5 Novembre 2011
Stella Morra

2. Una comunità in attesa

Commento a: At 3, 1-26


Riprendiamo il nostro percorso che abbiamo cominciato la volta scorsa su “Alla ricerca di un corpo per la Parola”. Questo tema ci sta accompagnando da due o tre anni, riguarda la nostra fatica ma anche il nostro desiderio, la nostra volontà di trovare delle collocazioni nella Chiesa o con la Chiesa o per la Chiesa. Vi è la difficoltà di trovare una vivibilità di un discorso comune che sia rilevante ma anche condivisibile, senza implicare la necessità di fare dei club differenti. Ci sarebbero pertanto i club di quelli che sono cattolici impegnati tra i cattolici e poi c’è il club dei cattolici così e così, dei non cattolici e così via.

Questa logica da associazione che è la versione moderna-contemporanea della Chiesa come “societas” rimanda all’idea di un’appartenenza che corrisponde ai vari modelli di appartenenza sociale-sociologica: al tempo dell’Impero il modello sociale erano le “societas”, oggi il modello dell’appartenenza libera è quella del club o del gruppo o dell’associazione mutuate sempre dalla cultura del tempo.

L’idea invece di una comunità ecclesiale, che alla luce di quello che ci dice il Vaticano II, trovi un modo di essere più un popolo, che è un po’ di più di un club e un po’ meno di un club. Un po’ più perché implica un’identità; un po’ meno perché non sceglie delle affinità elettive: le persone che partecipano a un certo club hanno la stessa passione, invece quelli che fanno parte di un popolo tengono dentro tutti. Alcuni sono simpatici, altri no; con alcuni si hanno delle affinità, con altri no, e via dicendo.

Mons. Luigi Bettazzi affermava che il Vaticano II ci chiama a fare ciascuno la nostra parte, poiché l’idea di diventare un popolo si realizzi al di là dei desideri semplicemente auspicati, ma come fare?  La prima volta abbiamo visto insieme un testo che è quello di Giosuè al capitolo 24 che mi interroga da molti anni. Da una parte è molto semplice, tipico dell’antichità, stile film epocali, in cui ci sono queste masse di comparse, ed è difficile immaginare per noi una situazione simile; ci darebbe fastidio essere intruppati in un popolo così nel quale se hai un problema succede una cosa e si risolve. La nostra vita è più esperienziale che eroica, è giocata di più dentro le domande che ci poniamo.

Il testo che vi vorrei offrire è il contraltare esistenziale, la versione più moderna della stessa questione dove vedremmo gli stessi elementi in gioco, declinati in modo più individuale. Il testo è del nuovo testamento e il registro è quello dell’incontro con il Signore Gesù che è sempre più individuale, esistenziale. Per questo motivo ho fatto questa incursione.

Il testo

1Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. 2Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. 3Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina. 4Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: “Guarda verso di noi”. 5Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. 6Pietro gli disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!”. 7Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono 8e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. 9Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio 10e riconoscevano che era colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio, e furono ricolmi di meraviglia e stupore per quello che gli era accaduto.

11Mentre egli tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sé per lo stupore, accorse verso di loro al portico detto di Salomone. 12Vedendo ciò, Pietro disse al popolo: “Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo e perché continuate a fissarci come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest’uomo? 13Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; 14voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. 15Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. 16E per la fede riposta in lui, il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede che viene da lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi.

17Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. 18Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. 19Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati 20e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù. 21Bisogna che il cielo lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose, delle quali Dio ha parlato per bocca dei suoi santi profeti fin dall’antichità. 22Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. 23E avverrà: chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo. 24E tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunciarono anch’essi questi giorni.

25Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra. 26Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità”.

Su questa esperienza della libertà si fa l’esperienza del conflitto; la libertà non è mai senza prezzo, c’è un equilibrio da ricostituire, necessariamente conflittuale. L’esperienza dimostra che anche il conflitto diventa una benedizione.

Abitare la storia secondo le sue leggi, mantenere dritta la barra tra la promessa dell’origine e l’esperienza della libertà consente di raccogliere benedizione. Alla fine c’è una duplice realtà nel racconto di Giosuè, egli dice al popolo: “scegliete”.

