13 Aprile 2019
Stella Morra

7. Nel frattempo

Commento a: Lc 21, 1-19


Nei giorni passati preparando la lectio di oggi, riflettevo che non è un caso che la duecentesima lectio sia un testo un po’ apocalittico, e ho detto: “mamma mia, che strana accoppiata!” però poi vedete, magari si capisce anche un po’ meglio il perché del titolo “Nel frattempo…”. Comunque continuiamo il nostro percorso, al di là che è la duecentesima lectio.

Riflettendo su questo tema della verità, come sempre riprendo un po’ alcune questioni, le prime quattro lectio intorno alle quattro parole chiave della descrizione della nostra esperienza rispetto alla verità: quindi il testo di Giuseppe “verità e sincerità”; il testo di Numeri, quello che giravano intorno alla montagna, sulla questione che una verità non basta che sia giusta, deve essere “una verità che serve a vivere”; poi, il testo di Giona sulla questione del discernimento, cioè, del comunque trovarsi all’interno di situazioni ambigue in cui non è così immediatamente visibile giusto o sbagliato, vero o falso; infine il testo di Osea sul tema della realtà, la realtà che ha una sua verità che può essere anche sbagliata, ma è così, cioè, si impone con la potenza dell’esistere.

A seguire, invece, abbiamo fatto due lectio dal Vangelo di Giovanni entrando nella questione cristologica, cioè una domanda che ci viene da parte dell’esperienza del Dio-con-noi in Gesù Cristo, una domanda a questa questione filosofica, umana, della verità, filosofica non nel senso di astratta, ma che riguarda più o meno tutti. Chiunque pensi, prima o poi, si chiede “sarà vero?, non sarà vero? come faccio a sapere se è vero?”. La prima questione era, ricordate, la conclusione del capitolo 1 di Giovanni con Natanaele e la chiamata dei primi discepoli: che cosa bisogna vedere? In qualche modo la risposta che ci veniva da quel testo era che bisogna vedere ciò che non c’è ancora, cioè se volete, la dico in termini più teorici, la verità non è solo nelle cose che sono così o non sono così, ma nelle cose in relazione al tempo, a ciò che ancora non si è mostrato delle cose. L’invito cristologico è tenete in conto il tempo, la verità non è qualcosa che sta fermo, che è così, ma bisogna vedere ciò che non c’è ancora, per vedere la verità.

Il secondo testo, che era Gv 18, la prima parte del dialogo tra Gesù e Pilato, in cui la domanda, il titolo, era “che cos’è la verità?”. La questione è cosa andiamo cercando quando riflettiamo sulla verità. Lo dico in modo un po’ banale, ma forse ci aiuta, il tentativo, ma anche la tentazione, è spesso di cercare la verità per aver ragione, cioè per poter dire “io avevo capito”. Il problema è che dal punto di vista cristologico non è questo l’obiettivo ultimo del cercare la verità. Pilato domanda a Gesù: “che cos’è la verità?” per decidere se ha ragione Gesù o se hanno ragione i sacerdoti del Sinedrio che glielo portano. Ma Gesù non risponde, e la questione è che la verità si fa, non si sa, e si fa nel doppio significato di questa espressione italiana. Nel senso che la verità ha una relazione col fare, non con l’aver ragione, ma con il fare, il relazionarsi, il costruire, etc. Ma anche nell’altro senso di una verità che si fa, cioè una verità che va facendo se stessa nel corso della storia, che non è data come qualcosa a priori, come una specie di pacchetto che c’è. Questo è vero, questo è falso, e poi si sta lì a vedere chi è che ha ragione, chi è che becca la scatola giusta, il pacco con dentro la verità. La verità si va facendo, costruisce se stessa, e in particolare, la verità di Dio funziona così, perché è frutto dell’incrocio rispettoso della libertà di Dio con la libertà degli uomini e dunque la verità si va facendo.

