L’Apocalisse (I)

Gruppo del venerdì
Ottobre 1998

Dell’Apocalisse abbiamo tutti l’idea che sia un testo strano, difficile, complicato. Il che è vero in parte ma è anche vero che, se la si leggesse tutta di fila, alcune cose si capirebbero. Magari restano oscuri dei passaggi, le visioni, perché c’è un andamento da film della cinematografia attuale, con immagini contrastanti, però c’è anche una logica con cui alcuni passi si capiscono. La questione è che, essendo ritenuta difficile, non viene mai presa in mano e quindi si conoscono solo i brani che vengono letti nella liturgia.

La questione dell’apocalittica è complicata perché l’apocalittica riguarda alcuni registri della vita umana che, per una serie di motivi, negli ultimi duecentocinquanta anni, l’esperienza religiosa cristiana non ha più toccato. E’ come se riguardasse dei settori di cui non si parla, che non si esercitano più.

Noi siamo fatti di affettività, razionalità, volontà: in ognuno di queste dimensioni, a torto o a ragione, che ci piaccia o no, la religione cristiana ha elaborato nel corso dei secoli dei modi in cui ha interloquito con queste dimensioni. Esempio: la religione cristiana, in un modo anche semplificatorio ma tutt’altro che inefficace, aveva elaborato tutto un sistema sui vizi, sulle virtù, sulle devozioni, con cui ragionava con la volontà dell’uomo. Così generazioni di persone, molto pacificamente, senza saper niente di psicanalisi, senza farsi chissà quali ragionamenti, hanno imparato ad educare la loro volontà ed a esercitarla, a percorrerla nella loro vita. Si può discutere se i contenuti erano giusti o sbagliati, se questa cosa è stata usata bene o male, però è vero che c’era una tradizione di fare i conti con la dimensione della volontà.

Poi c’era il catechismo che interloquiva con la dimensione della razionalità per cui si imparavano le domande e le risposte, perché queste forme si realizzavano in un certo periodo storico. Per esempio il catechismo si assesta all’inizio dell’ottocento quando tutta la cultura era pensata come memorizzazione. Però si era comunque pensata questa interlocuzione con la dimensione razionale delle persone e quindi si faceva il catechismo che consisteva nell’imparare la dottrina. Da questo punto di vista l’esperienza della chiesa cattolica è stata una grandissima organizzazione della vita della gente in cui praticamente tutte le dimensioni delle persone venivano coinvolte. Quando l’equilibrio di questa cosa ha incominciato a saltare, circa due secoli fa, e poi man mano si è sgretolato, sempre più sono rimasti dei pezzi vaganti: per esempio una grande devozione a S. Rita, ma non si sa più dentro a quale cornice è, oppure è saltata la logica dell’apprendimento mnemonico. Man mano che ha cominciato a scricchiolare, alcune dimensioni della vita, ovviamente le più complicate, sono rimaste fuori, non c’è stato più alcun contenitore dentro cui metterle. Mentre sulla catechesi, poco, male, non abbastanza, ci si è messi a pensare un altro modo di fare catechismo, le dimensioni più complicate sono semplicemente state ignorate.

Una di queste è la dimensione che, in qualche modo, è chiamata in causa più direttamente con l’Apocalisse, cioè la dimensione che noi oggi, in termini moderni postpsicanalisi, diremmo dell’immaginazione e delle emozioni, che già non è facile di suo, perché qualsiasi essere umano ha dei problemi con esse in quanto sono cose un po’ “viscide”; già nel 900 è un tema proprio problematico, ma, rispetto alle tematiche religiose è doppiamente difficile perché è un tema ambiguo: tanto può essere importantissimo quanto molto pericoloso.

Risultato: si è fatta la stupenda pensata di ignorarlo, con l’ottimo risultato che oggi ci si lamenta che la gente si rivolge alla New Age, alla magia, ai tarocchi, perché c’è da collocare tutto un mondo della ritualizzazione della propria immagine, della propria emozione, della possibilità di comunicare. Oggi molta gente usa il linguaggio delle energie buone o cattive, nel parlare corrente, anche se non pensa in modo New Age che ha coniato un linguaggio per alcune realtà della nostra vita che sperimentiamo come vere, ma per cui non abbiamo più parole per esprimerle e dobbiamo quindi mutuarle.

