L’eucaristia

Gruppo del venerdì
Dicembre 1997

Intervento di Manuela Terribile

Il cammino che state facendo sul Credo e come siete arrivati a riflettere sulla chiesa una, santa, cattolica e apostolica ha suscitato il tema dell’eucarestia. Suppongo che abbiate molto riflettuto sulla assoluta centralità della eucarestia e dunque quello che io posso fare, senza abusare troppo della vostra amicizia, è aprire una conversazione cercando di sciogliere due o tre nodi che normalmente sono quelli sui quali ci si va ad incagliare quando si parla di eucarestia.

L’ipotesi da cui comincio è questa: sull’eucarestia tutti noi abbiamo una certa formazione o informazione che ha molto di mistero, molto di appartenenza, che ha, per chi ha frequentato con più attenzione il post concilio, anche una grande cura, una grande vena biblica.

A me pare che, di fronte all’eucarestia, abbiamo molti elementi per le mani, ma la figura che riusciamo a disegnare non è mai quella che la chiesa ci propone o ci indica; abbiamo cioè molti pezzi, ma il collage ci sfugge, ci manca sempre il manico. Non ho nessuna intenzione di darvi questo manico, ma l’unica cosa che cercherei di fare è aprire una conversazione sul perché e sul come nel pensiero della chiesa questa eucarestia è così centrale.

Partiamo da quello che tutti sappiamo da sempre: l’eucarestia è un sacramento, affermazione che la chiesa fa con grande chiarezza come se fosse una cosa normale, ma tanto normale non è.

Perché è un sacramento e perché questo sacramento e non altri, gli altri sei o quanti ce ne potrebbero essere, non hanno questa centralità?

Se Stella è riuscita a farvi divertire a sufficienza sul credo che è difficile, credo che una cosa vi sia ormai familiare ed è che il credo, e dunque tutto il cristianesimo, sta o crolla su una sola cosa, e cioè che Gesù Cristo è vero uomo e vero Dio.

Tutto il resto, sia che parliamo delle madonne che piangono, sia che parliamo delle cosmogonie più azzardate o fedeli, tutto sta o cade attorno a questo unico punto, unico punto nella fede, unico punto nella storia, nella comprensione che noi abbiamo. E’ un piccolo punto su cui e attorno al quale sta tutto.

Questo vero Dio e vero uomo non è soltanto, nel cristianesimo, un inizio, un punto zero, questo vero uomo e vero Dio di cui noi saremmo imitatori come se, consentitemi di essere un po’ irriguardosa, come se noi fossimo una squadra di calcio con un ottimo allenatore e dunque tutti noi siamo molto umani e molto spirituali, siamo tutti e due meglio che ci riesce, mai tanto bene perché siamo nati storti (peccato originale).

Questo inizio che questo Gesù vero Dio e vero uomo è, rappresenta ben più che un inizio di umanità diversa, rappresenta invece un paradigma, la cifra totale, la forma di tutto quello che il cristianesimo e dunque i cristiani sono o non sono.

E questo non tanto come un’impronta, per cui ci assomigliamo tutti di padre in figlio, ma proprio come il modo in cui Dio ha inteso farsi carico della storia; dunque tutto quello che a causa di questo Gesù Cristo vero uomo e vero Dio accade, può essere scatenato, può essere amato, sperato, creduto o odiato, bestemmiato, tutto quanto succede nello spazio e nel tempo, ha questa cifra, questa duplice struttura di vero uomo e vero Dio.

Detto nei termini nei quali si divertono i teologi questa faccenda si chiama “regime incarnatorio”, cioè nella chiesa e, comunque, nella storia della salvezza in genere, e poi nella chiesa in particolare, questa struttura di vera umanità e di vera divinità tenute insieme, sono assolutamente la forma ineliminabile di ogni qualsivoglia vita, istante, pensiero, opera, omissione, peccato, che attorno alla vita di Gesù Cristo diffusa e trasmessa, accade.

Questa è la matrice della struttura sacramentale, di tutto quello che la chiesa è, fa, dice e pensa; cioè non c’è niente che, nella chiesa di Gesù Cristo evidentemente, non abbia questa doppia struttura, questo doppio rimando, questo essere da una parte totalmente incarnata in Dio, ed è quello che si chiama vita nello spirito, e totalmente incarnata nell’umanità dall’altra, e altrettanto si chiama vita nello spirito. E queste due parole possono essere usate con uguale dignità e quasi scambiate soltanto a partire da Gesù Cristo.

