21 Marzo 2015
Stella Morra

6. Un altro cibo, della fame

Commento a: Gv 4, 27-54


Premessa

Proseguiamo il nostro percorso, sempre più “divertente”, sul tema del cibo. Stiamo rileggendo la Scrittura per evidenziare alcuni linguaggi elementari del cibo, per riscoprire alcune simboliche di base, talmente “fondamentali” che non le pensiamo mai…

Nei primi tre incontri abbiamo riflettuto su tre questioni legate al cibo: l’ambiguità (la storia di Giuseppe…), la responsorialità (il racconto della manna di Esodo 16: il cibo viene da fuori e dunque presuppone un affidamento a qualcosa/qualcuno di esterno che non posso controllare) e l’irriducibilità (Salmo 127).

Negli altri due, tratti dal NT, abbiamo visto Gesù all’opera che mostra un’accoglienza e contemporaneamente una rottura di queste strutture fondamentali che riguardano il cibo: rompe con esse e nello stesso tempo è “buona notizia” su di esse.

Oggi siamo posti di fronte a un punto decisivo, alla questione delle questioni e ancora una volta la buona notizia è che bisogna imparare a guardare la questione da un’altra parte. Il titolo della lectio intende richiamare l’altro versante del cibo, cioè la fame. Vogliamo chiederci: di cosa abbiamo fame? Nei primi due anni di vita mangiamo fondamentalmente per rispondere allo stimolo della fame, ma in seguito il mangiare diventa altro: un atto da compiere insieme, una dimensione della festa, ecc. Cioè ben presto cominciamo a sganciare l’atto dal puro bisogno.

Il testo è la seconda parte del cap. 4 del vangelo di Giovanni, un capitolo noto la cui prima parte (la donna samaritana) abbiamo commentato più volte in questi anni.

La questione della samaritana è la sete, non la fame (ma va notato che nella Bibbia fame e sete sono spesso legati). È mezzogiorno, si va al pozzo e dissetarsi permette di sopravvivere al caldo. Il dialogo un po’ surreale tra Gesù e la samaritana culmina nell’affermazione “… viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (v. 23). Dove il termine ‘verità’ indica l’oggettività e l’irriducibilità delle cose, mentre lo ‘spirito’ è il senso, l’interpretazione, la parola sulle cose. Per essere uomini e donne davanti a Dio ci vogliono entrambi. Gesù muore perché venga il suo Spirito, cioè perché impariamo a vedere e a comprendere le cose, la vita come Gesù, con lo spirito di Gesù. È dunque su questo binomio che si chiude il dialogo tra i due. Ma è tutto il capitolo a essere attraversato da questa dinamica che noi, con i termini attuali, definiamo bisogno e desiderio. Dove il desiderio è il senso profondo di un bisogno, a volte anche la capacità di rinunciare a un bisogno (il digiuno quaresimale). La fame e la sete sono semplicemente bisogni oppure possono diventare desideri?

Il testo

27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.

31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».

39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

43Trascorsi due giorni, partì di là per la Galilea. 44Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. 45Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.

46Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. 47Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. 48Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. 51Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». 53Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. 54Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Innanzitutto una nota curiosa: il capitolo inizia verso mezzogiorno e finisce un’ora dopo mezzogiorno. È come se il capitolo durasse un’ora (in realtà il racconto si dipana su più giorni), è come se tutto accadesse in un tempo breve. È un espediente letterario (come l’inclusione) per dirci che tutto il racconto è un’unità.

27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?».

I discepoli, come spesso accade nel vangelo di Giovanni, sono fuori tempo. Gesù ha sete e loro gli dicono di mangiare. Si meravigliano che Gesù parli con una donna ma nessuno gli pone delle domande. Questo fatto colpisce tanto più se si tiene conto che l’incontro tra Gesù e la samaritana è così salvifico perché la donna parla con Gesù: Gesù lancia delle frasi e la donna abbocca all’amo, non si sottrae. Invece i discepoli tacciono, finché Gesù decide di prendere parola.

28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.

In questo racconto l’unica vera apostola è la samaritana: una donna straniera e dal profilo morale piuttosto problematico. Gli apostoli (con cui si pongono in continuità i vescovi) non facevano una bella figura al tempo di Gesù, dunque perché ostinarci nell’attesa che facciano bella figura oggi? Cioè nel vangelo di Gv i discepoli non sono figura né della fede né della testimonianza, ma hanno un altro compito. Papa Francesco ci aiuta a comprenderlo con chiarezza quando nella EG afferma che i primi evangelizzatori sono i poveri, non i vescovi, gli animatori, i catechisti, ecc. Nel vangelo di Gv sono donne, peccatrici, straniere, persone marginali… coloro che portano un annuncio credibile, cioè coloro che sono la figura della fede, dell’affidamento.