Intervento: non c’è più il linguaggio, perché prima c’era?

Sì. Se pensiamo a tutto il linguaggio della mistica ed all’abbondanza di racconti, di visioni, sogni, apparizioni, verso cui abbiamo avuto la grande crisi razionalistica, è vero che abbiamo azzerato come non razionale qualsiasi possibilità di un linguaggio intracristiano su queste dimensioni. Se si legge “Il castello interiore” di Teresa d’Avila, superato un primo impatto, si possono trovare cose di grande verità ma con un linguaggio che non percorriamo più anche se, per alcuni versi resta efficace e riguarda un pezzo della vita che è difficile ignorare.

L’Apocalisse riguarda, dialoga con questa parte, quindi se si cercano dei concetti non si capisce niente perché come concetto ne ha uno solo: Gesù è il Signore di tutto il tempo, concetto che sta nei Vangeli ed è già bello chiaro, ma fa la traduzione di questa cosa sul registro non tanto della comprensione quanto delle emozioni e delle immagini.

S. Giovanni, se nasceva adesso, invece di scrivere l’Apocalisse, girava un film, nel senso che funziona per lo stesso principio del film. E’ difficilissimo spiegare perché un film piace: sono le emozioni, il ritmo, le suggestioni che coinvolgono, toccano determinate corde e non si riescono a trasmettere.

L’Apocalisse funziona come un film, ma Giovanni ha usato le parole e non a caso. Egli è quello che inizia il suo vangelo scrivendo: “In principio era il Verbo”, era la Parola. Non bisognerebbe mai fare, di fronte all’Apocalisse, la domanda: “Cosa significa questo simbolo?” perché, come tutti i simboli, le emozioni, le immagini, può avere molti o nessun significato. Certo anche Giovanni non ha inventato; ha messo insieme, genialmente, con immagini molto efficaci, alcuni elementi tipici di quella cultura che insieme, prima, non erano mai stati usati, mentre, nella maggioranza dei casi, semplicemente ha usato cose che erano in circolazione ed erano più o meno chiare per i suoi lettori, per i suoi contemporanei.

Noi abbiamo da farci la domanda: “Intorno a quegli anni, cosa significava in Palestina questa immagine, in quella cultura quale emozione era legata a questa cosa?”. Molto spesso si tratta di cose di cui noi non possediamo l’immagine visiva (il libro con i sigilli non si riesce a immaginare perché raramente ne abbiamo l’esperienza, tranne forse i diari con la serratura delle quindicenni; oppure gli angeli con le trombe ci fanno venire in mente i films di cappa e spada e giustamente non fanno paura, mentre gli araldi del tempio, al tempo di Giovanni, suonavano quando succedevano calamità gravi).

Una delle cose da tenere in conto, prima ancora di aver letto l’Apocalisse, è che, dentro la Bibbia canonica, considerata dai credenti parola di Dio, ci sono Genesi ed Apocalisse. Cioè l’inizio e la fine non sono fuori dal bordo. La parola di Dio non riguarda solo quello che succede in mezzo, ma ha da dire anche sull’inizio e sulla fine, contro ogni nostra tentazione di dire che il cristianesimo è un’etica, una morale, un modo per organizzare la vita, le scelte. Il fatto che Genesi ed Apocalisse stiano dentro la struttura canonica della Bibbia dice che il cristianesimo è un modo di pensare da dove arrivano e dove vanno tutte le cose. Se vogliamo, in linguaggio moderno, è un’ideologia, non nel senso deleterio del termine; è un modo di pensare con un orizzonte ampio e delle prospettive di largo respiro, non solo la gestione del potere ma un senso, un quadro.

