Credo la Chiesa (II)

Gruppo del venerdì
Novembre 1997

Questa volta vorrei fare qualche riflessione sul Concilio Vaticano II, in modo da chiudere questa parte del discorso, in particolare sulle cosiddette “quattro note”, “credo la chiesa una, santa, cattolica, apostolica”, e sul fatto che tutti i cristiani attribuiscono queste quattro note alla propria chiesa; evangelici, ortodossi e cattolici dicono tutti e tre “credo la chiesa una” (e ognuna una…..).

La questione che volevo affrontare per prima è quella di Vaticano II che non è semplice da affrontare perché se si parla con i più giovani è parlare di una cosa che fa parte della storia, tipo il Concilio di Trento, è già un evento tutto nel passato; se se ne parla a chi ha più anni di me, si ha una percezione emotiva, nel senso che erano già in età di ragione quando è avvenuto, dunque ricordano, e ricordano anche tutta una serie di discussioni o di polemiche o di questioni. La mia generazione poi, quelli che hanno oggi quarant’anni, sono quelli nati con il Concilio e che sono dunque in una posizione intermedia.

Tutte queste generazioni, rispetto a questo evento, sono un po’ confusi nella percezione di Vaticano II, perché nessuno di noi è abbastanza lontano da poter fare un discorso storico in senso stretto, pacato, e contemporaneamente nessuno di noi è così interno da averlo vissuto in prima persona (i teologi e i Vescovi che hanno fatto Vaticano II stanno morendo). Siamo, rispetto a questo evento, in un punto in cui è difficile capirlo.

Inoltre Vaticano II ha avuto una portata tale per la chiesa, ha talmente, per alcuni versi, cambiato e, per altri, non cambiato, che non si può non essere partigiani.

Vaticano II è il primo concilio nella storia, e l’unico fino ad ora, a mettere a tema la questione della chiesa stessa, la sua definizione e il suo senso; solo dal concilio Vaticano I, esisteva un trattato, un corso, dei manuali, dei libri, sulla chiesa; fino al Vaticano I, invece, di fatto, non c’era una riflessione teorica e tematica sulla chiesa.

L’esperienza cristiana funziona come nelle famiglie in cui alcune cose si pensano e si dicono solo quando fanno problema, mentre nella quotidianità non c’è l’esigenza di fare una teoria, semplicemente si vive nei fatti. E’ abbastanza indicativo che nei primi diciotto secoli della vita della chiesa non si è rilevata l’esigenza di parlare della chiesa, si è dato per scontato che questa cosa andava liscia, era una delle cose scontate e funzionava. In realtà, dal punto di vista storico, il problema della chiesa si pone dalla riforma luterana in poi, anzi dal 1200 in poi, dalla cosiddetta crisi conciliatorista.

Per dieci secoli il cristianesimo riflette su Gesù Cristo, su Maria, sulla Trinità, su tutta una serie di problemi del come esprimere le verità. La chiesa diventa un problema in quanto tale solo dopo un lungo tempo di esistenza, verso il 1000: prima c’era e tanto bastava, sembrava fosse tutto chiaro.

Dopo sette secoli di cristianità, cioè dopo sette secoli da Costantino, la chiesa incomincia a diventare un problema: dall’eresia dei poverelli, dal francescanesimo, dai Catari, in poi si comincia a parlare della chiesa. Il tutto è sempre sotto lo stesso slogan: la necessità di una riforma della chiesa.

Il movimento dei poverelli, i francescani, così come i movimenti detti “spirituali”, le riforme monastiche dopo il 1000, tutte queste esperienze vanno in due direzioni diverse: una legata al tema della povertà, del denaro, dell’uso delle cose; l’altra ai temi, che per noi sono più evidenti, dell’interiorità, dell’esperienza di fede come un’esperienza personale, profonda.

