che si scatena per la mancanza o l’insufficienza delle risorse. Mi pare che ci troviamo in un tempo in cui riflettere un po’ più pacatamente sul tema del nutrire non solo in quanto cibo ma nella sua valenza più ampia, ovvero su ciò che dall’esterno ci raggiunge e che per noi è un bisogno primario o percepito come tale e su come in questo si trovano equilibri o squilibri, su come in questo nasce la violenza o relazioni di dono reciproco e solidarietà, diventa sempre più urgente, molto concreto nel tempo in cui viviamo.

Nella prima lectio abbiamo ragionato sulla storia di Giuseppe; ho scelto un passo leggere per entrare nel tema. La volta scorsa dicevo che a partire da parole come cibo e nutrizione, apparentemente comuni ma molto profonde e simbolicamente centrali nella storia dell’umanità in quanto hanno costituito organizzazioni e modi di vivere, economie, occorre fare la fatica di ritrovare i linguaggi elementari della vita e della fede. Come ho già avuto modo di dire i linguaggi elementari non sono le parole semplici, bensì gli elementi base; è una sorta di ricerca simile a quella dei fisici e dei biologi che ricercano le minime parti della materia. Il linguaggio elementare è quel mattoncino che diversamente combinato costruisce il tutto e in un tempo di grande complessità come quello in cui viviamo, è dunque fondamentale tornare a comprendere i linguaggi elementari; il cibo, nel suo senso più ampio è uno di questi e pervade la nostra vita rivelando molto del nostro rapporto con l’esterno.

Per questo avevo scelto con un po’ di leggerezza la storia di Giuseppe, per dire che i linguaggi elementari hanno sempre una potenza ambigua. Anche le cose fondamentali della vita che ci costituiscono, in sé non sono mai giuste o sbagliate, belle o brutte. Semplicemente sono. E proprio per questo hanno una potenza ambigua perché possono diventare al tempo stesso origine di grande violenza o di grande solidarietà. Spesso noi discutiamo sulla costruzione complessa, ci adoperiamo per definire gli atteggiamenti degli altri sulla base del criterio “razzista o non razzista” quando in realtà il vero problema risiede nell’utilizzo del mattoncino originale: laddove uno si sente non riconosciuto come soggetto nei mille aspetti della quotidianità, cerca per forza qualcuno che conti ancor meno per potersela prendere con quello. Questa, purtroppo o per fortuna, è una delle dinamiche fondamentali della nostra esistenza e potenzialmente è molto ambigua. Si può cercare chi conta molto di meno per essergli solidale o per avere qualcuno con cui prendersela.

Ciò che è elementare è ambiguo, dunque richiede un soggetto ovvero dato che la cosa in sé può essere usata in un modo o in un altro, dipende da chi la usa. Detto in parole semplici ci vuole una persona che dica “faccio di questo come gesto di solidarietà” oppure “faccio di questo un gesto di violenza”. La Chiesa aveva capito questa cosa già anticamente, basti pensare alla struttura dei sacramenti che null’altro sono se non il mattoncino elementare. A catechismo ci insegnavano che il sacramento è costituito da materia, forma e ministro. La materia è la cosa elementare, la forma dice una parola sulla materia, la interpreta e la orienta per la benedizione (io ti battezzo, io ti perdono, ecc) e il ministro è il soggetto del sacramento. La Chiesa dunque aveva capito questa struttura essenziale della vita: 1. una realtà elementare e come tale ambigua; 2. Una parola che orienta verso la benedizione; 3. Un soggetto che si faccia carico della cosa.

Da questo punto di vista tutta la dinamica del cibo e della sua ambiguità, come abbiamo visto nella storia di Giuseppe, sta tra la semplicità della materia e l’ambiguità del soggetto. Giuseppe ha una storia brutta, la rivolge in positivo, diventa il nutritore d’Egitto, attraversa il percorso di purificazione, diventa sognatore ovvero interprete dei sogni; dopo lo sbaglio iniziale anche i suoi fratelli vengono spinti alla purificazione (imposta) attraverso cui avviene il riconoscimento reciproco come soggetti (Sono io Giuseppe – siamo noi, i tuoi fratelli) e ricomincia un’altra storia.

