L’Apocalisse (XIV)

Gruppo del venerdì
Giugno 2000

Siamo giunti agli ultimi due capitoli dell’Apocalisse. Essi sono tra i più conosciuti, almeno in alcuni versetti che si ascoltano spesso nella liturgia e danno la chiave di lettura del testo.

Come più volte ho detto, l’Apocalisse è uno strano libro perché non è totalmente sconosciuto, ma lo si conosce soprattutto per immagini molto frammentarie. Mentre per il libro dell’Esodo abbiamo più o meno il senso del racconto anche senza conoscerne i singoli versetti, per l’Apocalisse è il contrario, ne conosciamo singoli versetti, ma ci manca il quadro di “funzionamento generale”.

 Leggiamo il testo.

“Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

“Ecco la dimora di Dio con gli uomini!.
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed Egli sarà il “Dio-con-loro”.
E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate”.

E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”; e soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

Ecco sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omega,
il principio e la fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita.
Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idòlatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte”.

Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello”. L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città posano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna : misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

Le nazioni cammineranno alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.
Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
poiché non vi sarà più notte.
E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero della vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dell’Agnello
sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;
vedranno la sua faccia
e porteranno il suo nome sulla fronte.
Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli.

Poi mi disse: “Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro.

Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate. Ma egli mi disse. “Guardati dal farlo!. Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. E’ Dio che devi adorare”.

Poi aggiunse: “Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.

Ecco io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’Alfa e l’Omega , il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna.

Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alla Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”.

Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.

Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.

Colui che attesta queste cose dice: ”Sì, verrò presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!”.

Questa è la visione conclusiva, costruita intorno alla visione della Gerusalemme celeste. Poi c’è l’epilogo, una specie di discorso finale di Gesù in prima persona, unica volta che accade nell’Apocalisse. Queste pagine, molto belle, sono la logica conclusione. Se fino a qui si è seguito il senso del libro lasciando man mano cadere l’idea di Apocalisse come giudizio finale per ragionare sulla centralità della storia e dell’evento di Cristo all’interno della storia, a questo punto si staglia chiaramente questa visione.

Ci sono due domande classiche che tutti gli studiosi si sono fatti circa questi capitoli:

  1. Giovanni sta parlando di una Gerusalemme reale o di una Gerusalemme simbolica?

  2. sta parlando del presente o dell’oltre la storia?

I protestanti sono molto netti e dicono: “Gerusalemme qui è simbolica, la realtà è dopo la storia, quindi è qualcosa alla fine e basta”.

Invece la lettura di testi analoghi a quello apocalittico, in area più fondamentalista, ortodossa, ebraica o vicina al mondo degli ebrei, è all’estremo opposto: è reale e la questione è storica. Bisogna discutere se è Gerusalemme di Israele o un’altra città.

Il patriarcato di Mosca ha a lungo sostenuto che Mosca era la Gerusalemme discesa dal cielo; Roma era Babilonia, la grande prostituta che aveva ricevuto da Gerusalemme la rivelazione e l’aveva tradita. Il patriarcato di Costantinopolil sosteneva che era passata a Costantinopoli e quello di Mosca che era passata da Mosca.

I cattolici sono sempre stati, almeno negli ultimi duecento anni, in una posizione intermedia: è reale, ma anche un po’ simbolica, è nel tempo ma anche dopo il tempo, da non prendere troppo sul serio, dopo il tempo, ma senza spostarla troppo in avanti, con tentativi di equilibrismi.

Su questo punto, secondo me, il tipo di lettura che siamo andati facendo, in cui l’insistenza era non tanto sulla fine del mondo, attraverso Israele, la chiesa e poi la fine del mondo, ma sulla questione che Giovanni si pone dopo Israele, la venuta di Gesù come la battaglia di Meghiddo, di Armagheddon, cioè se la questione è spostata, in tutto il libro, sulla questione intrastorica, non ha più senso la domanda se Gerusalemme sia reale o simbolica, se fuori o no della storia. L’unica risposta sensata è che questa è una visione spirituale e, come tutte le cose spirituali, è reale e simbolica, nel tempo e oltre il tempo.