Genesi 1-11, il racconto della creazione, e Apocalisse, sono proprio i due pezzi più rivolti alle emozioni ed alle immagini, racconti che noi chiamiamo mitologici o simbolici. Ed è come dire che, per gli orizzonti grandi, se si deve pensare con un po’ di spazio, oltre il piccolo quotidiano, la testa da sola, il ragionamento, non bastano; occorre un altro pezzo di sé. Questo sarebbe un buon oggetto di meditazione nel senso che la tentazione di pensare che, se si è ragionevoli, si capisce, si fanno le cose giuste e oneste, e tutto deve funzionare, è una tentazione costante nella nostra esistenza di adulti. La tesi della fede apocalittica è: “Dio ha creato il mondo molto buono; attraverso l’inganno del serpente, satana, il male è entrato nel mondo, ha procurato il peccato e la morte per gli uomini e il decadimento per la creazione. (non basta fare tutto giusto perché le cose continuano anche a non funzionare). Questo nemico di Dio, dell’umanità e della creazione è chiamato in Apocalisse 12,19 il drago, il serpente antico, il diavolo, satana. La risposta immediata di Dio fu di promettere all’umanità la vittoria sul serpente satana. Da allora in poi la storia dell’umanità, in prospettiva biblica, si svolge come un continuo combattimento tra quelli che obbediscono a Dio e quelli che seguono il male. Il male attacca anche i seguaci di Dio, specialmente nella forma della persecuzione religiosa anche entro la medesima appartenenza religiosa. La fede apocalittica crede e dichiara che questo combattimento avrà fine nella distruzione definitiva del male”.

Questo piccolo brano è molto semplice ma dice cose pesantissime. Ciò che vuol dire è: attenzione, non ci si può solo occupare del mondo perché il mondo è un territorio di combattimento.

Questa verità è tendenzialmente impopolare però nella fede biblica è così. Non basta essere bravi perché c’è comunque un nemico, il male, qualcosa che lavora contro, anche se, da parte nostra c’è un’attesa perché abbiamo la logica che se si fa tutto ciò che si deve poi le cose devono funzionare. Nella vita non funziona in questo modo, secondo la Bibbia perché c’è questo dramma, la questione del peccato originale e dei peccati che dà spazio a questo nemico per cui il combattimento continua. Ma, secondo l’Apocalisse, ci sarà un momento in cui la visione originale, buona, di Dio riprenderà tutta la sua forza. Ma non è senza prezzo, indolore, gratis, dovuta.

Questo è il grande quadro.

L’apocalittica nasce, come genere letterario, tra il primo secolo avanti Cristo ed il primo o il secondo dopo, a cavallo dell’esistenza storica di Gesù. Tutto l’Antico Testamento per i cristiani apre un altro passaggio con la nascita di Gesù e c’è il Nuovo Testamento. Per il mondo ebraico c’è tutto l’Antico Testamento e poi c’è l’apocalittica, come genere letterario, che non è l’Apocalisse di Giovanni, la quale si trova alla fine del N.T. Nel canone ebraico, nella Torah, ci sono tre o quattro apocalissi che gli ebrei leggono come libri ispirati scritti nel tempo intorno alla vita di Gesù. Il periodo dell’apocalittica tecnicamente si chiama l’intertestamento, tra i testamenti, ed è un periodo molto strano perché è un tempo di Messia e di falsi messia (in Palestina, a cavallo di quei tre secoli, ci sono stati 20 o 30 autoproclamatisi messia) e c’è la grande fioritura dell’apocalittica, come genere letterario e come tesi, come contenuto.