La lectio di oggi

Il testo di oggi non viene più da Giovanni, ma dal Vangelo di Luca, e il titolo volutamente ha una storia lunga. Questa parola del titolo nella sua versione sia greca che latina è “nel frattempo…”. La questione del frattempo, fra i tempi, inter tempos, è proprio una cosa che ha intricato i cristiani per almeno i primi 4 secoli, in particolar modo nel Vangelo di Luca si vede molto questo tema. Quando si studia a scuola la teologia o l’esegesi, viene fuori questo ed il nome tecnico si chiama il problema del ritardo della Parusia. Solo che detto così non si capisce cosa voglia dire, sarebbe: perché non è ancora finito il mondo, se tutto quello che doveva succedere di importante è già successo? Quello che noi celebreremo da questa sera a domenica prossima nella liturgia è esattamente l’affermazione che tutto quello che di serio doveva succedere è già successo. Il mondo è stato salvato, Gesù si è incarnato, è morto, è risuscitato. Dio ha detto una parola definitiva. I primi cristiani avevano molto forte questo senso, anche in S. Paolo si trovano dei testi in cui si dice, ah sì, non conviene manco più sposarsi, coltivare, seminare perché ormai il tempo si è fatto breve: Gesù è venuto, morto e asceso al cielo, basta.

I cristiani si trovano con il problema del ritardo della Parusia, per un po’ dicono basta. Alcune delle correnti millenaristiche, anche delle varie chiese cristiane contemporanee, hanno questa fissa di andare a contare quando sarà la fine del mondo. È un tema ricorrente del pensiero apocalittico. Anche molte delle correnti pseudocristiane che stanno dietro ad alcuni populisti contemporanei d’ispirazione di destra, ad esempio Steve Bannon (lo stratega del presidente Trump), l’opzione Benedetto insomma. Tutto questo mondo che sta nei siti e, in fondo, dietro l’ultima lettera di Benedetto XVI, ha questo retro-pensiero, che siamo nell’Apocalisse. Il tempo è finito, siamo di fronte ai segni apocalittici, ed è un po’ l’ultimo figlio del tema di oggi: perché c’è ancora la storia? È la tentazione di pensare che la storia è una perdita di tempo.

Quindi, i cristiani per un bel po’ hanno dovuto anche fortemente interrogarsi su questo “nel frattempo”, nel frattempo che la storia non finisce, come si sta in questo frattempo? Vi dicevo, soprattutto nel vangelo di Luca, questo è un tema ricorrente. Il vangelo di Luca si conclude con il racconto di Emmaus più o meno, esattamente come paradigma di cosa fare nel frattempo: ascoltare le Scritture, riconoscere Gesù nello spezzare del pane. È proprio lo schema basico di “nel frattempo” e non a caso Luca, che presumibilmente scrive gli Atti degli Apostoli, ci dice, no, no, non partite per la tangente. C’è un frattempo, c’è una nave di Pietro che diventerà la nave di Paolo e che deve continuare a navigare. Questo solo per dirvi che questa parola è un tema forte e d’altra parte, come già ho accennato, è anche un tema che torna di attualità, non sotto lo stesso titolo. Se dico il ritardo della Parusia nessuno si sente travolto come tema di attualità, ma di per sé abbiamo lo stesso problema, cioè che cosa succede di fronte a una verità che dovrebbe affermarsi e che in qualche modo, uno si guarda intorno e dice: “ma com’è che sembra che va sempre peggio in realtà?”. Il frattempo non è solo cosa resta da fare dato che Gesù ha già fatto tutto quello che di fondamentale c’era da fare, ma è anche “ma siamo sicuri che sta verità ha la forza di farsi?”. Quando di per sé se, uno si guarda intorno vede: la medicina è migliorata, per una parte del mondo, viviamo più a lungo, in una parte del mondo, il progresso ci ha reso tutti più carini, simpatici e sani, sempre nella stessa parte del mondo, però ti guardi intorno e dici la politica va come va, le ideologie vanno come vanno, ecc.