La prima conclusione rispetto al libro dell’Apocalisse è che è un libro spirituale. Ma che cosa significa spirituale? A questo punto dovrebbe essere abbastanza chiaro: spirituale significa “secondo lo Spirito”, non come pura interiorità soggettiva, come interpretazione simbolica, intimista, né puramente “del cielo” come contrapposto alla terra, del futuro contrapposto al presente, ma invece in una lettura dinamica. Secondo l’esempio fatto già più volte, tutti i gesti, la parole, le frasi più comuni dentro un rapporto di affetto o di amore, sono espressioni secondo lo spirito di quel rapporto, non sono inventati, ma non sono neanche soltanto la loro materialità reale. Il rispondere male all’altro, a seconda del tipo di rapporto, ha valori diversi, mai è inventato, altrimenti si è psicotici, ma contemporaneamente è diverso rispondere seccamente al capoufficio, alla propria moglie, al proprio marito o figlio anche se materialmente si usa la stessa frase. Ognuna delle frasi è interpretata nello spirito di quel rapporto. Una frase corretta, anche se dura, rispetto al proprio superiore è perfettamente legittima; tra moglie e marito lo è molto meno in quanto il criterio non è la correttezza, rispetto al figlio può essere dannosa perché la correttezza con un figlio, magari adolescente, è inopportuna essendo il problema di tipo educativo.

Quando si dice che quella dell’Apocalisse è lettura di un libro spirituale, si dice che è la lettura nello spirito della relazione che Giovanni, discepolo di Gesù, pensa tra l’umanità e Dio, in Cristo risorto. L’immagine della Gerusalemme celeste non è una visione strana, astratta ed ha riscontri interni a se stessa, ad esempio il raccogliere tutta la tradizione dell’attesa, del desiderio di Israele ed il valore, il senso di questa città che accoglie tutte le nazioni. Ma tutto ciò dentro lo spirito di un rapporto che è diverso, perché, ad esempio, non c’è più il tempio e non esiste più nulla di impuro dentro la città: la distinzione tra puro ed impuro è cambiata; non ci sono più, come in Levitico, i maiali, le bestie ungulate, i gentili, i samaritani, ma i menzogneri, i peccatori in genere.

In questo senso tutta la Scrittura è un libro spirituale di cui dire simbolico è troppo poco. Dire simbolico dell’Apocalisse è una lettura legittima, ma culturale, come dire che l’Odissea, l’Iliade o l’Orlando Furioso hanno passaggi metaforici o simbolici. E’ una descrizione del testo letterario che usa determinati artifici letterari e, da questo punto di vista, l’Apocalisse è un testo simbolico.

Dire che è realista è caricarla troppo. La sua lettura propria, la sua autocomprensione in cui Giovanni scrive, è quella del testo spirituale, quindi la Gerusalemme celeste è spirituale, come una realtà che già agisce dentro e che dunque chiede di manifestarsi fuori.

In un rapporto tra due persone che si amano, normalmente, tra il momento in cui nasce il desiderio di condividere il tempo, la quotidianità, ed il momento in cui il desiderio si realizza, passa del tempo che è condizionato da una serie di fattori, come il denaro, la casa, le proprie paure, le cose da finire…. Quel tempo è la storia, tra quando la realtà spirituale agisce come organizzatrice di senso all’interno e come ispiratrice delle azioni che vengono orientate nella direzione di una realizzazione che ancora non c’è perché la totale realtà di quella cosa ci sarà solo alla fine del percorso.

In questo senso l’Apocalisse e la Gerusalemme celeste riguardano l’oggi tanto quanto il futuro: un credente in rapporto con Dio già vive la Gerusalemme celeste dentro di sé, ma vive anche la fatica del costruirla, ad esempio, nei rapporti, nell’economia, nella politica, dove tutto non è ancora così chiaro, cristallino, senza menzogneri e immorali.

Questo è l’unico motivo per cui un cristiano dovrebbe impegnarsi. Oggi sembra che si è cristiani solo se ci si impegna nel servizio, nel volontariato, invece funziona esattamente al contrario: se dentro di noi siamo reintegrati in un rapporto con Dio, diciamo nella Gerusalemme celeste, allora ciò che facciamo verso il fuori è tentare di restaurare e far crescere la stessa Gerusalemme celeste.

Allora i criteri rispetto all’esterno non sono moralistici, cioè non è la correttezza, ma sono i criteri dell’oro e del cristallo, del lusso di questa città e dunque della calma, del piacere della ricostruzione di un territorio di umanità sovrabbondante. L’immagine del fiume che attraversa la città e nessuno lo imbriglia, che per un popolo perennemente accampato nel deserto è uno spreco, è veramente la sovrabbondanza. Questo è il quadro in cui si parla della Gerusalemme celeste.