Nella migliore chiesa questo si traduce, ripeto nella chiesa di Cristo e questo è importante, si traduce in un andamento, e la liturgia è il momento più chiaro di questo, ma non c’è niente nella vita della chiesa che a questo non sia sottoposto; e l’andamento è questo: la chiesa è sempre con una parte che riguarda il divino ed una parte che riguarda l’umano, ma la grande salvezza è che queste due parti sono insieme, non si guardano in cagnesco nè si confondono così facilmente.

Questa è la struttura sacramentale. La chiesa non fa mai niente senza fare un gesto e dire una parola; non c’è nessun gesto che nella chiesa si possa fare senza che una parola sia detta, non si può dire una parola senza che un gesto sia fatto.

Pensate a “se uno dice Signore, Signore, e non fa la carità, è un mentitore” (Giovanni); cioè, se dice una parola che non è seguita da un’azione, un atto, un’opera, questo non funziona. Altrettanto avviene per il contrario: se uno fa una cosa e non ci mette una parola, una comunicazione, un affetto, un’umanità, un’individualità e tace, non fa la struttura sacramentale della chiesa. La chiesa ha da sempre questa struttura, perché l’una rimanda all’altra e l’altra rimanda all’una, perché dopo che Gesù Cristo vero uomo e vero Dio è nato nella carne, e muore e risorge nella gloria, abbiamo un uomo che nasce, che muore e un Dio che vive nella gloria e questo fa parte dell’unica vita di Gesù Cristo morto e risorto, e non è possibile avere una semplificazione. Per questo i cristiani sono sempre gente che dovrebbe guardarsi da una malattia molto diffusa che è l’equilibrio, o più tranquillamente non tutti gli equilibri sono compatibili con il cristianesimo.

Intervento: “se uno dice Signore, Signore e non fa la carità…” mi è più chiaro che non l’altra parte, “chi fa la carità……”

Chi fa la carità e non ci mette attorno una parola, che non necessariamente deve essere detta, non ci mette una comunicazione, non sta nella struttura sacramentale del cristianesimo (che poi il Signore gli voglia bene comunque questo è certo). Non sto parlando degli atti dei singoli, sto parlando di quello che la chiesa fa in quanto chiesa di Cristo, nel suo essere a sua volta sacramento di Dio, nell’essere segno di Dio, qualcosa che a Dio rimanda. Sperando di spiegarmi meglio: se la chiesa fa, come fa, tantissima carità non necessariamente rivela il volto di Cristo, se non ne mette l’intenzione e questa intenzione resta in qualche modo comunicata. Il momento chiaro è la struttura dei sacramenti: se io verso dell’acqua sulla testa di un bambino e, potendolo fare, non dico “io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, io gli lavo la testa; e se altrettanto dico “io ti battezzo…….” e non verso l’acqua, allora non c’è sacramento.

Ovviamente qui non si tratta di formalismo, non è l’aspetto canonico, ma è che qui l’aspetto canonico ridice questa doppia struttura. D’altra parte in questo è molto rispettata la struttura incarnatoria non solo di Gesù Cristo ma anche degli esseri umani. Gli esseri umani che vivono e non parlano sono in genere una piccola sofferenza, sono una lentezza nel vivere degli affetti ed una persona che parla tanto ma non è capace di vivere ciò che dice è un problema. Negli esseri umani in questa doppia struttura ce la caviamo come tutte le altre, la chiesa ha invece questa possibilità di espansione, addirittura di esibizione, di questa esattezza di Dio nell’esprimersi.

Questa doppia struttura, che è tipica della chiesa di Cristo, (senza questo la chiesa è una squadra di calcio, un club del golf, una società bancaria e, se volete, in alcuni casi anche una filodrammatica) senza questa connotazione (e questo non vuol dire senza peccati) la chiesa non è quello che l’autocomprensione della chiesa cattolica dice quando dice la chiesa di Cristo.

Dunque la struttura di tutta la chiesa è sacramentale in questo senso, questo insieme di parole e gesti che sono le parole ed i gesti di Gesù Cristo, è quella struttura che consente alla chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica perché senza questa faccenda saremmo bravini, ma non troppo. Non è un caso che queste cose si dicono nel Credo, si dicono nella fede, si dicono alla sequela di una intera vita.