Allora, questo nel frattempo è un problema, anche perché dietro c’è una questione molto chiara, e cioè: se in  Gesù Dio ha detto la Sua parola definitiva, ha fatto tutto ciò che in qualche modo doveva essere fatto e detto e tornerà a giudicare i vivi e i morti, come diciamo ogni volta che recitiamo il Credo. Quello che c’è in mezzo, nel frattempo, è un problema nostro, non di Dio, e quindi questo frattempo è abbastanza importante. Si tratterebbe di capire che fare, quindi il tema, diciamo, è questo: una verità che si fa, che è la verità di Dio, che cosa ci chiede? come ci chiede di essere nel frattempo? come abitare questo tempo intermedio? Questo è come collaborare a fare questa verità, come rendere visibile questa verità. Questa è la questione.

Quando avevo preparato lo schema delle lectio, mi ero chiesta se proprio nell’imminenza della Settimana Santa, della Pasqua, questa lectio poteva anche aiutarci, accompagnarci, cioè farci compagnia la prossima settimana nella liturgia, quelle a cui parteciperemo, e nella notte di Pasqua. Perché appunto, come vi dicevo, ha un tono un po’ apocalittico e mi sembrava di sì, perché celebriamo questa Pasqua nel senso della liturgia. Quelli che di voi sono stati a Pra d’Mill due domeniche fa, il 31 marzo, hanno riflettuto con Zeno su questo: la liturgia è proprio il luogo del frattempo. Non celebreremo la Pasqua quando saremo in cielo, perché quando ci sarà la realtà, cioè la presenza di Dio, non ci sarà più bisogno del segno, del sacramento, di ciò che rappresenta e rende raggiungibile la realtà. Grazie a Dio non ci sarà liturgia, ma adesso sì, ed è, guarda caso, un luogo simbolico che sta nei tempi, sta nei tempi per cui la Chiesa ci dice che bisogna andare a Messa la domenica, ma poi anche uscire da Messa dopo. Quindi non solo andare e poi rimanere con la testa, bisogna uscire dalla Messa la domenica, e per questo c’è un rito di congedo, perché è nel frattempo della nostra vita. Una volta all’anno immergerci in questa grande settimana che ci dice nel suo insieme la dinamica fondamentale per stare nel frattempo. È una Pasqua nel frattempo, e su questo io sono un po’ polemica sul fatto che si dice sempre nell’omelia di Pasqua onel le liturgie pasquali: la gioia, la luce ma anche no, cioè, nel senso che non è detto che la gioia e la luce di Cristo siano così evidenti, né che siano per tutti così evidenti quel giorno lì, solo perché nel calendario liturgico è Pasqua. Il problema è nelle tenebre ricordiamoci che la luce ci sarà, nel frattempo ricordiamoci che c’è questa dinamica di luce. È diverso, è un’altra cosa, ma insomma, va bene.

Il testo

Questo testo è diviso in due parti (21,1-4 e 21,5-19), non secondo tutti gli esegeti, ma secondo la lettura più adatta al nostro percorso.

1Alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. 2Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, 3e disse: “In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. 4Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere”.

5Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: 6“Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. 

7Gli domandarono: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”. 8Rispose: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”.

10Poi diceva loro: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Il commento

Allora dicevo, ha un tono un po’ apocalittico. Sembrano due episodi molto scollegati: il tesoro in cui si gettava il denaro per il tempio, la vecchietta che butta due monetine, i ricchi che buttano vistosamente molto denaro, la considerazione di Gesù e poi questo lungo discorso apocalittico.

1Alzàti gli occhi

Questa è la premessa di tutto, è la pre-condizione. Bisogna alzare gli occhi, bisogna cercare di vedere qualcosa e per vedere qualcosa bisogna alzare gli occhi, non si può guardare per terra. Questo è, come dire, il punto di svolta: cosa guardare. Non a caso Giovanni 1 era “Cosa bisogna vedere?”, ciò che non c’è ancora esattamente qua.

vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. 2Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine,

Alzati gli occhi vede la vedova e vede quello che non c’è, che non si vede, che lei ha messo tutto quello che aveva per vivere, che gli altri mettono il superfluo. Vede quello che non avrebbe motivo di pensare perché non è dato dalla realtà. Può darsi che un ricco dia molto che vuol dire che dà tutto, ma vede quello che non c’è. Alzare gli occhi è la condizione e sono gli occhi, non le orecchie, che si occupano di verità. Anche questa mi sembra una bella questione, perché sono gli occhi che vedono i gesti, vedono quello che si fa.

