La carità

Gruppo del venerdì
Giugno 1998

In questo incontro, a conclusione del percorso di quest’anno, affrontiamo il tema della carità a cui avevo più volte fatto riferimento dicendo che la carità cristiana non è aiutare i poveri ma farsi poveri e questa cosa aveva suscitato richieste di spiegazione.

Il punto di partenza è sempre lo stesso ed in questi anni mi sono sforzata in più modi di ripeterlo perché, secondo me, questa questione è centrale e da essa dipendono tutte le questioni particolari.

Il problema fondamentale è sempre il cambiamento che, in termini tecnici, si chiama “cambiamento di paradigma”.

Abbiamo fatto, soprattutto negli ultimi vent’anni, una serie di ragionamenti sulla fede, anche aperti, progressisti, postconciliari e così via, ma in fondo mantenendo un impianto di sottofondo, quello mai detto, che discendeva dal Concilio di Trento e poi veniva mediato con il linguaggio di Vaticano I.

La vera innovazione di Vaticano II è proprio il cambiamento di paradigma che, essendo così sostanziale, di quadro, non tanto sui singoli temi ma sulla sostanza, richiedendo un mutamento di mentalità radicatissime passate nella tradizione, nell’educazione, negli usi popolari, nel sentito dire, impiega, ovviamente, molto tempo a passare come cambiamento sostanziale. L’operazione che attualmente sta accadendo, sempre più evidentemente, è l’assunzione del linguaggio, delle parole, della vernice di Vaticano II mantenendo assolutamente fermo il quadro generale, per cui si hanno delle affermazioni che suonano benissimo, ad es. la centralità del laicato, del popolo di Dio, dentro ad un’ecclesiologia comunque pensata secondo Trento. Cosicché per alcuni la centralità del laicato, del popolo di Dio, ha certe conseguenze e per altri che, a livello di discussione sostengono la stessa cosa, ha conseguenze opposte. Questa questione è assolutamente centrale, sostanziale ed è ovvio che richiede una serie di operazioni abbastanza difficili e non solo mentali.

Anche la carità, che è una delle cose più concrete, non sta al di fuori di questo dibattito.

Tutti gli aspetti della vita cristiana si rovesciano. L’esempio classico del cambiamento di paradigma è quello della centralità della chiesa locale: oggi non c’è nessuno che neghi la centralità della chiesa locale, del vescovo e della porzione d’anime a lui sottoposte, con il piccolo problema che un conto è pensare che prima la chiesa era una “piramidona” universale in cui c’era il Papa, poi i cardinali, poi i vescovi e alla fine i battezzati e adesso, a causa della centralità della chiesa locale, la chiesa è un gran numero di “piramidine”. La sostanza non è cambiata per niente, anzi il danno e la beffa nel senso che la chiesa universale aveva almeno il vantaggio di un referente, il pontefice con potere universale, a cui il singolo cristiano aveva il potere di appello se gli capitava un vescovo strano. Attualmente non è più così, tante “piramidine” fanno sì che il popolo cristiano sia in balia, anche nel caso di buona fede, degli umori di ogni singolo vescovo, unico referente.

E nella struttura e nel modo di pensare la chiesa, non è cambiato niente. A livello parrocchiale poi, questa cosa, si trasforma in una micropiramidina in cui si può avere al vertice pure un laico, non necessariamente il parroco, ma il laico che sta sempre in parrocchia, che ha tutto di sua proprietà e detiene ogni attività, non cambiando mai la logica sostanziale con cui si pensa la chiesa perché si sostituiscono unicamente i soggetti. E se si osa dire che questa è un’idea autoritaria e verticalistica della chiesa ci si sente obiettare che c’è la responsabilizzazione dei laici.

Intervento: si potrebbe parlare di clericalizzazione dei laici e di laicizzazione della figura del prete?

Questo è un dato molto vero nella realtà per cui, ad es., i preti considerano molto importanti tutta una serie di attività da fare, organizzare, gestire e celebrano la liturgia spesso in modo pessimo, incastrando la messa tra una cosa e l’altra in modo totalmente disattento alle necessità della comunità che hanno davanti, soprattutto nella messa feriale. Allora questo è una sorta di laicizzazione per cui il criterio di un bravo parroco è di uno che fa un sacco di cose, organizza un mucchio di attività ma laicizzando il suo potere sacrale.

Questi erano solo degli esempi, per dire cosa vuol dire cambiamento di paradigma e come diventa un dato molto concreto e, tra l’altro, diventa molto frustrante soprattutto per chi ha creduto in Vaticano II perché si ritrova dannato e beffato in quanto le idee di Vaticano II non sono passate; solo apparentemente, formalmente è avvenuto un cambiamento, ma nella sostanza non è cambiato per nulla il modo di pensare e di vivere la chiesa, anche se i laici fanno le letture e la messa è celebrata in italiano.