La questione della necessità della riforma della chiesa rispetto alle cose, al denaro ma anche al potere, ai rapporti con gli stati che incominciano a nascere, e al rispetto al singolo, è una riflessione che comincia dall’anno 1000 e che la chiesa romana tenta di evitare, usando scappatoie diverse in relazione alle singole proposte e richieste che le vengono presentate.

L’istanza dei francescani, per esempio, viene accolta ed inglobata; il conciliatorismo del 1200, sulla riforma del governo della chiesa, no. Il concilio di Basilea, di Colonia e di Firenze ed il Laterano IV, cioè tutti i concili del 1200-1300, hanno, nelle proposte di quelli che poi sono stati condannati, in qualche modo tesi analoghe a quelle che poi Vaticano II approverà circa le conferenze episcopali nazionali, la struttura sinodale della chiesa, ecc. Sarebbe interessante, per quanto la storia non si faccia con i se, cercare di capire cosa sarebbe successo se queste istanze fossero passate allora: probabilmente tutta una serie di tematiche, quelle che noi oggi chiamiamo legate ai diritti, le rivoluzioni riguardo al cittadino, la persona, sarebbero state molto diverse. Tra il 1000 ed il 1200 nasce dunque l’esigenza della riforma della chiesa.

Quando Giovanni XXIII dice che vuole indire un concilio, con il discorso del ’59, che abbia come scopo la riforma della chiesa, praticamente, a tutti quelli che avevano studiato un po’ di teologia, che allora erano pochi e preti, hanno immediatamente pensato di avere eletto papa un protestante. Per seicento anni questa parola era stata usata in un certo modo ed era stata poi utilizzata, soprattutto nella spiegazione domenicale, nella catechesi, come l’identificazione del protestantesimo e di tutte le eresie dal 1200 in poi. Questo dice anche il coraggio di Giovanni XXIII, che sceglie anche come nome il numero successivo a Giovanni XXII che era stato dichiarato un antipapa nell’epoca del conciliatorismo di cui sosteneva le tesi (maggior potere ai vescovi rispetto al potere centrale, potere dei sinodi…). Era stato considerato antipapa e per molti secoli nessuno si era più chiamato Giovanni per evitare di affrontare la questione se era XXII o XXIII .

Nel suo discorso, papa Giovanni XXIII commette anche un’ingenuità clamorosa dicendo che vuol fare tre cose: un concilio per la riforma della chiesa, il sinodo della diocesi di Roma, la riforma del codice di diritto canonico.

Di queste tre cose, il concilio, che pareva essere la più complicata, è stato fatto in tempi abbastanza rapidi (’59 discorso – ’61 apertura – ’63 chiusura); la riforma del codice diritto canonico ‘ stata fatta nell’ ’83, il sinodo della diocesi di Roma stato fatto l’anno scorso. La cosa più difficile è stata fatta più velocemente. E’ indicativo che questo papa abbia messo queste tre cose insieme come se fossero state tutte della stessa portata.

Il concilio è esploso tra le mani dei padri conciliari. Tutta la curia romana, a causa del discorso che citavo prima del ’59 ha cominciato a mettere in atto una serie di strategie per cui hanno ottenuto dal papa che le commissioni preparatorie dei documenti fossero composti solo da persone in curia ed hanno preparato i famosi tredici schemi preparatori che sono stati rifiutati in blocco nella prima seduta del concilio e da lì in poi è incominciata un’altra storia.

D’altra parte questo è stato il primo concilio cui hanno partecipato 2500 vescovi, numero che è aumentato progressivamente nel corso del concilio stesso, durante il quale sono state erette 80 nuove diocesi, cifra altissima, per vari territori di missione, perché improvvisamente ci si é resi conto di tutta una serie di realtà e problemi. Prima del concilio l’Italia aveva 486 diocesi ed ora sono 226, erano quasi il doppio per cui quasi ogni campanile era rappresentato; mentre l’Africa del sud era una diocesi sola, da un certo parallelo in giù era tutta una diocesi. Inoltre la partecipazione al concilio si è ulteriormente allargata con la scelta, dopo la terza sessione, di ammettere gli uditori, gli osservatori delle altre religioni e quindi alla fine erano presenti più di tremila persone.