Subito prima dell’apocalittica c’erano state due esperienze in Israele che noi conosciamo dai libri dietro i quali esiste una cultura, un’atmosfera. Essi sono: la Sapienza e la Profezia. La fede d’Israele si è divisa in due tronconi, uno un po’ più integralista, conservatore, quello della profezia in cui si condannava l’idolatria, ed uno un po’ più liberale, ragionevole, intellettuale che, prendendo a prestito la filosofia greca, riconosceva la realtà però faceva appello al ragionamento, ad una valutazione più ottimista. Questi due filoni sono andati avanti insieme ed hanno un crescendo di fronte alla drammaticità degli eventi storici fino al 70 d.C. con la distruzione del tempio che, per gli ebrei, è stata un’esperienza analoga solo alla crisi europea a cavallo della prima guerra, percepita come mondiale, vissuta come una guerra che aveva coinvolto tutti, in cui si erano visti i primi aerei, si erano usati i gas, era svanito nel nulla l’eterno impero austroungarico, tanto che niente era più uguale a prima. La caduta del tempio di Gerusalemme è un evento di questo genere: si era entrati nella prima guerra ballando il valzer nella felix Austria e se ne era usciti con i fascismi, i nazionalismi, con tutta la crisi provocata nella seconda metà del secolo. Il tempio di Gerusalemme è analogo: si è entrati nel tempio con i profeti che strillavano, i sapienti che proponevano di ragionare per capirsi, è crollato il tempio e nel giro di 30 anni Israele non è più esistito e gli ebrei si sono trovati sparsi per il mondo avendo perso tutti i riferimenti che possedevano.

Questa crisi provoca la nascita dell’apocalittica, spezza l’evoluzione di sapienza e profezia, ne prende degli elementi, fa esplodere tutto e nasce un genere nuovo, questo ricorso alle immagini, alle emozioni perché non c’era niente di ragionevole, di concreto: un luogo, un posto, delle regole, delle leggi, qualcosa che si conoscesse già.

Gli ebrei si trovano sbattuti da Gerusalemme a Roma (si pensi all’effetto che poteva fare Roma nel 70 d.C. ad un palestinese che arrivava dopo due mesi di viaggio per mare in questa metropoli con nubiani, barbari del nord, ecc. Si pensi all’effetto che doveva fare la Spagna ad un palestinese o a tutta l’emigrazione verso l’oriente). Con la caduta del tempio molti ebrei, che oggi sono i falasha, scendeno verso sud e restano imbottigliati nel mondo africano. Non c’era più nulla a cui attaccarsi, un ragionamento che tenesse.

L’apocalittica nasce come il linguaggio del cuore, delle emozioni per salvare quello in cui si crede in un momento nel quale non c’è più nemmeno una parola per dire quello che si voleva dire. Il tutto però in una concezione ebraica del tempo, che era un tempo lineare, non ciclico come quello greco. Se il tempo fosse stato pensato come quello ciclico si sarebbe potuto dire: “Questa è la fase giù, poi ci sarà quella su”, ma in un concetto di tempo lineare, che era uno dei fondamenti base nella storia della salvezza del popolo ebraico, (i padri sono scesi in Egitto come povero popolo, sono stati schiavi, ma Dio li ha liberati, li ha portati alla loro terra..) c’è questa salita e allora la domanda è: “Dio ci ha abbandonati?”. E’ una domanda molto più epocale perché in questa storia non c’è possibilità di una crisi.

Allora da una parte la questione “forse abbiamo peccato”, spiegazione dei profeti, dall’altra “forse non abbiamo capito quello che Dio stava cercando di fare”, spiegazione dei sapienti, ma poi esplode tutto e le discussioni teoriche si azzerano. L’Apocalisse rilancia più avanti e cerca di vedere dove andrà a finire il mondo.

Intervento: Perché questa fuga dopo la distruzione del tempio?

Perché c’è la grande mutazione della religione ebraica che, pena la propria sparizione, si trasforma da religione del tempio, perfettamente accettabile dall’impero romano, in religione cosiddetta rabbinica, della casa, in cui il capofamiglia è il celebrante. Questa mutazione non è più accettabile dall’impero romano perché è una forma di religione non uguale alle altre in quanto diventa quella che noi oggi chiameremmo religione interiore e quindi inizia una persecuzione molto dura che si ripeterà nella storia perché c’è sempre stato qualcuno che li perseguitava. Di li è nato il mito dell’ebreo errante perché in tutti i luoghi in cui andavano c’era qualcuno che se la prendeva con loro.

Bisogna tener conto che al momento della distruzione del tempio di Gerusalemme il popolo ebraico aveva già sconfitto l’analfabetismo e ciò significava essere un popolo inviso perché dopo un po’ che vivevano in un posto diventavano medici di corte, scrivani; occupavano immediatamente posizioni di potere e per questo venivano odiati.

