Il Credo:
il primo articolo

Gruppo del venerdì
Gennaio 1996

Premessa

* L’idea che sembra importante da ricordare è quella di vedere il Credo come un sistema, non come un elenco di verità a cui credere o non credere, perché, se discutiamo tutti i vari articoli del Credo in termini di quali verità sono (vero o falso, come si dimostra che è vero o falso) non ne usciamo mai, in quanto non c’è alcuna dimostrazione possibile. Questo percorso è inutile e sterile. La cosa su cui insistere è che il Credo è la razionalizzazione, l’oggettivazione dell’esperienza della fede; dice qualcosa sulla fede, non dice tutto sulla fede. In tutta la tradizione della Chiesa il Credo vive sempre in ambito liturgico perché ciò che dice la liturgia il credo non lo dice; si recita il credo dentro la liturgia per dire che le due cose vanno prese insieme.

* Il Credo, come razionalizzazione ed oggettivazione dei contenuti della fede, funziona come un sistema, non risponde analiticamente a tutti i problemi perché, anche se rispondesse ad un lungo elenco di situazioni, avrebbe un campionario limitato di casi e non potrebbe tener conto di tutti i fattori (es.. la lavatrice: ha dei programmi che non sono né veri né falsi, ma possono servire o no a risolvere dei problemi; uno deve sapere cosa sta mettendo dentro e che cosa vuole ottenere. Come la lavatrice ha dei programmi per delle categorie di problemi e sta a noi individuare se quello che abbiamo in mano rientra o no in una di quelle categorie, così il Credo ha dei programmi che possono servire o no a risolvere i problemi della vita, la storia delle persone, come mettere insieme i pezzi, cosa fare in certe situazioni per essere il meno infelici possibile). Questo è il dato di partenza.

L’atto soggettivo della professione di fede

* Prima dell’articolo vero e proprio c’è “Credo in” (differenza tra Credo IN e Credo A) Questo “Credo IN/Credo LA chiesa, professo, aspetto”, tutti questi verbi sono un’altra cosa rispetto agli articoli veri e propri del Credo; sono l’atto soggettivo della fede. Noi, in genere, ci fermiamo sui contenuti del Credo e molto poco su questa parte. In realtà noi abbiamo un’immagine ipertrofica dei contenuti che sono problematici (si accettano o non si accettano, si discutono o no) e un’immagine ridicolizzata della parte che costituisce l’atto soggettivo. Ma se uno non sa da quale luogo della sua vita dice “Credo IN” o “non Credo IN”, non succede niente (se uno non ha la biancheria da lavare non accende la lavatrice). Se uno non ha un luogo e se non ha una percezione di cosa possa significare nella sua esistenza avere un Credo, se cioè questa parola non ha un qualsiasi significato reale, se uno non ha nella propria esperienza relazionale, sotto la famiglia dell’esperienza di credere in qualcuno, allora il Credo non muove nulla. Il discorso è: che cosa vuole dire, per me che recito, il Credo, in questo momento, quale estensione di lunghezza, larghezza, profondità ha, che cosa vuole dire credere o non credere IN? Da quale luogo della mia vita, rispetto a quale soglia di felicità possibile, con quale attesa di felicità possibile, con quale fatica, arrabbiatura, da quale situazione di peccatore io credo, professo, aspetto? Questa parte è necessaria se no non succede niente quando dico il Credo, non c’è alcuna vita che si metta in movimento. Questo sarebbe l’atto soggettivo di credere che non è “decido se credo in Dio o no”; uno non decide questa cosa come se fosse un atto razionale, non funziona così nella vita reale.

* Invece accade, da una parte che uno sta in luoghi della sua vita di fronte ai quali ha un desiderio, un’aspettativa, un sogno, un’arrabbiatura, un’attesa che la realtà non sia solo ciò che si mostra concretamente (che il lavoro che faccio non sia solo inutile come mi pare che sia, ad esempio), che tutte le cose non siano solo come si mostrano. D’altra parte, questa cosa si incontra, in qualche misura, con l’Evangelo, come una Parola che mi dice come e perché è possibile che la mia vita non sia solo quella che è, ma ci sia un altro spazio, un altro orizzonte, quello che chiamiamo mistero, una cosa in più che non si è ancora mostrata, che io in questo modo posso contribuire a partorire, che comunque c’è, sta nascosta nelle cose, in me, nella mia vita.