Passare dalla natura alla cultura

Oggi ci occupiamo del pezzo che viene dopo la morte di Giuseppe. All’inizio del libro di Esodo si dice “Sorse in quel tempo un faraone che non aveva conosciuto Giuseppe”, per dire che quella tradizione di purificazione, di ambiguità orientata alla benedizione si era un po’ persa. Il faraone comincia ad avere timori, pensa che gli ebrei si stiano espandendo e decide di eliminarli. Se continuano a moltiplicarsi non ci sarà cibo per tutti. Nella storia di Giuseppe si parla di sette anni di vacche grasse e sette di vacche magre, ovvero sette anni di abbondanza e sette di carestia. Il faraone, su consiglio di Giuseppe, mette da parte il cibo in abbondanza e quando durante la carestia si presentano i popoli a chiedere lui non risponde “peggio per voi”, anzi condivide il cibo perché sotto il segno di Giuseppe l’ambiguità diventa benedizione. Con il nuovo faraone l’ambiguità riprende la sua potenza negativa ed ecco inizia la storia che tutti conosciamo della schiavitù degli ebrei in Egitto, la scelta di Mosè, il passaggio del Mar Rosso, l’arrivo nel deserto. Ancora una volta compare una materia elementare, salvare la vita dei primogeniti, che viene messa sotto il segno della benedizione, ovvero il raggiungimento della terra promessa passando attraverso la purificazione che è il deserto.

Non ci è possibile leggere per intero la vicenda per cui dalla storia di Giuseppe saltiamo direttamente al momento in cui il popolo è già nel deserto, capitolo 16 del libro di Esodo.

Il testo

2Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. 3Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine». 4Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. 5Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno».

È l’inizio di quella vicenda che conosciamo come “storia della manna”.

2Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne.

Una delle cose che emerge chiaramente da questo testo e tornerà anche dopo, è che per fare una comunità è necessaria una parola in comune. Noi siamo abituati a pensare che un popolo è un insieme di persone che parlano la stessa lingua e in parte questo è vero però posti di fronte alla globalizzazione dove molti hanno ad esempio nazionalità italiana e non parlano l’italiano, ci configuriamo come comunità globale perché tutti parliamo male l’inglese. E questo è un segno di dominio. C’è un rapporto molto stretto tra identità e parola.

La comunità di Israele si fa comunità nel passaggio del Mar Rosso ma secondo tutta la tradizione diventa popolo nel momento in cui riceve le Tavole della Legge sul monte Sinai, poco prima della caduta della manna. Diventa popolo quando ha una parola in comune. Anche nel versetto che abbiamo appena letto il popolo ha una parola in comune: mormora contro Mosè e Aronne.

Quel che prima dicevo sui sacramenti ancora una volta rivela la grande sapienza antropologica della Chiesa, in cui nel rapporto tra materia e forma, la seconda assume il carattere di “elemento elementare”, una parola che orienta, interpreta, pronuncia e scambia ancora prima di scambiare la cosa. Io parlo con voi e scambio, pur non scambiando nulla. Vi do e in qualche modo voi mi restituite, con sguardi, parole, ecc.

Questo è un altro grande aspetto non così secondario rispetto al cibo. Il rapporto tra parola e cibo è molto stretto, dai ristoranti che danno nomi strampalati a piatti assolutamente comuni alle chiacchiere intorno a una cena condivisa. Mangiare in silenzio è un sacrificio, mette tristezza. Nel nostro testo tutta la parola del cibo inizia con il mormorio. E il mormorio diventa paradossale.

3Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

Pare un ragionamento assurdo; se l’esito è comunque morire, cosa importa? È forse meglio morire vicino a una pentola di carne che morire di fame? È una questione interessante. Questa parola di mormorazione ci dice per esempio che la parola sul cibo sposta nel tempo. Il problema non è avere fame ma la paura di avere fame, quindi meglio morire non avendo avuto paura, morire a pancia piena o pensando “Se per caso vivo non mi manca il cibo”. Il rapporto tra cibo e ansia, come ben si sa, è molto studiato. È ovvio che questa è la questione. Il pensiero romantico dice “Meglio morire liberi”, ma la realtà del testo è l’esatto contrario.