Chi ha vissuto quegli anni ha un po’ un’idea eroica del concilio, un’idea del concilio come uguale a modernità; in realtà il concilio, in qualche modo, risponde ad una domanda dietro di sè, non di fronte a sè, e questo ne è il grande limite; Vaticano II fa finalmente i conti con Trento, con la Controriforma, con il conciliatorismo, ma non riesce, se non molto parzialmente, a dare alcune prospettive in avanti. Tra l’altro in mezzo c’era stato Vaticano I, che sarà un problema, soprattutto per Vaticano II, perché Vaticano I era stato fatto in gran fretta, denominato come ecumenico, ma a cui in realtà hanno partecipato una minima parte di vescovi, un 10%, chiuso ancor più velocemente e sotto l’impressione che sarebbe stato l’ultimo momento possibile di libertà per la cristianità.

Dunque dalla convinzione che sarebbe stato l’ultimo concilio nasce la dichiarazione del dogma dell’infallibilità papale, legato all’idea che siccome si sarebbe andati tutti nelle catacombe era necessario che ci fosse qualcuno che potesse decidere da solo, non essendoci più modo di ritrovarsi.

Vaticano I non ha nessuna idea di chiesa, è l’espressione di una crisi di panico per cui è tutto teso a tappare buchi o cose che erano vissute come buchi.

Vaticano II fa un’operazione assolutamente incredibile, cioè, non riuscendo a districarsi, a rispondere ad alcune domande per i blocchi posti da Vaticano I, cambia la domanda, il che era effettivamente l’unico modo di uscire da questo impasse: se la discussione si fosse incentrata sul papa fallibile o infallibile ci sarebbe stato uno scisma e non si sarebbero risolti i problemi della riforma che erano altri dall’infallibilità. Vaticano II riesce in questa operazione spostando la domanda e dicendo: “se ci poniamo, rispetto alla esigenza della riforma della chiesa, in termini controversistici, cioè in quella struttura che si chiama confessionalista (io confesso la fede nel papa di Roma) ci si divide”. E’ necessario rifiutare proprio che la domanda fosse posta in questi termini e passare a quella che è stata definita la domanda sulla verità della propria identità, cioè dire: “chi è l’io che dice questa frase, qual è la chiesa che dice io?”. Questa cosa è la grande eredità di Vaticano II, il colpo di genio o di Spirito Santo perché se la logica è controversistica, io penso così invece tu pensi cosà, per quanto si possa scegliere di farlo educatamente, senza parole cattive, l’unico esito che si può avere è chi sta con me ha ragione, chi sta contro di me ha torto e si arriva ad una logica di condanna.

Se invece si parte dalla domanda sull’identità, la logica che si assume è quella della gerarchia delle verità, cioè del dire che cos’è ciò su cui siamo tutti d’accordo. Questa cosa su cui siamo d’accordo è più importante o meno importante delle cose su cui non siamo d’accordo?

Facciamo un esempio: siamo tutti d’accordo sul modo di pensare la Trinità e sul fatto che l’essenza di Dio è l’amore; questa cosa è più importante o meno importante dell’infallibilità del papa ? Se è più importante, siamo più uniti che non divisi. Questo rovescia tutta la questione ed è la famosa frase di Giovanni XXIII, “guardiamo ciò che ci unisce”, che non è un atteggiamento ingenuo, ma molto sottile teologicamente, e significa riconoscere che non tutto ciò che penso ha lo stesso peso. Dunque ci sono delle cose che io credo e se mi vengono tolte, viene tolta la mia identità, poi ce ne sono altre che io credo e che, però, forse se uno non le crede non cambia poi così tanto.