Per Giovanni è molto chiaro che, poiché Gesù è il Messia, cioè il culmine di tutte le Scritture, tutto questo può accadere per la Sua morte e resurrezione. Il dato interno non è uguale prima di Gesù e dopo di Gesù. Per Giovanni è molto chiaro: gli ebrei vivono secondo la legge perché non hanno dentro una Gerusalemme celeste che è Cristo; solo dopo Cristo e la sua battaglia di Meghiddo si può stare con una Gerusalemme dentro e quindi costruire una Gerusalemme fuori.

E’ molto forte, negli ultimi due capitoli, il tema della continuità e discontinuità rispetto ad Israele. Giovanni usa tutte le figure, le misure, le immagini dell’Antico Testamento ed è come se facesse lo sforzo finale di rigirare tutto, mediante un’operazione finissima per chi conosce le scritture ebraiche, come lui ed i suoi contemporanei, per mescolare le citazioni profetiche dentro una struttura di citazioni di Genesi. (Nella Bibbia di Gerusalemme si possono notare molte frasi in corsivo che sono le citazioni dell’A., di Zaccaria, Ezechiele, Isaia, e che Giovanni usa con una quantità non casuale. In tutto il libro ne compaiono una ogni trenta righe, qui una ogni due righe).

Per un ebreo, Genesi è un testo molto strano: è il testo delle intenzioni originarie di Dio, ma non c’è ancora il popolo eletto. Genesi 1-11 è prima dei grandi patriarchi e l’universalità a loro torna male. La consolazione è che in Genesi c’è il racconto del peccato. L’umanità sbaglia, Israele no perché viene eletto tra le genti: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, la rivelazione del nome, la liberazione dall’Egitto. Quindi l’uso rispetto al finale è sempre dei profeti, mai di Genesi, perché l’attesa messianica è quella profetica. Il resto di Israele, è il ritorno dall’esilio, la ricostruzione del tempio, Gerusalemme ricostruita come città salda sulla roccia, non l’Eden.

Noi, siccome siamo di matrice cristiana, abbiamo interiorizzato, invece, che all’altro capo sta di nuovo Eden e ciò è talmente normale per noi che non ci rendiamo conto della differenza.

Nel paradiso terrestre non c’erano il tempio, la circoncisione, benché i rabbini poi facciano interpretazioni varie. Nei giorni scorsi ho ascoltato la conferenza di un rabbino il quale ha letto Genesi 1,1: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Nel commento il ragionamento era più o meno questo: Dio creò dal nulla il cielo e la terra, dunque ne è padrone, dunque la dà a chi vuole, dunque l’ha data ad Israele, dunque gli arabi non devono avanzare pretese.

Leggendo così le prime righe ci si gioca tutto quello che segue. Noi non potremmo mai fare un simile ragionamento perché per noi non ha la stessa potenza di identificazione di popolo, per cui poi bisogna fare i salti mortali per recuperare la parte universalistica precedente. Molti sono i Midrash che dicono cosa c’era prima della creazione, ad esempio le tavole della Legge, tutta una serie di cose che in realtà identificavano Israele perché il problema era già dire che lì si era fatto un brodo di cultura, il paradiso terrestre, per continuare Israele.

Giovanni prende tutto il patrimonio per collocarlo in una struttura tipica di Genesi. Quindi abolisce il tempio e dice “tutte le nazioni” eliminando ogni particolarismo; piazza il fiume, tutte le acque che scorrono sulla terra (secondo la tradizione ci sono gli oceani, poi le acque sopra il cielo; le acque che scorrono sulla terra invece nascono tutte in modo sotterraneo dal fiume del paradiso terrestre) ed aggiunge pure l’albero della vita, del quale era proibito nel Paradiso raccogliere i frutti perché causa del peccato originale, ma le cui foglie guariscono e si hanno ora dodici raccolti, frutti in ogni mese.

E’ nettissima la sua intenzione di ristabilire, per cui assume tutta la storia: patriarchi, Mosè, terra promessa, il tempio, l’esilio, ma anche l’Eden, e lo pone in Gerusalemme dove tutte le nazioni saliranno.

