17 Aprile 2000
Stella Morra

7. Libertà e Chiesa

Commento a: Gal 5, 1-26


Stiamo avviandoci verso la fine di questo itinerario sul Giubileo come chiamata alla libertà.

Il testo di questa sera è il capitolo 5 della Lettera ai Galati, che riprende dei temi già toccati su cui forse può essere utile fermarci ancora un po’; per altri versi, comunque, può essere un testo innovativo, che aggiunge altre questioni alla riflessione che andiamo facendo.

Vorrei però premettere una piccola riflessione a monte del testo, prima di leggerlo, perché mi sembra un testo in cui la materialità, da sola, rischia di portarci fuori, di farci capire cose che non vuole dire.

La lettera ai Galati è scritta da Paolo sulla spinta di alcune questioni molto concrete, di alcuni problemi delle comunità di Galazia, molto specifici e concreti e, quindi, la lettera ha un tono immediato e anche molto duro e tagliente rispetto a molte questioni, perché, probabilmente, è scritta nel calore della polemica.

Il secondo dato è che questa lettera, scritta nel calore della polemica e proprio per il suo genere letterario, è molto legata ai problemi di fronte a cui Paolo sta (la Lettera ai Romani è la riflessione più calma degli stessi temi della lettera ai Galati, cioè ha lo stesso tema di fondo, ma ragionato con più distanza).

Il problema qui è il rapporto con il giudaismo e l’atteggiamento che i cristiani devono avere rispetto alla tradizione ebraica da cui vengono e rispetto alle sue pratiche, sia le norme che il senso profondo; in particolare, nel testo che leggeremo, la questione è quella della circoncisione.

La questione della circoncisione rischia di essere per noi irrilevante o superata. Ma la domanda che dobbiamo farci è: perché allora questo testo sta dentro al canone della Rivelazione, dentro ad un testo che noi chiamiamo Parola di Dio? La regola degli antichi Padri era che tutto ciò che è nella Bibbia è tutto ciò, e solo ciò, che è necessario per la salvezza: la Bibbia non ci racconta cose che forse potrebbero rispondere a nostre curiosità, ma non servono per la salvezza. La Bibbia ci dice altre cose, che noi tendiamo a rimuovere, perché non sappiamo dove metterle ma, poiché ce le dice, sono rilevanti.

In certi testi del Vangelo viene da chiedersi: che cosa è successo poi? (Vedi l’episodio del giovane ricco; o Nicodemo, in Giovanni).

La Scrittura non dà risposte a questo genere di domande e questo, secondo i Padri, era indicativo del fatto che non ci serve saperlo. Non ci serve sapere quali conclusioni un’altra persona trae dall’incontro con il Signore. C’è un criterio importante per noi: mantenerci su una soglia di discrezione rispetto a ciò che ciascuno di quelli che conosciamo, compresi i fratelli che condividono con noi dei pezzi di strada, traggono come conclusioni dal loro incontro con il Signore.

L’esempio opposto è di quando un testo, come questo, ci dice cose che a noi sembrano assolutamente superate riguardo a problemi che non ci riguardano più e che quindi tendiamo a sottovalutare, a non considerare rilevanti rispetto ad un percorso spirituale.

Ma dobbiamo ricordare che, se stanno nella Scrittura, è perché una direzione, un senso ce l’hanno. Questo è uno dei motivi buoni dei quali si è fatto un uso cattivo. Per esempio nella storia questo testo è stato usato in chiave antisemita, perché si è pensato che se stava lì, ed era così duro contro il giudaismo, quello che insegnava era che bisogna essere duri con gli Ebrei. Il criterio era giusto: la conclusione che se ne traeva, no. Il problema infatti è comprendere correttamente il motivo profondo del testo.

Mi sembra che questo testo debba essere ascoltato, lavorato, perché se sta qui, vuol dire che serve alla nostra salvezza, anche se non ci insegna immediatamente delle cose.

Vorrei fare una piccola notazione di metodo che forse ci può aiutare più in generale: quando si fa una lettura spirituale della Scrittura c’è sempre la tentazione, nella nostra cultura, di entrare nella logica “capire-insegnare”. Che cosa capisco del testo, che cosa il testo mi insegna? Questo non è il parametro giusto per una lettura spirituale della Scrittura.

