25 Novembre 2017
Stella Morra

2. Separazioni, mogli e fratelli

Commento a: Gen 12, 1–13,9


Introduzione alle lectio di quest’anno

Il tema di quest’anno è quello del cambiamento collegato al verbo uscire. Il tema del cambiamento è un tema di grande portata, non si tratta solo di dire banalmente che “tutto cambia, tutto sta cambiando”. Occorre intendere il cambiamento come cambiamento di paradigmi, che è molto radicale. Non sono solo i filosofi o gli intellettuali a sentire l’urgenza di questa riflessione, ma anche la gente comune quando nel quotidiano si trova alle prese con delle scelte concrete. Ci si trova di fronte all’evidenza che l’esperienza, i criteri, il buon senso comune che hanno funzionato negli ultimi anni, ormai non funzionano più, anzi rischiano di ritorcesi contro. Non ci servono più le categorie che abbiamo utilizzato a lungo per valutare, decidere, farci un’opinione. Abitare il cambiamento è dunque una questione complicata, perché bisogna rifarsi le competenze su ogni cosa, anche su quelle basilari.

Considerato che questa fase non sembra che finirà tanto presto, occorre allora trovare dei criteri per abitare il cambiamento, cercando nei casi concreti di informarsi di volta in volta su ciò che ci serve. Ma contemporaneamente occorre individuare criteri per vivere sul tempo lungo- Su un tempo che ha un tale tasso di instabilità che rischiamo di diventare tutti cinici, angosciati o stressati, e rischiamo di non avere più un punto di riferimento. Questo tra l’altro può avere come effetto secondario che quelle poche cose che restano fisse, perché sono convinzioni personali, rischiano di diventare “idoli”, perché sono le cose che restano fisse e quindi ci attacchiamo e decidiamo che devono rimanere tali anche contro ogni realtà e logica.

In questo tema del cambiamento nella prima Lectio ci siamo interrogati sul testo di Tobia e sull’idea della devozione sterile. Tobia il vecchio in una coazione a ripetere fa del bene, fa del proprio meglio, ma l’esito di ciò che fa è la sterilità. Questa è la situazione in cui rischiamo di trovarci un po’ tutti nel tentativo di riprodurre il bene in un contesto cambiato e si finisce per produrre non il male, ma sicuramente niente di buono, una realtà arida e sterile.

Le prime lectio di ogni ciclo spaziano su alcuni testi all’AT, quindi sono più descrittive. Nella Bibbia c’è innanzitutto una umana verità, cioè vengono narrate grandi dinamiche in cui antropologicamente ciascuno di noi si ritrova. I testi sono più descrittivi perché cercano di mostrare quali grandi movimenti tipici dell’umano la Bibbia individua intorno ai nuclei di cui ci stiamo occupando. La storia di Tobia ha descritto un po’ la nostra situazione, così lo farà anche il testo seguente di Gen 12,1-13,9

Si tratta di un testo che fa parte di un ciclo molto conosciuto, la storia di Abramo. Di questa storia normalmente conosciamo le scene principali, ma ci perdiamo gli elementi di connessione. Il capitolo che analizzeremo è proprio un testo connettore tra due eventi conosciuti. È soprattutto nei tempi di cambiamento che bisogna conoscere i testi connettori, non tanto gli episodi. Infatti gli episodi definiscono uno stato, i connettori descrivono come si può andare da uno stato di fatto ad un altro, come ci si muove. Per individuare il cambiamento bisogna guardare quel passaggio.

Abramo è un pagano in Ur dei Caldei e diventerà padre della fede fino a rischiare di sacrificare il figlio, tanto arriverà a fidarsi di Dio. In mezzo a queste due situazioni succedono alcune cose, c’è un percorso, Abramo in questo percorso abita il cambiamento in ogni singolo passaggio, anche perché non sa mai come andrà a finire la situazione che vive.

Il testo

Genesi 12,1-13,9

121Il Signore disse ad Abram:

«Vattene dalla tua terra,

dalla tua parentela

e dalla casa di tuo padre,

verso la terra che io ti indicherò.