Certo cambiano delle cose, ma sono, tutto sommato, cose tollerabili e ciò è, tra l’altro, la logica vera della vita, nel senso che il problema di andar d’accordo con un altro, in qualsiasi relazione,di lavoro, affettiva, non è essere identici, anzi, ma è che ci sono due o tre questioni di fondo, che riguardano come uno ritiene si debba essere in una relazione corretta che sono intoccabili e poi ce ne sono altre su cui si può, e forse si deve, essere adattabili. Se, ad esempio, penso che una relazione corretta comprenda una sostanziale, non formale, verità, se l’altro, sistematicamente, non occasionalmente, non in modo strumentale, ma con precisa deliberazione non fa altro che mentirmi è chiaro che prima o poi la cosa non funziona più. Ma è vero che intorno a queste questioni che fondano la relazione ci sono innumerevoli cose che, di per sè, se l’altro fosse diverso mi sarebbe molto più piacevole, però sono sopportabili, e il gioco vale la candela.

Intervento: vale, questo passaggio logico, anche rispetto al monoteismo in genere? E’ più importante il fatto che Dio c’è e sia uno o la presenza di Maometto o no?

Vaticano II tenta proprio di fare questa operazione, cioè di dire quali sono le cose fondamentali e quali sono quelle discutibili, ma non come un elenco, bensì mettendo ordine, poi si decide fin dove puoi tollerare la differenza, nel senso che il singolo credente deve decidere sulla propria coscienza se regge la differenza solo fino al terzo gradino o fino al quindicesimo gradino. E questo dipende da quanto la tua coscienza è formata.

Intervento: come primo effetto, si passa dalla controversia al dialogo?

Sì, ma occorre stare attenti all’uso della parola “dialogo” perché chiunque la usa, anche per dire tutto il contrario di Vaticano II. In Italia la gran moda negli ultimi cinque anni è l’ecclesiologia di comunione che, oltre ad essere teologicamente insostenibile, dice che se il dialogo funziona all’esterno deve funzionare anche all’interno; se funziona all’interno vuol dire che tra un prete ed un laico non ci deve essere differenza. Il che, secondo me, è un passaggio improprio.

Questo rovesciamento di logica, dovuto essenzialmente a De Lubac e a Rahner, sulla gerarchia delle verità, consente di uscire dall’empasse che va da Trento a Vaticano II.

Sul dialogo, quando Paolo VI diventa papa, fa un discorso bellissimo, in occasione dell’incontro con Atenagora, in cui spiega che cos’è il dialogo, dicendo che non è una cosa banale, se abbiamo buona volontà dialoghiamo. Questo lo dice incontrando Atenagora, patriarca di Costantinopoli; da 900 anni non c’erano rapporti tra le due chiese e 900 anni di storia diversa e divisa non si cancellano con due parole; bisogna costruire una controstoria, un’altra storia ed unilateralmente la parte cattolica annulla la scomunica e restituisce le reliquie di S. Marco, per ricominciare una storia comune.

Vaticano I aveva chiuso il cerchio della questione dell’appartenenza alla chiesa con il dogma dell’infallibilità, creando un recinto dentro cui stavano i buoni e fuori dal quale stavano i cattivi. Vaticano II fa esattamente l’operazione inversa, dice che il tema non è l’appartenenza, ma, ammesso che il tema sia appartenere, appartenere a che, cosa c’è dentro il recinto. Il piccolo particolare è che molti di noi, ancora oggi, ragionano con la versione moderna di Vaticano I, cioè abbiamo sostituito la soggettività all’autorità, ma senza cambiare il paradigma di ragionamento. Abbiamo preso il tema dell’appartenenza di Vaticano I (un’autorità mi dice che io sono dentro o fuori ) ed abbiamo detto che la fede è una scelta (io sono l’autorità che sceglie se sto di qui o di là del recinto).

Vaticano II tenta di scardinare questa questione, ma c’è riuscito poco perché si è semplicemente sostituito l’autorità con la soggettività e la scelta con l’appartenenza: scelgo se credo o non credo e poi scelgo se sto o no nella chiesa e poi quali delle norme non violano la mia coscienza, con il risultato di un sovraccarico di coscienza da dare i numeri ed avere la guerra dentro senza una identificazione che sostenga. Questo tradisce in gran parte la novità di Vaticano II.