Domanda: il passaggio dalla religione del tempio a quella rabbinica è avvenuto subito dopo la distruzione del tempio? E la diaspora?

Il processo era in parte già iniziato prima. Lo spostamento di accento dalla religione di stampo tutto sommato ancora agricolo, ma con il tempio, ad una religione della legge, era già una tendenza. Qumran nasce prima della caduta del tempio ed è una setta in questa direzione: contesta il tempio e privilegia la legge, lo studio. Dal sinodo di Jefta in poi è stato un passaggio relativamente rapido. A quel punto è incominciata la diaspora. Nel giro di una cinquantina di anni si sono dispersi.

Intervento: la sparizione del tempio significava anche il non aver più un posto di Dio in mezzo a loro?

Certamente, e questo era totalmente sconvolgente. Il sinodo di Jefta, che in qualche modo decreta il cambiamento della religione del tempio, si pone questo problema: “Dov’è la presenza di Dio?”. E dice: “Nella Torah”, unica presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Così ognuno porta con sé il rotolo della legge e lo studio diventa primario in modo assoluto. E Dio non c’è al muro del pianto perché non c’è più il tempio. Passa l’Angelo a ritirare i bigliettini che vengono infilati nelle fessure.

Tutto questo è proprio una mutazione culturale che arriva su un terreno in evoluzione, ma è comunque notevolmente traumatica proprio in termini mentali.

L’apocalittica nasce in questo clima, di fronte ad un tema di crisi e dunque ha come tema fondamentale questa visione agonica della storia: la storia come combattimento.

Aver scelto l’Apocalisse mi pare interessante perché la tendenza culturale di questo secolo è di rendere tutto un po’ soft, di evitare, azzerare questo aspetto di combattimento. C’è una specie di sottovalutazione dei conti con il negativo, tranne il fatto che ognuno poi, nella propria esistenza, ogni tanto registra dei colpi forti contro dati di negatività e non riesce a darsi ragione del dolore. Nonostante tutte le nostre chiacchiere, tutte le alchimie messe in atto e molto più raffinate rispetto ad un secolo fa, tutti i miti di salute e longevità, quando ci si imbatte nell’esperienza del dolore, proprio o altrui, si hanno, in genere, parole da bambino. E’ come se da adulti non avessimo mai ragionato su queste cose. E le parole da bambino sono la rabbia, la protesta, l’addossare ad altri le responsabilità.

Forse può essere importante l’apocalittica con questa visione che prende sul serio il male e lo combatte, non ne chiede conto, non si chiede perché, se ne occupa e non solo in termini organizzativi.

“La fede apocalittica fu resa necessaria dalla dottrina biblica della creazione e della caduta. Il suo interesse primario è lo sradicamento definitivo del male e la restaurazione del bene nella creazione secondo l’originale disegno di Dio”.

L’Apocalisse ha un linguaggio simbolico che è un problema, ma fino ad un certo punto perché, forse, non è così importante capirlo. Può essere interessante sapere come alcune cose venivano interpretate in un’epoca o in un’altra, ma, sostanzialmente, o l’immagine ci parla e ci muove di suo, o ci lascia indifferenti nonostante le informazioni. Può essere utile confrontare il senso in cui si muovevano alcune immagini nell’antichità rispetto al senso in cui si muovono oggi. Le immagini non spariscono dalla cultura del mondo, ma mutano di movimento.

Esempio: nell’antichità i capelli bianchi erano il segno dell’eternità perché ben poca gente arrivava ad averli in quanto si moriva prima dei trentacinque anni. In tutte le Apocalissi i vegliardi con i capelli bianchi sono il segno di Dio, l’eterno, la durata nel tempo. Non sono un valore positivo né negativo e non hanno nemmeno valore di autorevolezza come nel mondo greco-latino. Sono semplicemente l’immagine simbolica della durata perché contrapposti alla media dell’età molto bassa.