Questa vicenda di quest’uomo-Dio è, per natura sua, fatta in modo tale da rimanere tanto attaccata alla terra quanto attaccata al cielo, altrimenti non festeggeremmo il Natale e non celebreremmo questo mistero di carne, non a caso è un bambino che non parla, e dall’altra parte una vita che va oltre il confine della vita non soltanto perché sopravvive, ma perché è un’altra vita. Perché in Gesù Cristo questo funziona: la sua obbedienza al progetto di Dio è totale, dunque tutta la vita di Dio che Lui possiede è quella che è necessaria per essere e parlare insieme senza problemi, riuscendo a dire e a fare efficacemente ciò che intendeva fare e cioè salvare il mondo.

Dunque questa vita è quella dell’unità, non soltanto la sua, ma tutta la vita, la sua e quella della Trinità, viene data perfettamente non soltanto perché ha sofferto tanto, ma perché è portata a compimento nella sua vicenda di parole ed opere rispetto al Padre e rispetto agli uomini, rispetto al cielo e rispetto alla terra.

Tutto questo è quello che Gesù Cristo fa per noi, lo fa nella sua passione e questo rimane perché Lui è tanto uomo quanto Dio e dunque tanto rimane nell’umanità quanto rimane in quello che religiosamente chiamiamo “nella gloria”. Questo è quello che la chiesa non solo celebra, ma rinnova, rifà, fa di nuovo, un’altra volta, benché un’unica volta questo sia stato fatto esattamente rispetto al Padre; questa ripetizione è l’Eucarestia.

Questo è il motivo per cui l’Eucarestia è il centro di tutto, perché l’Eucarestia è la possibilità che noi abbiamo, perché è stata già compiuta, di essere totalmente in cielo e totalmente, felicemente nella terra, ma soltanto nella vita di uno al quale è stato possibile obbedire. Questo è in buona sostanza il motivo per cui dell’Eucarestia si dice fonte e culmine, perché se non ci fosse stata una vita, la vita totalmente felice di Gesù Cristo, che è stata data, noi non potremmo essere salvi, da una parte, ma anche se questa vita non fosse totalmente umana e donabile non saremmo salvi per nulla.

Dunque la struttura della chiesa è sacramentale per questo motivo, la centralità di questa struttura è l’Eucarestia perché è lì che viene data e celebrata questa vita che è tanto la vita di Dio e tanto la vita degli uomini nel tempo, quindi per noi non perfettamente. Per questo l’Eucarestia è centrale nella vita cristiana. Se c’è una cosa che non è rapportabile all’Eucarestia bisogna star molto attenti perché molto probabilmente è un cristianesimo spurio.

Intervento: perché il pane ed il vino per l’Eucarestia?

Quello che la chiesa dice è una cosa molto semplice: il pane ed il vino sono gli alimenti più comuni del Mediterraneo. A me sembra che la cosa seria del pane e del vino sia che quello che il pane ed il vino implicano è il corpo e nel cristianesimo c’è un grande ossequio per il corpo, carne e sangue sono la vita e un corpo dato è quello che viene dato e mangiato, ma anche il corpo dei cristiani è dato, prima di tutto ad ognuno di noi, (nei funerali si incensa un corpo) e questo è dato comunque indipendentemente dai peccati, nessuno di noi sta senza corpo, neppure gli eremiti; dunque il corpo, che è un pezzo di pane, è onorato, è incensato e nel cristianesimo, nel cattolicesimo in particolare, l’Eucarestia è anche il grande ossequio alle cose della nostra vita, al fatto che abbiamo fame, che dobbiamo mangiare e, soprattutto, al grande ossequio che si dà al corpo nella vita cristiana.

Anche in questo senso la centralità eucaristica è legata al fatto che è l’unico sacramento dei sette su cui c’è l’invocazione dello Spirito su un corpo, cioè è l’espressione più pulita, senza mediazioni, della struttura dell’incarnazione. Da una parte c’è il corpo che è per noi tutto, tutto ciò che rappresenta la terra, la quotidianità, i bisogni, le leggi naturali, la parte terrestre, e c’è questa invocazione nel momento della consacrazione dello Spirito sul corpo, quindi è esattamente il movimento dell’incarnazione. Per questo l’Eucarestia è la cosa intorno a cui una chiesa sta o no, cioè o questa cosa definisce una chiesa o non c’è chiesa. Ci sono stupende aggregazioni educative, del tempo libero, che hanno magari la forma di una parrocchia, ma quando l’esperienza che un credente fa non è la centralità dell’Eucarestia, nell’esperienza della chiesa, tutto il discorso fatto o che faremo sulla chiesa, non sta in piedi.