Questo sarebbe l’atto soggettivo che non comporta una decisione puntuale, una serie di calcoli di probabilità e di oggettività: è la decisione di un luogo di vita in cui ci si pone e che, come tutti i luoghi di vita, rimane né totalmente compiuto né totalmente incompiuto. Recitare il credo significa scommettere sul proprio “cucciolo interiore” credente, mettersi a dargli da mangiare per farlo divenire grande, bello e forte e capobranco, anche quando poi il branco mantiene tutta la sua varietà e tutti gli altri cuccioli, più o meno riottosi, restano in circolazione. Mi pare che nella media dei cristiani, sul 10% che si pongono il problema, il 99% si pone questioni sui contenuti del credo, rarissimamente sul “Credo IN”, sull’atto soggettivo, su quanto si mette in gioco della propria esistenza. La funziona dei teologi nella comunità ecclesiale è quella di dare, attraverso la generalizzazione della propria esperienza di credenti, delle indicazioni più particolari. Resta comunque propria di ogni credente l’operazione del discernimento.

Il primo articolo

“un solo Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili”

* Un solo Dio Padre, innanzi tutto.Secondo una analisi linguistica, in “un solo Dio” ci sono già due grandi concetti, il concetto “Dio”, concetto complicato per tutte le religioni e il concetto “unico, solo”.

Tutti quelli che si sono provati a definire chi è Dio, si sono impantanati o in definizioni molto generiche, filosofiche (entità superiore) che sono corrette, ma come tutte le cose e le definizioni corrette rischiano di essere totalmente inutili (una relazione con un interlocutore corretto, è asettica, non esiste; un affetto corretto è una tragedia, una cosa faticosissima) o in interpretazioni esistenziali. Il problema che avevano i Padri della Chiesa, quando hanno qui posto questa parola “un solo Dio” era un problema molto serio: quello di creare un legame tra l’esperienza primitiva, semplice, di immediata comprensione del Dio biblico (personale che, come primo atto, rivela il suo nome, quindi con molti tratti antropomorfi: le viscere di Dio, il cuore di Dio) e l’esperienza della filosofia, della cultura alta dell’epoca, quella greca, che aveva elaborato il concetto di trascendenza. Qual è il loro problema? Da una parte avevano dei sapienti un po’ scettici (i saggi figli della modernità molto tolleranti) che avevano reso molto astratto il concetto fino a svuotarlo di qualsiasi significato esistenziale (i greci avevano il nostro stesso problema: a forza di essere tolleranti non erano più nessuno, andava talmente bene tutto che alla fine non c’era più nessuna identità); dall’altra avevano una rivelazione biblica molto caratterizzata (Dio personale, violento, chiaro per il sentire comune, con cui si può parlare e che parla, discute, tratta), che però era totalmente snobbato dalla parte laica, tollerante perché era un Dio partigiano, geloso, aggressivo, con tutti i difetti degli esseri umani.

* I Padri vogliono provare a connettere questi due aspetti. Questo è un problema anche nostro: noi viviamo l’appartenenza, lo stare, l’essere dalla parte di qualcuno, come una cosa bella, ma un po’ rozza. Il problema è che noi abbiamo la capacità a tenere insieme “giustizia e misericordia”, il generale e il particolare, cioè tutto ciò che è universale, comunicabile, spiegabile, insegnabile, generalizzato e tutto ciò che è nostro, che sentiamo, capiamo o ci brucia sulla pelle. Il problema è attualissimo ed è il problema centrale rispetto alla fede, questo “di più” che la vita è (o può essere), un “di più” di giustizia o un “di più” per me. E’ un “di più” generico o è un “di più” che mi riguarda, che io vorrei?

In termini moderni, l’antinomia è: razionalità ed emozione. Il problema che i padri hanno di fronte è rispetto a questo “di più”, a questo altro della vita che non si vede, il Dio che non si vede, è un “di più” razionale o emotivo?

