Qualche testo…

Gruppo del venerdì
Maggio 1996

La distanza come luogo della relazione

“L’aria, ciò che ci avvicina e che ci separa. Ciò che ci unisce e dispone tra noi uno spazio per noi. Ciò in cui ci amiamo, ma che appartiene anche alla terra. Ciò che talvolta condividiamo attraverso alcune parole ispirate. Ma se gli alberi non possono sentirle, queste parole non sono forse un rischio di morte? L’aria, questo luogo in cui abitare, in cui coltivare fiori e angeli. In cui aspettarsi, nella vita, fuori o dentro, in cui respirare e contemplare ciò che ci unisce e ci divide, ciò che ci collega all’universo e rende possibile la nostra solitudine come i nostri scambi. Materia universale del vivente. La più necessaria, la più spirituale. Da cui siamo nati, e che talvolta generiamo. Elemento della nostra incarnazione e della nostra immortalità. Del nostro passaggio dal più vicino al più lontano, della nostra propria identità e della nostra intesa. L’aria, futuro e ritorno nei quali diveniamo senza poterci mai fermare, o così poco. L’aria, ciò che ci dà forme dal di dentro e dal di fuori, e ciò in cui posso darti forme, se le parole che ti rivolgo ti sono realmente destinate e sono ancora l’opera della mia carne…..L’amore rimane divenendo, attira mantenendo la distanza, permette il rispetto e la contemplazione. E’ come un sole che illumina in noi e tra noi. Appare talvolta in un gesto, un sorriso, una voce, una parola, segni di una presenza che si avvicina allontanandosi.

Indubbiamente ci siamo accostati, forse ci siamo incontrati. Il tuo ritiro manifesta la mia esistenza, e anche il mio raccoglimento ti è dedicato. Possa la loro intenzione essere riconosciuta da noi come un cammino che porta indirettamente a noi.”.

(L. IRIGARAY, Amo a te. Verso una felicità nella storia ,

Bollati Boringhieri, Torino 1993, pp. 154 e 156).


Un metodo: lievi e indiretti

“In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.

L’unico eroe capace di tagliare la testa alla Medusa è Perseo, che vola con i sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone, ma solo alla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo….. si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in una immagine catturata da uno specchio.”.

(I. CALVINO, Lezioni americane , Garzanti, Milano, 1988, p. 6).


Vite come lettere senza destinatario

“Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo.

Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle

– Ti aspettavo

Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni – i giorni, gli istanti – che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo

– Tu sei matto.

E per sempre lo amerà.”.

(A. BARICCO, Oceano mare , Rizzoli, Milano, 1993, p. 22).


Un sogno?

“So che non siamo ancora liberi, né uomini, né donne. Non ci parliamo da pari a pari. Ma io immagino (sogno)questo: di stare di fronte ad un uomo che perda di fronte a me la sua tracotanza e si renda conto con me di non sapere nulla, e questa conoscenza gli strozzerà in gola la voce…. A me no; io ho sempre parlato con il dubbio in gola.

Gli uomini che come madri e amanti cresceremo, li prepareremo per questa prova, perché vogliamo con loro vivere in forme aperte e alleate. Ci incontreremo senza appartenerci, ci avvicineremo senza strangolarci in legami troppo stretti; accetteremo l’uno dall’altro l’ombra di sconosciuto che ci avvolge. Staremo nell’estraneità reciproca ammirando che l’altro possa fare cose diverse da noi, dire cose che non capiamo e tuttavia ci appartengono. Saremo noi gli Ultimi Mohicani dell’amore? Noi, le ultime donne?

Non so chi sono, né voglio saperlo, soprattutto non voglio averne notizia da un altro. L’altro, se vorrò trovarlo, lo cercherò al centro del mio proprio cuore. Nella realtà del cuore umano (“non meno reale”, insegna Simone Weil, “della traiettoria di un astro”) so che potrò trovare la giustizia: incancellabile.

(N. FUSINI, Uomini e donne. Una fratellanza inquieta ,

Donzelli, Roma, 1996, pp. 88-89).


La vita è tutto quello che abbiamo

“- Voi siete molto buono, Venafro.