Riprendiamo qui una questione centrale (di cui abbiamo già parlato nella lectio precedente). Dire un “cristiano povero” è una tautologia, nel senso che non serve aggiungere l’aggettivo ‘povero’, perché un cristiano o è povero o non è cristiano. Un cristiano è povero, peccatore, straniero… Poi ci sono i discepoli: sono quelli che seguono Gesù, che hanno il compito di conservare e tramandare le sue parole… ma non sono la figura della fede, se non quando sono poveri. Per esempio, quando Pietro tradisce diventa la figura della fede. Entrambe le figure – credenti e discepoli – sono necessarie, ma non si identificano necessariamente. Siamo noi che abbiamo identificato le due figure; addirittura, fino al Concilio Vaticano II, in una struttura ecclesiologica di tipo gerarchico c’erano discepoli di grado superiore (preti e vescovi) e di grado inferiore (laici).

Nel vangelo di Giovanni non è così: è la donna samaritana che si fa incantare, sedurre, spostare dalla parola di Gesù; proprio perché si è lasciata sedurre – spostare può andare ad annunciare ad altri la sua esperienza cosicché questi possano venire da Gesù e fare loro stessi la loro esperienza (vv. 30.39-41). Quella donna non ha nulla da perdere, se non la sua anfora che abbandona accanto al pozzo (v. 28). Non ha che l’anfora, eppure l’abbandona: è la figura simbolica dell’impoverimento radicale. Non ha buona fama, né famiglia, né posizione sociale, è straniera… Insomma non ha niente da difendere, però parla, ascolta, si affida.

31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia».

I discepoli hanno due “ricchezze” da cui devono liberarsi per diventare credenti: il meravigliarsi – la donna non si meraviglia, ma discute, ribatte; il tacere – la donna parla. I discepoli parlano tra loro (vv. 27.32), ma non con Gesù: la loro ricchezza è che vogliono salvarsi la faccia, cioè come i farisei si sentono buoni e non possono perdere la faccia ponendo una domanda stupida.

32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.

Uso una spiegazione “provocatoria”. Ognuno di noi decide/sceglie di essere credente, poi eventualmente di diventare discepolo: cioè impegnarsi, fare delle cose nella comunità ecclesiale. Qui la questione, anche se ci pare abbastanza inquietante, funziona al contrario: uno si fa discepolo e impara a essere povero e, se riesce ad esserlo, forse morirà credente. Cioè la vita delle persone si vede dall’esito finale, cioè se si è diventati abbastanza poveri da essere credenti. Ecco perché il giudizio, in quanto ‘finale’, sta alla fine, non all’inizio. L’essere o no credenti non è una scelta che si fa a 18 anni o in età adulta, rimandando sadicamente l’esito alla fine. È come se Dio dicesse: “vediamo se quella persona nel tempo della vita ce la fa o no a restare credente fino alla fine!”.

Funziona al contrario: ognuno vive la sua vita, breve o lunga che sia, per avere il tempo di meritarsi di diventare abbastanza povero da essere credente. Come la samaritana. Per questo “peccatori e prostitute vi precederanno nel regno dei cieli” (cfr. Mt 21,31)… Dunque speriamo che il giorno in cui moriremo possiamo fare parte di quel numero di peccatori e prostitute, cioè gente abbastanza povera da non avere più una faccia da salvare. Forse moriremo come la samaritana, una donna di fama dubbia, capace di parlare con Gesù e di dimenticare l’unico motivo per cui era andata al pozzo e abbandonare l’anfora.

Per questo Gesù dice: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”. Gesù non dice, come spesso noi intendiamo, “mio cibo è essere coerente con le scelte che ho fatto”. No, il cibo di Gesù che corrisponde alla sua fame è compiere “il disegno di un altro”, è l’affidamento totale al Padre. Per questo nella fede cristiana è così importante il Dio Trinità: essa dice che nemmeno in Dio l’uno si basta, che Dio è tre, cioè che la struttura interna di Dio è affidarsi all’altro, fare la volontà di un altro. Cioè non assumere il proprio bisogno come legge universale. È abitare il desiderio che la legge di un altro mi faccia così povero da rendermi credente.

35Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».

È un esempio, che ci sembra un po’ surreale, con cui Gesù spiega quanto sopra. Traduzione: quando portate a casa un risultato che viene dalla volontà di un altro (mietere senza aver seminato), non vi ponete affatto il problema, anzi siete ben contenti. Perché dunque non affidarsi alla volontà di un altro anche nella fatica (“altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica”)?

E infatti ecco che succede subito dopo:

39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto».