Il parametro giusto è quello di una “traduzione” secondo lo Spirito, cioè la lettura spirituale si fa dentro un percorso di fede in cui io, abitando la mia fede, dialogo con il testo e lascio che il testo si traduca nella mia vita di fede. Non necessariamente questo significa capire dal punto di vista critico, storico-geografico, di generi letterari, di aspetti culturali, ecc.

A volte il testo si traduce con semplicità, senza passare attraverso la mediazione del capire in senso stretto; non necessariamente significa che il testo ci “insegna” qualcosa: il testo ci fa compagnia. Penso all’atto di una madre che nutre il figlio: non pensiamo ad un atto di insegnamento; la Scrittura sta più dalla parte del nutrimento che della scuola.

Per questo testo dovremmo fare un piccolo sforzo in più, per farlo parlare dentro lo Spirito, perché si traduca dentro la nostra vita di credenti.

Una volta tanto faccio l’operazione opposta di quella che faccio di solito: enuncio un problema iniziando, e poi lavoriamo sul testo, in modo che il problema ci faccia un po’ da guida in questa operazione faticosa, cioè ci aiuti a capirlo.

Il problema che Paolo pone, rispetto alla sua comunità, che è concretamente, storicamente, il problema del rapporto con il giudaismo, con la Legge e la circoncisione, è, tradotto in termini moderni, il problema della auto-salvezza, cioè il tema della possibilità di darsi da sé la salvezza o, in termini quotidiani, di “quanto dipende da noi”, di quanto le cose, la storia, noi stessi e la nostra salvezza, dipendono da noi.

Questo è un problema antico: tutte le realtà e le espressioni religiose hanno questa questione. Dalle espressioni religiose più orientate alla passività a quelle più orientate all’attivismo, ci sono tutta una serie di posizioni in cui il ruolo giocato da chi sta di fronte a un Dio, è un ruolo più o meno importante e più o meno decisivo.

Noi, al di là del fatto che lo sappiamo o no, non stiamo nel vuoto pneumatico rispetto a questo problema, ma stiamo dentro a una storia, una tradizione, dentro alcune abitudini culturali e educative, che ci hanno dato delle precomprensioni su questa questione, e ci stiamo non solo in termini biografici, ma anche dal punto di vista culturale globale: stiamo dentro a una tradizione. Cioè noi siamo nel cristianesimo occidentale alla fine di un lungo periodo (due secoli) di grande razionalizzazione e moralizzazione della fede in cui l’unico modo per dire l’essenza di fede era di dirlo in termini di verità da credere e di azioni da compiere e in cui la relazione tra queste due cose era la responsabilità morale del singolo, quella che si chiama “coerenza”. Non sempre il passaggio era chiaro.

(Ad. esempio: perché, se credo la verità della Trinità, per essere coerente a questo, devo andare a messa la domenica?). Noi usciamo da due secoli nei quali l’idea era: c’è un elenco di verità nelle quali si deve credere, c’è una serie di comportamenti che si devono tenere; il rapporto tra i due è la coerenza.

In genere il disagio su questo l’hanno sempre mostrato gli adolescenti che con più faccia tosta degli adulti dicono, ad esempio: ma perché non posso mangiare carne il venerdì? In genere mettendo gli adulti nella condizione di dire: “perché è così”, senza dare una buona risposta. Questo funzionava in una società in cui la parola di un adulto era ultimativa. Man mano che la società è cambiata e le parole degli adulti sono sempre meno ultimative, la questione viene ributtata indietro e noi ci rendiamo conto di non avere buoni motivi.

In questa situazione culturale è molto difficile liberarci dall’idea più o meno esplicita di un’autosalvazione; ci pare che, alla fine, devono pur contare il nostro comportamento, la nostra coerenza, gli obblighi assunti.