Venafro sorrise in silenzio, poi disse:

– Non so neppure cos’è la bontà. Sto con voi perché mi fa piacere. La vostra presenza mi rende ora lieto ora triste, qualche volta mi fa soffrire molto. Ma sempre mi tiene vivo, mi fa godere di più della gioia, rende più acuti i miei occhi e più sensibili le mie orecchie; la mia mente è più desta, e se mai occorresse, avrei più coraggio. Senza di voi, forse non soffrirei, ma vivrei di meno. E la vita è tutto quello che abbiamo.”.

(L. MANCINELLI, I dodici abati di Challant , Einaudi, Torino, 1981, p. 139).

Un mondo visitato:
commento al testo

* Questo capitolo, di cui esaminiamo l’inizio, è sul tema dell’incarnazione, ed è già assai significativo il suo titolo: un mondo visitato. L’idea di fondo è che ciò che noi sappiamo circa l’incarnazione, quel movimento del salire e scendere di cui abbiamo parlato e che è l’evento centrale del cristianesimo, non è solo una affermazione su Dio, come siamo abituati a pensare: Gesù, vero Dio e vero uomo, si è incarnato, che è il modo in cui anche il credo dice; in questo testo si prova a rileggere partendo dal mondo, cosa succede al mondo, alla globalità della storia, non solo a noi come persone singole, cosa accade se il nostro Dio è un Dio così.

Già il titolo, dunque, dice la grande differenza tra il cristianesimo e le altre grandi religioni monoteiste, perché l’idea di un mondo visitato è l’idea di un mondo in cui c’è un passaggio (visitare è arrivare e andarsene), quindi l’idea di una entità relativamente autonoma, in qualche modo, rispetto a Dio, mentre spesso nelle religioni, ad esempio quelle orientali, la realtà, il mondo, è cosa di cui spogliarsi, da lasciare cadere, illusione, karma da pagare.

L’oggetto centrale del cristianesimo è invece il mondo come destinatario di una visita, e questo ha grandi conseguenze. Ne vediamo alcune.

Se il mondo è visitato, vuol dire che ha una consistenza in sè, e, dunque, consente l’ateismo e si può negare Dio (e l’ateismo storico, infatti, nasce solo in paesi a matrice culturale cristiana): solo in una realtà che ha la sua consistenza propria la fede è un dubbio e non una risposta, si può concepire uno spazio dove, di fronte a questo dubbio, ci si tenga solo la propria consistenza, senza chiedersi altro.

Se il mondo è visitato, allora la vita è sì una cosa da vivere, e non solo da cui spogliarsi, o da guardare, attraverso cui passare o una palestra di miglioramento, ma, nello stesso tempo e proprio per quello, non si può identificare come un problema religioso la questione del senso della vita e dell’autorealizzazione: essi hanno una loro propria e autonoma consistenza e riguarda chi crede come chi non crede; è sull’influenza orientale che oggi si tende a individuare come identico il tema dello stare bene, dell’avere un senso nella vita, con la questione morale e in particolare con la dimensione morale.

1. Dio in visita tra i suoi.

“Come ho riconosciuto a partire da un Dio unico un mondo molteplice, così bisogna, a partire dal Dio trinitario, riconoscere un mondo visitato”.

Questo inizio è molto bello, perché il primo movimento, quello di discesa, è che da un Dio unico, matrice di tutta la creazione, unica realtà, unico desiderio, unico sogno, questa autonomia del mondo consente un mondo molteplice. C’è una possibilità di essere tanti, belli, diversi, di tanti colori, ma, allo stesso modo, il movimento di ascesa dice che, a partire da un Dio trinitario, non solo unico ma tre, (I articolo del credo, Dio identità, parola e comunicazione), bisogna riconoscere un mondo visitato. Infatti, se la logica è “identità, parola, comunicazione-ricezione”, cioè la Trinità come movimento comunicativo, allora la necessità è quella di una visita, nel senso comune di andare a trovare un altro, del dire la parola a qualcuno.

“Uso il termine visitato nel senso del Vangelo di Giovanni”.

Questa citazione è proprio per dire l’inserimento nel discorso trinitario già affrontato. Pensiamo la Trinità come un atto di comunicazione, il Pare è l’identità, il Verbo è la Parola, lo Spirito è il garante della ricezione, e non c’è sfasamento comunicativo perché c’è perfetta comunione nella Trinità, tre persone, tutte Dio allo stesso modo. L’identità di Dio, la sua comunicazione e la ricezione sono perfettamente identiche; Il Verbo è parlato e manda lo Spirito per poter essere ascoltato.

“Dio è in visita nel mondo”.