Loro usano il nome dei greci che è concettuale (Dio) e il nome che Gesù dà (quando pregate dite…), un solo Dio Padre. Questo, sia in termini teologici, che concettuali, è un piccolo capolavoro: credo in un solo Dio il cui nome è Padre, che in una storia razionale che ha un nome di emozione, che è la stessa storia, non sono due pezzi. Il tema in questo orizzonte offerto dal Credo è che noi diciamo di credere che c’è una sola realtà che è razionale, ed ha un nome di sentimento, di emozione.

* In più i Padri dicono una novità, un aggettivo: onnipotente, che significa il passaggio dal concetto all’atto; cioè non solo questa cosa esiste (c’è da qualche parte un posto, un paradiso in cui finalmente ragione e cuore potranno smettere di litigare) ma che questa Realtà è onnipotente, ha una relazione a noi che sta in termini del potere, cioè che può e che rende possibile (il termine greco onnipotente vuole dire: che può e che rende possibile). Quello che i padri dicono in questo primo articolo è: c’è una realtà, un di più, un oltre della storia che ha un nome personale, che ha una relazione, e c’è una realtà, un oltre che riguarda tutti, ma ha un nome personale e questa realtà ha potere rispetto alla storia, dunque è Signore.

Che cosa può e che cosa rende possibile? Questa è la grande domanda a cui il credo non risponde proprio perché è una domanda e non un bucato. Che cosa può e che cosa rende possibile lo può sapere solo chi dice “credo IN”. Se è credente, può e deve fare continuamente discernimento nella sua vita, di che cosa Dio può e come lo rende possibile. Gli stessi Padri che hanno scritto il credo dicono che satana esiste ed è potente, non onnipotente; anche satana ha una relazione con la storia, ma non è l’altro Dio, è la scimmia di Dio; non ci sono due principi, ragione ed emozione stanno tutti e due sotto il segno di Dio che ha una relazione con la storia, ma questa relazione è onnipotente. Dio può tutto e tutto rende possibile, mentre c’è un altro principio che agisce, che può essere un mistero negativo, che è potente, può alcune cose, non le può tutte, ma c’è anche da chiedere: che cosa io, nella mia vita, rendo possibile a Dio, quale spazio do al potere di Dio nella mia esistenza?

* Altre osservazioni su che cosa vuole dire Padre. Finché uno dice Dio (il nome corretto, razionale) ce la fa ad essere pulito, ma nel momento in cui deve dare un nome emozionale, personale, incarnato, nessun nome personale è per noi non carico, non portatore di dati negativi e di dati positivi. Perché proprio Padre? Tutte le spiegazioni antropologiche sono assolutamente vere; ai Padri del concilio è venuto certamente in mente Padre per via della società patriarcale, dunque l’immagine del potere, dell’autorità, coercizione, superiorità, decisione; se il credo fosse scritto oggi, probabilmente non si sceglierebbe questa parola perché veramente oggi rischia di creare più dubbi di quanti risolva. Se Dio è uno ed è Padre, c’è metà del mondo tagliato fuori. Se il problema è l’unicità, mettere insieme le due metà, chiamarlo con un nome così collocato su una differenza, come per noi è oggi la differenza paterna-materna, uomo-donna, è per noi culturalmente un tema in cui l’unità si spacca. E’ vero che per noi oggi è molto difficile tenere insieme la metà maschile e la metà femminile di ciascuno di noi, indipendentemente dal fatto di essere maschio o femmina; il discorso è che per noi è questo un tema culturalmente rilevante rispetto alla differenza, nell’esperienza di ciascuno. Ognuno di noi sa che ha dentro di se una componente maschile in senso culturale, di animus, produttività, immagine pubblica, rilevanza storica, permanenza, di eternità e poi ha un’anima, una versione femminile che sarebbe l’accoglienza, la ricettività, il privato, il sentimento, la tenerezza, l’emozione. E’ molto probabile che per noi oggi quello che volevano dire i Padri conciliari dicendo Padre, era Madre; loro volevano dire che accanto al Dio regolatore, ordinatore, c’era un Dio che aveva un nome personale, caldo.