Per me il tema della verità è tanto legato alla parola, al dire, o alla menzogna, al conoscere. Qui non c’è questo tema e, come vedremo, la domanda dei discepoli è: dacci un segno per conoscere e Gesù risponde che i segni ci sono ma sono ambigui. Non è lì, non è quello. Il gesto si fa e questo gesto che si fa, che fanno la vecchietta o i ricchi, è lo stesso gesto, contro ogni moralismo, gettare delle monete nel tesoro del tempio. Fanno entrambi lo stesso gesto, il problema è che il gesto, che è ciò che va guardato alzando gli occhi, è in relazione alla persona, al soggetto.

3e disse: “In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. 4Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere”.

Ciò che si vede è il contrario di ciò che è vero e la cosa carina è loro hanno gettato del superfluo, lei ha gettato quello che aveva per vivere. Il problema, allora, è il vivere. In questo senso, mi sembra che questo piccolo episodio, da una parte fa un po’ una specie di riassunto di tutte le cose che ci siamo detti fino adesso, dall’altra parte è anche la chiave di lettura di quello che viene dopo. Perché solo in questo senso ciò che accade, che di per sè è un genere letterario appunto apocalittico, quindi tutte cose molto negative e brutte (guerre, pestilenze, terremoti, carestie, persecuzioni, di tutto di più) va letto sub-contrario, va letto esattamente come in questo titolo al contrario. Chi ha dato di più i ricchi o la vecchietta? I ricchi, ma chi è che ha dato davvero di più? La vecchietta. Allora, anche in quello che c’è dopo, sono tutte cose brutte, queste, vanno lette al contrario, quello che si vede è apparentemente brutto, non è affatto gradevole. Qual è il problema?

Il problema è: 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.

Non vuol dire non vi succederà niente, si dice addirittura, uccideranno alcuni di voi, cioè, forse effettivamente alcune cose non funzionano proprio, ma niente va perduto- Niente è inutile, nemmeno un capello del capo, nulla non è raccolto. In questo senso, tutto quello che segue va letto al contrario.

5Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi,

Non alzavano gli occhi, ma guardavano le pietre e i doni. È proprio “alzati gli occhi vide” altri parlavano tra loro commentando le pietre preziose e i doni del tempio. In questa contrapposizione, ad esempio, secondo me ci sta una bella domanda che ci potrebbe accompagnare domani, per chi di noi va a Messa, nella lettura del Passio e poi per tutta la settimana: “Cosa sto guardando?”

disse: 6“Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. 

Se guardate solo quello che si vede, l’esito è la distruzione, quello che si vede è distrutto, se vi limitate a vedere quello, non qualcun altro lo distruggerà, ma il vostro guardare lo distruggerà, solo quello. Tra l’altro qui c’è dietro un grosso tema che, nonostante tutto, noi siamo ancora figli della fine dell’Ottocento e del secolo breve del ‘900. In fondo, in fondo, speriamo che poi la storia sia comunque un progresso, cioè che bene o male, con magari dei giri strani, ma che alla fine sia una questione quantitativa, che le cose vanno avanti e vanno migliorando, che si deve sempre crescere, si può sempre crescere, ecc. Molti dei segnali del mondo in cui siamo ci stanno dicendo che non è così. Anche nella storia ci è stato molte volte detto che non è così, che non c’è una crescita quantitativa, una specie di riga che va sempre su a salire, che crescono cose buone e cose cattive, grano e zizzania. C’è un’ambiguità della crescita, che lo sviluppo di tipo scientifico, economico, è un bene per tantissimi aspetti, però rischia di distruggere il pianeta, ha degli aspetti altamente negativi.