Qual è lo schema di Vaticano II, quale la domanda che si pone? Si chiede “Chiesa chi sei?”, cioè il “dentro” cos’è?

Ponendosi questa domanda produce quattro costituzioni, nove decreti, quattordici dichiarazioni; anche questo va notato: è il primo concilio che produce dei documenti che sono gerarchizzati secondo l’importanza.

Tutti i concili ecumenici producevano non dei documenti, ma dei canoni, ad ognuno dei quali corrispondeva un anatema: ad esempio, canone uno: Gesù è vero Dio e vero uomo e anatema uno: chi non crede che Gesù è vero Dio e vero uomo sia condannato.

Dunque, avevano un elenco di articoli di legge con la pena prevista per la violazione di quell’articolo e perciò gli articoli erano tutti uguali, per cui ad esempio il concilio di Calcedonia ha un canone che dice che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, una questione importante rispetto al cristianesimo, poi c’è anche un canone che stabilisce che alla domenica non bisogna inginocchiarsi e tutto è messo sullo stesso piano (non bisogna inginocchiarsi perché la domenica è il giorno dei figli, dei redenti, e dunque bisogna stare in piedi e non nella posizione dei servi; negli altri giorni no perché nella tradizione antica i sette giorni della settimana ripercorrevano in qualche modo tutto l’anno liturgico, per cui la domenica è la pasqua settimanale, il giovedì il giorno eucaristico, il mercoledì il giorno del digiuno, il venerdì il giorno penitenziale, eccetera).

Vaticano II è il primo che produce dei documenti già più articolati che non dei canoni, e gerarchizzati per cui ne chiama quattro costituzioni, mutuando il linguaggio dalla vita comune, poi nove decreti, come i decreti legge, e poi nove dichiarazioni, cioè “pareri su”. Non solo, ma all’interno delle costituzioni, Vaticano II aggettiva le costituzioni, per cui abbiamo due costituzioni e basta (sulla liturgia e sulla parola di Dio), una costituzione dogmatica (quella sulla chiesa, la Lumen Gentium) ed una pastorale (sulla chiesa nel mondo contemporaneo, la Gaudium et Spes). Mettendo questi aggettivi fa già una costruzione: due costituzioni senza aggettivi (la liturgia e la parola di Dio non sono cose su cui io possa deliberare, non sono una scelta per la chiesa, sono il suo essere costitutivo; non posso spostare, ma solo capirle di più o di meno perché sono “i padri della patria”). Poi c’è una costituzione dogmatica sulla chiesa che è frutto del dogma, che è la riflessione e l’espressione di una verità, cioè le conseguenze che traggo da una verità, le conseguenze dette “di sistema”, da cui non solo traggo scelte, atteggiamenti concreti, e inoltre un programma.

Poi c’è la costituzione pastorale: l’idea è che, rispetto al mondo contemporaneo, chi dovrebbe parlare non è solo la chiesa ma anche il mondo, non più semplicemente pensato come colui che deve ricevere; allora la chiesa non può da sola costruire tutto il sistema, può dire le sue preoccupazioni pastorali in quanto questo mondo le è stato affidato da Gesù, può dire quello che non funziona, che si potrebbe fare così, che dovremmo riflettere su questo problema, ma lasciando una costituzione assolutamente aperta perché è necessario interagire con l’interlocutore a cui viene riconosciuta una soggettività.

Pensando in questo modo, il problema dell’appartenenza o no alla chiesa diventa completamente diverso perché è chiaro che, ad esempio, se uno deve creare un buon testo e possiede tutti gli strumenti più idonei per realizzarlo può lavorare con poca fatica, ma può anche farlo con mezzi meno adeguati attraverso altri percorsi, anche se il più economico è avere il migliore mezzo esistente.