Questo fondamento che l’Eucarestia è, con tutto quanto detto, è il fondamento della chiesa nella vita eterna, perché è la vita che ci è data, nella quale partecipiamo a quella di Gesù che vive alla destra del Padre nella gloria.

Uno si può industriare molto e cercare di perderla, ma ci deve mettere un impegno molto serio, ci si può riuscire, ma come uno che nasce Rockfeller e riesce a morire clochard. Si può fare, ovviamente, ma nella vita di Gesù Cristo noi nasciamo Rockfeller e dunque è molto difficile giocarsi questo.

Intervento: nelle normali omelie sentiamo dire che l’Eucarestia è il centro, ma non ci viene spiegato, forse loro stessi non lo sanno. L’importanza che si dà è sempre al battesimo che è il momento in cui si entra nella struttura del divino e dell’umano, è la fonte, il sacramento che immette nella chiesa, ma l’Eucarestia non è vissuta e sentita in questa dimensione così radicale.

In questo vostro gruppo avete visto, come simbolo dell’Eucarestia, “Il pranzo di Babette”. In questo film è molto chiaro che cosa può succedere senza quello che la chiesa cattolica chiama Eucarestia, succede che una chiesa diventa memoria di un decano, cioè diventa la memoria di uno di cui si celebrano, con grande attenzione, con grande cuore, la vita, la morte, ma non succede nient’altro; perché succeda altro ci vuole uno che dà tutto quello che ha e allora si può ballare in una notte stellata intorno ad un pozzo. Spesso però il nostro modo di pensare l’Eucarestia nelle frasi comuni è, per esempio, “ho fatto la comunione e già ho trattato male mia moglie”. Ma di questo uno non si deve preoccupare, non perché non fa niente, ma perché il problema non è fare la memoria del decano ma vivere. Il decano sta tranquillo e resta il Padre.

Intervento: se, pur frequentando il gruppo, la nostra vita non cambia, soprattutto nei confronti del prossimo, siamo come cembali sonanti. Però c’è anche il rischio che cadiamo nel moralismo, perché noi capiamo sempre la fede in funzione del comportamento che per coerenza dovrebbe sempre seguire ciò che ci viene detto in un’indicazione di fede.

A me pare che bisogna tenere distinti e congiunti i due aspetti, questo è il cristianesimo, un Dio morto e risorto mica si può pensare sia logico. Il cristianesimo ha in sè una illogicità, un dover tenere insieme cielo e terra, non possiamo pretendere che poi diventi un teorema per cui noi siamo desiderosi di essere buoni. Posto questo, la distinzione che credo vada fatta è quella di uno sguardo, di una preoccupazione, di una cura per la chiesa e di una cura per sè. E’ chiaro che le due cose non sono disgiunte, ma è vero pure che non si ragiona esattamente allo stesso modo e nello stesso tempo.

E credo che questa distinzione vada fatta abbastanza seriamente perché altrimenti tutti si prendono la responsabilità, ma non si trova mai nessun colpevole.

Certo bisogna mettersi nell’ottica che noi non siamo Gesù Cristo e che la vita, quella eterna, per noi è già stata data, dunque quello che a noi è chiesto è di rimanere, per usare le parole di Giovanni, dentro questo bene che è dato. Il che non vuol dire che ognuno può fare quell’accidente che gli pare, e non perché Dio ne faccia un dramma, non mi pare che il Nuovo Testamento dica questo, ma perché evidentemente non sta bene. Se uno deve fare diecimila confusioni vuol dire che non sta bene e dunque c’è un altro problema.

Il problema non è più quello di fare il male o di fare il bene.

A me pare che il tema serio dell’Eucarestia, rispetto a questo, è che una delle uscite è la storia, a volte anche la politica, e che se non parte da lì, almeno per dei cattolici, non so bene da dove possa partire, poi diventa la carità, diventa l’etica sociale. Oppure può avere come sortita uno sguardo pietoso sull’umano genere e nell’umano genere me compreso, che a me non pare così poco.

Se qualcosa non cambia nella nostra vita, questo è la tradizionale e, secondo me stupenda, dottrina sui sacramenti, quella del Concilio di Trento che diceva che i sacramenti sono efficaci “ex opere operato”, di loro funzionano, ma mica perché il prete ha fatto così, ma funzionano perché Dio funziona, perché Dio è fedele.