Credere per la parola di qualcuno è la definizione di apostolo. L’apostolo è colui che, attraverso la propria parola, consente di credere in Gesù.

40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni.

Rimanere: è il verbo che Giovanni usa nel discorso sulla vite e i tralci (Gv 15, 4ss) e nelle apparizioni del Risorto, lo stesso che Luca usa nel racconto dei due di Emmaus (Lc 24,29)… L’essenza dell’apostolato è rimanere, restare con. Insomma, siamo all’inizio del vangelo ma questi sono già i verbi e il linguaggio della risurrezione.

41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

“Noi stessi abbiamo udito”: il rimando è alla prima lettera di Giovanni (1Gv 1,1), cioè il linguaggio è quello del compimento dell’opera di Cristo.

Poi ci sono due piccole unità; la prima è costituita dai vv. 43-45:

43Trascorsi due giorni, partì di là per la Galilea. 44Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. 45Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.

Gesù non vuole andare in Galilea, che è la sua patria, perché sa di non essere accolto. Ma ci va lo stesso e i Galilei lo accolgono perché “avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme…” (dove aveva scacciato i mercanti dal tempio durante la festa di Pasqua, cfr. Gv 2,13ss). Quest’annotazione geografica è un piccolo cammeo che significa: Gesù torna a casa sua come uno che non si sente a casa e che viene accolto dai suoi per qualcosa che è successo a Gerusalemme.

La seconda unità è costituita dai vv. 46-54.

46Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. 47Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. 48Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. 51Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». 53Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. 54Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Gesù va a Cana, dove ha già operato un miracolo, è lì viene raggiunto da un funzionario di Cafarnao; segue il miracolo della guarigione a distanza del figlio.

Cosa ci dice questa complessa strutturazione geografica? Che non c’è più bisogno di avere una casa, che siamo tutti di Cafarnao, tutti sempre stranieri… Che le dinamiche di appartenere ad un luogo, cioè l’avere radici – l’altro bisogno insieme alla fame e alla sete – sono spaccate. Si va a Cana di Galilea a chiedere un miracolo per Cafarnao dove Gesù è accolto per un gesto compiuto a Gerusalemme. È il corrispettivo di quanto Gesù dice a un tale per strada mentre si dirige verso Gerusalemme: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9,58). Il Figlio dell’uomo non ha una casa, ma un desiderio: «Va’, tuo figlio vive». Il desiderio di Gesù è che il figlio del funzionario del re viva, che la vita si moltiplichi, che il mondo viva (e Giovanni lo dirà più esplicitamente nel discorso di addio, nei capp. 15-17), che si possa essere poveri e viventi… Tra l’altro questo è uno dei pochi racconti di miracolo in cui non si menziona la malattia di cui era afflitto il figlio del funzionario… Di solito si dice che uno è cieco o paralitico o lebbroso… È come se il contenuto di questa malattia fosse vivere o morire: cioè la questione in ballo è che questi figlio viva o muoia.

Questo testo mi fa pensare al linguaggio che spesso Papa Francesco usa nelle omelie, nella EG o nel famoso discorso alla Curia romana1, nell’illustrare alcuni mali che affiggono i credenti: ebbene il Papa non usa il registro letterario della colpa, del giusto/sbagliato, ma quello della malattia. È certo l’espressione di grande delicatezza: il Papa non giudica le nostre intenzioni, infatti essere malati non è una colpa, ma una forma di povertà di cui certo la persona può anche essere complice attraverso comportamenti, stili di vita, che possono aver peggiorato la malattia e sui quali è chiamato anche a fare delle scelte… La definizione di malattia è più misericordiosa del giudizio sulla colpa e soprattutto per una malattia esiste una cura, mentre per una colpa solo una possibile decisione.

Così dunque trova senso questo raccontino posto al finale dell’episodio della samaritana. Si può diventare malati ed essere in pericolo di vita perché si rimane schiacciati dai propri bisogni: per vivere bisogna avere dei desideri, non dei bisogni.

La Buona Notizia è che se abbiamo dei desideri possiamo vivere anche se i nostri bisogni non sono del tutto soddisfatti. Bisogna aver fame di desideri e per questo serve un altro cibo.

Fossano, 21 marzo 2015

(testo non rivisto dal relatore)


1 Il 22 dicembre 2014 nel discorso alla Curia per gli auguri di Natale, il Papa ha elencato e analizzato 15 malattie sempre in agguato per ogni Chiesa e per la Curia. Tra queste quella di “sentirsi immortale”, “il cuore di pietra e il duro collo”, l’“Alzheimer spirituale”, accumulare denaro e potere, la “schizofrenia esistenziale”, il “terrorismo delle chiacchiere”, la “faccia funerea”, la “divinizzazione dei capi”.

Anno pastorale: 2014/2015

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