Allora, la chiesa sarebbe il miglior programma esistente per scrivere un buon testo, il più pratico, il più economico, il più versatile; ma esistono altri programmi, e non tutti possono permettersi il migliore esistente, ma nonostante ciò riescono a scrivere un buon testo. E’ una pluralità di percorsi, ma non nel senso che poi ognuno arriva come vuole e tutto va bene, il che sarebbe l’attuale perdita d’identità del cristianesimo: siamo tutti uguali e poi tutte le differenze sono a carico del singolo che sta sempre nei guai.

Intervento: il singolo starà pure sempre nei guai, però non succedono le guerre d’Irlanda, gli eccidi, i massacri, le contrapposizioni, quindi sicuramente è un passo in avanti. E’ conflittuale, ma solo per il singolo.

Per me il problema è un altro: rispetto alla storia delle civiltà può essere un passo avanti, però qui a me importa la questione dell’essenza del cristianesimo, rispetto alla quale questo trend è molto pericoloso, perché rischia di uccidere il cristianesimo nella sua sostanza, non solo ma di dar voce alle parti più retrive che sembrano gli ultimi custodi del cuore della cristianità (a 30 anni dal Vaticano II ci troviamo con una chiesa estremamente burocratizzata ed in cui i grandi momenti di successo sono i movimenti vari, tutte esperienze a forte identità, ma tutt’altro che dialogiche, che però reggono il singolo, in cui il singolo non si sente abbandonato a se stesso). Tutta la parte più retriva ha avuto voce su questa svalutazione del cristianesimo e non aveva torto sull’oggettività del problema; tutta la parte più intelligente, più pensosa, è stata marginalizzata drasticamente, perché non è riuscita a dare costruttività all’intuizione di Vaticano II che non era un’intuizione a svendere il cristianesimo, ma anzi a ripensarlo. Le parti più pensose sono, in Italia, tendenzialmente elitarie e dunque hanno sottovalutato il fatto che non tutti i singoli sono in grado di reggere la conflittualità, si è sottovalutato per il singolo la fatica, l’aggravio di coscienza, per cui non si è tenuto conto che i singoli potevano, come poi di fatto hanno fatto, cercare soluzioni rassicuranti per non dover reggere tutta la conflittualità da soli, perché sono umani, non cattivi.

Il secondo dato che è stato sottovalutato è l’inerzia dell’istituzione, il fatto che un’istituzione come quella ecclesiastica, non si lasci abbattere come se niente fosse, resiste per il suo peso statico prima ancora che per la volontà di qualcuno.

Lumen Gentium cita all’inizio un pezzo di un canone di Trento, in cui si dice: la chiesa cattolica romana è la chiesa di Cristo. Vaticano II cita Trento, ma sostituisce “est” con “subsistit in”, fa una citazione correggendola che, dalla Bibbia in poi, è una cosa molto classica (quando Matteo cita Isaia a proposito di Giovanni Battista: “voce di colui che grida nel deserto”, Isaia dice: “voce di colui che grida: nel deserto preparate le vie del Signore”).

E’ una reinterpretazione del testo precedente. Secondo la spiegazione teologica della chiesa ciò accade perché si può reinterpretare come una maggior comprensione, si sa meglio dei padri di Trento cosa loro stessi volevano dire.

Poi ci sono le due costituzioni sulla parola di Dio e sulla liturgia che sono poste veramente a fondamento, cioè ogni gerarchizzazione possibile delle verità della fede si misura con questi due parametri. Non c’è niente che possa essere gerarchizzato se non in relazione alla parola di Dio ed alla liturgia. Qui c’è un problema e non da poco.

La costituzione sulla parola di Dio era stata preparata da un lungo movimento di opinioni, di gente, di pensieri, di ricerca sulla Bibbia; c’era una grande attesa su questo tema perché da cento anni si era già cominciato a muovere le acque sulla questione, mentre non c’era praticamente attesa sulla questione liturgica, se non in termini concreti (il latino non si capisce, tutto il vecchiume, le devozioni da sfoltire).