Questo termine di “visita” vale sia per l’incarnazione, che per il dono dello Spirito.

“Il pensiero trinitario di Dio è un pensiero di visitazione, che esclude sia il pensiero della trascendenza nella sua immobile distanza e ritiro, sia il pensiero della trascendenza nella sua fusione e confusione”.

Questo è proprio il cuore del cristianesimo; l’idea della visita dice benissimo che il Dio cristiano non è totalmente trascendente, altrove, motore immobile di Aristotele, ma non è neppure totalmente immanente: Gesù uomo come noi, l’unico fuso e inconfuso; è in visita, mantiene una componente di trascendenza nell’immanenza.

“Dio stesso è in visita presso i suoi. Con questo termine di visita dobbiamo intendere e l’effettività di una venuta e il senso di una partenza, che non è assenza, bensì fiducia”.

Siamo abituati a pensare l’incarnazione come il fatto che Dio è venuto (Natale) e non pensiamo mai che significa anche che Dio è partito e tutte le domeniche diciamo nella Messa “nell’attesa della tua venuta”, il che significa che è partito, non c’è.

2. L’avvento di Dio: Incarnazione e Pentecoste.

“La visita è innanzi tutto evento e avvento in mezzo al mondo. Per questo essa conosce un tempo e un luogo”.

Questa parte analizza prima il venire e poi il partire di Dio. Questo può apparire banale o scontato, ma in realtà è decisivo, nel senso che la determinazione storica, la particolarità storica, vuol dire che Dio esce dalla sua totalità, dalla sua universalità: il Dio eterno, onnipotente, onnisciente diventa un particolare, e ci sarebbe da riflettere su quali conseguenze ha questo nel pensare il rapporto tra universale e particolare. L’incarnazione dà un criterio precisissimo in questo rapporto tra particolare e universale, sia come criterio teologico, sia come criterio ecclesiologico. Praticamente quello che l’incarnazione dice è che l’unico accesso che, nella storia, abbiamo all’universale è il particolare, l’unico modo che abbiamo di avere un contatto con il Dio onnipotente o con la Chiesa universale è il Cristo particolare, storico, o la chiesa locale. Ma dice anche che tutti gli incontri con il particolare che non conducono all’universale sono falsi. Questo ha, ad esempio, enormi conseguenze in campo etico, su temi politici o economici. Il cristianesimo storico moderno ha, normalmente, una buona capacità nella prima metà del ragionamento (l’universale si incontra nel particolare) con la popolarità delle chiese territorialmente diffuse, l’esaltazione della morale delle piccole opere; ma ha almeno in parte dimenticato la seconda metà, e cioè che il particolare deve essere trasparente di universale.

“La visita di Dio nel mondo prende data e corpo. Essa non è né una illuminazione puramente interiore, né una permanenza ormai acquisita”.

Anche questa riflessione è assai densa di conseguenze: nei fatti il cristianesimo viene per lo più vissuto come l’esperienza di un puro dato interiore. Ormai per noi spesso il cristianesimo è un dato del privato, una sorta di senso interiore che io do alle cose e ciò che si vede all’esterno (ad esempio la carità) è una specie di anonima conseguenza che io traggo di un processo privato, centrato sulla correttezza e sulla giustizia. E questo finisce per avere, come conseguenza non voluta, l’impossibilità di comunicare, sia tra credenti che verso l’esterno, perché tutto è soggettivo (!!??!!).

Si rischia di vivere come con uno scisma in atto, perché moltissimi di noi non possiedono più categorie oggettive su cui l’esperienza di fede che si fa sia comunicabile. E’ pur vero che le categorie oggettive, così come sono state linguisticamente e contenutisticamente mediate nell’ottocento e come sono arrivate a noi, sono assolutamente insufficienti per la nostra esperienza di fede; dove, ad esempio, la mediazione oggettiva è diventata il rosario, la devozione, un certo bigottismo comportamentale, per noi essa è irriconoscibile come dato di oggettività; ma, l’aver rinunciato a qualsiasi possibilità di mediazione di categorie oggettive che consentano di poter ancora parlare della fede è un disastro. Per esempio, questo trasforma la spiritualità nel culto del privato e fa diventare la domanda di religiosità richiesta di significato soggettivo e selettivo per bisogni non mediati.

“E’ una presenza circoscritta, la cui unicità corrisponde a quella stessa di Dio e la cui circoscrizione trova eco sia nel ruolo unico dei testimoni apostolici che nel canone chiuso delle Scritture, conveniente anch’esso alla densità di questa visita”.