Allora la logica è: invece di salire scendiamo? No, la logica è governare il movimento, che non è né una salita, né una discesa, non è né un bene assoluto, né un male assoluto, ma è, come tutti i movimenti della storia, una verità che si va facendo. Quindi, come tale, che deve essere oggetto di un discernimento ed essere governata, nel piccolo come nel grande. Mettere pietra su pietra non basta, non basta costruire l’edificio. Se non deve essere distrutto, deve esserci una relazione al vivere. Non capisco bene dalle facce se mi sto spiegando o no, se le facce sono pensierose o stupite…

7Gli domandarono: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”.

Il problema del frattempo è il problema dei segni. È ovvio, è assolutamente ovvio, perché il frattempo sta sotto il segno dell’ambiguità, solo alla Parusia diventerà chiaro. Quando il grano è giunto a maturazione si taglia e la zizzania si brucia, nel frattempo, però, grano e zizzania stanno insieme. Quindi il problema è il segno e sarebbe questo è il nostro lavoro. Dicevo prima il frattempo riguarda noi e non Dio, il nostro lavoro è questo, distinguere, la pazienza di distinguere.

Forse, come dire, per deformazione, però condivido con voi questa mia fatica di distinguere. In questi ultimi giorni, i giornali, i telegiornali, i social sono stati abbastanza pieni di commenti su questa lettera di Benedetto XVI. Praticamente nessuno degli organi ufficiali di stampa, solo un passaparola sotterraneo, ha fatto girare quel piccolo filmato di 3 minuti di questa cosa successa l’altro ieri in Vaticano. È una cosa che già per i soggetti implicati, per come è successa, è una roba straordinaria! Quello che succede in questo filmatino è veramente sconvolgente, perché allora succede tutta una storia per cui, praticamente, il Primate anglicano ha pensato bene di fare una giornata di ritiro spirituale per i capi politici anglicani cristiani del sud Sudan, dove sta di nuovo esplodendo tutto, e ha pensato bene di farla in Vaticano, chiedendo a Francesco di partecipare. Già da solo questo sarebbe una bella notizia, di attenzione ad uno dei posti più poveri e disastrati del mondo, ecumenica, etc. Hanno avuto questa giornata di ritiro e di discussioni e alla fine c’è questo piccolo filmato che gira, dove c’è Francesco che fa un breve discorso di saluto e chiusura, in cui devo dire con un tono veramente appassionato, dice “siete dei politici, fate i politici, litigate, discutete, se avete da litigare e discutere, perché le cose vanno fatte, ma metto nelle vostre mani la pace”. Poi, di fronte al paese, una volta che avete discusso e deciso e anche litigato, dopo, dovete offrire una soluzione per tutti. Un discorso veramente appassionato, dice poi, “ve lo chiedo come fratello, ve lo chiedo con disperazione” e poi c’è questa scena che fa venire i brividi. Il povero traduttore, un monsignore, stava per svenire sul luogo. Il Papa si gira verso il traduttore e gli dice “Accompagnami” e quello lo guarda del tipo “dove ti accompagno?” Glielo ordina proprio, e davanti a ognuno di questi si inginocchia e gli bacia i piedi, a ognuno di questi politici, per dirgli la drammaticità con cui richiedeva questo servizio alla pace, con il traduttore sempre più viola in faccia. Inoltre il Papa aveva il microfono, quello attaccato a lui, per cui man mano senti nel silenzio il suo ansimare nel chinarsi, inginocchiarsi fino a terra poi tirarsi su, che cresce, e che ha sempre meno fiato. È una scena da Giovedì Santo, credo che nessuno che ha visto quel filmato, non ha pensato a Gesù che lavava i piedi, però questo, ad esempio, è un segno che non fa segno, o che segno è?

Allora mi sono soffermata su questo racconto, a parte perché mi ha molto colpito, ma quando domandiamo “Quale sarà il segno?”, che è il nostro lavoro. Il lavoro degli umani nel frattempo è riconoscere i segni, quali segni cerchiamo? Questo è il problema. Segni per capire o segni per vivere, ad esempio. Io personalmente faccio l’intellettuale di mestiere, quindi nessuno, credo, può dubitare che capire per me non sia importante, ma se devo scegliere, voglio un segno per vivere.