E’ un’operazione geniale, talmente evidente per noi che non ci ragioniamo più quando, per definire una persona dal punto di vista dei credenti, diciamo è “l’essere immagine e somiglianza di Dio”, cioè il richiamo a Genesi e non ci viene in mente di dire, come i farisei di fronte a Gesù, “siamo i figli di Abramo”, anche se in effetti lo siamo.

Nella genealogia spirituale i seguaci delle le tre grandi religioni che si rifanno ad Abramo sono gli ebrei, i cristiani, i musulmani; quindi ci mettiamo in quella famiglia, ma la qualificazione dell’essere umano per noi è connessa a Genesi, a Dio che crea, non alla qualificazione etnica.

Questa questione fa una differenza. Non è solo il problema di essere universali oppure limitati ad un popolo; fa una differenza radicale rispetto a qual è il desiderio interiore capace di costruire la realtà che abita in noi. Se il proprio desiderio interiore è, come in Giovanni, il sogno universalistico di Genesi, creazionale, per esempio è possibile la secolarizzazione, mentre per gli ebrei essa non si dà.

 Intervento: c’è fondamentalismo allora?

No, questo anche nel cristianesimo. Non è un problema di fondamentalismo, ma nel cristianesimo è possibile pensare alla dignità di una realtà laica che non riconosce l’interlocuzione con Dio. C’è uno spazio per pensarla, anzi per pensarla come questione ideologica. Cioè ci interpella un mondo diventato adulto che si dà le sue leggi e ci pone una domanda. Un ebreo dice sono ebreo, non dice sono un ebreo non praticante, non religioso perché o uno è ebreo o non lo è. La domanda “credi?”, ad un ebreo, non ha senso; al massimo ha senso chiedere se osserva il sabato, la pesah, gli azzimi e non se è osservante in quanto non c’è un’osservanza. Noi abbiamo molto l’idea di fede come scelta e quindi esiste la dignità di scegliere e di rifiutare.

 Intervento: ma c’erano ebrei che si definivano atei.

Non in senso stretto; questo è stato un dramma ad esempio nella fine ottocento- novecento che non a caso ha significato una cosa molto grave: la storia di ebrei sionisti, per usare una terminologia politica, che sono andati in Israele mentre quelli che si definivano integrazionisti o illuminati, mai “atei”, sono stati massacrati nel senso che, sentendosi prima tedeschi che ebrei, non sono andati via dalla Germania.

C’è una complessità di autocomprensione e di conseguenza di richiamarsi a Genesi oppure no che lascia uno spazio di autonomia per le realtà mondane, cioè una laicità possibile.

 

 La logica di Giovanni dice che la chiesa riprende Israele, ma in qualche modo lo supera abbondantemente e la storia supera la chiesa in quanto non c’è più culto alcuno nella nuova Gerusalemme. La relazione, quello che noi prima abbiamo chiamato lo spirito di un rapporto tra gli uomini ed il loro Dio, è restaurata secondo la vita originaria di Genesi, cioè c’è accesso alla vita divina, vedremo con alcune differenze perché non è solo un ritorno indietro, ma un superamento, si è reintrodotti nella vita divina ed in qualche modo tutto è superato.

L’insistere che non c’è più bisogno di lampada, né di luce, né di tempio perché il Signore Dio li illuminerà è il richiamo primario. Questo è il quadro.

 

Alcune osservazioni sparse sul testo.

L’inizio è “Vidi un cielo nuovo e una nuova terra”. Per Giovanni il cielo è la dimora degli angeli, la terra quella degli uomini; Satana viene cacciato in mare prima dall’uno e poi dall’altra ed in questa Gerusalemme celeste c’è un fiume, ma non più il mare. Ci sono angeli e uomini, l’invisibile ed il visibile. Noi oggi non avremmo usato l’espressione angeli, avremmo detto la psiche, l’aspetto emozionale, non materiale. C’è spazio per una complessità ed una diversità delle dimensioni dell’uomo, ma non c’è più il mare. E nuovo non significa ciò che viene dopo la catastrofe, come ogni tanto a noi viene da dire, pensando l’Apocalisse come la fine del mondo dove tutto si è scassato, c’è stata la guerra mondiale, la terra è scoppiata ed allora è comparsa, non si sa bene da dove, una nuova terra. Nuova vuol dire proprio nuova.