In questo si innesta un dato culturale molto nuovo che è quello che normalmente chiamiamo la cultura new age, cioè un’idea un po’ magica della realtà che nasce da una mentalità opposta: l’insicurezza, l’incapacità di governare la vita, un mondo sempre più complicato, una velocità di cambiamento alla quale non riusciamo a stare dietro. Allora c’è questa diffusa idea che ci sarebbero una serie di cose quasi magiche per cui se uno fa bene tutte quelle cose, alla fine sta meglio.

La mentalità diffusa è che nella fede funzionerebbe come nel corpo: viviamo nella logica per cui, se seguissimo determinate abitudini alimentari non ci ammaleremmo mai. Rischiamo di avere una logica analoga anche nella fede in cui se si è buoni, disponibili, “positivi”, va tutto bene. Questa idea è la versione magica di un’idea di autosalvazione. Questo problema è estremamente attuale. Oggi ha due forme: ascetica (moralismo), magica (una specie di fitness interiore).

Questa è la traduzione moderna del problema che fa da sfondo al nostro testo, e forse ci aiuta a sentire il problema in un altro modo.

(Lettura del testo)

Credo che questo testo, a cominciare dal suono è, da una parte, molto comprensibile e semplice, e dall’altra molto duro: si sente il linguaggio scaldato di Paolo che è in polemica. Il testo ha due parti: la circoncisione e la questione della carne e della Legge, dello Spirito.

Mi sembra che forse, con un po’ di fatica, possiamo far lievitare questo testo rispetto all’attualità reale della nostra vita.

Prima parte: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. Solo oggi è una frase scontata. Ma essa presuppone che uno sappia che cosa vuol dire che Cristo ci ha liberati, e questo mi pare già un gran problema. ( perché significherebbe che ciascuno di noi sapesse fare l’elenco di ciò da cui vuole essere liberato o da cui è stato liberato, di ciò che riconosce come suo della propria vita e ciò che vorrebbe che non ci fosse, delle fatiche che ha fatto a separarsi da alcune parti di sé e dagli eventi che gli sono capitati; di quanta fatica ha fatto a lasciar cadere alcune questioni, a lasciarle andare, e riuscisse a pensare che cosa vuol dire che Cristo ci ha liberati: su questo, non in teoria.)

Quando ci viene detto che Cristo ci ha liberati non ci viene detta una cosa generica, astratta: viene detto un dato concreto. Padre Cesare ne parlava l’altra volta: la nostra salvezza in Cristo è che Cristo ci ha rimessi in condizione di figli; ci ha posti di fronte alla possibilità di scegliere di chi essere figlio.

La nostra vita non è cambiata: è quella che è, ma questa vita ci è stata resa, non è più una vita subita o, se volete, possiamo finalmente sapere che noi non siamo solo la nostra vita. Abbiamo la nostra vita e noi possiamo esserci nella nostra vita, ma non siamo incollati alla nostra vita e dunque il bello, il brutto, il faticoso e l’allegro, e tutto ciò che passa nella vita non dice ancora la totalità di noi. Quando i Vangeli ci dicono che Gesù è venuto a portarci la vita eterna (Giovanni usa l’espressione “la vita piena”) dicono qualcosa di questo genere: la vita ci è ridata come qualcosa che abbiamo, non come qualcosa che siamo, cioè ci è ridata nella libertà. (Ad esempio: quando abbiamo un raffreddore noi diciamo che “abbiamo” un raffreddore, quando abbiamo una malattia più seria noi diciamo che “siamo” malati, perché una malattia più seria sposta la possibilità di capire noi stessi).

Secondo natura, come creature, noi siamo la nostra vita. Il Cristo, per grazia, ci ha liberati: noi abbiamo la nostra vita. Cristo ha creato uno spazio in cui non possiamo fare un passo indietro rispetto a ciò che la nostra vita è: nel bene, come nel male, e non essere condannati in qualche modo ad essere incollati sulla nostra esistenza. Qui Paolo fa un passo avanti: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. In questa piccola frase Paolo imposta la questione della giustificazione. La giustificazione, la salvezza, viene da Gesù. La nostra parte è restare in questa salvezza (anche Giovanni dice:”restare in Gesù”).