Rispetto alla fede il cambiamento di paradigma fondamentale è sintetizzabile nel passaggio dal paradigma della conoscenza al paradigma amoroso. Dalla fede come idee, verità a cui si dà un’adesione, alla fede come ingresso in una relazione con tutto ciò che una relazione comporta: passi in avanti, passi indietro, lo stare dentro, il decidere dal di dentro, tutto quello che significa la differenza tra studiare un libro di matematica o mettersi con uno.

Rispetto alla chiesa il cambiamento di paradigma è tra il pensare la chiesa in termini d’identità o d’appartenenza o il pensare alla chiesa in funzione di ciò che chiesa non è, cioè del regno di Dio.

Tutto questo è stato già detto molte volte nei nostri incontri, ma qui è come un riassunto.

Per i primi dieci secoli l’identità provocava l’appartenenza ecclesiale, in altre parole uno era discepolo del Signore, era cristiano e dunque faceva parte di una chiesa. Allora l’identità, ciò che uno era, era centrale e quindi grande catecumenato, tempi lunghi per arrivare al battesimo, decisione di adulti. Poi da lì, una volta che si entrava tra i discepoli si apparteneva automaticamente ad una chiesa che, fino all’VIII secolo, era una chiesa leggera, cioè strutturalmente molto poco costruita.

Fino alla fine del 1800, si rovescia la questione, cioè l’appartenenza significa identità: poiché io appartengo a questa chiesa, allora mi comporto in un certo modo, voto in un certo modo. Da questo punto di vista la crisi con i protestanti ha fatto esplodere veramente tutto nel senso che la confessione di appartenenza, cioè l’appartenere alla chiesa del papa piuttosto che alla chiesa evangelica, significava un’identità addirittura politica ed aveva una serie di conseguenze: poiché uno appartiene alla vera chiesa allora ha le vera fede e ciò è la cosa in cui, negli ultimi rimasugli di questa idea, noi siamo ancora cresciuti e che ci ha dato tanto fastidio.

A cavallo di Vaticano II rinasce il grande discorso sull’interiorità, la fede come scelta personale, la crescita interiore; è come una specie di nostalgia del tornare verso l’identità che provoca appartenenza e così uno partecipa alla chiesa quando è veramente convinto, con tutta quell’esagerazione con cui noi ora ci troviamo a combattere e che è quella dell’idea di scelta e della totale soggettivizzazione di questa questione. Ognuno sceglie se essere credente o non credente e poi se essere praticante o non praticante, con un sovraccarico di decisione del singolo molto forte e per di più decidendo tutto nell’intimo del proprio cuore come una cosa privatissima. Questa struttura di decisione ammazza il cristianesimo perché è di tipo borghese e non c’entra niente con il cristianesimo.

Vaticano II su questo ha un’intuizione veramente geniale, cioè dice: il problema non è tornare ai primi secoli dove l’identità genera appartenenza, anche se in parte bisogna comunque rievangelizzare i paesi cristiani e non dare più per scontato che tutti siano cristiani e quindi fare attenzione a che la fede abbia il giusto spazio rispetto all’appartenenza ecclesiale. Ma il problema non è né l’identità che genera appartenenza perché il rischio è la privatizzazione, almeno in epoca moderna, né l’appartenenza che genera identità perché il rischio è il formalismo.

Il problema è che la chiesa, in quanto tale, è strumento del regno, cioè strumento della salvezza del mondo. Quindi il problema non si gioca su identità del singolo ed appartenenza alla chiesa ma sulla collaborazione di ciascuno alla crescita del mondo verso il regno ed in questa collaborazione la chiesa ha un ruolo: quello che le è garantito dall’Eucaristia, non da una più o meno forte appartenenza dei credenti. Questa riflessione è veramente rivoluzionaria, è un cambiamento radicale di paradigma, di logica.

Questi sono i due cambiamenti fondamentali: la fede dal paradigma di conoscenza al discorso amoroso e la chiesa da questione tra identità ed appartenenza a luogo verso il regno.

Sono la grande intuizione di Vaticano II. Quando Vaticano II con linguaggio teologico dice: la chiesa è mistero dell’amore della Trinità, quasi sacramento, parti che noi in genere saltiamo come un po’ spirituali, esprime la vera anima del cambiamento.

In questo, ovviamente, anche il modo di pensare la carità ha subito vari cambiamenti. In una prima fase, fino all’VIII – IX secolo, l’idea della carità è molto semplice, la carità è fare delle cose buone, laddove hai una scelta tra fare una cosa cattiva ed una buona, non ti chiedi quanto costa e fai la cosa buona. E’ un’idea semplice, legata ad un mondo molto semplice, in cui fare una cosa buona si capisce abbastanza rapidamente o, comunque, con un minimo numero di variabili.