Nell’antichità, quando compare lo stesso aggettivo con diversi sostantivi ciò che conta è il sostantivo. Noi, se diciamo nuovo cielo e nuova terra, quello che notiamo è nuovo; invece ciò che Giovanni sta dicendo è che cielo e terra sono sì nuovi, ma sono qui e sono tutta la complessità della realtà che abbiamo: la dimora degli uomini e degli angeli che sono nuove.

E’ chiaro il disegno di Giovanni: “ Dio creò il cielo e la terra”, inizio Genesi; “Vidi un nuovo cielo e una nuova terra”, Apocalisse 21. E’ il richiamo della prima riga del capitolo di Genesi e, come Dio crea il cielo e la terra in funzione dell’uomo, qui un nuovo cielo e una nuova terra vanno a finire sul discorso di Gesù.

“Io Gesù vengo presto…”: c’è la stessa progressione letteraria; Genesi inizia con “Dio creò il cielo e la terra….” fino al compimento del racconto che è la creazione dell’uomo. Qui c’è “Vidi un nuovo cielo e una nuova terra”, fino a che Gesù parla. E questo libro inizia con “Rivelazione di Gesù Cristo”.

La Gerusalemme scende su un monte. Scende, ed è già una cosa strana. Dal cielo, in tutta l’Apocalisse, sono piovuti segni malvagi, stelle rutilanti, fiamme, terremoti, ora scende in una visuale dolce questa città magica, principesca, e si posa su un monte.

La contrapposizione per Giovanni è molto chiara, perché era chiara nella mente dei suoi lettori: la donna che doveva partorire l’umanità è fuggita nel deserto dove è stata inseguita; la battaglia definitiva avviene sul monte di Meghiddo e dunque Gerusalemme scende sul monte che dà sicurezza, stabilità, come su una roccia.

Il racconto del settimo angelo è analogo a quello già letto del giudizio su Babilonia la grande e sulla prostituta. Ma si inserisce una novità: Dio è venuto ad abitare in mezzo agli uomini.

E’ un’espressione a cui siamo molto abituati, che a Natale ci rintrona nella testa con il rischio di essere totalmente religiosa; al massimo ci dà un po’ di tenerezza, una vaga emozione. Ma può succedere che il suo senso spirituale non si capisca più. Qui c’è una distinzione rispetto a tutti i cammini spirituali religiosi, che sono sempre cammini di ascesa, in cui l’uomo si deve in qualche modo innalzare a. Qui è nuovamente il contrario: Gerusalemme scende e Dio scende tra gli uomini.

Traduzione: cosa occorre fare per essere cristiani? Niente, perché non c’è una progressione di ascesa. Dio è già venuto ad abitare in mezzo agli uomini, dunque bisognerebbe, possibilmente, non calpestarlo. Non è che si debba fare chissà che, ma evitare di passargli sopra come un panzer talmente si è occupati a fare il bene senza vederLo.

Questa è una traduzione minima e se ne possono trovare altre perché qui sta il centro della novità del cristianesimo ed è una delle questioni più forti ma anche più disinnescate della nostra esperienza religiosa.

Ad esempio tutti noi siamo abituati a pensare: Dio è venuto ad abitare tra gli uomini. E’ vero, credo in Gesù Cristo, a parte che ciò è avvenuto duemila anni fa, chissà cosa davvero è successo, cosa hanno visto e capito i contemporanei, comunque si tratta di un fatto concluso. Al massimo oggi è una pia devozione. Forse Dio è tra gli uomini con l’eucarestia, ma cosa voglia dire ciò in modo concreto e reale….. Significa che devo credere che Gesù è nell’eucarestia. E ci spostiamo sul rassicurante territorio di un cammino di ascesa, di perfezione spirituale, però che cosa significhi l’esperienza che Dio è sceso tra gli uomini, che questo accade, meriterebbe di essere ragionato un po’.

Nell’Apocalisse si usa l’immagine tipicamente veterotestamentaria che i cristiani, tranne Giovanni, usano con una certa fatica, ed è quella delle nozze, della sposa. L’immagine delle nozze è proprio esplicita ed attraversa tutto l’AT I cristiani ne hanno una certa diffidenza perché il loro problema è distinguersi dagli ebrei. Noi oggi abbiamo visto che usare quest’immagine funziona, ci dice una serie di cose.