Si dice che la Rivelazione è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo, e che i vescovi sono successori “agli” apostoli, non “degli” apostoli, perché il ruolo fondante degli apostoli come testimoni della risurrezione è unico e irripetibile e vescovi e papa succedono ad essi per la continuità della funzione non per la sostituzione del significato (neppure il papa può cambiare la Scrittura!). Questa dottrina è strumentale per indicare l’unicità assoluta del dato storico, di questa visita di Dio rispetto al cristianesimo, che è corrispondente all’unicità di Dio. Se Dio è un solo Dio, allora c’è un particolare preciso, per i cristiani, un dato storico, che è la sua visita nel mondo.

“Dio viene ed avviene. La sua visita ha la libertà del suo volere come sola motivazione. E’ questo il senso del Vangelo che è “buona notizia”, nella misura in cui è, insieme, buono come la venuta di Dio nel nostro mondo, e nuovo come la sorpresa del suo intervento”.

Questa spiegazione dell’espressione “buona notizia” è densissima. E’ buona perché la venuta di Dio nel mondo è buona, è benevolente, non giudicante, ed è notizia nel senso che è nuova, perché è la sorprendente novità. La visita di Dio ai suoi è comunque sempre esperienza di fretta, urgenza, inatteso accadimento.

“C’è presenza e incontro perché Dio porta al suo compimento l’annuncio delle sue profezie nella realizzazione della sua incarnazione per mezzo del Figlio e della sua effusione per mezzo dello Spirito. E’ per questo che il Nuovo Testamento moltiplica, nel tempo di mezzo, l’annuncio della venuta degli ultimi tempi”.

Il Nuovo Testamento, tra l’ascensione di Gesù e il racconto dell’Apocalisse, nel tempo di mezzo, è pieno di annunci della fina dei tempi.

“Il messianismo non è più soltanto categoria di attesa, continuamente riportata e rinnovata, bensì dichiarazione di presenza e compimento. …… La visitazione di Dio, negli ultimi tempi, nel tempo di mezzo, è l’evento centrale mediante il quale Dio stesso, unico e trinitario, attesta che prende in mano la causa dell’uomo per l’uomo. Così la ri-creazione del mondo mediante la riconciliazione afferma e realizza il disegno di Dio con il mondo e per il mondo”.

Il contenuto di questa visita è che Dio si mette dalla parte dell’uomo, prende in mano la causa dell’uomo per l’uomo e ri-crea. Il Vangelo di Giovanni è chiarissimo, usa tutti i paralleli della creazione: in Cristo, nuovo Adamo, Dio fa una nuova creazione con il mondo e per il mondo, e questa è l’opera messianica.

“Il Dio vivente si rende presente all’uomo vivificato. La trascendenza di Dio in rapporto al mondo si trova confermata dalla presenza di Dio in questo mondo. L’essenza di Dio, la sua ousia , è la sua venuta, la sua parousia “.

L’ousia, l’essenza, di Dio (della stessa sostanza del Padre), è lo stesso radicale di parousia. Questo è il movimento discendente.

3. La partenza di Dio: uno spazio per la risposta

“Ma visitare, che dice presenza, dice anche partenza. …… Si potrebbe pensare che questa nozione di partenza non riguardi che il Figlio, risalito presso Dio, sparito di tra gli uomini il giorno dell’Ascensione, e non lo Spirito, che rimarrebbe ormai permanentemente in seno all’umanità. Ma sarebbe dimenticare che lo Spirito passa, anche lui visitando, che egli è soffio e vento, non deposito né garanzia.

Rimane quindi da capire perché il Dio, unico e trinitario, è solo in visita nel mondo. Se solo Dio salva, come solo Dio crea, Dio non è solo”.

Dio crea lo spazio per la libera risposta. Tutto ciò è densissimo di conseguenze. Se il concetto è quello di visita, il tema di arrivo e quello della partenza vanno presi insieme.

L’arrivo è a imbuto: il Dio grande, eterno, immenso, universale, si incarna in un particolare storico preciso e questo dice di un metodo; dice che il problema del cristiano è abitare questo percorso che da una parte ha un imbocco strettissimo ed è ogni particolare, ogni singola cosa, la più banale, la più concreta, la più storicamente contingente che vive, ma dall’altra ha l’eternità, l’infinito, la totalità, l’interesse e il bene di tutti, ciò che non passa. Il problema del cristianesimo è questo continuo viaggiare dal particolare all’universale e viceversa.