Su questo tema c’è dunque un problema di traduzione culturale, di comprensione. C’è anche un altro problema molto serio, che questa immagine di Dio-padre abbia veicolato per esempio, con la trasformazione del ruolo paterno, il moralismo, l’autoritarismo, l’idea di un dio giudice, lontano, un dio che dà le regole. In nessuna parte si trova questa funzione regolativa di Dio nella Scrittura in modo originario; questa è un’acquisizione attaccata all’idea di Dio da quando il ruolo paterno cambia, cioè dopo il ‘600, da quando il ruolo aristocratico si trasferisce al pater familias e da lì in poi padre significa quello che dice cosa si fa e cosa no, cosa è permesso e cosa no. La questione più importante per noi è che qui padre non ha alcunché a che fare con il ruolo socio-antropologico della figura paterna, qui padre indica il NOME PROPRIO, il nome relazionale. Mentre Dio dice il nome in sé, la natura, Padre dice il nome in relazione, cioè quanto a me. E’ esattamente il corrispondente di Esodo 3, IHWH, quando Dio dice a Mosè il suo nome proprio subito prima di annunciare la liberazione dall’Egitto; è esattamente padre onnipotente, un nome proprio e un’azione potente sulla storia.

* Inoltre: Padre di Gesù Cristo, questa è la grande novità. E’ detto Padre in relazione a Gesù Cristo e, per analogia, a noi, e non viceversa. Non è che Dio è padre nostro è dunque anche di Gesù che si è fatto uomo, ma è il Dio Padre di Gesù che, in quanto noi siamo nel figlio figli, diventa anche nostro padre (se uno sta in una logica di cristianesimo, allora Dio è padre, perché è padre di Gesù Cristo; se non sta in questa logica Dio non è Padre, Dio è Dio; è un’altra cosa). La relazione tra creatura e creatore è un altro tipo di relazione. Il nome personale, che viene unito al nome concettuale, è l’Evangelo, la notizia in Gesù Cristo, a causa di Gesù Cristo, non per altri motivi. Non ci è dato per natura che Dio ci sia padre; ammesso che uno pensi in un ordine naturale come ad un’entità superiore, Dio ci è dato come creatore, superiore a noi, più di noi. In Cristo assume il nome personale di Padre e allora posso dire “credo in un solo Dio”.

Questo è un discorso di confine (non è possibile prendere il patrimonio cristiano, svuotarlo culturalmente, farlo diventare un patrimonio generico e così a quel punto i cristiani non hanno più senso, ma non hanno più senso neppure i laici, gli atei. Uno che ateo è, se poi si prende tutta una serie di diritti, che vengono da un’altra posizione che non è sua). I confini non sono tanto della Chiesa o del cristianesimo, quanto dal tipo di relazione con Dio che ci viene rivelato Padre in Gesù. (Il fatto che le emozioni, la parte sregolata e viva della nostra esistenza, abbia legittimità di essere una sola con tutta l’altra parte, nobile, saggia, della nostra esistenza, non ci attiene per cultura, ci attiene in Gesù). Un credente può permettersi il lusso di essere sregolato, perché ha una redenzione nel nome personale. Credi firmiter et pecca fortiter. Immagine: l’evoluzione della musica dal gregoriano alla polifonia, ha dimostrato che il problema era avere un canto firmus, un tema musicale solido che armonicamente tenesse, quanto più il tema tiene, tante più variazioni sono possibili. Es. Mozart. Arriva sempre un quarto di tono prima della stonatura ad un filo di una nota di troppo, perché il suo tema è armonicamente molto solido; se il tema non è solido, la minima variazione è una stonatura. I cristiani dicono di loro stessi attraverso il credo, che, poiché in Gesù Cristo la relazione paterna è stabilita in modo definitivo, tutte le variazioni possibili possono essere rette, se il tuo canto fermo, la relazione paterna, il nome personale di Dio, è stabilito. Il raggio delle cavolate, delle strade interrotte, perse, è grande.

* Questo sarebbe il principio per cui i cristiani si possono confessare. Se non si banalizza sull’affermazione “facciamo ciò che ci pare, tanto poi ci si confessa”, perché la preoccupazione di Gesù è di aver lasciato alla Chiesa la possibilità radicale del perdono. La Chiesa ha sempre insegnato che ci sono alcuni peccati, pochissimi e gravissimi, che sono imperdonabili dalla Chiesa (i peccati contro lo Spirito Santo), ma non si sa cosa succede oltre la Chiesa.