L’operazione che noi dobbiamo compiere, che nessuno può compiere al nostro posto, la nostra collaborazione all’opera della nostra salvezza, non sta in una pretesa coerenza rispetto a delle verità, ma sta nel rimanere in questa libertà, cioè nel non farci risucchiare dalla nostra vita, e io credo che in questo secolo, in questo tempo, è più chiaro che in altri che cosa significa ciò, perché ciascuno ha l’esperienza di quanto la vita ti può risucchiare.

Cristo ci ha liberati perché noi avessimo una distanza dalla vita che ci risucchia, perché noi potessimo essere liberi, non schiavi della nostra esistenza e perché noi rimanessimo liberi. La nostra opera è quella di rimanere arretrati rispetto al vortice, e giustamente nella seconda parte Paolo riprenderà il tema del desiderio, perché ci sono cose che stanno veramente nel nostro desiderio: sono un desiderio vero, profondo.

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi: che cosa dobbiamo fare rispetto a questa questione? Tutto, o niente? Dipende dalle nostre opere? Oppure Cristo ci ha salvati e non dobbiamo fare nulla?

Cristo ci ha posti in una condizione per cui ci ha liberati dalla schiavitù di una esistenza che ci esauriva totalmente in essa e ci ha dato uno spazio: la nostra parte è mantenere, e possibilmente allargare, questo spazio secondo un desiderio reale. Allora bisogna andare a “pescare” quel desiderio, altrimenti quello spazio non si mantiene, la ricaduta è molto forte.

“State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù”: a questo punto è chiaro. La saldezza è una virtù molto invocata dai Padri dei primi secoli, molto invocata nella Scrittura, il problema è stare ben piantati sulle gambe, cioè è tenere la posizione e non lasciarsi di nuovo imporre il giogo della schiavitù.

“Io, Paolo, vi dico” Qui l’immagine è parlante: usa un dato tipico della vita dei Galati: “Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla”. Cioè: se ciò che voi sapete di voi, della vostra vita, dipende dalla circoncisione (e dunque siamo figli di Abramo, gli eletti, ecc.) allora non c’è la libertà di Cristo che possa agire, perché non c’è spazio tra voi e, per esempio, la vostra definizione religiosa, ciò che di voi sapete rispetto alla religione.

“E dichiaro, ancora una volta, a chiunque si fa circoncidere che è obbligato a osservare tutta quanta la Legge”. Qui Paolo è molto chiaro: ognuno può scegliere, per la sua vita, che è solo la propria vita; se si fa circoncidere, deve assumere tutta la Legge.

Proviamo a tradurre: noi possiamo decidere che siamo solo la nostra vita, che non vogliamo rendere conto a nessuna interiorità, ma allora dobbiamo assumere le regole della vita, che significa, per esempio, che alla domanda: perché mi è successo questo, perché devo soffrire su questo? la risposta è: perché così accade in natura. Anche questa è la logica della vita: a volte si è contenti, a volte no; e non c’è una giustizia distributiva: le cose cattive capitano ai buoni e ai cattivi. Noi qui facciamo un grosso cortocircuito: ci sembra che lo sforzo che Cristo ci chiede, di restare saldi a distanza dalla nostra esistenza, sia un onere troppo pesante (non si ha tempo, non c’è cattiva volontà, ma..,). Salvo che quando la vita incrocia, nella sua dinamica propria, un punto doloroso, allora non stiamo più all’assunzione della nostra vita, ad osservare tutta quanta la legge, ma ci richiamiamo a un referente oltre la vita e diciamo: perché Dio mi ha fatto succedere tutto questo? A quel punto la risposta dovrebbe essere: perché no? Perché non te l’ha fatta succedere fino a oggi? Qual è il diritto in base al quale non doveva già fartela succedere prima?

“Non avete più nulla a che fare con Cristo se cercate la giustificazione della legge”. Ribadisco: qui Paolo è molto duro perché è nel calore della polemica, ma anche perché questa è una questione nel cuore del cristianesimo, una questione centrale. Uno può scegliere di stare da una parte o dall’altra, ma dovunque si metta deve rispettare le regole del gioco, soprattutto non può far finta che la scelta sia irrilevante.