Per noi, invece, l’accoppiamento è capelli bianchi-vecchiaia. In un tempo in cui vecchiaia non è sinonimo di autorevolezza ma terreno di marketing, gli anziani possono consumare perché aumentano di numero nei paesi ricchi dove non ci sono più giovani, stanno mediamente un po’ meglio in salute, hanno un po’ più soldi da spendere e tempo libero. Dunque il mito è rimanere giovani. Quindi anziano, ma con un cuore molto giovane. Il valore, inconsciamente, nella nostra testa sta dalla parte del giovane. Questo è un tipo di simbolo che è cambiato completamente.

Noi ci sforziamo di leggere la Bibbia dicendo che la vecchiaia è segno di autorevolezza, ma non è così. E’ tutta un’altra idea, è l’idea di durata, di permanenza. di ciò che non passa. Gli anziani della comunità non sono i saggi della comunità. I presbiteri, i preti, sono coloro che, essendo custodi dell’eucarestia, sono ciò che non cambia, perché l’eucarestia permane; loro hanno il dovere di consacrare l’eucarestia, non di essere i saggi. Noi veniamo da una tradizione che ha sacralizzato il prete, ne ha fatto l’immagine dell’equilibrio, del discernimento, indipendentemente da come era come persona e stiamo in una cultura in cui si pensa che, siccome hanno una vita separata, non possono capire certe cose. La Scrittura ci dice che i presbiteri sono quelli che permangono perché permane la loro funzione che è quella dell’eucarestia. Poi ci sono i presbiteri saggi ed i non saggi, i presbiteri anziani d’età e quelli giovani d’età, cioè varie tipologie.

Leggere l’Apocalisse oggi può anche voler dire provare a vedere ciò che muovono queste immagini in noi, secondo la nostra sensibilità, lasciandoci trasportare dalle emozioni. Teoricamente l’Apocalisse ci dovrebbe rimanere negli occhi come un film di cui si ricordano certe scene provando le stesse sensazioni di quando le abbiamo viste e va compresa dentro una struttura di paralleli tra la profezia, le altre Apocalissi e l’Apocalisse di Giovanni.

Per scoprire che cosa l’Apocalisse di Giovanni ha del messaggio cristiano bisogna scremarla dalle cose tipiche del linguaggio apocalittico che sono lo strumento culturale, cioè togliere ciò che è comune del linguaggio contemporaneo.

Nel caso della profezia il profeta si firma sempre, anche quando non è il suo vero nome.

Le apocalissi si firmano con uno pseudonimo usando il nome di un personaggio famoso: Enoch, Salomone. L’Apocalisse di Salomone ha come tema la sapienza, l’Angelo che combatte il drago si chiama Sapienza ed ha per tema la conoscenza: chi studia vince il demonio.

L’Apocalisse di Giovanni viene firmata probabilmente con il suo vero nome, esiste una costante attribuzione a Giovanni l’evangelista che però si definisce “testimone di Cristo”, cioè si mette in relazione a Cristo e usa il suo vero nome, non chiede un’autorità da fuori come le apocalissi né si nasconde come il profeta.

Rispetto ai destinatari, le profezie sono rivolte a tutto il popolo.

Le apocalissi, in genere, sono rivolte ad iniziati o a chi ha dei circoli in grado di interpretare le immagini.

L’Apocalisse di Giovanni usa immagini tratte dalla storia del popolo di Israele, cioè usa simboli che siano capiti, non solo per iniziati, e presi da un linguaggio che per i suoi uditori erano chiari.

Il fine della profezia è la conversione vissuta come la conversione di un piccolo resto di Israele (i profeti sono un po’ fondamentalisti: gridano al popolo di convertirsi e sono convinti che la maggioranza si perderà e resterà un piccolo resto di buoni e di puri).

Le apocalissi hanno come scopo una visione molto pessimistica della storia ed i seguaci si ritirano dal mondo, come Qumram, perché nel mondo non si può fare nulla.

L’Apocalisse di Giovanni funziona con lo stesso linguaggio delle apocalissi, ma con una visione ottimista: non è un ritirarsi ma un andare. Egli scrive questo alle chiese perché dicano e combattano il drago nella storia in quanto alla fine la battaglia sarà vincente.