Anche il limite ultimo delle cose più gravi, es.: l’abiura in odio della fede, è considerato un peccato imperdonabile dalla Chiesa, ma non da Dio; il senso è: quanto più la relazione è solida, tutto può essere ricompreso, qualsiasi variazione possibile, ma se la relazione non è personale, allora il rischio di stonare, sta nelle cose stesse ed il limite che noi reggiamo del nostro errore, ed è molto basso. Le paternità umane si pensano per analogia a Dio e non viceversa, non è Dio Padre che è analogo alla nostra esperienza paterna, ma è che per un credente uno dovrebbe avere un’esperienza di paternità o di figliolanza in modo analogo a ciò che sappiamo di Dio,.Creatore del cielo e della terra.

* Il problema qui non è un’affermazione di ordine scientifico-storico, di come è andata, qui si dice, continuando, un solo Dio, padre onnipotente, oltre che onnipotente, l’altro suo attributo, è creatore e si specifica questo aspetto perché la relazione non è allo spazio, ma al tempo, è l’altra dimensione; creatore ha il senso dell’origine, della evoluzione e della continuazione. Il problema è che questo Dio, che è uno solo nella sua dimensione concettuale e in quella relazionale, ha altrettanta unicità nello spazio e nel tempo (poeticamente è la nostra memoria, il nostro presente e il nostro futuro; esistenzialmente è quello di cui uno dice: da ragazzo mi sono innamorato e il mio amore ha una continuità, una durata, una permanenza); non è semplicemente una compagnia paritetica, ma è un sostegno, ciò che reggeva all’inizio ha messo in moto il tempo, regge ogni minuto del tempo, reggerà tutto il futuro possibile. L’onnipotenza è il Dio che può e che rende possibile “in largo”; il creatore del cielo e della terra è il Dio che può rendere e che rende permanenti il cielo e la terra. Questo è bellissimo, ci dice che ciò che ci portiamo dietro, spesso come qualcosa di molto pesante da sopportare, il nostro passato, le nostre domande sui nostri sbagli, sta tutto messo in moto da Dio, perché certo sono io che ho fatto una stupidaggine, ma se permane, sta dalla parte che, in qualche modo misterioso, sta comunque nella mano di Dio; questo non vuole dire che è giusto, se no sarebbe di nuovo pensare al padre regolativo, ma non sta fuori dalla sua mano; dunque io posso fare tutte le variazioni, costruire, cambiare la mia storia, riscrivere il mio presente, ho energia perché niente è per me una maledizione definitiva, da una parte, dall’altra anche il mio futuro, dunque l’esito della mia fatica di riorganizzazione, resta retto dalla mano di Dio. Dunque nulla di male mi potrà mai accadere, nel senso letterale.

“Sarò con voi fino alla fine dei giorni, non vi abbandonerò”. Rimanendo in questa relazione, Dio creatore potente tiene in mano tutto ciò che mi accadrà. Dunque posso veramente, con una libertà infinita, costruire le cose, la storia, le scelte, sapendo che tutto coopera al bene di coloro che credono.

* E gli altri? Qui stiamo parlando di una assunzione cosciente di questo tipo di relazione: credere comporta un atto soggettivo. Il problema è che cosa ci fa ognuno di noi con il cristianesimo. Gli altri saranno riassunti nell’amore di Dio, questo è certo, sta scritto nella Bibbia. Tutti saranno tutto in Gesù Cristo resi al Padre. Alla fine, misteriosamente, si saprà che Dio piglia tutti in braccio, questo è certo, è nella rivelazione. Come gli altri ci arrivano sono cavoli loro, staranno in un altro tipo di relazione che io per il momento non capisco, è una delle cose su cui chiederò chiarimenti. Mi pare che dietro questa preoccupazione ci stia una questione, molto comune, tipica del modo di vivere il cristianesimo contemporaneo: la domanda è sull’altro, che sarebbe inconsciamente la versione uguale-contraria, quindi rovesciata, ma assolutamente uguale, del fatto per cui nel ‘500 i conquistatori battezzavano la gente a forza.