Questa visita, poi, è una buona notizia, non solo perché Dio è buono in sè, ma perché viene a visitare con buone intenzioni, è benevolente, non come il padrone di casa che viene a riscuotere l’affitto, ma come l’amico i visita, perché vuole stare con.

E’ buona perché è una visita benevolente ed è notizia perché è nuova, perché è una cosa che non sapevamo prima, perché è perennemente l’inatteso, l’imprevedibile, il non calcolabile.

La buona notizia dell’Evangelo è che, in modo benevolente, la vita è più grande di noi, in modo benevolente, c’è sempre una risorsa in più, un tempo in più, una novità in più e noi non siamo tutti e solo lì dove abbiamo coscienza di essere.

E’ un modo sconvolgente di leggere il cristianesimo e ne è il centro. Questo è il senso di un Messia, Dio viene in modo benedicente prendendo in mano la causa dell’uomo per l’uomo, dandoci una vita in più, ciò che non possiamo darci da soli, perché c’è una salvezza che non possiamo darci da noi, e questo è ri-creazione. Non possiamo creare noi stessi, la nostra vita: questa visita benedicente ci porta in dono l’inatteso di noi stessi e ci mette in mano la creazione possibile, la nuova plasmazione. Nella creazione Dio soffia lo spirito sul fango, dopo la venuta di Gesù manda lo spirito ed è esattamente lo stesso gesto.

Poi c’è il secondo movimento: la partenza. E’ chiaro che una visita comporta un addio e questo tende ad essere da noi sottovalutato; non riguarda solo il Figlio, ma anche lo Spirito: è la totalità di Dio che si era fatto particolare e torna nell’universale, che in un qualche modo arretra. Questo arretramento è la creazione dello spazio per la responsabilità e la libertà, fa della rivelazione una rivelazione, cioè un velare due volte, non uno svelare. Mostra in un particolare L’universale e lo mostra in modo nascosto, al punto che gli stessi contemporanei di Gesù possono domandarsi “Chi è costui?”. La partenza è lo spazio per cui noi possiamo dire “Chi è costui, cosa è questa notizia, quale è la causa che io voglio combattere per la mia stessa vita?”. Se Dio non partisse non potremmo chiederci quale è a causa per cui voglio combattere, perché se Lui è qui, è la manifestazione totale e la causa è la sua. Lui invece si ritira perché possiamo chiederci se la causa che vogliamo combattere per noi stessi è quella stessa che Dio ha preso in mano per noi oppure no. Ci lascia da chiederci quali sono i nostri desideri e come facciamo ad occuparcene, ognuno deve porsi per sè la questione su quale è la sua causa.

Lo spirito, che è libertà, deve andarsene: è un tema assai complicato per questo nostro secolo, la separazione: cosa è una separazione feconda, redentiva, non vissuta come un insulto? Questo è un tema veramente profetico che il cristianesimo avrebbe da offrire a questa cultura, che ha inventato la psicoanalisi per poter sopportare le separazioni.

Ogni differenza, ogni distanza è vissuta oggi come un furto, un giudizio, un insulto alla mia integrità, e dunque facciamo un grande difficoltà a vivere la differenza. Nella migliore delle ipotesi ci riesce di tollerare la differenza; il problema è che il cristianesimo insegna che la separazione è L’unico percorso redentivo possibile nella storia, che non c’è altro modo per essere sè se non separandosi. E questo non è un dramma, una maledizione, ma la salvezza..

Nel testo che stiamo commentando ci sono tre verbi centrali: solo Dio salva , solo Dio crea , ma Dio non è solo . Infatti è la Trinità, e c’è una differenza tra L’essere il solo che fa una cosa, ed essere solo. Capiamo questa cosa pensando alla differenza che c’è, nella nostra esperienza, tra essere soli e sentirsi soli, e sappiamo che è possibile sentirci soli pur non essendo oggettivamente soli. Dio solo salva e crea, m Dio non è solo: è difficile per noi tenere insieme queste due cose, se crediamo che solo lui può, allora lo pensiamo solo, se lo pensiamo non solo allora ci sentiamo in grado anche noi di salvare e creare.