Che cos’è oggi, rispetto a tutta una serie di situazioni molto quotidiane, fare una cosa buona, per esempio nella gestione del denaro? Noi ci siamo confusi, tra l’altro con la questione borghese della centralità del soggetto di cui parlavo prima, nell’800-900 e la carità è diventata una cosa un po’ più complicata, cioè è diventata l’atteggiamento del cuore con cui si fanno le cose, l’intenzione, perché, non riuscendo a districarsi sul reale, e non riuscendo il singolo, da solo, ogni volta a fare l’esame di quali erano le possibilità, si è fatto un passo indietro dicendo: il problema è con quale intenzione fai, non se sono buone le cose ma se è buona l’intenzione, fare da buoni delle cose.

Questa questione è stata l’inizio del caos perché da una parte ci si trova, ad esempio, nel dilemma se è buona cosa fare la carità ad un ubriacone che poi si beve tutto, ragionamento che un po’ funziona come scusa, un po’ è vero e quindi non abbiamo risolto il problema della complessità con questo passo indietro. Dall’altra chi può discutere dell’animo umano? Ci sono molte delle cose che faccio di cui non so esattamente con quale intenzione le ho fatte e se mi metto a ragionare sulle intenzioni non le faccio più perché nella vita quotidiana uno non ha questo ipercontrollo su ogni singola intenzione che ha su ogni singola azione. E non è detto, per esempio, che, se uno vive insieme quarant’anni, in ogni minuto ha perfettamente intenzione di vivere in totale comunione con l’altro in modo esplicito, pensato, però il fatto è che dopo tutto questo tempo è ancora insieme anche se forse non aveva tutta un’intenzione cosciente, scelta. In un rapporto ci sono tempi in cui uno rimane per fedeltà, ma non come gesto formale, ma perché è convinto che da qualche parte salterà fuori un nuovo aspetto positivo che per ora non si vede. Dunque rimane per vedere cosa succede, si dà del tempo, dà del tempo perché non tutto in un rapporto ha una totale contemporaneità a se stesso.

Allora questa faccenda ci ha messi in un gran caos anche rispetto alla carità, soprattutto perché il mondo si è complicato ed ogni nostro singolo gesto ha una potenza oggi molto più planetaria di quanto ne avesse cento anni fa, anche gesti molto banali (ad esempio il tipo di consumi che scelgo).

Molti credenti oggi si chiedono quale portata di carità ha l’attenzione ad un consumo di un certo genere mentre altri si chiedono quanto ciò sia ideologico o moda.

In tutto questo occorre chiedersi quali sono i soliti punti fermi della tradizione e cioè che cosa era una virtù, in particolare una virtù teologale e tra queste la carità. Abbiamo due sistemi di virtù nel cristianesimo: le virtù teologali (fede – speranza – carità) e le virtù cardinali (giustizia – prudenza – fortezza – temperanza), che attengono a due ambiti diversi della totalità di un rapporto. Noi diremmo che c’è ciò che io sono di fronte all’altro perché sono di fronte a quell’altro e che di mio da solo non sarei, e queste sarebbero le virtù teologali, ciò che l’altro tira fuori da me in un rapporto che quindi certo che è mio, ma è mio in qualche modo attivato dalla relazione con l’altro. Se io fossi in una relazione con un’altra persona da me verrebbe fuori un altro aspetto.

La virtù teologale sarebbe ciò che di me viene in qualche modo attivato nel rapporto dalla presenza dell’altro e da come quell’altro è fatto, mentre le virtù cardinali sarebbero ciò che io porto dentro il rapporto in quanto mio e che sarebbe comunque quello che io sarei in qualsiasi tipo di rapporto.

Ad esempio, se una persona strutturalmente ansiosa incontra una persona ansiogena, porta al massimo la sua ansia mentre con altre persone rassicuranti, pacate, la porta al minimo anche se questa non scompare perché, comunque, il soggetto in questione è ansioso e un po’ si agita sempre.

Le virtù cardinali sarebbero la strutturazione che è data all’essere umano in qualsiasi rapporto mentre le virtù teologali sarebbero ciò che nel rapporto noi portiamo in quanto acceso, richiamato in vita da Dio. Certo Lui non lo potrebbe richiamare in vita se noi non lo avessimo per niente però magari sono quelle parti di noi più sopite che non siamo in grado di percorrere per forza nostra e che sono attivate dall’altro che abbiamo di fronte. I cristiani credono che l’incontro con Dio attiva in noi fede – speranza – carità, che comunque chiedono di essere nostre: se io non mi metto di fronte a Lui con la disponibilità che si muova in me la fede questa in me non si muoverà mai. Sarebbe la grande questione tra grazia e scelta.

Perché queste sette cose si chiamano virtù? Noi oggi le chiameremmo strutture di personalità, come siamo in un rapporto (possessivi, gelosi, oppure non siamo gelosi ma una certa situazione ci fa diventare così perché l’altro è talmente poco rassicurante, inaffidabile che provoca in me attacchi di gelosia). Le virtù sono, come le definisce S. Tommaso, la perfezione della potenza verso l’atto, cioè sono ciò che potenzialmente è una nostra capacità ma che nella virtù mano a mano si perfeziona verso il fatto di essere percorsa.