La questione davvero strana è che non si augurino la vita. Gli Israeliti non dicono “Era meglio vivere da schiavi in Egitto che morire nel deserto”, il che avrebbe un senso, un principio di razionalità. Ma che scelta è “morire vicino alle pentole della carne” o morire nel deserto? Non è una scelta. Questo è un tipico esempio dove ritornare al linguaggio elementare ci fa vedere bene che certi problemi risultano essere diversi da quando li poniamo razionalmente. La percezione emotiva è altra cosa. A noi non manca il cibo, ma la sicurezza del cibo. Tutto sommato si può resistere per un po’ senza cibo, l’essere umano è attrezzato, ma la mancanza di sicurezza sul cibo può uccidere.

4Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.

È interessante, c’è un’alterità. Il cibo è qualcosa di esterno a noi. Il popolo brontola contro Mosè e Aronne, i capi che ha davanti, perché sono loro a parlare con Dio. Ma quello che risponde è Dio, il rimando è sempre a un altro. È il Signore che dice a Mosè, è l’altro dell’altro. Quando il cibo mette in questione la fiducia, la sicurezza in quel che è esterno, (loro hanno paura di morire, ma non sono ancora morti, semplicemente non si fidano che ciò che è esterno consentirà loro di vivere nel deserto) ogni gioco di rimando all’altro diventa un gioco di sfiducia. Loro se la prendono con Mosè; Mosè e Aronne se la prendono con il Signore e c’è sempre l’altro di un altro.

Il Signore dice: non avete fiducia che la natura, gli alberi vi daranno cibo? Bene, c’è un altro cibo e piove dal cielo. La questione che il cibo mette in luce è la fiducia o la sfiducia-ansia, la speranza o la non speranza che abbiamo in relazione a “ciò che non sono io”. Il tradizionale modo di dire “se vuoi una cosa fatta bene fattela da solo” è il proclama di ogni anoressia, mentre il cibo è la struttura di ogni relazione possibile. Mi devo fidare abbastanza da introdurre in me ciò che è fuori da me e fidarmi del fatto che non mi avvelena, anzi che mi da vita.

Il Signore sfida il popolo. In altri passi, per esempio quando gridano contro la schiavitù, gridano a Dio, si fidano del loro interlocutore, magari bestemmiando ma si fidano e Dio risponde. Qui invece il Signore non risponde, li sfida perché loro non si fidano delle esterno. Dunque dice loro: non avete fiducia nel fatto che l’altro da voi vi darà nutrimento quindi questo pioverà dal cielo. È il gesto magico, oltre a essere un fenomeno naturale tipico del deserto. “pioverà dal cielo”, ossia arriverà da un altrove più altrove. A quel punto non essendo una risposta ma una sfida, pone anche una condizione:

il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. 5Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno».

Noi siamo abituati a leggere questi testi come il messaggio positivo di Dio che nutre il suo popolo nel deserto; gli stessi Salmi ad esempio rileggono questi testi in modo positivo, ma in realtà qui c’è un’altra questione in ballo, molto forte: si tratta di un esercizio di fiducia. Il Signore dice: poiché non vi siete fidati di quel che viene dall’esterno, vi dovete fidare del fatto che ogni giorno ne potrete raccogliere per quel giorno. Non dovrete mettere da parte nulla, non potrete farvi una pentola di manna (non di carne) a fianco della quale accettereste anche di morire. Dovete abitare l’insicurezza, il fatto che ogni giorno ha la sua razione. E questo equivale a mettere alla prova. Il cibo dunque non è solo la misura alimentare, l’atomo costitutivo di ogni relazione, ma è anche l’atomo di misura del tempo e della quantità. Bisogna aspettare per vedere se l’indomani mattina ci sarà di nuovo cibo o no. Bisogna abitare il tempo e abitarlo come una misura, bisogna raccogliere quanto si può mangiare, il che significa sapere qualcosa di sé.