Usando L’esempio del rapporto amoroso, sappiamo che c’è sempre una crisi in un amore nel trovare la misura tra L’essere in due, vivere in due, e insieme essere posti dall’esistenza di fronte a cose che si possono e devono fare unicamente da soli (ad esempio una psicoanalisi).

“Dio non esiste in concorrenza, bensì in corrispondenza con L’uomo. La partenza di Dio fa posto alla libertà della risposta dell’uomo a quanto Dio dona. La partenza della presenza crea lo spazio della responsabilità, come il compimento della creazione crea lo spazio della storia”.

In genere, in un rapporto amoroso, quando si scopre che fare soli non è uguale ad essere soli, allora la presenza dei due, entrambi, a pieno titolo, è totale, tutti e due ci sono e sono loro due, si superano tutti gli atteggiamenti simbiotici di un rapporto in cui uno “usa” L’altro; c’è una autonomia che non nega affatto la presenza, in cui ciascuno è autonomo, ma è lì e c’è tutto. Questo significa “la partenza della presenza crea lo spazio della responsabilità come il compimento della creazione crea lo spazio della storia”.

Quando vogliamo dire che due hanno un rapporto diciamo che hanno una storia; questa è una delle meraviglie creative del linguaggio comune, perché dice assai bene che nasce una storia dove c’è una relazione, la possibilità che ci sia una storia è che ci siano due identità, due diversi, dunque separati, che hanno una relazione. Questo è verissimo tra L’uomo e Dio: Dio ha creato una storia perché nella distanza tra noi e lui ha instaurato una relazione possibile.

“La venuta della Parola e L’effusione dello Spirito creano lo spazio della vocazione e della santificazione”.

Questo testo ricupera parole molto tradizionali (ad esempio vocazione) in un ragionamento molto innovativo e entro categorie mentali molto moderne per comprendere appieno il patrimonio antico. Normalmente comprendiamo vocazione e santificazione in senso ottocentesco, devozionistico, in cui vocazione vuol dire cosa uno fa nella vita e santificazione significa diventare molto pii e un po’ noiosi.

Nel linguaggio amoroso, vocazione e santificazione significano identità autonoma e relazione pura. Identità autonoma dice certamente anche qualcosa di globale sulla vita, non solo di contingente, ma non è solo ciò che uno fa nella propria esistenza, se è chiamato alla vita religiosa o al matrimonio, ma dice invece anche tutta una quotidianità, una riappropriazione di sè che ha un percorso a volte quasi invisibile, che passa per tratti oscuri, va sotto terra e riemerge, che è complesso. La vocazione è un sistema aperto, non c’è da qualche parte scritto accanto al nome di ciascuno cosa deve fare, invece si interagisce con il reale, con quello che accade, con quello che viene fuori da noi e si ha continuamente una ridefinizione della propria individuazione di sè. Mano a mano si diventa sè, e all’inizio si poteva diventare centomila sè diversi e mano a mano, sempre più, ci si individua come uno che è lui e non è interscambiabile.

Santificazione, poi, è essere totalmente presenti alla relazione con Dio, L’esserci; non solo io, quanto a me, ho una identità autonoma, che sta in piedi da sola, ma in questa identità io ci sono dentro la relazione, con la mia totalità nella totalità di essa, anche quella non ancora manifestata, ci sto giocando il mio futuro possibile, giocando che la relazione stessa diventi uno degli elementi di ridefinizione del mio processo di individuazione futura. Non solo ci sono con la totalità di me, ma anche con la potenzialità di quello che ancora non si vede.

“Partenza non è né assenza, né oblio, né ritiro, bensì fiducia offerta, vita data, avvenire offerto”.

Partenza è, nel caso di Dio, che Dio c’è con i futuri possibili, un poeta dice che L’angelo dice di sè di essere custode del tuo passato e presente dei tuoi futuri; Dio c’è come custode del passato perché è venuto e presente di tutti i futuri possibili perché è partito.

“c’è nell’opera stessa della riconciliazione e della redenzione la restaurazione della distanza, che costituisce la libertà e permette L’amore”.

La partenza crea un termine verso dove, comporta una distanza , un’aria tra i due e L’aria è il territorio fecondo di un rapporto, L’aria divide e anche riunisce. Questa separazione è il cuore vero, pulsante, del rapporto; la redenzione è la restaurazione di questa distanza, costituisce la libertà e permette L’amore. Abbiamo vissuto come una conquista la cancellazione di ogni distanza, così ora stiamo collassando, abbiamo bisogno di aria. Ad esempio, in campo ecumenico si è a lungo parlato di ricerca dell’unità; ora si preferisce parlare di differenze riconciliate. L’obiettivo è che ognuno resti ciò che è.