Allora: “Siete decaduti dalla Grazia”, cioè avete reso vana la Croce di Cristo. Se io metto tutto l’investimento di me nell’essere la mia vita, a questo punto siamo fuori dalla dinamica della Grazia (nella nostra libertà di scelta)

“Noi infatti, per virtù dello Spirito attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo”. Qui Paolo attacca un altro pezzo di ragionamento: se voi siete solo la vostra vita, siete fuori da questa logica di liberazione; chi invece accoglie Cristo che lo ha liberato, sta saldo nella fede come virtù forte. (Una delle cose tipiche del modello di fede di cui dicevo prima è quello di pensare che se si hanno dei dubbi, non si ha la fede; invece funziona al contrario: quando uno ha tanti dubbi e non se ne va, vuol dire che ha tanta fede, perché la fede è la virtù di coloro che dubitano, non di coloro che sanno; in Paradiso, quando vedremo Dio faccia a faccia non avremo più bisogno di fede; la fede è la virtù della storia, del tempo in cui i dubbi ci sono e sono tanti; la paura è molta e il problema del cristiano non è quello di non avere paura, ma di avere più coraggio che paura e quindi se la paura è tanta si avrà tanto coraggio, se i dubbi sono tanti, si avrà tanta fede; la questione è rimanere saldi in questo spazio di libertà, per fede).

Paolo riprende la questione: noi, per fede, attendiamo la giustificazione che speriamo. Per fede rimaniamo saldi in questo pezzo di vita in più che non è sempre evidente, che non è sempre immediatamente disponibile, di cui non sappiamo sempre esattamente dov’è, di cui certe volte ci augureremmo di non averlo, perché ci piacerebbe stordirci e non avere uno spazio che guarda la nostra vita dal di fuori perché, per esempio, ne vediamo i limiti e ci tocca farcene carico.

Allora per fede rimanere in questa vita in più a volte è una bella cosa, a volte è abbastanza pesante; rimanere lì, attendendo la giustificazione che speriamo……, ma bisogna sperarla! Anche qui la deformazione in termini di autosalvezza fa sì che noi ragioniamo così: se uno crede le verità e si comporta bene, può anche sperare nella vita eterna.

Invece la direzione è contraria: se io spero qualcosa per la mia vita, se spero davvero, allora forse posso rischiare la carta della fede sulla speranza che ho, e forse bisogna sperimentare molte speranze deluse per imparare a sperare nel Signore (perché uno prima prova a sperare in tante cose: nella sua intelligenza, nella sua bravura, e a non sperare più nel Signore e allora uno decide se diventare un cinico o una uomo, una donna di speranza e a quel punto l’appoggia da un’altra parte: in questa vita in più).

Credo che uno dei nostri problemi seri in ambito di fede è che noi, in genere, non speriamo niente, cioè desideriamo molto poco, e quindi siamo dei piccoli credenti. Qual è l’investimento che abbiamo su questa cosa? Solo se abbiamo un grande desiderio, una grande speranza, investiamo. E noi sappiamo bene che nella nostra vita funziona così. Come, ad esempio, quando uno si appassiona ad un lavoro poi ci mette dentro testa, pensieri, tempo, eccetera. Mi sembra che uno dei problemi seri è che la nostra fede è piccola perché noi abbiamo piccoli desideri e piccole speranze, e quindi mettiamo poche energie, e non sempre le migliori.

“Poiché in Cristo non è la circoncisione che conta, ma la fede che opera per mezzo della carità”. E’ interessante perché nella prima parte ci sembra chiaro: in Cristo non è la circoncisione che conta; ma attenzione: nemmeno la non circoncisione conta. Questo è un pezzo del versetto che tendiamo a cancellare. Non è il problema a quale dei pezzi della tua vita ti affidi: il problema è se ti affidi alla tua vita o a quella di Cristo. (Il problema non è se uno è ebreo o cristiano, il problema è la fede che opera per mezzo della carità). Secondo me qui sta una delle espressioni più belle rispetto alla questione della giustificazione: la fede che opera per mezzo della carità.