Noi possiamo mettere un ostacolo. Allora quello che va detto dell’Eucarestia sono due cose: una grazia è data, ed è data efficacemente e, secondo, noi possiamo ostacolare, ma non fermare, non è che se noi non facciamo niente qui non è successo niente. Questo significherebbe rendere vana la croce di Cristo.

Se Cristo è risorto è affermazione che ha senso, il mondo è salvato. Se è così, allora io posso impedire un pochino, io con tutte le mie cose piccole e grandi, posso mettere la mano sull’obiettivo mentre Gesù fa la fotografia, ma non posso rendere vano il tutto.

Non è che la nostra vita, le nostre azioni sono ininfluenti, questo sarebbe addirittura contro l’incarnazione, io posso frenare qualcosa che Dio ha messo all’opera e che è all’opera nell’Eucarestia.

Interventi:

* In questa visione c’è una grande fatica per mettere la mano davanti all’obiettivo. Se uno invece se ne stesse tranquillo viene salvato automaticamente ed invece deve fare la fatica per non salvarsi.

* Tutte le eresie più importanti erano già intorno a questo fatto del vero uomo-vero Dio. Il Concilio di Trento sull’Eucarestia, per fare chiarezza, aveva parlato di transustanzazione e consustanzazione, l’apparenza, la sostanza. Gli anglicani, ad esempio, fanno la comunione, ma come pura memoria. Si può chiarire qualcosa?

Il problema è che i credenti hanno sempre celebrato la frazione del pane. Battezzare e spezzare il pane sono stati sempre fatti. Che cosa abbiano poi mano a mano pensato che stavano facendo questa è un’altra cosa, ma questo accade in tutte le azioni umane: nella storia tutti si sono voluti bene, hanno fatto figli, non sempre questa cosa è stata compresa allo stesso modo, ha creato le stesse esigenze.

Dunque questa faccenda i cristiani l’hanno sempre celebrata, hanno spezzato il pane leggendo le storie degli apostoli.

Quando sono cominciati i guai? Verso la fine del ‘500, ed i guai sono arrivati, da lì, dall’Eucarestia e dalle parti di un certo signore che si chiamava Berengario sono nati i primi grossi problemi. Il problema era quello che ci poniamo anche noi ed è lo stesso che si pongono i piccolini quando gli si presenta la comunione.

Ma questa cosa che è?. E’ vero, non è vero, che cosa è questo pezzo di pane?

La filosofia arrivava ed arriva sempre sul linguaggio, su che cosa diciamo quando diciamo che una cosa è vera e che è reale. Ci sono dei sentimenti che dentro di noi sono veri, ma che non sono reali, ci sono delle cose che non hanno una realtà esterna, in qualche modo sperimentale, ma sono vere. Nel momento in cui tutto questo pasticcio si mette in moto, il povero Berengario sosteneva quello che sosterremmo noi spontaneamente se non avessimo una chiesa così, sosteneva che la consacrazione realizzava “spiritualmente” la faccenda e con “spiritualmente” lui diceva quello che oggi noi diremmo “astrattamente”. Noi usiamo oggi la parola astratto più o meno nello stesso significato in cui Berengario all’alba del IX secolo la usava. Berengario fu per due volte costretto a ritrattare e ritrattò, ma rimase dello stesso parere.

Questa faccenda è andata abbastanza avanti per il povero Berengario e, facendola corta, si passa ad un altro momento piuttosto importante che è il 1415, concilio Lateranense IV, poi si arriva al concilio di Trento.

Il problema era: che cos’è reale, cosa significa?

Per noi reale, a occhio croce, è una cosa che si tocca o comunque di cui si può fare esperienza.

Per il medioevo, che è il grande padre di questo modo di ragionare e pensare, reale era esattamente il contrario, l’unico reale era Dio. Dunque quando il medioevo e Trento dicono “la presenza reale” dicono la presenza di Dio lì, cioè la presenza più presenza che si può. Non dicono la stessa cosa che diciamo noi quando diciamo presenza reale (non chiedetemi di cambiare parola perché anche quando Paolo VI ci ha provato gli è andata buca).

Il problema era che noi, quando diciamo di cosa è fatta una cosa, per esempio quando diciamo che quella è una sedia, lo diciamo perché ci sediamo sopra tenendo conto della funzione, non ci viene in mente di dire che è una sedia perché è di legno.