Se una cosa fondamentale il cristianesimo insegna, è che c’è un unico problema serio, io! Non ce ne è un altro. Questo non è l’autorizzazione all’egoismo, è che, quanto alla relazione con Dio, l’unico problema serio è che io mi metta nel posto giusto rispetto a lui, quanto a me e al mio percorso. Tutto il resto sono problemi di ognuno e di Dio. Se io mi metto nella posizione giusta quanto a Dio, quello che succede intorno a me, per esempio la qualità delle mie relazioni con gli altri, cambia, ma non perché mi metto a cambiare la mia relazione, cambia perché cambia di fatto. Non ho conosciuto nessuno che fosse un po’ santo che trattasse gli altri male, ma ho conosciuto tanti credenti progressisti, che trattavano la gente da schifo. Abbiamo ancora troppo questa preoccupazione: pensiamo per noi in termini di peccato e per gli altri pensiamo mettendoci al posto loro. Noi non siamo al posto degli altri: noi possiamo solo porci il problema di noi stessi quanto a questi temi (è come quando uno non sa stare in una relazione e l’unica domanda che sa porsi è se l’altro ne soffra o non ne soffra, ma il problema è lui perché comunque se uno non sa stare in una relazione, fa stare l’altro da schifo). Se io so di me, so dove sono e percorro il mio desiderio e la mia posizione nella mia massima pienezza possibile, rispetto all’esperienza che ho di questa unificazione tra le parti di me, che viene enunciata come un evangelo, posso stare tranquillo che questa cosa cambia il mondo.

Tutta la Scrittura insegna che l’unica questione interessante, che cambia il mondo, è che il cuore dell’uomo si converta, il che non vuole dire che non bisogna trafficare le cose, fare politica, ecc. Su un piano profondo, l’unica questione siamo noi, ognuno ha se stesso, non c’è un’altra questione vera. Ognuno di noi ha esperienza che se una cosa interessa, non ci sono problemi, qualsiasi ora, giorno o luogo va bene, il problema è se uno ci tiene o no. Funziona così la sostanza della vita per qualsiasi situazione.

* Tutte le volte che non abbiamo capito esattamente dove stavamo noi, abbiamo fatto stupidaggini; tutte le volte che abbiamo sfalsato il nostro rapporto con Dio, per esempio attribuendo al nostro cristianesimo un valore di privilegio, abbiamo fatto fesserie, ma perché non sapevamo di noi, non perché sbagliavamo sugli altri. Tutto il credo non dice nulla su di noi, tranne che aspettiamo. La nostra relazione con Dio sta, dalla parte della pienezza, soltanto dalla parte di Dio, non dice del nostro privilegio, della nostra verità, delle nostre risposte. Dice: Dio è Onnipotente, non io; Dio è creatore, non io. Dio, il totalmente altro, è onnipotente; per deduzione, se il totalmente altro è onnipotente, forse io non sono onnipotente.

E poi, di tutte le cose visibili e invisibili.

Quali sono le cose invisibili? Quelle che non sappiamo, non vediamo (nei rapporti grossi con le persone, ci si accorge tanti anni dopo, che alcune cose delle altre persone, non le avevamo viste, perché la nostra anima era troppo piccola), c’è tutta una serie di cose che noi non vediamo perché non potremmo sopportarle; Dio è creatore di tutte queste cose: visibili e invisibili. Il che dice che anche le cose invisibili ci sono ed è un buon dato di realtà, cioè non esiste solo ciò che io vedo. Ci viene ricordato, come una cosa che sta dalla parte di Dio, che noi non vediamo tutto, non solo, ma che non tutto è visibile, non tutto è adatto ai nostri occhi, non tutto è alla nostra portata eppure esiste.

Ognuno di noi ha stanze della propria casa interiore che per molti anni non ha ancora visitato; sapere che sono creazioni di Dio e stavano nelle sue mani, anche quando non le visitavamo, fa un gran bene, perché questi pezzi della nostra anima non sono perduti, hanno una loro realtà e Dio ci ha benedetti e retti per tutto il tempo in cui noi non li abbiamo retti noi. Li ha tenuti in mano aspettando che noi ci svegliassimo, e dunque li possiamo ritrovare, non c’è nulla di noi che va perduto, non è mai troppo tardi per riprenderci i pezzi di noi. E questo è per noi una gran buona notizia, un grande Evangelo.

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