9 Gennaio 2021
Stella Morra

4. Scartare/raccogliere

Commento a: Gv 6, 1-15


E un po’ faticoso parlare dopo tutta questa marea non solo di parole ma di emozioni, di ripresa, di scavo, di cose che credo in moltissimi di noi hanno mosso pezzi importanti, che uno ritrova messi lì in fila, quindi fa un po’ impressione, devo dire. Abbiamo scelto di mantenere comunque una veloce riflessione spirituale, un po’ perché la Parola di Dio è sempre stata il cuore pulsante dell’Atrio. Ciò che mons. Derio Olivero ci offriva anche come sfida per il futuro in questi anni è stato possibile perché il basso continuo – la melodia che ha tenuto sempre – è stato questa attitudine a interrogare la Parola di Dio, con più o meno successo, trovando più o meno risposte, trovando altre domande, trovando ciascuno di noi nutrimento e a volte inquietudine, evidentemente. Quindi ci sembrava brutto espellerla proprio in un momento come questo, non avrebbe avuto senso; dall’altra parte perché il tema che ci siamo dati quest’anno – legato al momento storico che stiamo vivendo, ma anche un po’ al nostro venticinquesimo – era proprio quello: Nella fine l’inizio, nella fine, nelle molte fini che si mostrano, culturali, ecc., riconoscere l’inizio. Nella fine di un periodo l’inizio di un tempo nuovo per noi come Atrio e così via: parole e gesti di futuro. E avevamo scelto fin dall’inizio di lavorare su coppie di parole che non sono coppie oppositive – cioè una giusta e una sbagliata, una da lasciare e una da tenere – ma parole che sono sottoposte a una metamorfosi in questa transizione culturale, parole che avevano un buono in sé anche prima, che va conservato, ma va probabilmente trasformato, proprio per non cadere nella prima tentazione che Derio ci diceva e cioè: “Lo facciamo già… in fondo è sempre la stessa cosa… lo chiamiamo in un altro modo ma è sempre la stessa cosa…”. Non è vero. Nuove novità, nuove collaborazioni passano anche attraverso nuove parole visitate e la coppia di parole che era prevista per oggi nel calendario originario della Lectio era una coppia di parole che ci sembrava molto adatta a questa occasione e quindi l’abbiamo tenuta: raccogliere e scartare; cosa tenere e cosa lasciare andare.

La lectio di oggi

E il testo di riferimento è un testo che ci è molto caro e che abbiamo già visitato tante volte, che è l’inizio del capitolo 6 di Gv (che non leggerò, se no poi Carlo mi taglia l’audio perché passo i tempi), ma di cui vorrei riprendere alcuni versetti: sono i 15 versetti del capito 6 dove si racconta la moltiplicazione dei pani e dei pesci secondo Gv. In questo evangelista ci sono alcune notazioni di colore, di sfumature diverse, ma come sempre nei testi della Parola di Dio, certe annotazioni tra parentesi o tra virgole, incidentali, sono – rischiano di essere – più importanti, certe volte, che la somma.

Il testo: Gv 6, 1-15

6 1Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

5Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

14Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». 15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Commento

Ovviamente riprendo alcune cose anche nella logica di quanto ci stavamo dicendo e di quanto stiamo vivendo. Si dice all’inizio di questo testo che lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. È un po’ un’inculturazione riuscita? Grande folla che capisce, vede, sente, sperimenta? È ciò che ci auguriamo tutti, ma è una situazione che non è più data, che forse nella storia ci è stata data in altri tempi; ma in questo momento qua sembriamo non essere più in grado di fare segni, cioè non essere più – come Chiesa – il riflesso della luce di Cristo per il mondo e della sua capacità di curare gli infermi. La frase che citava Monica all’inizio: “Se potete curate, se non potete curare calmate, se non potete calmare consolate”. Mi sembra che noi siamo lì che ci chiediamo: “E se uno non può neanche consolare? Cioè se non siamo nemmeno in grado di consolare che cosa potremmo ancora fare?”. Però le parole che ci siamo detti ci dicono che da qualche parte c’è una possibilità di consolazione, nella fiducia che Dio cura e che solo Dio sana i cuori e le culture, ma noi possiamo consolare – anche le cose che ci diceva Aldo, le cose che diceva adesso Derio – sotto il segno di una misericordia, di una visione liberante.