La visione della storia per la profezia è un dialogo tra Dio e l’uomo.

Per le apocalissi la storia è già scritta tutta in cielo, quindi non può cambiare.

Per l’Apocalisse di Giovanni non si capisce bene cos’è. Giovanni, rispetto alla storia concreta, esorta, minaccia, e la sensazione è che pensi la storia come qualcosa in cui la responsabilità umana ha un peso, che se si sceglie in un modo piuttosto che in un altro la battaglia si sposta.

Ovviamente l’Apocalisse è uno dei libri che ha subito il maggior numero di interpretazioni nel corso della storia del cristianesimo, in particolare con alcuni sistemi:

* i sistemi millenaristici, le letture fondamentaliste in cui si facevano e si fanno ancora, tutti i calcoli ed ogni simbolo con un’interpretazione precisa per stabilire il giorno, l’ora, il luogo in cui finisce il mondo.(e ogni volta che sbagliano a fare i calcoli si sposta avanti la data);

* il sistema e la lettura della ricapitolazione, cioè l’idea che l’Apocalisse viene letta non tanto come una realtà che riguarda veramente la storia, ma come il riassunto di ogni pezzo di storia possibile. Come se l’Apocalisse non fosse un fine ma semplicemente desse la lettura di quello che succede tutti i giorni: c’è sempre la battaglia con il drago ed alla sera di ogni giornata Dio vince e poi si ricomincia;

* il sistema della storia universale per cui l’Apocalisse non riguarda le singole vite ma il tempo finale di una storia. Noi siamo nel tempo della chiesa quando, ad un certo punto, ci sarà questo tempo dell’Apocalisse;

* il ricorso alla storia contemporanea di Giovanni; cioè l’Apocalisse non parla del futuro ma di alcune cose che stanno succedendo al tempo di Giovanni, di cosa la chiesa di Giovanni ha dovuto affrontare e quindi non dice cosa accadrà, se e quando il mondo finirà, ma parla del secondo secolo d.C..

Tra tutti questi sistemi, e se ne potrebbero ancora elencare, l’unica inaccettabile dalla religione cattolica è la lettura fondamentalista, cioè l’interpretazione materiale del testo. Esempio: “C’è scritto non mescolerai il sangue” dunque non si possono fare trasfusioni. Oppure: ” Passarono 12 anni, 7 mesi, 7 giorni” quindi il mondo finirà nel ….. Anche la chiesa ufficiale ha avuto tutta una fase di lettura fondamentalista; non a caso c’è il documento della Commissione biblica della Congregazione della fede che la condanna. C’è una forma esasperata di lettura, però anche i cattolici di buon senso usano il registro fondamentalista. Il dire:””Apro la Bibbia, leggo quel che c’è scritto e questo mi dice… ” è una forma soft di lettura fondamentalista, come se la materialità di un versetto dicesse una cosa.

Intervento: E’ vero che a volte sentiamo citare o citiamo noi stessi una frase isolata.

Ciò non è legittimo in quanto non si può mai estrapolare una materialità di un singolo dato e questa è l’unica lettura esclusa fino ad oggi. Tutte le altre possono essere più o meno accettate o considerate opinioni discutibili. L’unica veramente esclusa è la lettura fondamentalista perché è quella che uccide il fatto che la Scrittura non è un libro ma è Gesù. Se la parola di Dio non è un libro ma è Gesù, non si può prendere una parte di Lui e dire “questo mi insegna” perché bisogna prendere la globalità della storia di Gesù che dà luce alla globalità della lettura della Scrittura.

Infatti la liturgia della domenica prevede un’omelia, perché non basta leggere il vangelo e poi ognuno se lo ascolta. E l’omelia serve a contestualizzare il brano nella totalità del Cristo. Il presbitero, colui che presiede l’unità della comunità, si fa voce della risonanza di quel brano nell’esperienza della comunità credente, quindi prende quel pezzettino di Scrittura e lo rimette dentro la totalità del mistero dell’Eucarestia che si sta celebrando e la totalità della vita credente della comunità.