Così le due costituzioni hanno avuto un peso diversissimo nella realtà ecclesiale e, mentre la questione sulla Bibbia è stata, bene o male, studiata, applicata, per cui noi, dopo trent’anni, abbiamo con la Bibbia una familiarità incomparabilmente maggiore rispetto a prima di Vaticano II, mentre circa la liturgia no.

La riforma liturgica ha cambiato la lingua, ha girato gli altari, ha sfoltito i riti, ma dopo ciò il cristiano normale va oggi alla messa oggi circa con lo stesso atteggiamento con cui andava prima del Concilio, in genere con un raddoppiamento di responsabilità sul singolo. Fino a Vaticano II per un cristiano andare a messa era un obbligo, dopo Vaticano II andare a messa non è più un obbligo, ne devi sentire l’esigenza e quindi hai due obblighi: andare a messa e sentirne l’esigenza. Su questo si è poi innestato il problema d’identità del clero: prima di Vaticano II il prete era un’autorità, quello che lui diceva essere vero era vero, giusto era giusto, non si discuteva; adesso il prete non è più un’autorità ed allora riversano la loro confusione d’identità sulla liturgia.

Sulla liturgia è avvenuta una semplice trasposizione di categorie, per cui l’autorità che non è più riconosciuta come autorità sacrale si è trasferita su un’altra cosa, la cosiddetta autorità pastorale, cosa che però non sta né in cielo né in terra. E questo è dovuto al fatto che le due costituzioni sono cadute in un terreno molto diverso: rispetto alla Bibbia c’era un’attesa reale e è cambiata la mentalità, sulla liturgia si sono solo spostati tutti i termini e in genere raddoppiati i doveri (devo far la cresima, devo prendere i sacramenti, ma devo farlo preparato, cosciente, come a valorizzare l’idea che le cose nella vita di fede siano delle scelte; il che in genere è poi irrilevante nella vita delle persone perché nonostante tutta la preparazione di catechismo non è successo niente, non c’è una svolta rispetto ad un tema di fede reale).

Intervento: ma questo dipende da cosa si fa nella preparazione.

Anche il migliore catechismo, in questa struttura, non riesce ad essere realmente significativo perché non scardina l’impianto che è quello di aver raddoppiato e quello di un filo spinato.

Intervento: qual è allora il percorso da fare?

Mi pare che la questione sia che bisognerebbe ricominciare a vivere la liturgia, a rendersi conto di che cosa la liturgia è, di come funziona. Bisogna fare per la liturgia quello che è stato fatto per la parola di Dio, che la gente abbia l’ansia di capirci qualcosa, Questa non è un’operazione da poco; per la Bibbia ci sono voluti un centinaio di anni.

Bisogna ricominciare a comprendere la liturgia. Poi, provocatoriamente, si può fare come gli ortodossi che ungono, battezzano, danno un goccio di vino, tutto insieme ai neonati, perché non c’è un problema di scelta, non sei tu che scegli, ma sei stato scelto, e vieni ammesso nella comunità dei credenti. Da lì in poi vedi un po’ tu che cosa ti succede.

Intervento: sembra quasi di dover chiudere gli occhi e tirare avanti.

Quando uno si innamora non è che chiude gli occhi e va avanti, però non è nemmeno che il problema sia la consapevolezza, nel senso che c’è una consapevolezza progressiva che tu hai nel rapporto con l’altro, mano a mano lo conosci e conosci te in quel rapporto sempre di più, ma non è che cominci il rapporto sulla base della consapevolezza perché se no non incominceresti mai.