La cosa interessante per noi, per questa lettura, è che Gesù pone una domanda ai suoi, che gli dicono: “Guarda c’è tanta gente, hanno fame”, e Gesù domanda a Filippo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? Tante volte ci siamo detti che la vera esperienza della fede non è nel trovare le risposte, ma nel lasciarsi fare le domande da Dio, perché la fede è un guaio, funziona come gli amori: non è che trovi delle risposte, ma sei costretto alla domanda che Dio ti pone e che diventa per te quello che chiameremmo vocazione: la necessità di trovare una risposta a quella domanda lì, alla domanda che Dio ti pone e spesso negli incontri evangelici – almeno raccontati da Gv. Gesù ha questa tattica: fa una domanda: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? L’Atrio è cominciato su questa domanda, abbiamo detto: vabbè, nessuno ce lo dà e ci facciamo il pane da soli. È nato un po’ anche da questo senso, molto piccolo, di trovare complici, collaboratori, amici, l’Azione Cattolica, la Diocesi, per farci questo pane di cui sentivamo di avere bisogno. Ma la domanda permane: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? Che cosa possiamo raccogliere e che cosa dobbiamo scartare perché costoro abbiano da mangiare?

Filippo che è realista dice: vabbè, Duecento denari non sarebbero sufficienti, che sarebbe una traduzione della risposta del Consiglio Pastorale (tu, Derio, dopo il Consiglio Pastorale eri andato a camminare per sbollire il bollore, io urlavo, con Carlo e Paolo, urlando a tutto spiano per lo stesso motivo, per far sbollire il bollore), perché il realismo uccide tutto, l’eccesso di realismo uccide tutto. Il cristianesimo è realista ma non può essere eccessivamente realista e dire: vabbè non ce la faremo mai, lasciamo perdere, facciamo come abbiamo sempre fatto. Invece c’è qui il ruolo fondamentale di Andrea, il fratello di Simon Pietro, che dice: C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente? Io credo personalmente che se devo dire come io ho vissuto questi 25 anni nell’Atrio – ma non solo, anche nella mia teologia – è stato tentare di essere all’altezza di questa domanda, di trovare la possibilità di rispondere a Che cos’è questo per tanta gente? C’è tanta gente che non sa che l’Atrio esiste, che non sa che la diocesi di Fossano, di Pinerolo, di Cuneo esistono, che non gliene importa niente, che vive in tanti modi: Che cos’è questo che noi abbiamo per le mani, cinque pani e due pesci, per tanta gente? E mi sembra che quando Derio prima ci richiamava alla Chiesa in uscita, se non è uno slogan vuoto – che va un po’ di moda, che adesso tutti dicono – ma se è una cosa seria, è ciò a cui Francesco invita i laici, il santo Popolo di Dio, a interrogarsi. Chiedetevi: questo che vi sembra cinque pani e due pesci, questa ricchezza che per voi è preziosa, perché il cibo è ciò che vi consente di vivere, questa fede che avete per le mani, che cos’è questo per tanta gente? E da questo punto di vista (sono contenta che Derio dice: dobbiamo fare dei laici dei traduttori: verissimo, giusto, mi piace molto l’immagine). Io trovo però che noi laici – senza farcelo fare da qualcun altro, ma facendolo in proprio, in forza del nostro battesimo – oltre che essere dei traduttori di vita, abbiamo bisogno di diventare dei moltiplicatori, di continuare a chiederci: Cos’è questo per tanta gente? Troppo poco? No, non è troppo poco, perché è il pane disceso dal cielo, quindi è abbastanza. È ciò che serve per vivere.