Ad esempio mia mamma diceva sempre che ho gli occhi più grandi dello stomaco, cioè di norma faccio grandi piatti che poi non riesco a finire perché ho una pessima misura del mio bisogno. Raccogliere la misura di quanto si può mangiare è una misura di sé molto complicata. Pensateci, siamo normalmente abituati a pensare al contrario sia sul cibo che sul resto della vita. Pensiamo di dover avere in abbondanza per poter mangiare fin quando non ne abbiamo più voglia, finché non diciamo “Basta, è troppo”. Nella nostra cultura è indice di cattiva ospitalità finire il cibo quando si hanno ospiti, abbiamo l’idea che qualcosa deve avanzare e si prepara in grandi quantità nel caso l’ospite ne voglia ancora. Questa misura di sé è un bel problema.

Mi sono resa conto solo dopo aver segnalato il numero di versetti che avevo dimenticato di inserire una porzione di testo importante, quella in cui compare la spiegazione del nome manna. L’etimologia popolare, spesso impiegata dalla Bibbia ma per lo più differente dall’etimologia scientifica, applica al nome manna lo stesso procedimento che fu applicato per la parola canguro. Ricordate che quando Cook chiese agli indigeni come si chiamava quello strano animale, questi risposero “Kan Ghu Rhu”, che voleva dire “Non ho capito”. Cook pensò invece fosse il nome dell’animale. È il tipico esempio di una relazione un po’ sfasata; tu chiedi una cosa, l’altro risponde con una domanda e tu pensi che quella sia la risposta. Perché? Perché esisti solo tu ed esiste la domanda che hai in testa. Con il termine manna avviene lo stesso procedimento: la tradizione vuole che il nome sia nato dall’espressione “Man hu?”, in ebraico “Cos’è?”.

L’etimologia filologica in questo contesto non ci interessa ma la questione è che gli ebrei fanno esperienza di un fenomeno naturale che si verifica talvolta, cioè nello sbalzo di temperatura tra caldo e freddo si crea nel deserto, la condensazione di alcune resine che posandosi sugli arbusti assumono una consistenza gelatinosa. Si tratta della linfa dell’albero, quindi è un concentrato di zucchero molto energetico e diverse popolazioni si nutrono proprio di questo. Si trova soltanto il mattino presto in quanto con il calore tende a sciogliersi. È il nutrimento offerto da un territorio molto povero in cui si sfrutta davvero tutto. La manna quindi è l’esperienza di un popolo che non aveva mai vissuto nel deserto e che si trova in una contingenza in cui conosce una cosa nuova, la mette in bocca e capisce che è edibile.

In questo rapporto non c’è un gesto magico e in realtà la manna non piove dal cielo, ma segue esattamente il metodo del Dio della Bibbia: il mondo, se guardato, in un certo modo ci offre qualcosa. Se ti aspetti che qualcosa ci sia presto lo troverai. Ancora una volta ci viene presentato il tema della relazione con qualcosa di estraneo a noi, che non ci aspettiamo più di avere in sogno rivelazioni e non ne abbiamo. Non siamo più capaci di fidarci di ciò che è fuori da noi e forse questo è uno dei più grandi temi della nostra cultura e del nostro governo, il garantire se stessi, controllare. Per questo il mondo ci sembra così ingrato e ci da così poco. Uno dei dati fondamentali di questi racconti come quello della manna, è la constatazione che si trova solo quel che si cerca, ovvero meno cerchi e meno trovi. Se non ti aspetti niente non succede mai niente. E non avviene il contrario come siamo abituati a pensare facendo ragionamenti del genere “meglio morire accanto la pentola della carne che affamati nel deserto” che equivale a “meglio non aspettarsi nulla così non si resta delusi”.

16 Ecco che cosa comanda il Signore: Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda».

Prima si dice che ciascuno ne deve raccogliere quanto ne può mangiare e poi però viene data una misura precisa. È interessante perché il brano continua dicendoci: “bisogna essere competenti su se stessi per essere in grado di relazionarsi con il non sé”, ma dall’altra parte ci dà qualche suggerimento, cioè la misericordia della nostra fatica. Se davvero ciascuno di noi potesse relazionarsi con tutto ciò che è fuori da sé solo in base alla competenza che ha di se stesso saremo tutti abbastanza nei guai. E allora ci viene dato un aiuto.