La risposta di Gesù è:

8Rispose: “Badate di non lasciarvi ingannare”

Parte da lì, perché esattamente questo è il problema. Noi pensiamo sempre che il rischio di peccato che ciascuno di noi ha rispetto alla verità è mentire, ma non è vero. Il rischio di peccato che ciascuno di noi ha rispetto alla verità è lasciarsi ingannare. È diverso. Mentire può accadere, è accaduto a Pietro, può nascere dalla debolezza, dalla paura, dal non aver capito abbastanza a tempo qual era la situazione, non è così grave. Lasciarsi ingannare è molto peggio, consentire a se stessi di non cercare fino in fondo i segni della verità. Lasciarsi ingannare su noi stessi, ciascuno di noi lo sa, nella propria biografia uno può raccontare a se stesso delle storie su di sé, che possono durare anni, ma prima o poi le paghi. Se non altro ti viene un’ulcera, perché se non fai i conti con alcuni pezzi della tua vita, prima o poi, da qualche parte escono fuori. Non bisogna lasciarsi ingannare.

Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”.

Forse una cosa su cui nella Settimana Santa ci può capitare di riflettere è il rapporto che c’è tra la morte e la Resurrezione di Gesù, perché come diceva il mio professore, il Cristianesimo ha delle conclusioni talmente forti, vedasi la Resurrezione, che si mangiano il frattempo- E uno nel frattempo è già con la testa col sentimento al finale, ma, che rapporto c’è tra la morte e la resurrezione di Gesù? La morte non è la fine, vero, ma, contemporaneamente c’è, e bisogna passarci.

11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Anche qui mi domanderei, che idea abbiamo di “terrificante”? Tra le cose che mi hanno colpito di questi tempi è la frase ripetuta da bravo Asperger da Greta, questa ragazzina svedese, che dice: “non voglio il vostro aiuto, voglio che abbiate la stessa paura che ho io”. Io credo che la cosa più terrificante che può esistere sia condividere la stessa paura, abitare tutti nella paura. Questo è terrificante, perché la paura inganna. E anche se capisco il senso di quella frase, è per dire voglio che siate così preoccupati che il problema non è aiutare me. Il problema è occuparsi di questa questione, del fatto che la casa brucia, come dice lei. Ma che cos’è, quali sono i fatti terrificanti, i segni grandiosi dal cielo, di che cosa davvero abbiamo paura? Questa forse può essere un’altra bella domanda per la Settimana Santa: di che cos’è che abbiamo paura? Qual è la morte in croce che ciascuno di noi teme?

E poi, non bastassero questi segni oggettivi che però Gesù presenta come dei non segni, sì, succederanno tutte queste robe, però poi non è questo quello che conta, non è la fine, non è lì, c’è ancora, casomai uno si fosse troppo rilassato, quel tema,

12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome.

Non è solo “nazione contro nazione, regno contro regno”, io speriamo che me la cavo. No, se la prendono con voi, “ma a causa del mio nome”. C’era un mio professore che ripeteva spesso che alla fine del capitolo 5, dopo le Beatitudini Matteo dice: “Beati voi quando mentendo vi perseguiteranno nel mio nome” e diceva che la beatitudine ha due condizioni: che mentano, cioè che non ve lo siete cercato, e secondo, che sia nel Suo nome, perché non basta che vi perseguitino. E qui è un po’ lo stesso: metteranno le mani sopra di voi e vi perseguiteranno a causa del mio nome.

Ora, bisogna un po’ capirsi su questo, perché, certo, a causa del mio nome vuol dire perché proclamo apertamente la fede, purtroppo in alcuni paesi è ancora così, basta che uno dica che è Cristiano per essere perseguitato. Certo, qui da noi no, nessuno viene perseguitato, lapidato, perché dice di essere Cristiano. Ma cosa vuol dire a causa del nome di Gesù? Non è una condizione qualsiasi, non basta che qualcuno mi tratti male. E qui viene la parte decisiva di tutto questo testo che si collega con la vecchietta dell’inizio, col superfluo e necessario per vivere.