In questa nuzialità non c’è più tempio perché dal tempio si passa alla città che viene tutta misurata. All’inizio Giovanni diceva che il tempio era tutto misurato, con l’esclusione del cortile, e ci chiedevamo perché, ma era per contrapposizione a qui dove l’angelo misura la città.

Per la nostra cultura del novecento, non interpretando Giovanni, ma lasciandoci interpellare nella nostra realtà, è molto chiaro che cosa significhi che non c’è più il tempio e che tutte le azioni proprie del tempio sono della totalità della città che è descritta con le dodici fondamenta, le dodici porte, i nomi degli apostoli, delle dodici tribù, come il tempio.

Qui è un’esclusione del tempio, ma il soggetto del culto spirituale è la città. Ad esempio, pensiamo a come oggi si pensa la politica come difesa degli interessi. E’ un ragionamento oggi legittimo nell’ambito politico nel senso che stiamo evolvendo verso un sistema lobbistico che ha anche una sua legittimità, ma mi chiedo ad esempio se non ci sia una profezia da giocare sul fatto che il tempio per dei cristiani è la città e questo significa che la politica va pensata in un altro modo. Il problema non è rappresentare gli interessi ed allargare il tempio, ma costruire una città che sia così nobile, con il consenso di chi crede in Dio e di chi non ci crede, di chi ci si ritrova e di chi no, che possa essere riconosciuta da Dio come un tempio nella sua totalità.

 

 Intervento: la difesa degli interessi non può diventare usura?

Sì, so che sfondo una porta aperta facendo questo ragionamento, ma per dire quante ricadute, anche molto concrete, ha il dire che tutte le operazioni fatte sul tempio vengono ora fatte sulla città.

E la città viene descritta con un elenco di minerali difficilissimi da identificare e sui quali c’è una marea di studi per sapere quali figure alchemiche fossero ed erano forse conosciute da Giovanni, ma se ne è persa la chiave di lettura.

Nei libri ci sono raffigurazioni del sommo sacerdote che portava l’efod, l’abito liturgico indossato una volta all’anno, quando il sacerdote entrava nel santo dei santi e che dopo la distruzione del tempio non è più stato usato. Nel Levitico era prescritto che sull’efod, simile ai nostri vecchi piviali da messa, ci fossero dodici file di pietre dure ed i dodici tipi di pietre indicati da Giovanni come fondamento della città, sono esattamente nello stesso ordine. E’ veramente la città che diventa il grande culto e addirittura la città non è solo il tempio misurato ma anche il sommo sacerdote. E’ totalmente celebrante e luogo di celebrazione ed il tono è strettamente liturgico.

Giovanni ci dà una chiave numerica interessante. In tutta la numerologia biblica e fino alle cattedrali gotiche, quattro è il numero della terra, tre il numero di Dio. In tutte le cattedrali orientate a est, il lato nord ha quattro finestre, il lato sud tre: da un lato c’è l’umanità e dall’altro la divinità. E’il luogo dell’incontro. Quattro sono gli elementi (fuoco-aria-terra-acqua). Quattro più tre fa sette, ma quattro per tre fa dodici: la somma dell’umanità e della divinità è sette, ma la moltiplicazione tra l’umanità e la divinità, cioè la vita nuova che nasce dall’incontro dei due, fa dodici, come gli apostoli, come le tribù d’Israele e come qui, le fondamenta.

E la città ha il perimetro con quattro lati di cui ognuno ha tre porte così gli ingressi sono dodici. Qui il numero chiave è dodici, molto più di sette usato per le sette chiese, i sette sigilli, le sette coppe, i sette angeli, cioè la somma, il dialogo. Qui il giudizio è avvenuto, la salvezza è realizzata, Cristo ha introdotto la relazione, non più frontale ma di interrelazione, moltiplicazione, ed il risultato è dodici. Quindi c’è la sovrabbondanza della nuova vita.

Si potrebbe continuare nel senso che questo è veramente un testo ricchissimo, molto costruito. I tre mali che dice all’inizio: “Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno”, corrispondono esattamente alle tre punizioni del peccato originale: l’introduzione della morte per tutti, il lamento della donna che partorisce con dolore, il lavoro con affanno e fatica dell’uomo. “Non ci sarà più” è la cancellazione delle conseguenze del peccato originale.

Si potrebbe smontare riga per riga tutta la costruzione, che è bellissima.