“La nozione di visitazione è così appropriata per situare il faccia-a-faccia di Dio e dell’uomo, partner di Dio, di Dio e del mondo, compagno dell’uomo. …… Il pensiero trinitario contesta che il mondo sia dimenticato da Dio, nella decadenza di un’indifferenza, o nelle rivendicazione di un’autonomia. Ma esso contesta anche che il mondo sia invaso e manipolato da Dio, nell’asfissia di una dipendenza, o nella ristrettezza di un’eteronomia”.

“La condizione del mondo, molteplice e visitato, è di essere L’alleato di Dio contro i loro avversari comuni, la diffidenza e la concorrenza, che portano alla gelosia e al delitto”.

Si è detto che Dio prende in mano la causa dell’uomo per L’uomo; ora, parlando della partenza, si dice che il mondo ha come condizione di essere alleato con Dio contro i loro avversari comuni, di Dio e del mondo: la diffidenza e la concorrenza che portano alla gelosia e al delitto.

Dunque, il mondo alleato di Dio contro i nemici comuni: noi pensiamo sempre che c’è Dio da una parte, che stabilisce dei comandi, e noi, eventualmente, se stiamo dalla sua parte, abbiamo alcuni nemici che in realtà sarebbero nemici di Dio; in fondo ci sentiamo al soldo di Dio, mercenari di una guerra sua, lui ha stabilito i dieci comandamenti e a noi tocca eseguirli per poter avere poi la paga. Mentre è molto bella (e vera) L’idea che il mondo diventa alleato di Dio contro i nemici comuni. Questa è una parafrasi di Paolo il quale scrive sì L’inno alla carità e, nella stessa lettera, il catalogo dei peccati, dell’anticristo, di ciò che è contro la buona notizia.

Diffidenza e concorrenza sono la negazione della relazione. Diffidenza è vivere la distanza, la separazione, in modo non redento, come pericolosa, minacciosa, insultante, derubante; concorrenza è la sofferenza, L’annullamento della distanza in nome del potere. Esse portano alla gelosia e al delitto: da Caino e Abele in poi, quando la distanza è vissuta non come lo spazio di un amore possibile, ma come un pericolo costante. Da questo punto di vista va ridetta L’etica, la radice di ogni peccato è vivere la separazione come una minaccia, che è L’idolatria, è il pensare, il vivere una signoria di sè o delle cose, come ciò che governa la distanza, cioè il non vivere la distanza come un dato ricevuto e dunque come possibilità di libertà e di amore, ma invece come dato da gestire in cui devo difendermi, calibrare in termini di potere. Se vivo la distanza, la differenza e dunque L’autonomia dell’altro come una minaccia, poi allora in qualche modo devo difendermi: o annullo L’altro, con il delitto, o, con la gelosia, sono nella perenne invidia e nel controllo dell’altro.

“La rivelazione è pienamente e solamente una visita”.

Dio non sta dalla parte dei suoi e dei nostri nemici, dunque non vive la distanza tra lui e noi né come gelosia, né come delitto, né come distanza preoccupata, assenza, né come sopraffazione, ma come una visita, come il luogo di un incontro possibile in cui lui può venire a trovarci, in cui bussa e, se apriamo, si cenerà insieme.

“E’ così che il mondo conosce Dio in forma di Parola e di Soffio, non in forma di magia, né di simbolo. Poiché la magia chiude e il simbolo designa”.

Il luogo della visita è quello in cui si chiacchiera, il luogo in cui incontro L’altro non minaccioso, L’altro parla con me con libertà e gratuità infinita. La magia chiude con la sua ritualità per condizionare il risultato, per governare L’altro. La magia è la forma del governo dell’altro, della realtà; abbiamo molte forme di magia, per esempio la nostra incapacità di lasciare spazio al nuovo, tentando di controllare tutto, di avere tutte le garanzie possibili, forma moderna di una magia fatta non con le formule, ma con i soldi.

Il simbolo designa, perché il simbolo rimanda ad una alterità che non c’è, ad un’assenza, il simbolo evoca e non fa incontrare.

“Ma la fede visita la Parola, che illumina e nutre”.

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L'Atrio dei Gentili

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