Noi siamo passati da un tempo, l’800, in cui la questione era la fede, e poi non importava ciò che si faceva, purchè si mettesse la propria firma sotto l’elenco delle verità messe alla rinfusa. Da lì siamo passati all’opposto. Per reazione abbiamo giustamente molto insistito sul tema della carità. Ora stiamo andando verso l’esagerazione opposta, per cui conta un generico senso di giustizia che diventa sempre più annacquato, che alla fine non si sa più cosa vuol dire e che, soprattutto, come la fitness interiore, si squaglia alla prima difficoltà, però sembra che quello sia sufficiente, basta non pestare le formichine e va tutto bene.

Siamo lieti di tutti coloro che si occupano di carità, anche se si dicono non credenti, siamo lieti di fare strada con loro, e di riconoscere la bellezza dello Spirito che opera anche in chi non lo conosce. Ma per un cristiano la questione è la fede che opera per mezzo della carità, dove il soggetto agente è la fede. La fede non è un vago sentimento dell’anima o un’adesione puramente intellettuale, perché è una fede che opera, e opera per mezzo della carità. Questa frase mette bene in ordine la questione.

Padre Cesare accennava, l’altra volta, che questa cosa, nella storia della Chiesa, ha avuto un enorme peso. Il caso più conosciuto è la questione luterana, ma fin dai primi secoli l’oscillazione tra il credere e l’operare è stata costante: è un problema perenne del cristianesimo. Nel cristianesimo, il rapporto tra queste due cose, è delicato.

Come spesso accade, il cristianesimo è un’esperienza di doppi pensieri. D’altra parte noi abbiamo a che fare con due aspetti che non si possono sganciare: un Dio vero Dio e vero uomo. E’ chiaro che per tenere due cose opposte insieme, il rischio di cascare da una parte o dall’altra è sempre in agguato.

Ma qui Paolo dice molto efficacemente la questione: la fede che opera per mezzo della carità. Ed è chiaro che il primato è della fede (e in questo, Lutero aveva ragione), perché è la fede che qualifica le opere e non sono le opere che salvano; è la fede che salva: questo è ormai ben compreso. Il rimanere saldi nella libertà di Cristo ha operato; ma è vero che una fede che non operi per mezzo della carità è una fede muta, che rischia continuamente di diventare un pio atteggiamento dell’anima o un puro atteggiamento razionale.

Per riprendere il tema dell’inizio: Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; per restare liberi la questione è: la fede che opera per mezzo della carità. Non è la circoncisione, né la non circoncisione.

C’è questo sfogo di parole che trovo molto tenero: correvate così bene, chi vi ha tagliato la strada? Perché vi siete persi? L’immagine della corsa di Paolo ritorna spesso: l’esperienza del credere come esperienza di una gara

Trovo interessante, di questo sfogo, la piccola conclusione: “quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? E’ dunque annullato lo scandalo della Croce?”

E’ chiaro che sono domande retoriche quelle che Paolo fa, ma quello che vuole dire è: se non è successo niente, perché sta succedendo tutto questo caos? Perché stare ancora in un rapporto in cui la questione sono la circoncisone e la legge?

Allora anche questo è un dato su cui riflettere. Dopo 2000 anni di cristianesimo c’è la tendenza ad appiattire un po’ la sua novità, ma il cristianesimo ha risposte talmente forti che spesso annullano le domande (abbiamo l’impressione di sapere chi è l’assassino già prima di aver letto il romanzo!). Sappiamo già che Dio ci ama, ci perdona, eccetera, prima ancora di aver cominciato a vivere. Allora il rischio è che rendiamo lo scandalo della Croce un dato “innocuo”, per niente innovativo. Paolo invece dice: c’è uno scandalo, che è la croce. Allora, quando siamo tentati dalla fitness interiore e pensiamo che il criterio della fede sia sentirsi bene, dovremmo ricordarci che Gesù Cristo in croce non si sentiva certo bene. Il culmine dell’esperienza cristiana non può essere una sorta di diritto al benessere interiore. C’è una durezza della novità che il cristianesimo porta che è irriducibile e che non sta in una pretesa di norme e di doveri, ma sta nel fatto che non è tutto uguale a prima, o un semplice aggiustamento, un cambio di contenuti.