L’ultimo pezzettino è quello che si chiama “epilogo” con il discorso in diretta di Gesù il quale è anche un po’ misterioso: “Io vengo, vengo presto”. Ma se la logica è quella del tempo presente non è già venuto? Viene e continua a venire, è l’attesa della seconda venuta. Lo Spirito e la sposa dicono “Vieni!”

Nella logica di prima è l’idea che il desiderio nutre se stesso e funziona esattamente come un rapporto amoroso il quale funziona fino a che ciò che si ha, è qualcosa che ci fa desiderare sempre di più.

Tutti noi abbiamo l’esperienza che ogni volta in cui ciò che abbiamo in una relazione ci basta, automaticamente è una caduta di tono all’indietro perché non si sta fermi in una relazione e non si può mai abbassare la guardia. Anche qui è così. La cosa da fare in questa nuova vita in cui siamo introdotti da Gesù è dire “Vieni!”.

Lo dicono lo Spirito e la sposa. Lo Spirito è Colui che ci consente una vita spirituale, la sposa è l’umanità tutta intera. E dicono “Vieni” proprio perché è venuto. Non è uno spostamento nel tempo perché il desiderio nutre se stesso e dunque la Gerusalemme celeste può continuare a vivere in questa sua pienezza ed a realizzarsi progressivamente nella realtà.

E questo è l’affresco conclusivo dell’Apocalisse. Tutto il percorso a spirale che parte dalle sette lettere, cioè da una questione particolare e molto umana, con le varie caratteristiche che avevamo visto, è una ricomprensione della storia e finisce nella tesi del desiderio che nutre se stesso continuando a crescere, perché, introdotti dalla battaglia di Armagheddon, già compiuta in Cristo e vinta dalla resurrezione nella vita divina, da lì in poi, tutto è possibile essendoci già la Gerusalemme celeste.

 

Intervento: viene fuori un senso di apertura, di respiro, invece in realtà come è che le letture diventano piene di paura e di giudizio?

Non lo so, nello specifico ci va un po’ di pazienza a spiegare, ma anche un po’di pazienza ad ascoltare. Se noi ragioniamo sempre come se i cristiani fossero dei bambini che fino a quando li hai devi imbottirli e così appena possono scappano come a scuola, allora dedichiamo dieci minuti per spiegare l’omelia e non entriamo mai in una logica diversa in cui, se sono adulti, hanno interesse a capire e si impegnano anche per anni. In generale penso che questa sia la dinamica della storia nel senso che ci sono sempre stati dentro la chiesa tempi e persone di grande larghezza e serenità e tempi di grande chiusura e rigidità. Ai tempi di Francesco la corte papale viveva periodi orridi e Francesco ricostruiva S. Damiano, poi c’è stata la primavera conciliare in cui si è tirato un po’ il fiato, adesso siamo alla fine di un pontificato in cui, come sempre al termine di un lungo impero, si scatenano i pretoriani.

 

Intervento: abbiamo anche l’Apocalisse di Fatima.

Sì, però devo dire una cosa. Secondo me è di enorme utilità la spiegazione di Ratzinger su Fatima perché è chiarissimo, scritto bene, nella distinzione tra la Rivelazione e le rivelazioni: la prima è oggetto di fede, le seconde no. Se uno le crede va bene, se non le crede va bene lo stesso. E’ un testo ponderatissimo in cui ogni mezza parola è pensata, però è chiarissimo sulla posizione della Scrittura, sul rapporto tra Scrittura e vita. C’è una serie di distinzioni nella più totale tradizione della chiesa che io sottoscriverei perché è esattamente questa logica, detta in termini molto giuridici, pesatissimi, ma di una limpidezza che raramente era stata usata.

Tutti si scandalizzano, ma io sto dicendo a tutti che questa cosa mi ha fatto un gran piacere perché è la prima volta, nella storia del magistero, in cui non soltanto c’è una certa cautela, si dice di essere prudenti, ma si dice con nettezza che le rivelazioni private non sono oggetto di fede. Quindi non toccano da nessuna parte la questione della fede. Se uno vuole crederci, lo aiutano, lo confortano va benissimo per le rivelazioni riconosciute, ma se uno ne è turbato, non ci crede o è indifferente, va bene ugualmente. Questo è un passo avanti perché non era mai stato detto prima con tanta chiarezza.

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