Questo è il senso liturgico dell’omelia, perché se l’omelia serve per spiegare allora sono meglio gli specialisti. Allora hanno ragione i rabbini o gli evangelici che hanno dei professori i quali commentano la Scrittura e più sono colti meglio sono pagati.

Le interpretazioni dell’Apocalisse, esclusa quella fondamentalista, hanno tutte un’accettabilità, di gradi diversi. Che l’Apocalisse sia un tempo conclusivo della storia universale va tenuto canonicamente. Poi tutto il resto, per esempio che le nostre vite abbaino tutte, in qualche modo ed in una certa misura, una loro genesi, un loro esodo, che noi guardando indietro ai nostri anni possiamo trovare un tempo di deserto, di schiavitù, di liberazione, di incontro con il Risorto e forse anche un giorno di Apocalisse, un tempo di combattimento, tutto questo è nel buon senso della vita cristiana.

Tutte queste interpretazioni hanno funzioni esplicative. Il grande fatto è non usare nessuna di esse come chiave autoritativa unica.

“L’Apocalisse si presenta come una rilettura cristiana dell’Antico Testamento destinata ad illuminare tutta la storia della chiesa (vedi il sistema della storia universale) e, prima di tutto, questi due avvenimenti drammatici del cristianesimo primitivo (vedi il sistema della storia contemporanea Giovanni). La rottura del cristianesimo con il mondo giudaico infedele e il suo scontro con la potenza totalitaria, empia e persecutrice dell’impero romano”.

Contemporaneamente alla crisi del tempio per il mondo ebraico, i cristiani hanno, da una parte la stessa crisi perché dalla Palestina incontrano i romani quando, dal tempo di Paolo, incominciano a viaggiare verso il mondo pagano; dall’altra il fatto che si separano e si configurano come una chiesa separata. Nei testi degli Atti Giovanni e Pietro pregano al tempio come buoni ebrei, non sono ancora affatto separati. Al Concilio di Gerusalemme c’è tutto il dramma se bisogna o no circoncidere, proprio perché la questione di separarsi dall’ebraismo non è stata banalissima e, contemporanea al crollo del tempio e alla crisi culturale, questi, che erano culturalmente ebrei e già avevano assistito alla caduta del tempio, elaborano anche la separazione dall’ebraismo rispondendo a quella crisi non con il giudaismo rabbinico ma con la separazione di questa setta che diventa una religione.

Giovanni ha di fronte una comunità che sta elaborando questa somma di crisi drastiche: l’impatto con Roma, il tempio crollato, e, soprattutto, il fatto di scegliere la nuova religione che spiega la caduta del tempio, perché è venuto il Messia e non serve più un tempio ed è risolta la questione la questione della storia universale.

La chiesa di Giovanni, per cui egli scrive, è fatta da carismatici, rivoluzionari non violenti, cioè ha un linguaggio molto liturgico con un’idea negativissima del potere. L’Apocalisse è un libro contro ogni potere politico e, paradossalmente, non violento, nonostante tutte le scene sanguinarie. Sono dei pacifisti con il problema di far saltare l’impero romano senza una guerra, sia perché sanno che la perderebbero, sia perché non vogliono uccidere nessuno.


Struttura minima dell’Apocalisse:

Apocalisse 1 è la visione e, come sempre nei libri con un gioco emozionale, occorre un prologo, un raccontino che dia un motivo. I temi dell’Apocalisse in genere sono due : il prologo o è il ritrovamento di un libro in cui casualmente qualcuno inciampa, lo apre ed incomincia a leggere, oppure uno si addormenta, ha una visione e comincia.

Nel capitolo 1 Giovanni dice: ” A Patmos, rapito al settimo cielo, nei cieli aperti vidi…”.

In 2-3 ci sono le lettere alle sette chiese, tutt’altro che astratte, simboliche. Botte durissime su situazioni molto concrete.

In 4-11 e 12-20 ci sono i problemi del tempo: da una parte la chiesa che da Israele passa alle nazioni, quindi la separazione e dall’altra contro le potenze, i capitoli politici.

In 21-22 che è la conclusione, la Gerusalemme celeste che scende dal cielo.

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