Come tanta gente può vedere i segni? E Gesù fa questa cosa: dà da mangiare finché ne vollero, dice Gv, a colmare un desiderio: finché ne vollero, non c’è misura e qui arriviamo al punto, che personalmente a me è molto caro e mi commuove, sul quale praticamente chiudo ed è: quando tutto è finito – e già è un miracolo (come normalmente lo chiamiamo) – Gv ci dice che Gesù dice ai suoi una cosa strana: Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto, colligite fragmenta, raccogliete gli scarti. Questo testo mi inquieta da tantissimi anni, perché uno dice: vabbè, per farne cosa? Perché bisogna raccogliere i frammenti? Hanno mangiato finché ne hanno voluto, si sono saziati, il miracolo è avvenuto, Gesù ha mostrato un segno che tutti hanno riconosciuto… Perché raccogliere i frammenti perché nulla vada perduto? Ne riempirono dodici canestri con i pezzi. Perché mi sembra che questa sia esattamente la logica del che cos’è questo per tanta gente? Perché ci sarà ancora fame e perché si nutre con gli scarti quando non si è in grado di fare i miracoli.

Noi non siamo in grado di fare miracoli – solo Gesù può farlo – però possiamo nutrirci con i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto. Mi sembra che in questi anni siamo stati bravi a colligite fragmenta, a raccogliere pezzettini: amicizie, relazioni, competenze, competenze professionali strampalate: tutto quello che ci è capitato sottomano, o prima, o poi, lo abbiamo coinvolto, per nutrire la fame nostra e altrui. Nulla deve andare perduto e in questo aggiungerei alle sintonie con Francesco – che Derio citava prima molto acutamente – che istintivamente abbiamo colto bene che è dagli scarti che ci viene la salvezza, l’idea di Francesco sui poveri: che sono i poveri che ci evangelizzano. I poveri non vanno aiutati, non è questo il problema, basta essere civili per dare una mano a uno che ha bisogno. Ma un cristiano sa che è dagli scarti che ci viene la salvezza. E per questo Francesco insiste tanto sull’idea che bisogna abolire la cultura dello scarto; cioè non avere più in testa che gli scarti possano essere sprecati solo perché siamo saziati per oggi.

Ci saranno altre fami, c’è altra tanta gente per cui chiedersi: Che cos’è questo per tanta gente? Saranno i 25-50enni? Sì certo, sono anche loro tanta gente, ma saranno anche altri. Da questo punto di vista raccogliere e scartare sono molto legati, non bisogna scartare nel senso di non buttare nulla, bisogna raccogliere gli scarti e sapere che da lì viene la forza. Perché solo Dio può creare dal nulla, cioè fare un miracolo; noi possiamo solo mettere insieme i pezzi, che è una delle opere che in questi 25 anni abbiamo provato a fare, nostri e altrui, e infatti la gente, visto il segno, conclude Gv, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». E Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, se ne andò tutto solo sulla montagna. Non è succube di una identificazione culturale, non diventa schiavo di questo, ma dice ai suoi: Raccogliete i pezzi, colligite fragmenta.

In questi 25 anni ci siamo aiutati gli uni gli altri ad essere dei discepoli, a raccogliere i frammenti e a cercare di nutrire la fame, contando sulla sovrabbondanza di Dio, sul fatto che anche quando Dio ha nutrito ogni creatura, come fa, poi ne avanza ancora e nulla deve andare perduto. Da questo punto di vista, credo, ci siamo aiutati ad essere discepoli raccogliendo ceste; l’incontro di oggi lo mostra: abbiamo ceste piene di cose fatte, di incontri – e per molti di noi sono nomi, persone, storie, affetti, adrenalina, come diceva Elisabetta – e tante altre cose di questo genere: non possiamo smettere su questo. Io credo che le domande che Derio ci ha posto ci siano utilissime, le altre domande che ci sorgeranno da qui in poi – man mano che ragioniamo e ne ragioneremo insieme – saranno utilissime; ma dobbiamo tenere questo come fondo: continuiamo ad aiutarci a raccogliere gli scarti, a raccogliere i frammenti, perché nulla vada perduto. Perché questa è la benedizione che Dio non smetterà di farci.

Fossano, 9 gennaio 2021

Testo non rivisto dall’autore

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