2Farò di te una grande nazione

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e possa tu essere una benedizione.

3Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò,

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra».

4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. 5Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan6e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei.

7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra». Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso. 8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. 9Poi Abram levò la tenda per andare ad accamparsi nel Negheb.

10Venne una carestia nella terra e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava su quella terra. 11Quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarài: «Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. 12Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: «Costei è sua moglie», e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. 13Di’, dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te».

14Quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente. 15La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le lodi al faraone; così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone. 16A causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. 17Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto di Sarài, moglie di Abram. 18Allora il faraone convocò Abram e gli disse: «Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie? 19Perché hai detto: «È mia sorella», così che io me la sono presa in moglie? E ora eccoti tua moglie: prendila e vattene!». 20Poi il faraone diede disposizioni su di lui ad alcuni uomini, che lo allontanarono insieme con la moglie e tutti i suoi averi.

«Si cambieranno le vostre feste in lutto,

tutti i vostri canti in lamento».

13 1Dall’Egitto Abram risalì nel Negheb, con la moglie e tutti i suoi averi; Lot era con lui. 2Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro. 3Abram si spostò a tappe dal Negheb fino a Betel, fino al luogo dov’era già prima la sua tenda, tra Betel e Ai, 4il luogo dove prima aveva costruito l’altare: lì Abram invocò il nome del Signore.

5Ma anche Lot, che accompagnava Abram, aveva greggi e armenti e tende, 6e il territorio non consentiva che abitassero insieme, perché avevano beni troppo grandi e non potevano abitare insieme. 7Per questo sorse una lite tra i mandriani di Abram e i mandriani di Lot. I Cananei e i Perizziti abitavano allora nella terra. 8Abram disse a Lot: «Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli. 9Non sta forse davanti a te tutto il territorio? Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra».

Questo è un capitolo strano dal punto di vista letterario, è un capitolo composito, costituito da testi di epoche diverse, messe insieme e riaggiustate, ma a noi interessa soprattutto considerare l’effetto finale del testo, come ci arriva, come è stato tramandato nella fede della Chiesa.

Il punto di partenza:

121Il Signore disse ad Abram:

«Vattene dalla tua terra,

dalla tua parentela

e dalla casa di tuo padre,

verso la terra che io ti indicherò.

Questo è un versetto conosciuto, molto citato, soprattutto nel periodo post-conciliare, è molto poetico, permette di agganciarsi a molte tematiche, però dietro questo versetto c’è una realtà che bisognerebbe salvaguardare dall’edulcorazione.

Innanzitutto, Abram è un nomade, quindi uscire da una terra per andare in un’altra non costituisce una grande novità. Loro facevano quello, avevano greggi e armenti e cercavano pascoli. Abram parte e va. Sì, ma fino ad un certo punto, come nomade non ha una stanzialità di luogo, ma ha una stanzialità tribale costituita dai beni, dalla moglie, dal cognato… e tutto questo se lo porta dietro, non lascia nulla, non esce dai beni, dalla famiglia.

Uscire è una faccenda molto faticosa, non così poetica, e in realtà la vera uscita di Abram non sarà nel partire e muoversi, ma si consumerà solo alla fine del capitolo con la separazione dal clan. Uscire dalla tua terra è un’operazione complicatissima, è un’operazione da adulti; talmente complicata che il ‘900 ha inventato la psicanalisi per interrompere la coazione a ripetere ed uscire faticosamente da una situazione traumatica.