Tutti noi abbiamo una dimensione edipica, non tutti la percorriamo o non tutti la percorriamo nello stesso modo; tutti noi abbiamo nel subconscio una componente narcisistica ma c’è modo e modo nel percorrerla e se a tre anni e mezzo fa parte del normale sviluppo dell’età evolutiva per cui il bimbo che si copre gli occhi pensa di essere nascosto poiché, lui non vedendo, nessuno lo vede, quando uno a quarantacinque anni continua a muoversi secondo questa struttura narcisistica, c’è qualcosa che non funziona.

La virtù è questo fatto: ciascuno di noi ha una struttura narcisistica; la socializzazione, la crescita, la maturazione non la cancellano ma ci danno la misura di quanto è o non è percorribile, quanto serve a noi stessi, alla nostra felicità, al nostro benessere percorrerla e quanto ci serve invece tenerla a bada. E poi c’è la nostra scelta etica di quale spazio, quale peso diamo a questa pulsione che comunque abbiamo.

La virtù funziona esattamente come un percorso di psicanalisi, cioè prende atto delle sette strutture fondamentali nel rapporto con Dio e le definisce virtù in senso dinamico e cioè di percorso, come abitus, abitudine nel senso positivo, automatismo buono con cui queste cose da struttura fondamentale, ma non necessariamente sempre percorse, diventano non solo percorse, ma costruzione e strutturazione di una vita. Il fatto di percorrerle come abitudinarie conforma la totalità della vita a loro.

Facciamo un esempio: un bambino amato, da bambino, percorre in ogni modo la fase narcisistica, ma impara, senza troppi traumi, in un rapporto amoroso corretto, non possessivo, che il narcisismo ha un limite e che il limite non è un vincolo della sua esistenza, ma anzi è la possibilità di essere amato. Se non esce un po’ dal suo narcisismo nessuno può raggiungerlo per amarlo. Se il bambino fa la sua esperienza in modo rassicurante e la sua evoluzione psichica funziona tranquillamente, diventerà un adulto il cui controllo del narcisismo non è qualcosa di imposto dal di fuori, di nevrotico, ma è semplicemente il modo ordinario che ha di rapportarsi agli altri perché, volendo poter ricevere l’amore degli altri, sa che il suo narcisismo deve arrivare fino ad un certo punto e lo sa per averlo sperimentato nei suoi rapporti primari. E quest’abitudine all’esperienza del limite del narcisismo non come esperienza di morte, ma come esperienza di vita gli conforma tutta l’esistenza. E noi lo sappiamo bene perché quando uno incontra dei ragazzini di dieci-undici-dodici anni con certe aggressività, con certe incapacità di concentrazione, se un po’ scava si rende conto che ci sono due o tre dimensioni strutturali della loro esistenza che probabilmente si sono distorte e che condizionano tutta la loro stessa esistenza e quindi si strutturano come aggressivi intorno a delle paure di abbandono.

Le virtù funzionano esattamente secondo questa logica, nel pensiero classico cristiano, sono il percorrere, dentro una relazione, le dimensioni fondanti di sé per conformare tutta l’esistenza ad un armonico sviluppo di queste dimensioni strutturali dell’esistenza.

In ultima analisi, per usare le parole di S. Tommaso, la virtù è la forza mediante la quale un essere è in grado di seguire con la sua piena capacità la sua spinta al divenire o, per dirla come la diremmo noi, la virtù è la coincidenza della totalità di sé con la verità del proprio desiderio.

Lasciamo da parte le virtù cardinali e ragioniamo su quelle teologali che dipendono dal posto che noi abbiamo in relazione a Dio e dunque dalla disponibilità che noi abbiamo nel rapporto a Dio a far sì che Egli tragga da noi alcune cose.

Ognuno di noi ha sperimentato nei rapporti umani che, nella misura in cui io ho rapporti stretti e consento agli altri di avvicinarsi, ho molti amici, molti affetti e, nella misura in cui sto perennemente sulla difensiva, ho meno amici e meno affetti. L’interazione tra me e gli altri dipende, non esclusivamente ma anche in gran parte, dal luogo in cui mi pongo di fronte agli altri, cosa che dà la possibilità che gli altri hanno di raggiungermi per tirare fuori da me cose che io nemmeno sapevo di avere.

Dunque ogni rapporto, non solo amoroso, è un perenne rischio di morte: uno sta sempre sospeso perché ha perennemente la sensazione che se si consegna agli altri é finito; gli altri lo invaderanno e non gli renderanno niente, non attiveranno in lui nulla ma semplicemente, come dei barbari, passeranno dentro di lui. Tutta la vita stiamo sempre in questo gioco di difesa e apertura, consegna e ritrazione. Anche di fronte a Dio funziona così.