È una scelta che è nelle cose senza reali alternative, come quando una persona chiede ad un altro di sposarlo, in genere non lo chiedi se non sei sicuro. La risposta è nelle cose, non arrivi fino lì per sentirti dire no. Tale scelta ha una testimonianza oggettiva, che nel caso del racconto di Giosuè è la pietra innalzata; è la struttura del racconto di Giosuè e qui abbiamo gli stessi elementi: c’è una promessa, una speranza dell’origine.

Lo storpio viene portato a chiedere l’elemosina. È una promessa abbassata. È uno storpio e la sua promessa dell’origine; è la speranza di un’elemosina e dipende da qualcuno per essere portato alla porta Bella; c’è anche in questa situazione un po’ paralitica e paralizzata una promessa dell’origine.

Possiamo dire che spesso questo è il problema rispetto alla fede, rispetto alla Chiesa; noi non abbiamo una promessa dell’origine, un desiderio profondo, un qualcosa che ci affidi a una benevolenza che ci deve raggiungere da altrove. Noi siamo convinti che il problema sia: cosa io scelgo, se io sono buono o no, se faccio peccati o no, se sono caritatevole, se io trovo la strada giusta

In tutte le vicende relative al cristianesimo, a tutti i livelli, il punto di partenza è una promessa dell’origine e qualcosa che mi ha detto: “Il meglio deve ancora venire”. È l’altro nome della salvezza; a volte è un’attesa misera, bassa: l’elemosina. Non è molto dignitoso!

Poi vi è l’esperienza della libertà. Lo storpio alla porta Bella chiede l’elemosina e trova la salute per le sue gambe. La possibilità di balzare in piedi, mettersi a camminare, saltando e lodando Dio. C’è una vitalità totalmente nuova: chiede una cosa, ne arriva un’altra. Lui chiede l’elemosina e riceve guarigione, ed è facile per noi dire: sarà stato contento! Sì, forse…, ma anche che strana esperienza di libertà”. Ad esempio se una persona è guarita deve ricominciare a lavorare e smettere di chiedere l’elemosina. Cambiano le coordinate di quello che pensava essenziale, immutabile. È questa l’esperienza della libertà: il cambiamento delle coordinate.

Poi c’è il conflitto, qui è moderno, non esiste la battaglia con i re Cananei; non c’è spada né sangue; c’è un conflitto che conosciamo bene ed è quello delle interpretazioni. C’è Pietro che dice: “Non state capendo nulla, perché ci guardate come se dipendesse da noi?”. Il conflitto delle interpretazioni lo risolviamo partendo da “io” e dal riconoscere che anche gli altri sono degli “io”, cioè ci sottraiamo al possibile conflitto delle interpretazioni.

L’altro elemento sta nella conclusione: “Voi siete i figli dei profeti dell’alleanza… nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni… per portarvi la benedizione”.

Non è semplicemente la guarigione dello storpio, ma c’è la ricostituzione di un popolo che viene da tutte le nazioni, non più contro altri popoli, perché tutti sono benedetti.

Qualsiasi modo di dire “noi” è un’aggiunta; è sempre una ferita, poiché non c’è nessun altro che sia esattamente identico a me. La differenza che l’altro mi pone, sovente, la viviamo come un attacco mortale. La possibilità di essere una comunità finisce per passare sulla possibilità di essere uguali o più uguali possibile.

Qui la proposta che ci viene fatta è che la nostra identità, che abbiamo in comune, è quella che parte sulla comune promessa delle origini e forse sulla comune paralisi, sull’essere un po’ storpi con un attesa bassa; sulla comune esperienza di libertà; sulla comune esperienza di conflitto e sulla comune necessità-desiderio di benedizione.

È a partire da questi quattro elementi che si fa una comunità, che cammina verso la comunione. Noi ci sentiamo legati ad alcune persone con cui abbiamo attraversato alcune situazioni, molto di più che con quelli con cui siamo formalmente legati. È la qualità del pezzo di storia che abbiamo avuto insieme che ci ha legati. Il legame passa da un’altra parte. Un esempio classico è il legame a doppio filo con i nostri genitori, nel bene e nel male, con i conflitti, le nevrosi, le vicinanze, le distanze. Spesso sono le figure con cui tentiamo di avere la maggiore distanza possibile, poiché con loro abbiamo attraversato insieme, quella cosa fondamentale che si chiama “ venire al mondo”. Ti lega per sempre e dunque sono legami profondi che superano la vita, la morte, i silenzi, le parole. Riguardano quell’esperienza condivisa che è il venire al mondo, non solo in senso biologico di nascere, ma proprio di venire progressivamente al mondo.