17 Così fecero gli Israeliti. Ne raccolsero chi molto chi poco. 18 Si misurò con l’omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno non ne mancava: avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne. 19 Poi Mosè disse loro: «Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino». 20 Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro. 21 Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva.

È un racconto semplice, ma potrebbe essere secondo me oggetto di un buon seminario con economisti. Cosa significa raccogliere molto o poco e constatare che chi ha raccolto molto non ha troppo e a chi ha raccolto poco non manca nulla? Ciascuno raccoglie in base a quanto può mangiare. Si chiama giustizia? No perché è un regalo per tutti e non c’è nulla di giusto. Si chiama eguaglianza? No perché qualcuno raccoglie di più qualcuno raccoglie di meno. Si chiama forse redistribuzione? Intendo dire, a quale delle categorie economiche appartiene? Dirò una cosa forse impopolare e che potrebbe essere molto discussa ma la dico perché la penso proprio dopo aver ragionato a lungo su questo testo. Penso che il passo voglia dirci: l’unica cosa inaccettabile è la logica del libero mercato liberale capitalista. Qui anzi il problema è proprio il contrario, cioè ciascuno non possiede in base alla propria capacità di produrre e se è buono regala. Qui tutto è per tutti e non esiste un criterio per dire che tutti sono uguali. Nessuno può tenere la manna da parte fino al mattino dunque non c’è accumulo e se qualcuno accumula si generano vermi e imputridisce. Qui si vede bene la differenza tra possesso e potere che sono strettamente collegati e che spesso in società come la nostra negli ultimi 50 – 60 anni vengono identificate, ovvero si pensa: se possiedi puoi e se non possiedi non puoi. Questo non è vero né nella scrittura né nella nostra vita perché sulle cose veramente fondamentali dell’esistenza si possono avere tutti i soldi possibili ma se non si può non si può. Il possesso non da potere. E questo un buon predicatore come Gesù lo chiamerebbe “trucchi del demonio”. Stare vicini alla pentola della carne bella piena ci garantisce potere? No, ci fa imputridire.

22 Nel sesto giorno essi raccolsero il doppio di quel pane, due omer a testa. Allora tutti i principi della comunità vennero ad informare Mosè. 23 E disse loro: «È appunto ciò che ha detto il Signore: Domani è sabato, riposo assoluto consacrato al Signore. Ciò che avete da cuocere, cuocetelo; ciò che avete da bollire, bollitelo; quanto avanza, tenetelo in serbo fino a domani mattina». 24 Essi lo misero in serbo fino al mattino, come aveva ordinato Mosè, e non imputridì, né vi si trovarono vermi. 25 Disse Mosè: «Mangiatelo oggi, perché è sabato in onore del Signore: oggi non lo troverete nella campagna. 26 Sei giorni lo raccoglierete, ma il settimo giorno è sabato: non ve ne sarà». 27 Nel settimo giorno alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, ma non ne trovarono.

Viene introdotto in queste righe, l’ultimo elemento. Dopo la quantità e l’accumulo arriva la regola del tempo. Anche in questo caso è un po’ buffo perché siamo tutti abituati a conoscere la storia e le regole del sabato quindi ci viene spontaneo attribuire un carattere religioso. Ma di per sé che senso ha questa faccenda? Perché per sei giorni si può raccogliere la manna ma non si può mettere da parte perché marcirebbe mentre se la si raccoglie il sesto giorno la si mette da parte e non marcisce? Anche qui a me sembra – ma forse è una lettura un po’ personale – che si tratti di un grande esercizio anti-ansia. Anche in una situazione di esperienza di dono così radicale, di ciò che non coltivo e non mi procuro, anche dentro questa situazione bisogna almeno un giorno alla settimana non fare nulla, neppure raccogliere per sperimentare la radicalità del dono, ovvero di ciò che non sono io mi fa nutrendomi. Quel minimo di collaborazione che fanno gli israeliti per nutrirsi è raccogliere la manna; non hanno né seminato né coltivato né pagato, è tutto gratuito. Devono solo impegnarsi ad alzarsi la mattina presto per raccogliere. Un giorno alla settimana non devono fare neppure quello. Devono però fare l’esercizio di affidamento, credere che non ci saranno vermi e il cibo durerà fino al giorno successivo. È normale avere dubbi, chi ha messo da parte la manna e l’ha vista marcire sa che non funziona, quindi ha bisogno di garantirsi per il settimo giorno.