Il medioevo aveva tutto un altro modo di pensare alle cose e dunque quando voleva dire che una cosa era reale, cioè sussisteva, non gli importava niente della funzione, o perlomeno non inizialmente, si occupava invece di che cosa consentiva a quell’oggetto di essere ciò che era, cioè il legno, la sua sostanza.

Quando il medioevo vuol dire che Dio é realmente presente e funziona dice che c’è una presenza reale. Noi non diremmo mai così; per questo quando diciamo presenza reale ci pare una specie di non senso.

Questo modo di dire la fede, per altro dogmaticamente definito, è stato messo in crisi dai protestanti, per i quali il problema non era tanto e soltanto la questione della sostanza, quanto quella del ministero (chi aveva il copyright di far diventare reale quel pezzo di apparenza, di pane?).

Quando i protestanti cominciano a mettere in crisi questa faccenda, Trento da una parte dice “abbiamo ragione noi punto e basta”, ribadisce la teoria precedente, dall’altra la cosiddetta pietà popolare, cioè quella grande cosa che si chiama “devotio moderna”, comincia tutte le storie dei miracoli di ostie che si spezzano e di sangue, per dare realtà, per dire quello che stava capitando. La chiesa ha sempre avuto la preoccupazione di dire la realtà, ma anche la differenza, e ha sempre avuto una grossa attenzione a far sì che il pane eucaristico fosse un po’ diverso dal pane normale, liturgicamente; c’è sempre stata questa indicazione di tenerli diversi affinché una realtà non diventi realismo.

Per esempio, alcuni sostenevano che se uno prendeva l’ostia c’era proprio la carne, il sangue e c’è un bellissimo testo di S. Tommaso che parla con un altro di suo pari grado e dice che questi pensano che Dio ci sia veramente dentro, speriamo che il volgo non senta. Dal punto di vista della storia delle religioni che sia un pasto sacro, che tutti mangino la carne del capo, è difficile negarlo, è come una specie di cannibalismo. E, comunque, è centrale anche quest’idea del corpo, del corpo reale, del corpo vero, del corpo nascosto, tutto il cristianesimo sta su un corpo sottratto, su una tomba vuota.

E poi c’è il corpo delle scritture e poi c’è la chiesa che è un corpo, poi c’è il corpo mistico cioè questa grande ombra di un corpo mancante, di un corpo presente: è una grande cifra nel cristianesimo, come in ognuno di noi . Il nostro corpo è quello che ci consente di stare: le corde vocali sono corpo, se non ci sono non si parla, tutto il nostro corpo è così fondamentale per la nostra vita, per stare dove stiamo, viene incensato il nostro corpo, il nostro corpo è polvere, siamo destinati alla polvere, veniamo dalla polvere, dunque anche in questo c’è un apparire ed uno scomparire.

Intervento: come rapportarsi allora al corpo, quanto da riprendersi dalla sfiducia estrema sul corpo che ci è stata insegnata?

Credo che non bisogna confondere, come spesso nel parlare di chiesa si fa, il corpo e la corporeità con le passioni che siano spostate sulla sessualità, sulla gola o su altre cose. La passione è sempre smodata. Certo che sì, è vero anche, è sempre stato vero, che la chiesa non ha mai detto, nella sua tradizione alta, che il corpo è un assoluto male. Che il corpo nel senso della vita corporea sia un rallentamento per il paradiso, questo sì fa parte del cristianesimo, perché il corpo rappresenta la nostra storia.

Interventi:

* Credo che nella nostra epoca ci sia la difficoltà grossa di voler risolvere il problema anche dell’eucarestia a livello molto intellettuale nel senso che abbiamo il bisogno, che poi è anche naturale, di capire, di mettere dei paletti in modo da essere sicuri di definire con esattezza e chiarezza, a livello filosofico, come stanno le cose per essere tranquilli e rasserenati. Ma che cosa significa celebrare un mistero?

* L’intelligenza vuole la sua parte, però se tu ti scervelli per capire, ad esempio, la Trinità cosa risolvi, Dio è Dio, basta così. Lui ti conosce, sa come sei tu, sa che tu sbagli.

* Se tu ti preoccupi tanto di capire la Trinità non hai ancora la fede, non credi ancora in Dio.

* Ma il problema è che tu cerchi di capire che cosa è la Trinità non per capire Dio, ma che cosa è Dio per te, con quale conseguenza per te, come comunica con te.