Le cose della vita funzionano in modo tale che uno le capisce solo se c’è dentro; il che ha un costo caro per la vita degli umani, perché uno può scoprire che è stato per molti anni dentro una cosa che non era quella che voleva, per vari motivi, per debolezza, per fragilità. Ma non è che questo lo si possa sapere prima. Le cose serie della vita non è che ci pensi bene prima, ma mentre le fai, e poi, a volte, dolorosamente puoi scoprire, mentre le fai, che devi cambiare strada, e assumi la fatica e la responsabilità di un cambiamento con tutte le conseguenze che ha nel reale.

Il cristianesimo funziona così: se tu stai dentro un rapporto, questo è normalmente il motivo per cui dei genitori credenti battezzano un figlio, ma non nella fede dei genitori, bensì nella fede della chiesa, cioè lo mettono dentro a un rapporto; dopo di che dentro a quel rapporto uno ci sta, non ci sta, capisce, non capisce, va avanti, va indietro, cioè succede quello che succede nella vita.

Il problema non è capire quello che uno fa; uno conosce standoci dentro tranquillo, arrabbiato, discutendo, brontolando, trovando luoghi e momenti che danno molta pace o tribolazioni. Le chiese funzionano allo stesso modo con luoghi e tempi, stati d’animo.

Sono diventato cattolico perché mi hanno battezzato da piccolo ma oggi sono ancora cattolico per una serie di motivi, alcuni in più, altri diversi, altri gli stessi, e non so se domani riuscirò ancora ad essere cattolico e perché. Ma il motivo per cui oggi sono cattolico non è solo che sono stata battezzato da piccolo, questo è il motivo per cui sono diventato cattolico, cioè è accaduto così nella mia storia.

Perché sei sposato con lei? Perché l’ho incontrata quel giorno. Ma oggi il motivo per cui uno sta ancora con quella persona non è per quell’incontro, ma perché oggi ci sono delle cose a cui non è estranea la memoria di quel giorno, ma non è l’unica ragione.

Io darei i sacramenti laddove c’è qualcuno che li chiede perché non ci sono più motivi ignobili per cui uno può chiedere i sacramenti; oggi chi li chiede, magari in modo confuso o distorto, ne ha un desiderio e dandoglieli io responsabilizzo la comunità ad accogliere la sua richiesta.

L’applicazione di Vaticano II sarebbe nel fatto che una comunità, dando un sacramento, non deve eleggersi difensore della purezza del sacramento, che non è proprietà sua, ma invece responsabile, come comunità cristiana, perché il sacramento si fa sulla fede della comunità, non di chi chiede il sacramento. E la comunità è fatta di tutte le persone, ma anche dall’Eucarestia intorno alla quale tutte le persone si trovano, perché altrimenti sarebbe solo un club.

Ogni volta che uno chiede un sacramento ad un prete, quel prete da quel momento fino alla sua morte, non dovrebbe più, nemmeno un giorno della propria vita, dimenticare di pregare per quelle persone a cui ha amministrato il sacramento, perché lui si fa carico della vita loro.

Il punto chiave a cui arriva Vaticano II è: la chiesa che cos’è e come si fa a renderla palpabile, come fa la gente a fare un’esperienza di chiesa, ad incontrare questa fantomatica comunità.

Questo è il problema.

Vaticano II ha dato una prima direzione con il discorso sulle aggregazioni laicali, sui gruppi, sui movimenti, cioè ha detto che bisogna lasciare che le comunità si organizzino secondo i carismi, i desideri, le volontà e non pensare di preordinare totalmente dall’alto. Le visibilità non possono essere astratte e se devono quindi essere concrete vanno legate a persone, passioni, cuori, desideri, stili e modi di vita, tempi per cui tutto ciò che avviene ha il suo elemento di garanzia intorno all’eucarestia. Ma occorre avere una grande chiarezza su che cosa significa Eucarestia, che ruolo ha e come va celebrata, perché diventa l’unico elemento di riconoscimento, la garanzia.

La forma delle aggregazioni eterodiretta, ancora una volta organizzata dall’alto, è il tradimento del tradimento di Vaticano II nel senso che dice che la visibilità della comunità starebbe nell’incontrarsi.

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