E invece no, nel tempo c’è una gratuità radicale. Non tutto il tempo è uguale e non tutte le sere fanno marcire. Non tutti i giorni sono uguali. Anche fare l’esperienza di essere stati fregati non autorizza a diventare sfiduciati rispetto a quello che non siamo noi perché non tutti i giorni sono uguali e come dicevo prima con qualcuno, nel mondo ci sono i ladri ma anche gli amici.

La casa d’Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il sapore di una focaccia con miele

La conclusione chiude il cerchio; la parola comune che era di mormorazione diventa parola comune di nutrimento. La casa di Israele ha un nuovo vocabolo che non aveva prima e cioè manna. E questa parola condivisa che loro sanno cosa vuol dire è la parola di qualcosa che nutre, è la parola di una vita che si moltiplica.

Gli Israeliti mangiarono la manna per quarant’anni, fino al loro arrivo in una terra abitata, mangiarono cioè la manna finché furono arrivati ai confini del paese di Canaan

Proseguiremo il nostro percorso sul cibo seguendo un po’ la storia di Israele ma saremo costretti a saltare molte cose, quindi ne faccio cenno. È molto interessante perché quando Israele arriva a Canaan, terra coltivata, la mamma smette di colpo. Gli Israeliti vincono la battaglia, conquistano Gerico e mangiano i frutti della terra lavorata dagli altri; cacciano via gli abitanti, non consentono loro di raccogliere quel che hanno prodotto e quindi si passa dal dono al furto per dirla in modo semplice. È ancora peggio che non ricevere dal cielo. Mangiano quanto hanno coltivato gli abitanti di Gerico e solo con il tempo riusciranno a seminare, coltivare e mangiare i propri prodotti. Ma per arrivare a questo passano attraverso due passaggi fondamentali: un cibo che viene dal cielo e un cibo rubato al lavoro di altri. E parliamo di 40 anni di manna, mica un giorno. È chiaro che il 40 è una misura simbolica ma in ogni caso ci indica che si tratta di un tempo per certi versi anche ben definito perché all’epoca in cui questi testi furono scritti 40 anni erano la vita media di una persona, dunque possiamo dire che si tratta di una generazione. Una generazione si nutre dal cielo.

Mi fermerei qui con una piccolissima aggiunta. Rileggo il testo di Salmann citato la volta scorsa (Contro Severino. Incanto èincubo del credere) e che oggi mi pare assuma ancora più significato.

“Senza questa tensione e tenzone dialettiche tra grazia e peccato, tra vita e morte, tra diritto umano e giustizia divina, tra crisi e salvamento, la fede cristiana perderebbe ogni rapporto alle esperienze più traumatiche e belle dell’umanità, l’umanesimo della quale non sussiste e si ricrea mai in sè e di per sè, non è una conquista pacifica, ma si ricupera solo mediante il sacrificio, la preghiera, l’espiazione. Si paga sempre troppo per ogni bene – e solo il bene sofferto può promettere un sollievo e un riscatto. Pensiamo alla storia quanto mai umanistica del Giuseppe biblico che subisce diverse forme di purificazione (per poi poter diventare il Nutritore dell’Egitto) e che non può non imporre la sofferenza dell’espiazione ai suoi fratelli per diventare degni del perdono, cioè solo rispettando la profondità del loro delitto, del loro destino fallimentare, potrà salvaguardare la loro libertà e dignità”.

Mi sembra che il testo di Esodo attraverso cui siamo passati oggi, ci faccia capire ancora meglio una questione: solo passando attraverso la redenzione, la cura antiansia che il dono ci impone, possiamo rispettare fino in fondo la nostra libertà e dignità. Non è vero che una persona vera e stimabile è colui che non deve dire grazie nessuno, anzi è davvero una persona solo chi sa che la sua stessa esistenza è il grazie dell’inatteso che da fuori lo ha nutrito.

Fossano, 15 novembre 2014

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2014/2015

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