Fede-speranza-carità configurano proprio il pericoloso equilibrio della totalità di una vita consegnata o no dentro la relazione con Dio: la fede riguarda l’atteggiamento fiduciale, la possibilità di credere in un altro, il desiderio che abbiamo di darci per ricevere, per essere chiamati in vita dallo sguardo amoroso dell’altro insieme al terrore di essere invasi.

La speranza riguarda la dimensione del tempo, la classica nostra domanda: ma mi amerà sempre, un giorno si stancherà, lo deluderò, mi stancherò, m’innamorerò di qualcun altro? Non è un caso che nei rapporti importanti della nostra vita ci facciamo sempre questo problema sul tempo. La speranza è ciò che Dio chiama a vita in noi della possibilità di un tempo che duri, di un futuro possibile.

A questo punto arriviamo al nostro dunque: la carità che è particolare anche all’interno delle virtù teologali. S. Paolo dice che in cielo non ci saranno più né fede, né speranza: in cielo vedremo, dunque non avremo più il rischio tra fidarci e morire perché sapremo che non moriremo più; non ci sarà più bisogno di speranza perché non avremo più il tempo; ma resterà la carità che è la forma stessa di Dio, il modo in cui Dio si relaziona a se stesso. Ciò che Dio chiama in vita in noi nel rapporto con Lui, attraverso la virtù della carità, è la conformazione alla vita stessa di Dio, l’essere come Dio è.

Questo è un problema perché ci sono due modi di essere come Dio è: secondo carità o secondo il peccato originale, (sarete come Dio).

Essendo il cuore del cuore è esattamente il dritto ed il rovescio, cioè è la possibilità del più grande peccato possibile come la possibilità del più grande amore possibile con Dio. E’ la massimizzazione del bene come del male.

Se noi prendiamo come modello la Trinità, perché la carità è conformazione alla vita di Dio, abbiamo per tradizione la riflessione teologica pensata rispetto alla Trinità immanente e alla Trinità economica. Cioè: la Trinità in sé quanto sé nei rapporti tra le tre persone e il suo esistere al di là del mondo e la Trinità in quanto esiste per il mondo, nel suo manifestarsi. E’ esattamente lo stesso dramma che poi c’è in un rapporto amoroso: io che sono persona, che devo esistere ed avere una mia autonomia ed io che sono in totale relazione con l’altro; cosa significa che io sono io anche senza l’altro però poi non posso vivere senza ed allora sono dipendente ma non lo voglio? A Dio questo viene benissimo: la Trinità immanente e la Trinità economica stanno in equilibrio perfetto.

Il problema è il rapporto tra essere e dare. Ci sono due modi di trovare un rapporto conformato a Dio tra il nostro essere e il nostro dare, proprio il darci agli altri.

Una cosa è alzare il livello del dare sperando che l’essere segua: do moltissimo sperando che il mio essere segua. In genere il risultato è un alto livello di nervosismo in cui uno ha sempre l’ululato che non ha tempo perché questo atteggiamento sta, tendenzialmente, dalla parte della generosità ma anche tendenzialmente dalla parte del peccato originale. E’ la modalità della carità che ci distrugge e la dimostrazione è che, in genere, non siamo contenti e che, anzi, cominciamo a costruire delle strutture di sensi di colpa micidiali per cui se non tengo alto il livello del mio dare mi pare di non aver fatto abbastanza (non ho detto di si, non sono capace di dire di no…).

Il problema è che la carità funziona al contrario, ammesso che ci siano fede e speranza; cioè bisogna ritrarre il livello di essere, come ha fatto Dio che si è fatto uomo, ha abbassato il livello del suo essere. Il massimo del suo dare, cioè suo Figlio in croce, è stato la ritrazione del suo essere: il farsi impotente, povero, umano e questo ha coinciso esattamente con il massimo del suo dare perché, e ce l’hanno insegnato al catechismo, su Gesù c’è stato lo Spirito Santo che poi Lui ha lasciato agli apostoli. Cioè la potenza di Dio conforma a sé fino a far risorgere il Figlio colmando con la sua potenza, non con la nostra se noi lasciamo uno spazio, se noi ritraiamo il nostro essere.

Per questo la carità cristiana non è aiutare i poveri ma farsi poveri.

Intervento: la vera generosità è l’umiltà, non sentirsi Dio.

Non è nemmeno l’umiltà, è qualcosa di ben più serio perché l’umiltà può diventare un compitino. E’ proprio la ritrazione del proprio essere che non è solo non sentirsi Dio, ma qualcosa di più. Per esempio è il riconoscimento dei propri bisogni: ogni volta che io spendo del tempo per me e per la mia possibile serenità e per essere contento, disinnesco la mia possibile nevrosi, dunque divento più caritatevole.

Intervento: potrebbe sembrare un discorso egoistico.