Siamo di fronte ad una possibilità di scelta, ma dobbiamo sapere come stanno le cose, cioè la novità che è l’impotenza di Dio sulla croce, la liberazione operata patendo la distanza. Gesù, che è Dio, e dunque la vita, non muore in croce per mostrarsi vittima del sadismo del Padre, ma per farsi carico della distanza tra la pienezza della vita e la vita, e in questo ci ha liberati. La morte in croce di Gesù ci ha liberati dal peccato perché è in quell’atto, che è l’obbedienza totale alla volontà del Padre, che Cristo misura, accoglie la distanza tra la vita che Lui è e la vita che Lui ha e dà. Come leggiamo nella sequenza di Pasqua, il Signore della vita era morto, ora, risorto, vive per sempre.

Non so se ci avete mai pensato, ma “il Signore della vita era morto” è una bella frase illogica. L’operazione che Gesù fa è quella di assumere una distanza (che in Lui, in quanto Dio, non c’è) tra sé e la propria vita, perché noi possiamo avere una distanza tra noi e la nostra vita.

Non è un’operazione di fitness, non è un semplice esercizio ginnico: è una cosa dolorosa.

Paolo riinizia la seconda parte con una specie di titolino, come la prima (Cristo di ha liberati perché restassimo liberi): “ voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà”.

Mettete insieme queste due frasi: noi siamo chiamati ad avere dei desideri sulla nostra vita, ma Dio per primo ha desiderato, e ha desiderato con totale verità, al punto che suo Figlio si è fatto uomo. L’incarnazione è il fatto che Dio prende sul serio il desiderio su di noi, ci ha chiamati a libertà.

Il termine “chiamati” ci è stato spiegato tante volte in termini di vocazione e siccome nella nostra testa questo termine ha un suono un po’ strano, ogni tanto ne tradiamo il senso.

Proviamo a tradurre con una parola più significativa: Dio ci ha chiamati: Dio ha desiderato che.., con tutta la potenza che il desiderio ha. E se ha potenza il desiderio nella vita degli uomini, immaginiamo la potenza che ha il desiderio nella pienezza della vita di Dio!

Dio ha desiderato fin dalla creazione che noi avessimo comunione con Lui, e il suo desiderio è potente. Credo che chiunque abbia mai provato una passione per qualcosa o qualcuno sa quanto è sproporzionato il proprio desiderio rispetto a sé: si sente un’energia che pare debba scoppiare. Il desiderio di Dio ha lo stesso rapporto, ed essendo Dio infinito, onnipotente, il suo desiderio è una “esplosione nucleare”.

Cristo ci ha liberati: è il dato di fatto accaduto perché restassimo liberi; perché questa libertà non diventi un pretesto per vivere secondo la carne, ma “mediante la libertà siate al servizio gli uni degli altri”. Qui Paolo riprende il tema concreto: la chiamata alla libertà, la vita in più; bisogna capire bene da che parte è in più: se è un “in più” di fragilità o se è un “in più” del desiderio profondo. E quando lui dice Spirito, che è lo Spirito di Cristo, dice: dovete desiderare i desideri dello Spirito.

Fossano, 17 aprile 2000
Monastero Cistercense

Testo non rivisto dal relatore

Anno pastorale: 1999/2000

DataTitoloCommento a:
15 Maggio 2000
Stella Morra
8. Libertà per il regno
Mt 6, 25-34
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20 Marzo 2000
Padre Cesare Falletti
6. Libertà in una tradizione
Gv 8, 31-48
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10 Gennaio 2000
Padre Cesare Falletti
4. Libertà dalla legge e nello Spirito (1)
Rm 6, 14-19
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4 Ottobre 1999
Stella Morra
1. La libertà viene dalla creazione e dalla elezione (1)
Lv 25, 1-12
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14 Febbraio 2000
Stella Morra
5. Libertà dalla legge e nello Spirito (2)
Rm 8, 14-17
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20 Dicembre 1999
Stella Morra
3. La libertà in Cristo: la redenzione
Lc 4, 16-39
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15 Novembre 1999
Padre Cesare Falletti
2. La libertà viene dalla creazione e dalla elezione (2)
Lv 19
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