13Avrete allora occasione di dare testimonianza.

Dare testimonianza non è il superfluo, è il necessario per vivere, cioè non è che io vivo la mia vita, faccio le mie belle cose, e poi vado a rompere le scatole alla gente spiegandogli che deve essere Cristiano. Perché questo è il superfluo, nel tempo libero faccio il catechista. L’occasione di dare testimonianza funziona se ti perseguitano a causa del nome di Gesù, quando la questione in ballo è vivere. Tanto per citare sempre Papa Francesco, in un incontro con dei ragazzi, di età liceale, età delle superiori, un ragazzo gli ha fatto una domanda e gli ha detto: “Ma come faccio a parlare di Gesù ai miei coetanei, ai miei compagni di classe che non vanno in parrocchia?” e il Papa gli ha risposto, gelando la platea: “Non provarci proprio, non farlo proprio, che non ti venga in mente di farlo”, e tutti sono rimasti un attimo perplessi. E lui, “no, tu proprio devi fare un’altra cosa, tu, ad esempio, devi aver pazienza nelle situazioni in cui avresti ragione a spazientirti, perdonare nelle situazioni in cui a torto ti stanno accusando di qualcosa, essere generoso quando non avresti nessun motivo ragionevole per essere generoso, questo devi fare!”.

Questa mi sembra una delle spiegazioni più geniali della differenza tra superfluo e ciò che serve per vivere. Nel senso che farsi la domanda sul superfluo è: “ma come faccio a parlare di Gesù ai miei compagni di classe?” Il necessario per vivere è: “mi metti in una situazione in cui io ho ragione, tu hai torto, mi tratti pure male, e io cosa faccio?” Questa è la questione! Avrete occasione di dare testimonianza e di testimoniare, come ci siamo detti tante volte, non tanto che Gesù è il Signore. Sì, indirettamente, ma che ciò che è accaduto a me, il fatto di essere stato amato e perdonato ha reso la mia vita bella, anche eventualmente in mezzo a disastri, e questo accadrà anche a te. Anche tu che oggi mi tratti ingiustamente male sarai un giorno abbastanza contento da non aver bisogno di trattar male nessuno, perché Dio non fa differenza di persone.

14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.

Dopo questa settimana di Pasqua, avremo un lungo Tempo di Pasqua, sette settimane, sette volte sette, che nel linguaggio biblico è tutto il tempo. Tutto il frattempo, sette volte il tempo della creazione, quindi il tempo di rifare sette volte il mondo, mica poco, ma poi arriva lo Spirito Santo, perché ciò che manca nel frattempo sono parola e sapienza, abbiamo bisogno di parola e sapienza.

16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome.

Sarete traditi, sarete odiati, cioè, che uno dice, ma no, io sarei pure disponibile a perdonare, ma poi passo per scemo. Certo, sì, perché non dovresti passare per scemo? Perché a perdonare non passando per scemo sono bravi tutti, anzi passando per eroe, ancora di più.

18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Su questa parola “perseverare”, mi sembrava che la perseveranza che ha consentito a noi e molti amici che non sono qua oggi, in tanti modi diversi. Io parlando, quindi in modo più visibile, ma non avrei potuto parlare senza avere degli interlocutori davanti, a quelli che ci sono, che ci sono stati, che ci hanno pensato da lontano, che hanno pensato che gli sarebbe piaciuto venire ma poi non sono venuti, è una perseveranza che forse salverà le nostre vite, ma anche quelle di chi sta intorno a noi, perché semplicemente non andranno perdute. Forse non saranno né più giuste, né più belle, né più felici, né più senza problemi di quelle di tutti gli altri, ma in questo dialogo con la parola di Dio non sono perdute,. Le parole scambiate vengono raccolte e compiono la loro strada e quindi nulla di tutto questo andrà perduto.

Fossano, 13 aprile 2019

(Testo non rivisto dall’autore)

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