* Il problema è quello dell’intelletualismo, di farci un’idea cervellotica di Dio.

Risposta: mi pare che ci sono dei livelli che, come al solito, si mescolano e poi sembra che le posizioni siano tutte diverse o tutte uguali. Da una parte c’è un problema di ciò che è da capire, che non è tanto Dio in sè (certo, per definizione Dio non è capibile nel senso che se Dio è Dio, ammesso che sia Dio, non ci sta, c’è sempre una distanza), ma prima c’è un dato che è da capire che è la trasmissione oggettiva del cristianesimo, che non è uguale a Dio; nel Credo state studiando che cosa la tradizione oggettiva della chiesa insegna su Dio e questo è già un passaggio. Su questo, secondo me, l’esigenza di capire è molto importante perché bisogna capire correttamente qual è l’insegnamento nella sua oggettività e non una serie di cose più o meno orecchiate, cercando di riportare l’insegnamento della tradizione nella sua luce più originaria possibile. Su questa cosa la dimensione del capire è decisiva, proprio del conoscere, dell’avere gli elementi oggettivi di conoscenza.

Poi c’è una questione sulla vita che muove intorno a questo insegnamento. Sono assolutamente convinta che la vita non si capisce o conosce subito; il capire e il conoscere fanno parte della vita, sono una delle dimensioni, ma come in tutte le cose, nella professione, negli affetti, uno ha una dimensione di conoscenza, di comprensione, di razionalità, ma questa non è tutto. Quando si capisce una cosa in più, si vive una cosa in più e si chiarisce un altro pezzo e si va avanti così. Perciò in questo, secondo me, anche il discorso di dire “io mi fido” è teoricamente corretto perché il cercare di capire fuori da una vita è arido, non porta da nessuna parte, stai sempre sulla soglia ed alla fine sei un estraneo, ma un po’ bisogna ribadire la novità del capire o comunque del faticare per capire, anche se poi uno non riesce a capire.

Se parliamo di intellettualismo, certo che è da evitare, ma se invece parliamo della misura, congrua a se stessi, di intelletto, personalmente penso che serve, il che non vuol dire che se uno capisce poi si “accalappia” Dio con la retina, questo evidentemente no, ma riesce a starci un po’ più in piedi di fronte.

Diversamente credo che il rischio sia che o si è così santi che si ha una sorta di esperienza interiore, mistica e dunque è chiaro ciò che si pensa perché lo si vede, o, in una condizione più semplice, più normale, si ha un abbassamento del proprio desiderio di Dio.

Non abbiamo certo alcun bisogno di intellettualismi, ma va detto che i cattolici appartengono ad una tradizione complicatissima

Il Nuovo Testamento è molto chiaro circa che cosa significa conoscere Dio: vuol dire fare la carità. Il gioco della carità è dare la vita come l’ha data Gesù Cristo. Detto questo, colui che dà la vita o che intende darla è un essere storico. Allora se uno intende essere una persona che sta nella storia e se ne assume il peso, la cifra, allora ha bisogno di capire, capire anche la tradizione a cui appartiene, il Dio che gli è stato annunciato e predicato; in genere quando uno si mette a capire è perché le cose non funzionano (nei matrimoni funziona sempre così; se io devo capire mio marito vuol dire che c’è un problema; quando si va d’accordo non c’è bisogno di capirsi; tutte le volte che la chiesa ha cercato di comprendere si è cacciata in uno scisma). Allora uno intende capire perché assume di essere storico, se uno invece assume se stesso o comunque la fede, ed è una cosa che il cristianesimo conosce, come un impianto non storico, totalmente monastico, va benissimo. I Padri non hanno avuto questa cifra di impegno storico, di impegno mentale nella storia, ma nell’eremo. Allora che nessuno mi venga a dire cosa dice la chiesa sulla scuola, sulla famiglia, sulla sessualità, sul commercio equo solidale, sul consumo, ma tutti nell’eremo o in monastero. Per il resto c’è la storia che è fatta di distinzioni.

Il problema del Nuovo Testamento è la carità, non che noi conosciamo Dio. L’annuncio del Nuovo Testamento è che Dio conosce noi e questa è la buona notizia. La cosa su cui saremo giudicati è la carità e poi per la vita di fede ognuno si regola sulla misura che gli è congrua; congrua non vuol dire che gli è sufficiente ma, che gli appartiene.

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