Questo Vattene dalla tua terra, questo comando del Signore è un comando non da poco, è una sfida radicale che solo un Dio può porre. Nessuno a questo mondo ci può dire: “esci da te”. È una decisione che solo ciascuno di noi può prendere per diversi motivi, felici o tristi che siano. Si esce per costruire qualcosa di nuovo, per crescere, perché si è giustamente consumato quello che apparteneva a prima. Anche se si esce per felici motivi, questa uscita non è mai senza fatica e senza un lungo tempo di uscita. Non è un caso, per i cristiani, che solo un Dio possa dirti: “esci dalla tua terra” e che quindi solo un amore possa farti correre il rischio: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre…”. Davvero l’amore è sacramento, è l’esperienza storica del livello altissimo delle sfide di Dio. Nella Scrittura questo è chiaro: ci sono poche cose nella vita che hanno questa altezza di sfida. Più precisamente questa cose sono tre: Dio, gli amori e la realtà. Queste sono le tre cose così cocciute da essere in grado di metterci davanti a sfide altissime. E per difendersi gli uomini si sono inventati la rimozione di Dio, la costruzione sociale degli amori e la rimozione della realtà.

Ma Dio pone questa sfida:

«Vattene dalla tua terra,

dalla tua parentela

e dalla casa di tuo padre,

verso la terra che io ti indicherò.

2Farò di te una grande nazione

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e possa tu essere una benedizione.

3Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò,

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra».

Notiamo la costruzione di questa promessa:

  • ti benedirò
  • possa tu essere una benedizione
  • in te si diranno benedette tutte…

è una promessa incredibile, noi al massimo arriviamo a dire: “ti benedirò” in cambio di qualcosa. Dio invece ha questa triplice benedizione, che tra l’altro sarebbe di per sé la struttura sacramentale degli amori: l’uno e l’altro sono benedetti perché possano essere benedizione e perché in loro sia benedetta tutta la storia.

4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. 5Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan.

Nella perfetta logica del clan, Abram si porta con sé tutto, non lascia indietro nulla. Si porta dietro la sua casa. Questo perché l’uscita, il cambiamento non è un passaggio istantaneo, mai. Ogni cambiamento è una separazione e la separazione è una faccenda complicata.

Arrivarono nella terra di Canaan

Terra di Canaan: questi nomi geografici tornano spesso nella storia della Bibbia, un po’ perché il territorio è piccolo, quindi quelli sono i luoghi, ma anche perché la storia di Abramo è paradigmatica, cioè tutte le cose che succederanno dopo avverranno negli stessi luoghi, cioè vengono sempre collegate alla sua storia, a quella sua uscita.

Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei

Il testo dice che nella terra di Canaan vivevano i cananei: ovvio. In realtà la Bibbia non essendo un libro di geografia non intende darci informazioni sulle popolazioni del Medio Oriente, quindi quella informazione ci dice altro: dice la presenza del terzo elemento sfidante, cioè la realtà. La realtà è ciò che io non governo perché mi pre-esiste, precede la mia uscita, pre-esiste al mio statuto, al mio rapporto con il Signore, a ciò che cerco di fare, al mio progetto, al mio futuro. Prima di me c’è già qualcuno, qualcosa, il mondo non lo inventiamo noi.

Questo è un tema molto importante, è un tema chiave rispetto al cambiamento. Moltissimi di noi rispetto al cambiamento vivono la fatica del “delitto di lesa maestà” e cioè ci impegniamo a fare, scegliere, valutare, organizzare e poi ci troviamo cambiate tutte le carte in tavola, come è possibile? È possibile perché la realtà pre-esiste, esiste nonostante noi, incurante di noi ed esisterà dopo di noi. I cananei stavano già lì prima di Abramo e avevano tutta l’intenzione di rimanervi ancora.

Il problema è che noi siamo tutti figli dell’idealismo hegeliano: ciò che è reale, è razionale, e noi spendiamo molta energia ad incasellare la realtà entro degli schemi. Ma questo non funziona perché non è vero che solo ciò che è razionale è reale.

Il cristianesimo, e l’AT prima di lui, è realista, non idealista, altrimenti non ci sarebbe l’incarnazione. È la realtà che è creata da Dio, che ha la sua forza, la sua potenza, la sua legittimità perché viene dalla mano di Dio; quindi esiste prima di me ed esisterà dopo di me. Certo in questa realtà noi abbiamo un gioco di libertà, non un delirio di onnipotenza! Occorre trafficare con i talenti che abbiamo ricevuto, ma solo a partire da questa realtà così com’è. A partire dalla realtà così come si presenta occorre farla muovere nella direzione del cambiamento.