Per niente. Ribadisco: premesse le fede e la speranza, cioè premesso un rapporto con Dio, non fuori, perché funziona diversamente, ma all’interno di un rapporto con Dio in cui uno sta affidato alla vita di Dio e affidato nel tempo alla vita di Dio. Personalmente le volte in cui mi è capitato di fare più del bene ad un altro e di averne un riscontro, sono state quelle in cui non stavo affatto pensando di fare questa cosa, sono state quelle volte in cui avevo tale spazio interiore, tale mancanza di nervosismo, tale fiato dentro, da rispondere semplicemente al bisogno dell’altro. Poi Dio ti riempie la strada di queste occasioni, non te le fa mancare.

Se dentro ad un rapporto con Dio, dentro ad una sostanziale opzione per Dio, tu ritrai il tuo essere, cioè rimani presso te stesso conformando la tua vita alla verità del tuo desiderio, Dio cresce perché ha più spazio.

Intervento: si potrebbe tradurre dicendo che allora la carità è quel famoso punto di equilibrio tra vita contemplativa e vita attiva? Praticamente quando tu non fai benzina nella preghiera, nello star con Dio, ti diventa molto difficile la carità.

Si e no: il problema non è solo il rapporto con Dio rispetto al tema specifico della carità, ma è proprio la qualità del proprio essere. Questo ti dà sì la parte contemplativa di te ma non solo per la preghiera o per la lettura della parola di Dio ma anche, per esempio, per una cura della propria vita.

La prima carità e’ cercare di essere contenti. Il mondo è pieno di scontenti ed i cristiani sono i primi; sono isterici, noiosi, sempre indaffarati. Già questo mondo ha dei livelli di stress altissimi, nel senso che la casa, i figli, la professione, già senza alcuna implicanza trascendentale, creano difficoltà di organizzazione vitale, ma i cristiani in questo, siccome hanno di più, in più il super-ego di essere buoni, oltre alla stress ordinario ne hanno uno aggiuntivo che è quello di impegnarsi, andare in parrocchia, occuparsi dei poveri, far volontariato.

Il risultato che hanno livelli di isteria terrificanti. Il che non vuol dire che uno nel tempo della sua vita non possa decidere di impegnarsi nel volontariato perché sente di avere uno spazio dentro di sé ed è giusto dedicarlo a ciò e che dunque nel quotidiano ci sono giorni in cui corre in quanto incastra gli impegni, però il problema è su quale criterio uno decide questa cosa.

Intervento: ci vuole allora l’atteggiamento di una spontaneità del tuo essere nel senso che non vai a cercarti dei modi di far valere il tuo essere, ma prendi coscienza e vivi il tuo essere nel modo più spontaneo.

Infatti, non è una spontaneità ma la ritrazione dell’essere: il paradigma fondamentale è il Figlio di Dio incarnato; è un arretramento.

Intervento: vedrei questo arretramento anche nella disponibilità a vivere, da un lato un tuo limite, la tua umanità che si avvicina e si apre all’umanità dell’altro.

Queste cose fanno sicuramente parte della questione. Ci sono vari aspetti ed ognuno sottolinea di più quelli che gli stanno più a cuore però il tema centrale è l’arretramento del proprio essere. Noi, con Dio, siamo di un narcisismo da bambini di tre anni, siamo in fondo ancora e sempre lì a fare i conti; ne abbiamo cambiato i contenuti per cui non sono più le benedizioni, i rosari, non facciamo più i conti su quelle cose però rischiamo di farli sugli extracomunitari, il volontariato, ecc. Cambiamo il contenuto senza cambiare la struttura con cui in realtà facciamo sempre i conti.

C’è chi dice di non essere capace di dire no. In fondo questo è un peccato di cui non ci pentiamo mai perché in fondo in fondo non pensiamo che sia un peccato ma pensiamo che sia una virtù.

Non sapere mai dire di no è un peccato perché ci si sente onnipotenti, capaci di dire sempre di sì e questo non è vero. Noi non siamo capaci di dire sempre di sì e quindi non dobbiamo mentire dicendo sempre di sì.

Intervento: se dico di no io mi sento egoista, ho sensi colpa.

Questo si chiama residuo del peccato originale e ci va una virtù per superarlo. E’ vero, stiamo parlando di virtù cioè di esercizio di conformazione progressiva a Dio combattendo alcune tentazioni negative. Questo è assolutamente vero perché per la nostra struttura è molto più rassicurante avere le mani piene che le mani vuote, avere la coscienza tranquilla. Nell’800 era tipico il tema del merito, nel ‘900 è quello della correttezza. Noi cerchiamo sempre di essere corretti, cioè non presi in fallo, perché questo ci rassicura da morire. Questo è un problema nostro. Tra l’altro non esiste un rapporto che sia corretto: un amore corretto non dura due giorni. Il tema dell’amore non è la correttezza. Certo è il rispetto, è la sincerità; ci sono una serie di temi affini alla correttezza, ma un amore non campa sulla correttezza, vi campa un rapporto mercantile. Il rapporto amoroso è strascorretto in alcuni momenti perché funziona al 90% sui ricatti. Come si fa a sedurre uno se non lo si ricatta affettivamente ed è così anche con i figli. Però questo non è una garanzia sull’esito mentre a noi sembra che la correttezza ci dia una garanzia sull’esito.