La parola che caratterizza la differenza l’ho inserita nel titolo: in Giosuè la questione fondamentale è la memoria; è una comunità, un popolo che guarda all’indietro, l’elemento fondamentale è l’attesa. Pietro parla alla gente attorno a sé e il discorso rimane sospeso, gli altri non raccontano come hanno reagito, non c’è un dato oggettivo, non c’è una scelta. Nell’Antico Testamento essa è importante, nel Nuovo Testamento diventa meno significativa, come se il tempo di Dio si dilatasse in questa bellissima esperienza: “Perché possano giungere i tempi della consolazione” .

Nel racconto di Giosuè egli dice al popolo: “Siamo sulla soglia della terra promessa, state mangiando frutti di campo che non avete seminato, state abitando città che non avete costruito, ora scegliete”. Invece Gesù dice “La vita è eterna”, cioè c’è tutto il tempo che ci serve. Il punto fondamentale non è scegliere, ma “continuare a salire al Tempio”.

Pietro e Giovanni salivano al Tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio”.

È interessante perché è già venuto lo Spirito Santo, Gesù è già morto e risorto e costoro fanno quello che hanno sempre fatto, prima ancora di conoscere Gesù. Loro fanno gli Ebrei normali.

Da questo punto di vista noi abbiamo invece il problema di segnalare delle differenze, non ci basta essere uomini e donne normali. Il vero coraggio è abitare la promessa dell’origine. La vera questione è abitare questo eco della presenza del Signore vivendo come viviamo.

Vi è un altro elemento: siamo tutti un po’ lo storpio, fatichiamo a camminare, non sappiamo dove andare, abbiamo bisogno dell’elemosina per vivere. In poche righe torna molte volte la stessa parola greca che tradotta in italiano, è il vocabolo italiano guardare. C’è questo gioco di sguardi: Lui vede loro che entrano, loro fissano lo sguardo su di Lui, lo guardarono con attenzione e gli dicono: “guarda verso di noi”. Il popolo lo guarda e riconosce, c’è la differenza tra l’eroicità del racconto di Giosuè e la modernità di questo racconto, il gioco di sguardi è esattamente il dato oggettivo. Per gli Antichi l’occhio è la lucerna del cuore, è il punto di comunicazione tra l’interno e l’esterno. È il punto della relazione.

Pietro dice: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo dò. Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati e cammina. Lo prese per la mano destra e lo sollevò”. Pietro dice di sé, dove sia, dice la sua promessa delle origini, la sua esperienza di libertà, la sua esperienza di conflitto e la sua esperienza di benedizione. Ci rivela la sua identità e il suo luogo.

Nel testo di Giosuè ci sono queste quattro parole chiave di questo patto: alleanza giocata sulla memoria. “Temete il Signore, servitelo con integrità e fedeltà”.

Anche qui ci sono quattro parole chiave che sono i versetti 17-19: “Io so che avete agito per ignoranza, convertitevi perché possano giungere i tempi della consolazione, fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose”.

Temete, servite, integrità e fedeltà sono le quattro parole comuni.

Il linguaggio si è spostato: “So che quello che è accaduto è stato per ignoranza”. Che cosa ignora il popolo ebreo? Gesù ha camminato in mezzo a loro, ha insegnato, ha fatto miracoli, l’hanno capito i discepoli che erano pescatori non particolarmente colti. L’ignoranza è che il popolo ebraico non avesse capito che Gesù fosse il Messia. Come potevano ignorare ciò che era accaduto sotto i loro occhi?

Il popolo ignora la propria promessa delle origini. Noi siamo figli di Abramo. L’ignoranza è quella del proprio essere storpi, è un’ ignoranza su di sé non su Gesù. Qui c’è il tema importante della nostra esperienza delle comunità di Chiesa. Le comunità credenti possono funzionare se partono dalla promessa delle origini condivise e dunque da una comprensione di sé, da una pratica condivisa dalla consapevolezza che siamo ignoranti di noi stessi, che non sappiamo cosa dobbiamo chiedere. Ciò va a confliggere con una forma di chiesa che si è costituita almeno tre, quattro secoli fa, nella quale vi era la convinzione che poiché era la Chiesa del Signore possedeva tutte le verità.