Abramo, pur sotto il segno della novità, del cambiamento e sotto la missione divina arriva non in uno spazio deserto, ma in un luogo che ha già una storia, delle persone…

7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra».

Il correlativo di “realtà” per Dio non è irrealtà, utopia o illusione, ma promessa.

“Darò questa terra”, ma per i cananei che quella terra la abitavano? Si evidenzia che il cambiamento sotto il segno della promessa è tendenzialmente conflittuale, almeno nel momento in cui si annuncia e di per sé l’assunzione responsabile della realtà è la gestione del conflitto che si crea dall’incontro tra la realtà e la promessa. Dio lancia una sfida, il padre di tutti i credenti si fida di questa sfida di uscita e inizia a guardare la realtà, e nella realtà vede che la terra è già abitata dai cananei. In quella realtà problematica Dio interviene con una promessa. Il problema di Abram sarà quello di trovare un modo per far andare insieme la promessa e la realtà. Non tutti i modi che troverà andranno bene, ma non smette di cercare. Infatti, una volta ricevuta la promessa della terra noi ci aspettiamo che smetta di essere nomade e che costruisca una città, invece costruisce un altare e poi si rimette in cammino.

Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso. 8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. 9Poi Abram levò la tenda per andare ad accamparsi nel Negheb.

L’altare è testimonio del patto di fiducia. Abram pianta la tenda, costruisce l’altare e poi leva la tenda e si rimette in cammino. Con la costruzione degli altari lungo il cammino istituisce un processo di affidamento. Costruisce un altare e invoca il nome del Signore, lo invoca, invoca un’altra promessa, invoca la sua presenza perché Dio non gli è più apparso.

La promessa anticipa il futuro infatti è una promessa sulla discendenza, non a lui «Alla tua discendenza io darò questa terra». La promessa è anticipazione di un futuro di benedizione. C’è un altro modo di anticipare il futuro ed è con la paura. La paura anticipa il futuro perché noi temiamo ciò che non c’è ancora. La paura è una forma di anticipazione della maledizione possibile. Promessa e paura sono dei correlativi. Abram non ha paura, per questo è il padre di tutti i credenti, lui si fida della promessa.

Abram si fida, resta nella dinamica della promessa poi però qualcosa non torna: dopo la promessa, benedizioni, altari, la prima cosa che succede è una carestia. Questa questione è molto interessante perché sottolinea il fatto che la certificazione dell’uscita è nel bisogno, non nel compimento. È quando si esce che si comincia a perdere qualcosa; si fa esperienza di aver bisogno di qualcosa, di cui a casa non sapevi di avere bisogno.

Accettare il cambiamento significa sperimentare il bisogno.

10Venne una carestia nella terra e Abram scese in Egitto per soggiornarvi

Arrivato in Egitto prova a gestire il conflitto possibile, teme per la sua vita a causa della bellezza della moglie. Quindi invita la moglie a fingersi sua sorella confidando nel fatto che i legami familiari del clan sono molto più forti di quelli dovuti al matrimonio. Succede in effetti quello che aveva previsto: Sara viene chiesta in moglie dal faraone e Abram diventa ancora più ricco

16A causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli.

E ancora:

17Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto di Sarài, moglie di Abram. 18Allora il faraone convocò Abram e gli disse: «Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie? 19Perché hai detto: «È mia sorella», così che io me la sono presa in moglie? E ora eccoti tua moglie: prendila e vattene!». 20Poi il faraone diede disposizioni su di lui ad alcuni uomini, che lo allontanarono insieme con la moglie e tutti i suoi averi.