Il paradigma è Gesù Cristo morto e risorto. Gesù non è stato corretto, è stato scorretto, arretrato, depotenziato. Infatti ha avuto una tale garanzia sugli esiti che è morto. E il Padre lo ha resuscitato. La sovrabbondanza dello Spirito ha mostrato la grandezza della carità.

Per questo, con uno slogan, la carità è farsi povero, è arretrare il proprio essere perché Dio possa dare.

Intervento: è una maschera quella di dire sempre di sì, ci piace tanto in fin dei conti apparire così.

Su questo, giustamente, non c’è un modo unico. Questo si articola solo con una verità della nostra vita, cioè ognuno di noi ha un suo sé il quale ha una serie di temi che magari, pur con le stesse parole, sono profondamente diversi. Non saper dire di no non è la stessa cosa per tutti, nasce da problemi completamente diversi. Però il problema della carità è comunque percorrere queste cose, imparare a smontare tutti gli inghippi perché ciascuno ha i suoi e sono pochissimo generalizzabili. Solo in grandi amicizie, in grandi confidenze durate una vita si riesce ad avere una comunicazione perché qui si parla della più profonda profondità di noi stessi, di percorsi interiori che hanno radici in tutta un’esistenza.

L’attitudine alla carità, l’arretramento, è l’esercizio di smontare questi meccanismi, di liberarsi dalla schiavitù che la propria storia impone a noi stessi. Tutte le storie dei santi parlano di questo tema dell’annullamento di sé, del lasciare, del separarsi. Il passaggio necessario nel rapporto con Dio è a poco a poco svuotarsi

Intervento: visto così diventa un’operazione molto complicata.

E’ più complicata a spiegarla che a farla nel senso che per spiegarla bisogna usare parole complicate. Per farla, si devono affrontare le svolte che ad ognuno, per modi diversi, capitano nella vita, che ci fanno diventare adulti (morte di un genitore, problema grave di salute, problemi di soldi) che capitano in tutte le case e intorno alle quali si svolta. Su queste cose uno annusa se stesso e magari non lo saprebbe spiegare ma ad esempio scopre di sé un modo di prendere, di mordere certe questioni della sua vita o di non morderle che improvvisamente gli è chiaro. In genere, ha la sensazione di scegliere, di vivere tempi di mutazione che possono aiutarlo a fare dei ragionamenti su banali situazioni quotidiane per avere la gioia ed il piacere di fare la carità ma anche la libertà di non farla.

Intervento: tu hai detto che il primo stadio della carità è essere contenti e lo penso anch’io. Penso al mondo del lavoro, alla quantità di persone scontente, che dice banalità demotivanti per chi vive intorno (tutto va male, i giovani, ai nostri tempi) però penso che non è cosa da poco essere contenti e di conseguenza espandere a pioggia questa contentezza, ma è anche una cosa che o c’è o non c’è: Penso a persone che conosco, che sono naturalmente contente, che non hanno alcun merito perché sono così. Altre persone che dicono di aver scoperto Dio, dato un senso alla loro esistenza, sono felici, ma non è vero affatto.

Non sono d’accordo con la teoria che la contentezza c’è o non c’è. Trovo grande sapienza del cristianesimo aver definito questa cosa sempre una virtù o il frutto di un processo. Se penso a me non sono totalmente felice di me oggi ma sono molto più contenta di dieci anni fa, ma so anche che ho lavorato per questo e trovo che è complicatissimo raccontare le cose della vita perché sono piccoli gesti, sensazioni. Noi troviamo una grande difficoltà ad ascoltare la nostra contentezza, abbiamo bisogno di un certo esercizio per capire le nostre reazioni a certe situazioni quotidiane che ci irritano per affrontare ed elaborare ciò che ci fa problema perché la vita passa attraverso a cose molto banali e l’elaborazione delle cose serie non finisce mai ma passa attraverso le cose.

La logica delle virtù secondo il cristianesimo ci mostra che le cose non sono solo il luogo di visibilità, come se ci fosse un altro luogo interiore o mentale in cui accadono le cose vere, ma sono anche il luogo che conforma l’interiorità, cioè nella misura in cui riesco a conquistare una libertà su una piccola cosa (preparare o no il caffè ad un familiare) conquisto una libertà su un piano più profondo perché finché non avrò quella libertà più profonda non riesco nemmeno a fare quel gesto. La relazione non è solo che le cose che avvengono dentro sono più profonde e più grosse e poi tu le vedi o le noti e poi le misuri sulle cose, ma anche viceversa.