La nostra prassi è costruita, al contrario, dalla chiarezza delle risposte. Abbiamo la precomprensione che se io appartengo seriamente alla Chiesa, dovrei sapere sempre che cosa rispondere.

Io faccio parte della Chiesa di Cristo, nella misura in cui sono sorella di tutti quelli che non sanno come fare a vivere. La parola del Signore dice che i poveri sono sempre con noi e che la sua presenza con noi è quella che sta nei poveri. Sono io che capisco qualcosa del Signore, se sono sorella di coloro che non sanno nulla di sé, non sono io che devo spiegare chi è il Signore.

Questa è una delle svolte del Vaticano II, di cui tutti abbiamo respirato l’aria e oggi fatichiamo e diciamo che la Chiesa Conciliare non va avanti. Era troppo difficile continuare a ragionare come quelli che condividono le domande e non le risposte. Facciamo fatica e perciò in modo educato, non bruciando più la gente sul rogo, non dicendo più che andranno all’inferno quelli che non hanno le mie stesse risposte, siamo tornati a pensare che in fondo le dovremmo avere.

Che la nostra identità si gioca non sull’ignoranza, ma sulla verità. È l’identità di Dio che si gioca sulla verità, per dirla teologicamente; la nostra, si gioca sull’ignoranza. È su ciò che non so che siamo fratelli, pur nelle nostre diversità, siamo tutti dalla stessa parte. Ignoranza è il primo termine, la conversione il secondo.

Convertitevi dunque e cambiate vita”. Ecco è semplice convertirsi, cioè girarsi dall’altra parte, strutturarsi in un altro modo. Ristrutturatevi a partire dalla vostra ignoranza, non dall’io. Io scelgo, io faccio, io sono, ma convertitevi e cambiate vita. Cambiate vita come gente che chiede l’elemosina.

Perché così possano giungere i giorni della consolazione”.

Per essere consolati bisogna essere desolati, bisogna essere poveri perché la consolazione ci possa raggiungere, per incominciare a lodare Dio bisogna essere stati storpi. Il primo passaggio lo vorremmo saltare, vorremmo subito essere consolati, non si sa di quale sofferenza. La consolazione è l’altra dinamica del conflitto di cui dicevamo più sopra. Noi condividiamo la stessa ignoranza, lo stesso sforzo di conversione, condividiamo lo stesso desiderio della consolazione. C’è una quarta parola: “Bisogna che il cielo lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose”.

Il problema è la ricostruzione di luoghi che funzionino secondo la santità, non secondo il peccato e per quello serve una Chiesa. Perché ci sia un luogo dove i Cristiani possano richiamarsi gli uni gli altri come peccatori.

Uno dei testi più citati sulla costituzione della comunità di discepoli è quello della correzione fraterna, perché si ricostituiscano tutte le cose, mentre il Signore è nel cielo. Le nostre comunità non devono essere perfette ma umane, e se non lo sono dobbiamo arrabbiarci e cambiarle. Bisogna convertirsi e cambiare vita.

Il Vaticano II ci indica l’opzione preferenziale per i poveri, è il privilegio giusto per una comunità che vuole ricostituirsi, su questo abbiamo perso la capacità di indignarci, bisognerebbe incominciare a dire “rispetto la Chiesa”, non contro le persone, ma contro le forme. Come impieghiamo i soldi nella nostra comunità ecclesiale? Quali sono i criteri che ci diamo rispetto al denaro? Tutti dicono che un po’ si ruba… Ebbene, la Chiesa non dovrebbe farlo. Dovremmo cioè ricominciare a richiamarci gli uni gli altri alla ricostituzione di tutte le cose.

Questa è la Pietra innalzata di Giosuè, è qui che si rivede tutto sul piano oggettivo, ciò che era segnato in modo arcaico da una costruzione simbolica-sacrale. Nella logica più moderna è la ricostituzione delle regole che cambiano; la strada non è facile e il libro degli Atti, che comincia qui, lo mostra bene. La memoria in Giosuè si fa sull’identità sperimentata, qui è una comunità che rimane in attesa.

È un testo, questo, che ci indica come ci dobbiamo occupare del tempo.

Fossano, 5 novembre 2011

(testo non rivisto dal relatore)

Anno pastorale: 2011/2012

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