Molto strani questi versetti: il faraone capisce immediatamente che la causa delle sue disgrazie è Abram. Lo convoca, gli riconsegna la moglie e lo lascia andare con tutte le ricchezze che possedeva. Il faraone non si arrabbia con lui, non lo punisce. Questi versetti così strani da un punto di vista narrativo mirano in realtà a spiegare una dinamica ben precisa: se la menzogna è il modo di gestire il conflitto con la realtà, quello che ne consegue non modifica la realtà, non succede nulla. Il modo in cui possiamo affrontare la fatica del reale che cambia non è mentire, è il contrario: bisogna fare una verità più grande, anche correndo dei rischi.

Abram si è trovato nel bisogno, è andato in Egitto, quindi “l’uscita” si è moltiplicata, è andata più a fondo nella sua anima, e lui se ne torna con tutti i suoi averi, con il suo clan… non è cambiato nulla. Questo testo dice che la menzogna non è il miglior modo di gestire il conflitto con la realtà. Occorre fare verità. Fare verità non è un dovere etico, ma una necessità politica per gestire il conflitto con la realtà.

Fare verità di sé, del proprio bisogno, e della realtà oggettiva, cioè chiamare le cose con il loro nome: una moglie è una moglie e non una sorella. Abram questa lezione la capisce quando succede il problema con Lot, non fa menzogna:

138Abram disse a Lot: «Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli,
chiama le cose con il proprio nome “siamo fratelli”.

Dopo l’uscita dall’Egitto, Abram torna a viaggiare con tutte le sue ricchezze, con il clan e costruisce un nuovo altare, cioè non lascia la relazione con il Dio che lo aveva sfidato. Allora Dio lo conduce ancora più a fondo in questo processo di cambiamento attraverso una lite tra i mandriani di Abram e quelli di Lot. Sorge una lite con suo fratello. Abram è messo alla prova all’interno della struttura che non aveva ancora iniziato ad abbandonare: quella del clan. Di conseguenza si trova costretto ad una separazione. Ogni benedizione si costruisce su una separazione, questo è un principio fondamentale da tener presente. Lo sanno bene i genitori: benedire la vita dei figli significa lasciarli andare. Nei rapporti paritetici, questo è un po’ più complicato.

Ogni benedizione richiede una separazione, per questo ritualmente la benedizione avviene con l’imposizione delle mani. Tra chi benedice e ci riceve la benedizione c’è una separazione, una distanza, almeno la distanza di un braccio.

8Abram disse a Lot: «Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli. […] Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra».

Qui c’è un’altra storia rispetto a Caino e Abele. Dio preferisce Abele e anche qui la promessa della terra e della discendenza viene fatta solo ad Abram, non a Lot. Abram si è sempre portato dietro il fratello, ma ora Lot deve trovare la sua strada e per questo Abram dice: «Non vi sia discordia tra me e te, […], perché noi siamo fratelli». Abram è il primo che dà un altro significato al termine “fratelli”, tutto l’AT mostra che i fratelli hanno la permanente tentazione di uccidersi, per non uccidersi stanno lontano: «Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra».

La benedizione si costruisce sulla separazione, si costruisce su una lite. Uno dei primi seminari dell’Atrio aveva come conclusione: “Non sappiamo se la separazione e il dolore fanno crescere, ma siamo certi che crescere fa dolore e separazione”

Per molto tempo si è letta la separazione come qualcosa di attinente a questioni etiche, dicendo poi che dal male bisogna trarre il meglio. Secondo la Bibbia invece funziona al contrario: tu fai delle cose bene o male, gestisci una vita, un cambiamento, ma senza separazione non vai da nessuna parte. E separarsi fa male, non necessariamente nasce dal male, ma fa male, perché l’uscita non è mai senza prezzo.

Per concludere: se con Tobia si può tentare di non cambiare producendo quindi cadaveri e cecità, con Abramo si può intraprendere un santo viaggio, che ha poco di poetico, ma che presenta alcuni passaggi: promessa, realtà, benedizione, separazione che hanno un costo reale e chiedono un tempo lungo, non sono mai istantanei.

Fossano, 25 novembre 2017

(Testo non rivisto dall’autore)

Anno pastorale: 2017/2018

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