In questo la tradizione monastica è molto sapiente. C’è tanto spazio per l’interiorità ed altrettanto spazio per una regolamentazione di cose molto spicciole e concrete: orario, atteggiamento, abito, parlare sottovoce. Quanto più tu hai un’interiorità più profonda tanto più sono le cose che la conformano e viceversa; più hai spazio dentro più puoi fare le cose più banali con un cuore tale che quelle cose diventano trasparenti e viceversa. Noi siamo veramente un miscuglio da questo punto di vista; non bisogna presupporre, è molto rischioso, che ci sia un’interiorità più profonda dove le cose accadono, sono vere, sviluppano, crescono, si elaborano e poi delle cose che mostrano semplicemente quello che accade dentro. Invece il legame è in tutte e due le direzioni. La verificazione, quindi, sta proprio nelle piccole cose.

Allora mi ritraggo, per tornare al discorso della carità, dal mio essere perché in piccole cose sperimento la non totalità di governo della mia vita, la docilità alla realtà.

Intervento: mi sembra che tutta la fase dell’ascesi è opposta, è la forzatura della realtà. Si è presentata la virtù come uno sforzo continuo di rinuncia, qualcosa da cui distaccarsi.

E’ lo stesso discorso di prima. L’ascesi diceva: se tu sei uno caritatevole di cuore allora “devi”. Le cose devono mostrare la tua carità. L’ascesi era l’esasperazione di quel concetto: la verità viene nel profondo e la realtà viene forzata a mostrare il profondo. L’aspetto mistico è esattamente l’opposto: tu arretri dentro e ti fai servo delle cose per come accadono. Il cristianesimo ha sempre tenuto strettamente insieme queste cose cioè ha sempre detto nella sua tradizione più sana che il rapporto è biunivoco: il cuore cambia la realtà ma la realtà cambia il cuore. Allora bisogna essere tanto docili quanto capaci di trasformare tutte e due le cose. E ogni volta che si è esagerato uno dei due aspetti a sfavore di quell’altro si sono provocati tanti guai.

La ritrazione è proprio in questa capacità: cambiare il proprio cuore perché cambi le cose e imparare dalle cose a cambiare il proprio cuore, mantenersi dentro questa circolazione. Ed è chiaro che questo è l’opera di una vita. Per questo non credo che esistano quelli contenti per carattere, personalmente non ne ho conosciuto nessuno. Ho conosciuto tanta gente che si atteggiava a superficiale, che raccontava storie, anche in buona fede, ma non ho conosciuto gente contenta senza una fatica dietro, cioè uno che di mestiere facesse se stesso e tu lo incontravi e pensavi: questo qua nella vita fa sé ed ha tutta la fatica e la gioia di essere sé.

Questo è sempre frutto di un percorso e di una volontà, non necessariamente ed intellettualmente spiegata e motivata, ma che è sempre una volontà precisa che ha messo da alcune parti piuttosto che da altre, che ha fatto alcune cose piuttosto che altre.

Intervento: io sono convinto che è molto difficile entrare nel nuovo nel senso che a livello intellettuale capisco cosa significa dopodiché se cerco di sostanziarlo in modo più chiaro ho una difficoltà enorme perché, ad esempio, se penso a questo ritrarsi alla fine mi vengono in mente tremila cose che in genere connoto come negative e mi torna difficilissimo prendere questa strada e farla mia. Per questo è un cambiamento di paradigma perché mi viene prospettato un modo di inquadrare la realtà che è completamente fuori da tutti i pilastri, per quanto traballanti, sui quali ho costruito la mia vita fino ad ora. Non è una cosa da niente. Se ci penso ricordo alcuni casi in cui effettivamente ho sperimentato queste cose e devo dire che in effetti funziona, però sono dei pezzetti.

Un mio amico psichiatra rigorosamente ateo, quando parliamo di queste cose, dice sempre che del cristianesimo lui non ha una grande competenza per dire se è vero o no rispetto alla tradizione cristiana, se è ortodosso o eterodosso, ma ha, comunque, la sensazione che abbasserebbe notevolmente il livello dello stress.

Interventi:

* ci sono gruppi che nel desiderio di rapportarsi con Dio dimostrano un eccesso di preoccupazione, di sforzo, di annichilimento per raggiungere la perfezione forzando la realtà anche con chi sta intorno.

* ho l’impressione che questo atteggiamento sia particolarmente difficile oggi perché è in antitesi con l’atteggiamento comune del mondo di fronte alle cose nel senso che a tutto quello che accade siamo portati a rispondere in termini operativi per cui la gente si mette a discutere per vedere cosa fare o non fare che poi porta al delirio della perfezione. Alla fine, con un po’ di masochismo, si passa mezza vita a sbagliare e l’altra mezza a contare gli sbagli fatti.

C’è un analista americano che lavora su questo tema, sulla convivenza e l’elaborazione dell’imperfezione e sostiene che questa è la nevrosi del nostro secolo ed è vero perché se tutto è in termini operativi ogni errore ha un costo. E questa è una buona riflessione per le vacanze estive.

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